sabato 31 marzo 2012

Diario di LOLA, tredicesimo giorno, vetri



Foto di: Brooke Shaden


Non so nemmeno perché rimango seduta qui a scriverti anziché saltare per tutta casa e ridere. Perché mai metto in fila parole invece di alzare il volume della musica e ballare, fare capriole, infilarmi in un bagno caldo e canticchiare qualcosa -e solo perché il tempo passi in fretta e arrivi domani-.
Vince mi ha detto che torneremo in villa, a Santa Marinella. Ecco perché sono felice.
Dice che lì mi verranno in mente altre cose, particolari importanti che mi aiuteranno a uscire da questo stato di perenne grigiore e dall’ingiusta asincronia che mi separa dal mondo, e da Max. Dice che è importante che io riveda episodi e rapporti in sospeso, che metta fine a diatribe antiche e antichi livori.
Perché il problema sta tutto lì, dice Vince, in qualcosa che non riesco a ricordare.
Ecco, sì, oggi sono vorace.
Sapere che da questa malattia si può guarire mi ha ridato gioia e fame, come quando, dodicenne, mangiai ventitré cannoli siciliani.
Nemmeno a scuola vollero credermi quando tornai, pallida da far paura e completamente impreparata su verbi e storia, dopo una settimana di crisi acetonimiche.
Anche quella volta si trattò di una guarigione. Una guarigione che attraversava il dolore, una linea sottile superata, quella della ragione, che in certi momenti non si riesce più a vedere.
Era un venerdì sera quando Olimpia –sì, l’ho sempre chiamata per nome-, andò via all’improvviso.
Le sue fughe, quelle che preludevano alla lunga assenza e al ritorno amaro, avvenivano in silenzio, di solito a metà mattinata, quando mio padre era al lavoro, io a scuola e Maria a fare la spesa. Figlia della media borghesia del sud, non si sarebbe mai sognata di dare spettacolo sbattendo la porta all’ora di cena, con il rischio che il ritmo dei suoi tacchi e la preghiera di mio padre si propagassero per le scale, e il giorno dopo per tutto il quartiere. E poi quel venerdì tornava dopo un mese di assenza, e il copione, sempre quello da anni , non poteva cambiare.
Olimpia era maestra nel dosare gioia e dolore. Andava via finché il suo profumo non spariva del tutto per materializzarsi nel sole pomeridiano quando eravamo di nuovo in forze, certa così che non ci saremmo mai scordati di lei.
In quelle settimane, quelle della pace fatta e del pentimento, era così “in parte, che io e papà, ci lasciavamo andare alle sue carezze e certi dell’imminente abbandono.
Era una storia che si ripeteva da anni in cui lei spariva durante il secondo atto per tornare, pallida come un’eroina ottocentesca, per il monologo finale da applauso a scena aperta.
Ma quel venerdì d’inizio autunno, Olimpia mancò la battuta e prese a interpretare la pièce un po’ a modo suo.
Istruita da mio padre alla sorveglianza del portone secondario, stavo di vedetta su in terrazza. Guardavo le nuvole abbassarsi e ingiallire l’aria pesante e calcolavo i passi che ancora mi separavano da lei. Sapevo, lo sentivo, che da un momento all’altro l’avrei vista scendere da un taxi o da un’auto –sempre diversa e sempre di lusso- o sbucare dal vicolo di fronte, o da quello laterale.
Riconoscevo a distanza il suo incedere rapido e sicuro, potevo anche vederle le caviglie nervose e bianchissime che lo ritmavano, sempre velate da calze sottili o da un filo di abbronzatura.
È da lei che ho imparato a imprimere la giusta forza nel passo e a spegnere sigarette torturandole con il tacco sino a renderle poltiglia, come se al posto di quel tubicino di carta lì ci fosse la mano di qualcuno.
Quando la vidi, lanciai un fischio lungo a papà che si chiuse in studio, e poi mi lanciai giù per le scale, ripromettendomi di tenerle il muso almeno per un’ora.
Da quel momento in poi sarebbe stato un continuum di felicità e di pianti a dirotto in cui lei ripeteva - senza crederci neanche un istante -che sì, era una stupida perché tutto ciò che contava stava lì proprio davanti ai suoi occhi, che la felicità era lì a portata di mano e tutte quelle cose che servivano come incipit alla nuova finzione.
Ma tutti e tre ci volevamo credere.
Ci credeva anche Maria che pur di non arrossire dalla vergogna e salvarsi il posto, aveva abdicato alla sua morale contadina e cattolica. Era così, lo sapevamo tutti e quattro come sarebbero andate le cose.
Fuga, ritorno e nuova fuga, così da anni e così per sempre.
Il primo mea culpa in scaletta si consumava nel rito dei regali.
Per la più ostile, io, riservava sempre i pacchi più grandi. Preziose e rare o ipertecnologiche, quelle bambole erano così profumate di nuovo che già nello scatolo, protette dal cellophane e legate come martiri alla scatola da mille fili di ferro, mi rendevano felice e iperattiva.
A Papà, il cornuto, spettavano rari pezzi da collezione: bilancini di precisione, barattoli di vetro smerigliato di vecchie farmacie galeniche, contenitori di latta. E anche a Maria, che stava lì sulla porta ogni volta con la stessa espressione stupita, spettava un regalo.
Festa, diventava subito festa quando Olimpia tornava a casa.
Sembrava un circo con Maria che saltava sullo sgabello a prendere in ghiacciaia il manzo e papà che andava su e giù dalla cucina in cantina, e canticchiava parlando tra sé e ridendo come un cretino. Anch’io ridevo a vederlo girare per casa senza direzione, come un ubriaco, come se quella presenza gli avesse già dato alla testa, o la luce si fosse riaccesa di colpo dopo un lungo buio, come la nostra vita.
In quelle occasioni papà organizzava feste, gite fuori porta, viaggi. Come due anni prima, quando cullati da un vagon lit, in una notte di mezza estate, arrivammo a Parigi. Di lei e di quella volta lì ricordo mani danzanti tra il pulviscolo secolare del palazzo reale, di lui parole mormorate tra denti bianchissimi, storie di Re, Regine e pietre preziose. Olimpia in una nuvola di seta verde smeraldo si muove danzando, i capelli lunghi e neri raccolti in un fermaglio di tartaruga e minuscole perline. Papà in un maglione rosso rubino cerca nella luce triste del tramonto, tra gli specchi delle stanze di Re Sole, di afferrarle la mano. Io, e l’emozione in gola, speravo in un non ritorno a casa e una non fine dell’avventura.
E quel venerdì sera, la casa era finalmente rumorosa e viva come un luna Park, e le avrei potuto dire, finalmente, di quelle protuberanze dolorose che mi crescevano sul petto e non mi davano pace, e della pelle, che tirava come si volesse staccare dal corpo, come per liberare un’altra Lola, che chissà da quanto aspettava lì dentro in silenzio.
E anche se sarebbe stato difficile attirare la sua attenzione, ripassavo lo storyboard di sempre, lasciando scivolare le dita tra i ricami floreali del divano.
Senza accorgersi di me che la guardavo, seduta sullo sgabello del pianoforte e oscillavo tra la voglia d’intervenire con qualche accordo e il desiderio che mi credesse altrove, Olimpia avrebbe passato in rassegna le orchidee per nebulizzarle cantando qualcosa.
Poi si sarebbe immersa nella vasca bollente, nel grande bagno della torretta, e riflessa in minuscoli specchi, e illuminata da ogni lato, avrebbe affermato il suo “io” superdotato. Lì in fondo, opacizzata dal vapore acqueo, io sarei rimasta muta, incerta se lasciare che mi credesse altrove o offrirmi umilmente di lavarle la schiena.
Poi la sua voce da contralto ci avrebbe chiamati a rapporto per sapere di papà e gli affari, di Maria e le faccende di casa, di me e la scuola. Vederla lì in cucina, struccata e in vestaglia, era un “tutti insieme appassionatamente” da lacrime agli occhi.
Poi ci avrebbe dispensato la medicina più dolce: lei al centro del salone che volteggiava ridendo sull’ultima hit in voga, noi, che ci lasciavo contagiare dalla sua allegria un po’ sopra le righe, comunque felici, comunque già grati.
Solo dopo il brindisi e la tensione si sarebbe dispersa in un abbraccio potente, e io, ferita dagli intarsi della sedia che si conficcavano nella carne, mi sarei liquefatta al suo tocco e al piacere doloroso, che la sua presenza mi lasciava addosso. Lasciando la sua guancia contro la mia, Olimpia, avrebbero scandito, in breve e con un filo di voce, il destino che aveva deciso per me durante quell’assenza.
E poi la guardavo trasformarsi ancora quando, avvicinandosi a lui che emozionato non sapeva che fare se non torcere il tovagliolo tra le mani, lo teneva al guinzaglio con lo sguardo, in un “fermo lì” da fargli tremare i baffi.
Ma quello non era un ritorno normale e quel venerdì tutto si stava svolgendo in un modo inconsueto.
Olimpia non aveva disfatto le valige né era salita in camera. Mi aveva baciata distrattamente e non aveva lanciato solo uno sguardo alle orchidee. Maria, chiusa la ghiacciaia, era saltata in fretta giù dallo sgabello per segnare, con la sua goffa scrittura da semianalfabeta, tutte le commissioni che lei le urlava.
Nessun regalo né abbracci, niente bagno caldo e ballo al centro della sala. Chiamò mio padre e si chiuse con lui in studio. Io, rimasi lì dietro la porta un bel po’a far finta di torturarmi capelli e unghie e intrecciare passamanerie.
Vidi lui masticare affannati “non andare via” e lei che raccattava roba a passo svelto. Vidi lei spalancare la porta e lasciarsi inghiottire dal buio. Rimase l’eco del suo passo per le scale e un deciso “no” che mi martellava le tempie. E ancora nel vicolo, e sullo stradone, e sulla banchina deserta della stazione, lei disse no.
Poi, come se solo una corsa sfrenata potesse interrompere quel silenzio pieno di stupore, mi lanciai contro la finestra. Sentii l’urlo di Maria e il passo di mio padre, il confortante calore del sangue e un filo di odio che dalla ferita entrava nel petto.
Quando riaprii gli occhi vidi zio Bruno su di me, il suo sguardo che cercava parole severe e i lembi della mia carne da ricucire.
Mio padre, sulla porta, impaziente, era diventato virile, come se il mio gesto estremo gli avesse restituito la responsabilità del suo ruolo. Maria, in corridoio, illuminata da un cono di luce, si teneva ancora le mani sopra la bocca, come se un urlo silenzioso continuasse a domandare di essere ascoltato.
Eppure, quel dolore aveva sopito l’altro, per sempre. E quelle cicatrici sarebbero stati il promemoria della mia adolescenza.
Anche papà quella sera mise da parte il lamento e mandò Maria a prendere qualcosa in pasticceria.
Morire mangiando cannoli, però, non mi fu possibile.







martedì 27 marzo 2012

Teresa: il lupo, il pelo e il vizio


Soluzioni a pruriti notturni.

In attesa di capir dove il paese andrà a finire,
di corna virtuali andrò oggi a disquisire,
di quello che combina il maschio digitale,
quando dal matrimonio si sente soffocare,
quando gli vien voglia di andarsi un po’ a svagare,
tra le notturne insonnie, sempre da inventare.


Ho visto la Susanna ed era tutta un po’ stravolta,
mi chiedo in quale guaio si sia messo lui stavolta.
Si sa che il lupo perde il pelo e mai il vizio
e lei l’ha già beccato con un’altra il suo tizio.
Fu un po’ di anni fa che Susanna era in vacanza
Che lui le domandò un po’ di lontananza.





- Ma come ma perché?- Gli chiese lei piangendo
- Io non faccio nessun male- rispose lui ridendo.
- Che fai tutta la notte di là a navigare?-
- Io studio geografia!, cos’è non si può fare?-
- Ma no, è solamente che sono sospettosa!-
- E torna da tua madre, su, mi par la miglior cosa!-

E fu così che lui sparì per qualche mese,
si mise con Rosina una tizia del paese.
L’aveva abbandonata almen dieci anni prima
l’aveva rincontrata sul feisbùc una mattina.
Così era rinata una specie di passione
che mandò a quel paese qualunque previsione.

Sembrava trasformato in uno studentello
girava nei locali come uno sbarbatello.
Andava anche a cena con i comuni amici
mostrando lor Rosina e passionali baci.
Per lei aveva mille impensabili attenzioni
mentre per la Susi aveva solo proibizioni.

Susanna si torceva dall’odio e dal dolore
di veder finir nel nulla ciò che lei credeva amore.
Veniva qui da me a sfogar la frenesia
che nasce dalla più giustificata gelosia.
Nata così per gioco, da una fotografia
la storia s’ingrandisce e le dici –tu sei mia!-

La caccia è sempre aperta nel mondo virtuale
ormai non si sa più di chi ti puoi fidare.
Le scuse sono tante e tutte molto buone
per giustificare ad hoc una navigazione.
-Ho solo lavorato, lo sai che non ho testa
Per cerca una così e sol per farle la festa!-

- Ma no, ma cosa dici... Ninetta è pure brutta!-
Ma tu senti nell’aria il cattivo odor di truffa.
- Ma no, ma che t’inventi... Pinuccia è vecchia storia!-
Eppure tu sai che lei è ancor nella memoria.
- Ma dai non far la scema, quella è mezza matta!-
E la guardi su feisbùc in pose da gran gatta.

Chiedi pure l’amicizia alla rivale virtuale
per spiarlo ogni qualvolta va lì a commentare.
Arrivi di soppiatto mentre lui è lì a chattare
E t’inventa delle scuse da gran filibustiere.
Ha sempre una risposta e la faccia da innocente
Che te ne vai di là e senza dir più niente.

Ma stavolta la Susanna mi par abbia imparato,
e un piccolo portatile sol per lei ha comperato.
Si è fatta qualche scatto un poco più piccante
e ha contattato Mino un tizio molto aitante,
ma anche Lino, Bruno e Giovanni il tappezziere
con cui chatta di notte e ormai tutte le sere.

 - Se il lupo perde il pelo ma il vizio quasi mai
Ti faccio veder io che con me son proprio guai!-
E da quando lui la vede sempre lì affaccendata
le ha messo su una storia come non è mai stata.
Le fa tanti regali e la porta fuori a cena,
e sta sempre accanto a lei, sera dopo sera.








venerdì 23 marzo 2012

Salve, sono un'alcolista e non bevo da sette anni.

Pronunciare questa frase anni fa mi sarebbe parso impensabile.
Credo di aver desiderato di smettere nel momento stesso in cui ho capito che da quella spirale non ne sarei più uscita così facilmente. A vedermi così minuta, poi, sembrava incredibile a chiunque che potessi riempirmi di così tanti litri di “bumba”, ma così era, e lo reggevo da dio.
Perché non sempre un alcolista è riconoscibile, si diventa abili, a un certo punto, a coprire quella che, almeno io, consideravo una vergogna, il fondo che è sempre preferibile non toccare.
Mi portavo a casa una tale quantità di alcolici da dover fare la spesa in più supermercati per non farmi additare da tutti. Allargavo gli anelli per quanto le dita si erano gonfiate e i miei occhi si erano fatti piccini e opachi.
Dimenticavo strade, nomi e storie, trame dei film, persone con cui avevo parlato per delle ore e solo la sera prima, dimenticavo appuntamenti e cose da fare. Dimenticavo ogni cosa assieme alla paura da scacciare e che, guarda caso, nemmeno ricordavo più a che proposito mi era venuta.
Ma bere fa parte della nostra tradizione.
Bere è festa, baccanale, locale, sabato sera. Bere è trovare il coraggio per dire “mi piaci”, per buttare giù l’amarezza, per parare i colpi, i debiti, per dire in faccia a qualcuno ciò che si pensa –il più delle volte con parole e tempi sbagliati-.
Bere è Natale, Pasqua e Capodanno. Bere è compleanno, è spensieratezza, è luogo comune.
Bere è monopolio di Stato.
La lente deformante dell’alcolismo rende anche la festa più noiosa divertente come un Luna Park, l’uomo più inadatto il migliore, la notte buia la più luminosa, lo so, è per questo che non se ne può proprio fare a meno.
Non sono mai stata una bevitrice occasionale, la scimmia mi è salita sulla schiena che ero ancora adolescente e da allora, con pause più o meno lunghe, ci sono ricaduta fino al punto che credevo del non ritorno.
Prima è solo di sabato, poi si aggiunge il venerdì –che è pre festivo- poi la domenica –così si affronta meglio la settimana- poi è il senso di colpa e il disgusto per se stessi a fare il resto.
Ma la nausea per quell’azione indispensabile, gli occhi gonfi, l’alito pesante e amaro, i segni che il fegato restituisce alla pelle non bastano a smettere: con un po’ di trucco si cancellano borse e occhiaie e alle sette si ricomincia daccapo.
Basta un po’ di trucco, e alle sette, in vineria o al bar, quel senso d’impotenza sparisce del tutto.
Non sono sufficienti le morti del sabato sera, i giovani felici e così fuori di testa da non vedere il guard rail o la curva. Non bastano le donne ammazzate un giorno sì e l’altro pure –perché i dati parlano chiaro- le quarantamila morti l’anno tra cirrosi epatiche e altri danni legati all’assunzione di alcol.
Alcol è monopolio di Stato.
Lo vediamo dalla pubblicità quanto lo Stato abbia a cuore il nostro fegato.
Musica fantastica e donne strafighe cercano proprio te, che come un imbecille te ne stai da solo al bancone del Pub a buttar giù la terza rossa in attesa che qualcosa accada.
L’alcolista lo riconosco a distanza. Lo riconosco dall’aria triste, dalla fermentazione che gli sale su dai pori, dal gonfiore diffuso e dal colore della pelle.
L’alcolista è poco loquace, almeno prima della dose giornaliera, quando guarda tutto con distacco, come se l’esistenza, la propria e quella degli altri, non fosse mai sufficientemente nitida. L’alcolista inizia a ragionare verso le diciotto, quando già avanza nel tunnel, barcollando, con in mano un bicchiere di qualcosa.
Difficile dire quale sia la linea di demarcazione tra il bevitore occasionale e quello abituale. È difficile perché bere fa parte della nostra tradizione. E se da uno solo, i bicchieri diventano tre, nessuno ci bada.
In Inghilterra, la polizia raccoglie dal marciapiede, durante i fine settimana, decine di ragazzi e ragazze in preda a coma etilico. Diciottenni che scopriranno a trent’anni di essere ormai sterili, tanto per cominciare.
Eppure in Inghilterra le leggi sono severe.
Allora il problema è altrove. È nella prevenzione del male, nella causa che cerca quell’effetto, nel bisogno, a tutti i costi, di apparire più forti, più fighi e più divertenti.
Ma quando si beve è veramente difficile essere forti, fighi e divertenti: è solo una percezione alterata di se stessi.
Già alle ventitré, la ragazza con il trucco sfatto e l’alito di un cammello va in cerca con lo sguardo appannato di qualcuno che si faccia con lei il bicchiere della staffa. Alle ventiquattro, il tizio che si è portata a casa, e che conosce da appena un’ora, barcolla visibilmente mentre va al frigo per prenderne un altro paio –per trovare il coraggio di provarci-. Al mattino si sono scordati persino il nome di chi gli dorme accanto, se l’abbiano fatto oppure no, con preservativo oppure no, diventa un fatto secondario rispetto alle arterie che martellano le tempie.
Io, quella sera di Settembre di sette anni fa stavo per farmi la quarta Ceres quando il ragazzo che aveva deciso di passare con me la notte bianca mi disse no, grazie, sono un alcolista e non bevo da quattro anni. Provai un moto d’invidia incredibile, poi accesi la seconda sigaretta del secondo pacchetto e buttai giù quella birra tutta di un fiato: fresca e pastosa, doppio malto, profumata e forte.
Ma se ne esce.
Non siamo in un film americano davanti a una partita di football nella nostra bifamiliare dal frigo pieno. Non siamo in un racconto di Carver che a un certo punto chiudi e riponi sullo scaffale.
Devi fare il primo passo, con o senza aiuto. Devi restare pulito per un giorno e provarci per due, poi per tre e così via.
Il desiderio si farà sentire ancora, magari al supermercato, quando pensi che i prezzi pare si siano abbassati e che con dieci euro potresti svoltare la serata ma tiri dritto. Poi la voglia ti assalirà magari all’imbrunire, all'improvviso, quando l’aria frizzante varrebbe proprio la pena di bagnarla con qualcosa perché sia indimenticabile. Poi ti verrà voglia quando la tristezza si farà avanti per un motivo o per un altro.
Poi, la tristezza non ti assalirà più.

lunedì 19 marzo 2012

Teresa e la ballata del sesso estremo

(In attesa di leggere la riforma Fornero)

Ma cos’è che ricercate, cos’è che non vi piace,
di questo amor “vanilla” che a me poi non dispiace.
Vi vedo entrar nel blog stanchi e affaticati
in cerca di una strada che dia altri risultati.
Lo dico ora in rima: questa pratica assai antica
costa molto tempo, sudore e gran fatica.


È come per il canto, la musica e ogni arte
bisogna imparare a mettersi da parte
darsi unicamente a carte scoperte
rimanere nudi e senza basi certe
è tutto in discussione e mai c’è la certezza
di esser per il partner una sicurezza.

È una prova continua, un amore che sublima
un gioco costante e tanto massacrante
e il regolamento è per tutti sempre uguale
è proibito fingere né si può barare
ed è sol per menti forti e persone già formate
che vadano ben oltre ciò che gli si dice.




È tutto sottotesto, è tutto ambivalente
non ci sono barriere e un “no” è irrilevante.
Si bada alla forma come alla sostanza
Siam solo due persone a tu per tu in una stanza.
Non c’è mai la vergogna perché è l’umiliazione
l’unica fonte per entrambi di tremore.

Non è una questione di abiti e trucchetti,
non solo un problema di catene e di lucchetti
non esiste questo amore se non è consensuale
è questo che lo rende così raro da incontrare:
il fatto che si sia in perfetta sintonia
e si ricerchi solamente l’autentica armonia.

Non c’è nessuna vittima né sensi di colpa
questo è tutto il succo, questa è la polpa,
il Master dominante o la Mistress se volete,
fanno solamente ciò che voi gli domandate,
e se il limite estremo riuscite a superare
quello è un buon motivo per farvi ricercare.

È  qui che il sol levante entra prepotente
la base di una pratica e di un amore differente
un modo di pensare del tutto circolare:
perché qui non esistono l’inizio né la fine
perché non è diverso il basso e neanche l’alto
perché tu non sarai mai distante dall’altro.

È l’uomo occidentale che separa e che divide
dove tutto è connesso lui taglia e incide
crea una divisione che genera possesso
quando in natura è tutto già connesso.
Entrare nelle cose e far tanta attenzione
può anche creare autentica coesione.

Poi entrano in gioco cultura e fantasia,
poi si può passare agli abiti e al parlare.
Non è una materia su cui improvvisare.
Non c’è mai violenza, mai vera collisione
è tutto concordato, è un atto d’amore.
Siamo solo due unità unite da compassione.

*Vanilla: si intendono le coppie che non lo "fanno strano".

domenica 18 marzo 2012

Diario di LOLA, dodicesimo giorno, automobili e nastri


Foto di: Eugene Recuenco

Lalama è passato a prendermi di buon’ora stamattina.
Non ho detto nulla a Max, che d’altra parte non sembra neppure accorgersi della mia esistenza. Non mi lascia neanche fare le commissioni che da sempre sono un mio compito, quelle meno impegnative e di minore responsabilità, come pagare bollette o ritirare camicie in lavanderia. 
Non decido nemmeno quale sarà il menù, e da alcuni giorni è mia suocera che porta la spesa a casa e mi passa davanti dimenticandosi persino di darmi il buongiorno.
Sembra che ormai sia Milena la regina della casa.
Una tortura psicologica? Che cosa sarà mai questa punizione, questo embargo sentimentale cui da alcune settimane, tutti qui, mi sottopongono.
Mi hai chiesto di dirti tutto, di raccontarti ogni cosa, ma come vedi c’è poco da dire e sapere, e al di là di questa improvvisa indifferenza collettiva, e dei loro sguardi algidi, ci sono io, che scavo tra i rottami del passato, e scarto l’inutile per riesaminare ciò che credevo rimosso.
Però, la storia di queste ultime ore devi saperla, anche se preferirei metterle su tela queste lunghe ore passate assieme a Vince per dipingerle di azzurro e oro, e bianco.
Alle nove lui era sotto casa. Alle otto e cinquantacinque io ero già per le scale: anche l’ascensore non risponde quando lo chiamo.
Il cielo era grigio come se sugli occhi portassi vetro brunito con cui guardare le eclissi di sole, un grigio minaccioso che faceva brillare il rosso delle case e il giallo, e il travertino di scale e davanzali.
Vince mi aspettava appoggiato a una BMW vecchio modello un po’ scalcinata, dal muso un tempo aggressivo ma ora innocuo come quello di uno squalo imbalsamato e appeso alla parete.
Subito mi sono passati per la testa tallonamenti e fughe improvvise, sparatorie e agguati con Vince sempre in prima linea, eroico e forte come il protagonista di un action movie di serie C. La canna della pistola fumante e un “ci penso io”  deciso e sempre in primo piano.
Portava calze viola stavolta. Vince ha uno strano gusto nello scegliere i calzini. O forse è stata la moglie, ho pensato, e già che c’ero gli ho affibbiato come consorte una massaia dai lombi pesanti e ormai priva di qualsiasi attrattiva.
Olimpia mi raccomandava di lasciarli aspettare sempre un po’ i maschi, e così l’ho guardato farsi impaziente nascosta dalla guardiola, emozionata e livida. Erano giorni che il pensiero di Vince mi tendeva subdoli agguati, e sentirlo era come sintonizzarmi sulla frequenza giusta per ascoltare buona musica.
Tratteneva il fumo della sigaretta giusto il tempo di passarsi rapidamente la mano tra i capelli un paio di volte.
Nella mia vita fatta di silenzi, oltre a leggere il labiale, ho imparato a guardare il rovescio delle cose prima che il dritto. La forma che diamo al movimento, l’atteggiamento che assumiamo e il nostro corpo, sono carte stradali su cui è tracciata una vita intera.
Le mie mani, per esempio, sono nervose ma perfette. Al di là del palmo un po’ troppo largo, che personalmente trovo in disarmonia col resto, sono mani perfette, come quelle di un manichino o di una bambola, o di una morta che hanno appena vestito per accomodare nella bara di lusso. Queste, la sola parte di me che posso osservare da ogni punto di vista e di continuo, sono mani che hanno sempre pensato di afferrare qualcosa senza però farlo mai.
Quelle di Max, carezzano soldi e stringono altre mani o si sfregano tra loro di continuo, e sono lisce, profumate di sapone, quasi mai inerti, sono mani che seguono i picchi dei guadagni in borsa.
Quelle di Olimpia, disegnavano crome e semiminime come per riempire l’aria di canzonette dalla melodia prevedibile e il significato banale. Ora, sono magre e nodose, piene di livore verso la vita, che passandole addosso l’ha stropicciata.
Le mani di Vince rispondono agli ordini. Si animano per fare qualcosa e poi rimangono inerti, esattamente dove lui le ha lasciate.
A guardarlo dalla cima delle scale sembrava un personaggio di altri tempi, del tutto fuori sinc rispetto al resto del mondo, come me, che da qualche settimana mi muovo in un rallenty senza fine.
Tutto ciò che mi vive accanto, mi sfiora appena e vola via.
Anche i rumori sono ovattati, sento più forte il ronzio delle mie arterie che il traffico lì fuori e il brulichio della vita, che rapida gli si muove dentro e attorno.
Nemmeno il portinaio ha risposto al mio saluto.
Lo dirò a Max, quando si degnerà, almeno lui, di guardarmi negli occhi.
Uscita dal portone, Vince si era già sporto in avanti per stringermi la mano.
La vecchia BMW aveva lo stesso odore dell’auto di mio zio, uno dei tanti zii che si avvicendavano in casa nostra, quando bisognava essere amico del marito per farsi la moglie, e i copri sedili di paglia erano identici a quelli che papà metteva su in primavera, quando i lunghi viaggi lo tenevano alla guida sotto il sole.
È roba che credevo non esistesse nemmeno più, così abituata ai cambi d’auto di Max, che crede fermamente che il prolungamento del proprio organo riproduttivo avvenga attraverso l’acquisto semestrale di auto di lusso, e che io, invece, distinguo sì e no dal colore.
Mi domando se Vince sia un amante del vintage o semplicemente uno povero in canna. In entrambi i casi, e al momento, la cosa non mi riguarda. 
Mi sono allacciata la cintura di sicurezza e lui ha girato la chiave, poi mi ha sorriso.
Mi ha fatto uno strano effetto stare lì con lui e a quell’ora del mattino, come quando facevo sega a scuola e magari andavo al mare con lo zio di turno, che poi mi regalava un po’ di soldi domandandomi di stare zitta. Anche l’aria era la stessa di quelle mattine madide di brina e di senso di colpa –tanto nessuno mi avrebbe creduta-, l’aria frizzante che appena varcata la soglia del cancello della scuola, e nonostante quello strano dolore, mi faceva sentire libera.
Vince ha cominciato a dirmi di sé, e con l’inflessione morbida del sud mi ha raccontato che fa l’investigatore da una vita e che per questo ha lasciato sua moglie, che non ha figli e che non gli è mai dispiaciuto troppo, che non esagera con gli alcolici e ama i frutti di mare.
Vuole portarmi a mangiare zuppa di pesce, una di queste sere, ha detto, quando sarà caldo.
Nella vecchia autoradio ha infilato una cassetta, una compilation di musica italiana.  Le cassette le tiene, in ordine alfabetico, in una di quelle custodie di plastica colorata dove dentro ci finiva qualunque cosa tranne quella cassetta, l’unica che volevo ascoltare. E dentro, Vince ci tiene anche una matita, per riavvolgere nella bobina il nastro impazzito.
B, come Bazar, e in un clank clank è partita la canzone e il primo bacio dato a quel tizio di seconda effe del commerciale, quello di fronte alla scuola media, la mia, dove dal secondo banco e dal secondo piano, cercavo d’individuare, vagando con lo sguardo fuori dalla finestra, la sua testa, appoggiata pigramente da qualche parte, l’unica bionda e riccia.
C, come Cocciante, e Serena, e le lunghe chiacchierate sulle scale della palestra vuota che rimbombava di risate e pianti, i suoi. Serena, che alla fine del ginnasio pesava niente per quanta fame e rabbia aveva messo assieme.
D, come Dalla, mentre un lui di cui non ricordavo il nome, sul sedile posteriore di una Dianne verde pistacchio, m’infilava grosse dita nelle mutande.
F, come Fossati, che mettevo in attesa che arrivasse anche di un solo bacio sottinteso dal Professore di chimica dal colletto stropicciato, le dita gialle di nicotina e l’espressione da maschio adulto inappagato, e di cui era necessario m’innamorassi per non perdere i sensi dalla noia durante le lezioni.
G, come Guccini e il primo “cazzo in culo” autorizzato cantato a squarciagola attorno al fuoco tra salsiccia e vino rosso a fiumi, e la duna lì in fondo, e i suoi jeans durissimi che sbattevano contro il mio pube finché era necessario dire basta e farlo entrare -anche se non voglio, anche se non è ancora il momento: purché si faccia e basta.
L, come Lolli e la borsa con su scritte frasi ideologiche, e i quaderni e le frasi di Marx che in pochi avevamo letto e di cui tutti si riempivano la bocca. E le assemblee plenarie, il momento migliore per pomiciare in pace, ma mai con il più figo, perché il leader è sempre sul palco, ma magari con il suo secondo, quello meno bello, meno genio ma con una buona lingua.
M, come Mina, e Olimpia che ballava raccontandomi di sé e delle sue storie d’amore e io che stavo lì a guardarla, immobile, indecisa se dirle che mi faceva schifo oppure che l’amavo da morire, e io lì, seduta sullo sgabello del solito pianoforte con un giro di do tra le mani, che tanto andava sempre bene.
O, come Oxa e il trucco azzurro forte sugli occhi, i mezzi guanti neri di pelle rubati al mercatino e l’aria da ragazza ribelle, così ribelle che al sud i maschi ci diventavano matti per i miei occhi e i miei sedici anni, e avevano paura, e mi stavano alla larga, anche se ogni notte ancora mi vogliono.
P, come Paoli, e le onde del mare sui sassi, e il sale e la sabbia, e la calma apparente e papà, che per fare il romantico le regala una conchiglia e lei, che per fare la stronza la lascia lì in spiaggia.
T, come Tenco e i primissimi assaggi di una cosa che non prevedevo mi avrebbe tenuta in ostaggio per sempre: l’amore di cui ancora non afferro il senso e che mi porta sempre meno felicità e più dolore. T, come Tenco e sapere che anche un uomo così bello può morire, mentre il sole pallido mi guardava dalla finestra e il giradischi bianco s’incantava sempre sul più bello: ho capito che ti a... che ti a... che ti amo.
Attorno a noi le auto si affannavano in cerca di vie d’uscita e strade vuote, mentre io e Vince andavamo a passo d’uomo verso il sole e l’autostrada.
Mi sentivo in colpa, ma solo a momenti.
L’avevo guardato a lungo mentre ancora in pigiama e chino sul piano di noce della grande scrivania, sottolineava qualcosa sul libro, lasciando tutto il resto fuori, persino il cellulare, che vibrando furiosamente era finito in terra, e che accolto morbidamente dal tappeto aveva continuato a rantolare. Le sopracciglia un po’ aggrottate di Max si erano distese solo per un attimo, dopo aver dato una rapida occhiata verso la mia foto e i lilium.
Poi è ritornato su di sé e io sono uscita senza dirgli niente, nemmeno ciao.
Ero già oltre la soglia quando mi è arrivato alle spalle, si è voltato verso il corridoio, sorpreso, poi ha dato un’occhiata sul pianerottolo e di nuovo ha fatto qualche passo verso la stanza da letto, meravigliato, per ritornare verso di me, e chiudermi infine la porta in faccia.
Se la storia deve andare così perché stare a dargli spiegazioni?, perché dirgli che sto per mettermi nelle mani di qualcun altro, ai suoi piedi, in ginocchio.
Questo ha intenzione di fare la donna dopo un’ora buona di toilette, dopo che per tutta la notte non ha fatto che pensare a quale abito indossare, e ha deciso per lo stesso, quello del peccato originale, delle mutandine infilate in bocca e della corsa sotto la pioggia: quello del peccato, quello giallo ocra di cui sembra non riesca a fare a meno e che mi sta incollato addosso.
Le sue mani parlano chiaro.
Vince è un uomo che non ha nessun bisogno di alzarle, le mani. Né in segno di resa né di vittoria, né per dare un comando né per eseguirlo.
Sapevo già, varcando la soglia di casa, che su di lui avrei sperimentato entrambe le mie nature, quelle ereditate dal soccombente, mio padre, e dalla dominante, Olimpia. E lì, in auto, le sue mani si muovevano con tatto, come le parole, poche ed essenziali, e la voce, morbida e maschile.
Lì, con attorno il traffico cittadino e le imprecazioni, i manifesti volgari e le facce impaurite e stanche, le mie mani riposavano, come inanimate calle bianche, sul mio grembo magro e sterile.
Lì, in quel lento scorrere del tempo, ancora non immaginavo quali segreti, di lì a poco,  Vince mi avrebbe svelato. 

martedì 13 marzo 2012

Teresa e l'etica fraintesa


In attesa che la massa, messa lì al caldo cresca
vorrei fare un po’ di luce sull’uscita un po’ burlesca
sulla storia della pasta e la pigrizia che essa innesca.
La Signora, la Ministra, con la sua uscita grottesca
ha di nuovo provocato il mio essere manesca
e una certa nostalgia di politica farsesca.

Lei che è donna di carriera ed in più persona seria
credo proprio non conosca cosa sia poi la miseria.
Ci siam presi ‘sto governo come sola soluzione
a risolver tutti i guai di questa bella nazione
e ce l’hanno presentato come una salvazione
allo stato di debacle e di vera corruzione.





Come sola garanzia, e che oggi manco è poco,
la fedina inver pulita e lo studio approfondito,
la carriera che è uno schianto e il know how garantito.
Ma io dico che non basta se si crede che la pasta
possa accontentare l’ego di chi invece ha una testa
di chi ha anche studiato ed in piazza manifesta.

Lo so bene che bisogna dare tempo a ‘sto governo
Di studiare il giusto modo per uscir dal nero inverno
Ma io credo sia importante dare peso alle parole
evitare di cadere sempre nello stesso errore.
Qui parliamo di precari, di Signore e di Signori,
che non hanno tra i parenti esimi Professori.

Forse lei tra i suoi stipendi non riesce a concepire
quanto il non lavorare sia per noi da impensierire.
Chi domanda un contributo è alla fine un cittadino
è un essere vivente non un freddo manichino.
Il lavoro è necessario e non solo per mangiare,
la Ministra forse ignora cosa sia l’alienazione.

Risvegliarsi a quarant’anni senza più nessuno scopo,
le assicuro e garantisco che non è un mal da poco.
C’è in Italia anche qualcuno che ogni tanto dà di matto
e si lancia con coraggio dal più alto parapetto.
Qui in Italia, le assicuro, c’è un fottio di gente seria
c’è anche chi, da ragazzino, sognava una carriera.

Costruirsi un futuro e senza mai aiuto alcuno,
credo sia per molti qui, il più duro e alto muro.
Siamo stanchi e imbestialiti di dover restare a casa
Io per prima, garantisco, che non è una bella cosa.
Non sarebbe certo quindi per un piatto di spaghetti
che la gente smetterebbe di salire in cima ai tetti.

Non mi piace che si faccia poi di tutta l’erba un fascio,
fannulloni ce ne sono, ci han portato anche allo sfascio
ma mi pare, se non erro, che i ladri più esemplari
ce li abbiamo, mi perdoni, e sono i parlamentari.
Or non venga a far discorsi su sfigati e fannulloni
perché sa, siamo un po’ stanchi e non siamo creduloni.

Ora faccia la fatica di far qualche legge giusta
che almeno non mi umili a invecchiare da stagista.
Suggerisca a Confindustria di assumere per prima
che non pianga se il profitto non arriva proprio in cima,
che il benessere comune non rimanga una chimera
o qualcosa che mi serve solamente a far la rima.

martedì 6 marzo 2012

Teresa e la Valle contesa


Non sono io un’esperta ma solo pasticcera
e vedo questa cosa alla mia solita maniera.
Da giorni leggo e valuto di entrambi la ragione
ma poi nella mia testa resta solo confusione.
I dati non son certi e tutto è poco chiaro,
a parte l’evidente e illogico divario.


Fassino dice che, la linea arriva in Russia
qualcuno in catalogna o forse a Lione
mi pare che ciò basti a provar la confusione
la rabbia di chi ci vive e la loro indignazione.
I soldi chi li dà? L’unione Europea?
Questa è verità o una semplice chimera?




Intanto qui si parla ormai di storia antica,
dall’ottantotto a oggi è stata una fatica.
Son stati ascoltati tecnici e analisti
manager illustri e Guru ecologisti.
Tanti son contrari e han buone ragioni
ma poi entrano in ballo i soliti milioni.

E a confondere le idee e a fare distinzioni
a dividere l’Italia tra onesti e mascalzoni
arriva anche Scalfari e i razzisti suoi sermoni.
Come non bastasse la lega secessionista
a dar del nostro sud l’idea più pessimista,
e a metterlo sul fondo più nero della lista.

Ma io son casalinga, son solo pasticcera
i conti devo farli alla mia solita maniera.
Se il burro non mi basta, uso bianco d’uovo
se non ho più pinoli, io faccio un dolce nuovo.
Il fatto è che la storia coinvolge proprio tutti
è una question di sprechi e interessi farabutti.

So solo che io vado in giro in torpedone,
i treni regionali son stracolmi di persone.
Son sporchi e se “ti scappa” tu puoi solo sperare
di saltar giù dal treno in corsa per poterla fare.
Per andare a Milano il treno costa caro
convien sempre di più viaggiare in aereo.

Abbiamo autostrade sfasciate e ricucite
strade provinciali dei tempi delle bighe.
Han tagliato le pensioni e aumentano le tasse
per superar vincendo il momento dell’empasse.
Abbiamo ospedali che fanno impressione,
direttori sanitari che finiscono in prigione.

Intanto il Presidente non vuol sentir ragione
si rifiuta di sentire dei sindaci l’opinione,
e il povero Vaccaro portato in questura
vien cacciato dalla valle perché mette paura.
Intanto il Bossi padre fa minacce a morte
rimane in parlamento tra i ladri di corte.



La buona pasticcera cerca qualità e risparmio
non va dall’estetista o a farsi un nuovo taglio
per poi portare in tavola un tortino all’aglio.
Poi mi guardo indietro e ho la netta sensazione
che a dar molto fastidio a chi tiene il timone
sia solo il Movimento e la loro grande unione.



domenica 4 marzo 2012

Diario di LOLA, undicesimo giorno, acqua


Foto di: Brooke Shaden

Lo so che così ti faccio male.
A volte sono brutale e asciutta, molto più spesso sono solo distratta, inciampo e me la prendo con il tappeto che proprio non doveva trovarsi lì.
Come me la prendo con le unioni bianche e afone, con le mani che si abbandonano mollemente anziché stringersi più forte.
Comunque, la donna dell’appartamento di fronte non la vedo da giorni.
Sto lì in finestra a braccia conserte per delle ore ma di lei nessuna traccia.
Come Vince mi ha suggerito, tengo macchina fotografica e binocolo a portata di mano. Li ho messi su un tavolino di legno e osso, una perfezione decò trafugata da casa di mia madre e che mi ricorda un suo sguardo compassionevole, forse l’unico del repertorio, rivolto a una splendida orchidea ammalata di non so cosa.
Stanotte l'ho sognato, ho sognato Lalama.
Lo vedi? Quando pronuncio, penso, o come adesso scrivo il suo nome, le luci cambiano e prendono il colore della notte e di un night club. Esattamente uno di quelli in bianco e nero con il barman baffuto e i clienti con il “solito” in mano e la sigaretta tra le labbra, come l’uomo del bar che parlava con mio padre e come Vince.
Anche il silenzio s’interrompe e un blues ovattato si compone nella mia mente.
Ma nel sogno, però, non eravamo in un bar, no, c’entrava la mia auto anzi, le lamiere della mia auto.
Sentivo già l’odore pastoso del sangue, che misto a carburante e olio, esalava dall’asfalto ancora bollente per la folle frenata di cui, messa così e con la faccia schiacciata per terra, vedevo ancora i segni.
Vedevo anche la mia mano immobile, e i polsini della giacca chiara macchiati di sangue scuro, il bottone gioiello che penzolava attaccato a un filo sottile e io che ne seguivo il moto lento e costante. Destra sinistra, destra sinistra, destra sinistra.
Era un sogno in bianco e nero non fosse stato per le luci gialle dei semafori che, a intermittenza, risucchiavano la notte per pochi istanti. Buio luce, buio luce, buio luce.
Sentivo il cigolio delle lamiere, un gleng gleng circolare e stridulo, solcare uno strano silenzio, quello che solo la morte produce, e la neve. Mi trovavo nell’istante esatto della sospensione agghiacciante in cui chi guarda, si porta le mani alla bocca o spalanca gli occhi, o entrambe le cose, che vanno sempre bene prima dell’urlo.
Ma l’urlo non veniva perché nessuno, forse, spalancava gli occhi. Da lì non potevo capire nemmeno dove mi trovassi.
Finalmente mi raggiunse una voce concitata e poi subito un’altra più forte, e poi un rumore di passi, una corsa anzi no, due, passi raddoppiati che si avvicinavano al mio orecchio gelato dal sangue. Poi delle ombre e una forma più chiara, un paio di scarpe lucide e calze verde petrolio, una mano ampia che si avvicinava al mio viso e che profumava di lavanda.
Signora? Signora?, domandava la voce più chiara.
Perché lo hai fatto, Lola?, domandava l’altra, che però mi sembrava assai lontana.
Mi sono svegliata boccheggiante come dopo una lunga resistenza, al centro della notte e della mia stanza. Vivo quasi ogni notte questo stato da annegata. Ho percorso il profilo della stanza illuminata dai lampioni e lentamente il respiro si è calmato per restituirmi al sonno. Max e il suo respiro calmo erano di là, in studio.
È che qui, e ora, vedo tutto in chiaroscuro.
Continuo a domandarmi quand’è che il cielo ha assunto questo colore grigio e i colori tonalità sanguigne. Quando è stato che il mondo ha smesso di guardarmi e ha preso a passarmi avanti se sono in fila alla cassa, e a non servirmi con garbo quando entro in un negozio per fare acquisti. Mi domando quando è stato esattamente che il mondo ha smesso di rispondere al mio saluto. Io non lo ricordo.

Stamattina, Max è rimasto a lungo abbracciato al mio cuscino. Stavo dietro la porta ad ascoltarlo sussurrare il mio nome in un lamento, e sono rimasta lì ad arrotolarmi i capelli tra le dita per controllarne distrattamente le punte. Un’abitudine adolescenziale dura a morire quella di passare sui cadaveri degli altri e torturare capelli.
Pronunciava il mio nome sorprendendosi ogni volta. Lo-la, Lo-la...
Non potevo certo interrompere quell’ammissione così inaspettata e interessante.
Quando è comparso in cucina, fingevo un umore distratto e disegnavo con le dita smaltate rosso carminio, cerchi ed ellissi. Poi ho spostato il mio peso da una finestra all’altra per simulare un’impegnativa verifica sulla buona riuscita delle tende nuove e infine, e sono rimasta a osservarlo, in piedi tra la finestra e il tavolo.
Anche un cucchiaino tra le dita di Max acquista un che di necessario.
Prima lo guarda, lì poggiato trasversalmente sul piattino e inerme, poi lo prede per soppesarlo a lungo -anche se è quello di sempre, di ieri e di domani-, lo tiene con cura tra i polpastrelli sottili e lunghi e poi lo immerge delicatamente nella tazzina per iniziare a girare, raschiando appena sul fondo, con ritmo regolare: dlink, dlink. Dopo aver verificato se è ben zuccherato, non troppo caldo e non contiene cianuro, porta la tazzina alle labbra e butta giù con un unico sorso deciso, come se quella lunga preparazione lo avesse stremato. Infine, si guarda attorno soddisfatto per riprendere subito tazzina e cucchiaino, e tirar su fino all’ultimo goccio di caffè denso di zucchero.
Finita l’operazione, mi ha letto gli appuntamenti in agenda ed è andato a prepararsi.
Sull’ingombrante scrivania c'era una bottiglia di bourbon aperta accanto a un libro di economia sottolineato con la solita precisione.
Il tratto certo e l’insindacabile giudizio sono da sempre la sua stampella, come per me la distrazione.  
Il computer era in stop e non c’era password.
No, non voglio alimentare questo dramma borghese andando in cerca di lettere e di parole sicuramente identiche alle mie ma solo scritte da un’altra. No, non ci ho guardato, ho solo lasciato che la scritta a intermittenza m’ipnotizzasse per un po’.
Anch’io non riesco mai ad andare al di là di quel “ti amo” incisivo, pur sapendo che prima o poi, lo dovrò declinare al passato.  
Non capisco mai per tempo, o non me ne ricordo, che della storia –il cuore, l’amore, il dolore- resterà solo quel ti amo immobile e ingombrante.
Nell’emozione di quell’attimo non voglio pensare che la camera buia, il suo braccio nudo illuminato solo dall’abatjour, i piedi lunghi che tradiscono nella penombra l’intenzione a muoversi -e a farlo presto-, il fremito che lo attraversa e cerca spazio -e deve trovare presto un’uscita per non esplodere-, si sono già dileguati, perduti tra oggetti, storie e facce, che ingombrano il mio e il suo passato. Un passato così prossimo da essere a un minuto di distanza da me, eppure già dimenticato.
Anche la sua voce non è più la stessa, le parole si sono scambiate di posto e confuse tra loro, e tutti quei vieni qui, aspetta, arrivo, da promesse e inviti si sono alterati in acidi ammonimenti quotidiani.
Da qui, non si torna più indietro, lo so.
Chiederò presto il divorzio.
Anche stamattina sono stata sul punto di farlo, quando prima di uscire è rimasto sulla porta a fare l’elenco di ciò che non poteva dimenticare: portafogli, telefono, uno o più “I” qualcosa, compresse per l’emicrania, ombrello e sciarpa, chiavi di casa e della macchina, telecomando del garage, deodorante e preservativi. Sì, è da un po’ se li porta dietro e la sera li lascia in bagno bene in vista, accanto ai rasoi a lama, in fila sula marmo e in ordine di grandezza, puliti e lucidi come quelli di un killer seriale.
Ho provato a dirgli qualcosa anche mentre aspettava l’ascensore, il viso reclinato in basso e lo sguardo concentrato, la mano lasciata sulla maniglia, impaziente di dare il via alle consuetudini quotidiane.
Ci ho provato anche dopo, quando l’ho chiamato, ma forse non c’era campo perché non è riuscito a sentirmi.
Qui c’è silenzio e questa umida penombra invernale mi deprime.
Voglio un orizzonte rotondo e ampio laggiù, voglio un altrove dove ci siano solo cielo e mare, e piccoli uomini e donne in fila indiana, ordinati e vestiti di bianco, che cantano e bruciano incensi agli Dei.
Voglio un “laggiù” che depone tutto nelle mani di qualcun altro, dove la beatitudine risiede nelle piccole cose, nel gesto fine a se stesso, dove si ragiona solo in termini di fortuna, e non di volontà, di punizione giusta e di cieco affidamento.
È sempre stato così. Qualcuno mi ha concesso un libero arbitrio di cui non so che fare.
Non voglio più essere io a decidere e a lottare.
E un giorno, Max ha tracciato una linea, perfettamente diritta, tra ciò che per lui è giusto e ciò che non lo è.
Voglio dormire tranquillo!, mi aveva urlato.
Voglio dormire tranquillo io, e non voglio che mia moglie vada in giro con un collare, come una cagna!
Si prese una lunga pausa, doveva deglutire e pensare.
Io guardavo fuori un sole settembrino appena pallido, avevo ancora il soprabito addosso e, agganciato alle dita, il manico di raso di una busta elegante con dentro un paio di scarpe nuove dal tacco così sottile da ferire al primo sguardo. 
Ancora piena dell’incanto di una giornata felice, di un lungo vagabondare per le strade del centro alla ricerca di me stessa riflessa ovunque, non riuscivo a guardarlo.
Le avevo cercate a lungo le scarpe giuste per trovarle in un negozio da cubista, uno di quelli dove quando ci entri si fa improvvisamente notte, uno spazio angusto illuminato da luci psichedeliche, la musica sparata al massimo e i commessi che parlano tra di loro urlando qualcosa d’incomprensibile e inutile masticandoci assieme una gomma.
Voglio stare sereno!, mi urlò di nuovo per lasciare che quel “lo sai”, aggiunto dopo avermi puntato l’indice addosso, mi si tatuasse bene in mente.
A quel punto era scomparso anche il ricordo del mio sorriso nelle vetrine, e il raso cominciava a segarmi le dita: il peso inutile di quelle inutili scarpe era come piombo.
E anche quel giorno ci accomodammo pigramente in un silenzio assenso cambiando d’improvviso sguardo e discorso.
Io e Max siamo animali della stessa razza.
E alla fine non arriva mai il momento di mandare tutto a puttane. Ciò che abbiamo costruito vale molto di più che inscenare certe fantasie, mi ripeto da quando ho memoria.
Allora rimando a domani perché è un casino rivedere e dividere, svuotare librerie per riempire scatoloni, mentre la musica di quel cd riempie la stanza -quel maledetto cd finito come sempre in un’altra custodia impolverata-, e io mi lascio inebetire da un ricordo, uno che se non era finzione non assomiglia neanche un po’ al dolore che sento adesso. Quello ieri che se non era un sogno non ha nulla della paura che sento ora, appesa a una rupe, ferma immobile in attesa di un’idea qualunque pur di salvarmi, e alla fine, mi dico che restare qui va bene lo stesso. Me lo dicevo senza fiato all’inizio, quando solo a guardarlo il mio ricominciare daccapo mi girava la testa. Ora, il “va bene lo stesso” me lo ripeto aprendo gli occhi ogni mattina, voltandomi dall’altra parte di notte, per non sentirlo, mentre come me, si ripete le stesse identiche parole.
Le ombre hanno già divorato la stanza e io non ho voglia di accendere la luce.

venerdì 2 marzo 2012

Teresa e la scomparsa inattesa

Intimi ricordi di canzoni e falò


Per me van via di colpo infanzia e adolescenza,
i primi baci timidi e la giovane insolenza.
Van via file allo stadio con l’ansia d’incontrare
quello di quarta “C” che volevo baciare.
Spariscono collette “ma che c’hai cento lire?”
per comparar di Lucio Dalla l’ultima canzone.

E van via anche con lui pomeriggi pigri e lenti
davanti a una versione, a verbi e ad accenti.
Il ricordo e il sapore di un gelato al limone,
di un falò in riva al mare e del deluso amore.
Ma l’America è lontana dall’altra parte della luna
e da lì il mio domani non mi faceva ancor paura.


Ancora il mio futuro non sembrava di vetro
o potesse venir giù come un vecchio presepio.
Anch’io ero ragazzina col cuore in allarme
le parole di quel pezzo come unico calmante.
Anch’io non conoscevo la strada per le stelle,
il desiderio sì di lui e anche della sua pelle.

E chissà poi domani dove metterem le mani
no lacrime non fermarti, ti prego, fino a domani.
E tutti stiam da allora ancora aspettando
il Natale tre volte l’anno e festa ogni giorno.
Quando tutti quegli uccelli faranno ritorno
e ci sarà cibo e anche luce tutto l’anno.

Chissà che fine ha fatto quel vecchio giradischi
Il mangiacassette rosso e i vinili pieni di raschi.
Che fine avranno fatto gli amici in canadese
le nostre prime ciucche e le fughe all’inglese.
Non so cosa sarà, ma so quello che è stato
ricordo certi tempi e l’indelebile passato.

Son triste, sì lo ammetto, e me dispiace tanto,
lasciar andar con lui quei tempi dell’incanto.
I quaderni a quadretti su cui segnare accordi
parole e melodie e ragazzini disaccordi.
Le canzoni da cantare in gita a fine anno
e tante belle idee che chissà germoglieranno.