venerdì 28 ottobre 2011

Teresa e la massa

Stamattina è così presa dal mettere in ordine la spesa, dolci, farine e cereali, frutta secca e frutta disidratata, che nemmeno si accorge che sono entrata.
Canta sempre quando sta da sola e oggi ha deciso di distruggerne una cantata dalla grande Mina.
-Ma quanta roba ha comprato?
Ma dimmi Terry c’è stato un terremoto?
Perché hai saccheggiato il supermercato?-

-Scusami ma tu dove vivi nel mondo delle fate?
Non le hai viste le masse affamate?
Ma non li hai visti ieri i barbari presi per la gola, le masse che parevano Zombie di romeriana memoria?
Molti hanno dormito in strada altri si sono fatti fuori l’intera mattinata.
Tutta Roma a far la fila in auto per la grande promozione, per delle ore alla ricerca di un biglietto, gli occhi sgranati per non far passare avanti il solito furbetto, dalla sera prima uno sull’altro in piedi a far la fila.


Allora mi son detta: se questo della massa è il modo di fare, è meglio che faccia una scorta alimentare, non si sa mai quello che può accadere in caso ci sia un disastro naturale.
E certo che se questa è la voracità consumistica della popolazione, credo proprio che stiamo correndo verso la distruzione, le nostre discariche sono già piene e nessuno si rende conto di quanto sia la tecnologia a insozzare.

Il direttore marketing di quel supermercato è un genio patentato: aspetta il giorno di stipendio, il ventisette del mese, per diffondere la voce di svendite clamorose.
Immagino che in tanti avessero bisogno di un nuovo cellulare, in tanti di un terzo televisore, magari da mettere nel bagno perché può essere vitale guardare un tiggì nel momento del bisogno.

Più osservo questa nazione meno capisco chi è che muore di fame.
E se in tanti stavano lì a far la fila, vorrei anche sapere chi è che in questo paese lavora, chi è che langue dicendo che non ha soldi ma non esita un attimo a tirar fuori il portafogli.


Mi ha fatto impressione tutta quella confusione, hanno trovato anche una vetrina da sfondare pur di trovare qualcosa da accaparrare: non era nemmeno più importante capire cosa, fondamentale era portare via qualcosa, non tornare a casa a mani vuote, non rendere vano l’assurdo sacrificio di aver preso una giornata di ferie dall’ufficio.

Penso che certa roba serva sempre e solo a placare la frustrazione di essere un numero di previdenza sociale, la vocale e la consonante di un codice fiscale.
Ormai non siamo più pensiero, etica e ideale ma ci sentiamo vivi solo ad avere qualcosa da toccare, qualcosa da avere tra le mani e che sia reale.

Il pensiero ormai è fuori moda, l’anima una parola lisa, per non parlare dello spirito che non s’immagina nemmeno più cosa sia, così presi come siamo nel desiderio di ritrovarci tra la folla tutta uguale, così lontani da un pensiero originale, omologati da un unico ideale e un solo fine: quello di non pensare.

3 commenti:

  1. Mi piacciono questi ultimi capitoli delle avventure di Teresa :)
    E leggendo questo, nascevano in me alcune considerazioni...
    Forse anche lo "spirito gregario" che è in tanti di noi contribuisce a spingerci verso certe follie collettive: se i componenti della mia "tribù" di appartenenza hanno tutti 2 telefoni cellulari ciascuno (e sempre aggiornando periodicamente i modelli, per carità!), allora anch'io *devo* averli; se la mia "tribù" sposta le sue preferenze - in fatto di "mobilità" - verso i SUV, allora anch'io *devo* adeguarmi... e così via.
    E poi bisogna forse fare una riflessione - che giustamente fai anche tu, nel post - su cosa siano *realmente* la povertà e la ricchezza, oggi, anno di grazia 2011: distinguendo però in particolare la povertà "proclamata" da quella concreta.
    Voglio dire: povertà è non avere i mezzi per sfamarsi, nel vero senso dell'espressione, oppure è (anche) dover rinunciare a 20 giorni di ferie pagate, e doversi accontentare di "solo" 15 giorni o magari (e allora si è poverissimi?) di una settimana?
    Povertà significa non avere neppure i soldi per pagarsi il biglietto del tram oppure significa dover rinunciare all'automobile superaccessoriata ultimo modello per ripiegare su una utilitaria acquistata di seconda mano?
    Chiarisco che non voglio ironizzare o fare prediche: capisco che la "diminuzione di disponibilità economiche" che la classe media ha dovuto subire negli ultimi anni possa rappresentare per molti un trauma, e che rinunciare a stili di vita ormai consolidati sia percepito come una sconfitta. Questa percezione va presa sul serio, ripeto, ma secondo me bisogna cominciare a usare termini appropriati: da un lato c'è quella che definirei "miseria" (la quale pure ha diversi livelli o gradi di gravità: non avere soldi per sfamarsi, per il tram, per dormire in una casa o almeno sotto un tetto e al caldo, ecc.), e dall'altro l'"impoverimento relativo". Sono due fenomeni comunque importanti, ma secondo me vanno distinti; bisogna poi considerare che l'impoverimento relativo può essere percepito da molti (e può essere di fatto, in alcuni casi) l'anticamera della vera e propria "miseria", e per questo ci spaventa anche oltre il suo reale significato concreto e la sua concreta entità.
    Il fatto è che secondo me l'assetto della società e dell'economia negli ultimi decenni è cambiato così tanto e così velocemente che neppure i grandi esperti riescono a decifrarlo in maniera convincente - perché si attardano a volte con categorie vecchie oppure si gingillano con teorie disastrose (come la miscela *liberismo finanziario/privatizzazione "selvaggia"/globalizzazione* propagandata come ricetta dell'eterna felicità).
    Dobbiamo probabilmente "rimettere in sesto" il nostro sguardo sul mondo, per tornare a capirlo; e dobbiamo farlo in fretta, perché la crisi ci incalza.
    E questo significa anche che dobbiamo porci domande chiare: vogliamo evitare lo spettro della miseria, o vogliamo (ri)conquistare ad ogni costo un livello di benessere fatto di una marea di beni non necessari? E se preferiamo questa seconda opzione, a che prezzo la vogliamo (maggiore inquinamento, maggiore impoverimento di un'altra parte del mondo, sfruttamento del lavoro...)?
    Siamo "indignati" realmente per cosa? vogliamo più giustizia sociale o (se proprio dobbiamo scegliere) vogliamo piuttosto la seconda casa, possibilmente in riva al mare?
    Eccetera eccetera. Ecco, la mancanza di chiarezza di questi tempi (e anche in noi stessi, forse) è la cosa che più mi preoccupa.
    Cosa vogliamo, cosa cerchiamo veramente?

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  2. Infatti Ivan.
    Ridendo ridendo la mia Teresa vuole sottolineare proprio l'aspetto della massa e della corsa al desiderio e alla "cosa” da possedere e ciò si riflette su tutto: se la moglie invecchia, cambiamola!
    Se questa meditazione non dà risultati inginocchiamoci altrove!
    Senza tralasciare il problema dell'inquinamento che è gravissimo. La storia di ieri dovrebbe farci riflettere sul serio. Il discorso che poi il governo voglia togliere a noi per continuare ad arricchirsi è un altro punto su cui parlare: i sacrifici devono farli tutti.
    Io ho imparato a rinunciare eppure sono ancora troppo piena di COSE! Se le persone stessero un pochino di più in seno alla famiglia invece di girare tra le vetrine alla ricerca di un sostitutivo dei rapporti umani, se si leggesse di più e si studiasse veramente credo che in pochi avrebbero tempo di bivaccare davanti ai supermarket della lussuria tecnologica.
    Io ho un I phone 3G che mi hanno regalato e credo lo terrò finché non mi sbriciolerà tra le mani.

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  3. Sì... anche le persone in questo sistema finiscono per essere trattate come cose: se non danno, o non danno più, la "prestazione" che da loro ci si aspetta, vengono gettate via, esattamente come oggetti. E' una perversione, di quelle serie intendo (non di quelle "ludiche"), e non ce ne rendiamo conto.

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