venerdì 27 settembre 2013

Deriva #36 #derivaditwitter: Effetto scopata evitabile

Solita premessa: il presente post racconta il peggio di Twitter. I buonisti sono pregati di guardare altrove. Grazie.  

Vendette trasversali, invio di Troll, aggressioni di hater, malelingue in DM.
Ma anche, perché no, corteggiamenti più o meno lunghi che mirano soltanto al follou back. Proprio come si fa in amore, molti  lavorano di persuasione e ipocrisia fino a farci capitolare. Rituit continui che ti senti un genio, complimenti e smancerie che nemmeno il direttore editoriale di una mega casa editrice commerciale, e stelline, interazioni continue, menzioni, baci, buongiorno umidicci, Follow Friday come se piovesse. Poi, dopo, il nulla. Una volta ottenuto il follou back si danno che è una bellezza, come il maschio alfa in un villaggio vacanze prenotato soltanto per andare “in buca” il maggior numero di volte. Tu stai lì a farti bella nel costume più sexy che hai, e lui, in spiaggia, nemmeno ti saluta.  
Per chi non avesse mai letto le mie #deriveditwitter consiglio una lettura dei precedenti post, chi invece mi conosce sa esattamente a cosa e a chi mi riferisco.

Sono io in malafede?
Non credo. E comunque in questo caso le parole servono a poco, sono i fatti quelli che contano.
È ovvio, è chiaro, è scontato, è noioso, estenuante dover ribadire ogni volta che questa è una MIA personale esperienza: affinché non vi offendiate, affinché non m’insultiate, e non aggiungiate al mio ciò che, di fatto, è vostro.
Certo, io ho anche la fortuna di avere un gruppo di seguaci fedeli e sinceri, di persone che dopo il follou back hanno mantenuto lo stesso atteggiamento di prima, che ho incontrato di persona e che ho guardato negli occhi, ma per il novanta % della flora e della fauna tuittera così non è.
Perché il più delle volte decidiamo di aprirci un account solo per raggiungere un alto numero di fan e avere maggiore visibilità: self marketing, commercio, ipertrofia dell’Ego, e basta.
Anche se i Troll affermano il contrario, che non ci sono regole e che in realtà Twitter è un mezzo per socializzare, il loro odio naturale, che si esprime negli attacchi ai singoli account con molto follouer, dimostra esattamente il contrario.

La fase di corteggiamento.
Se il narcisista di turno, uno come me che abbia più di mille follouer, si sa prenderlo come si deve, è anche facilissimo farlo cadere nella trappola della reciprocità: basta carpire la sua fiducia e, soprattutto, riempirlo di complimenti e di rituit.
No, io non do il follou back a tutti, come ho spiegato in altre derive, vedo tuitter come la finestra che affaccia su un grande condominio. Avete presente i condomini del sud, quelli di una volta, di quando non esistevano telefono e citofono e si comunicava soltanto di persona?
Ecco. Una marea di voci che urlano cose tra le più diverse, il più delle volte poco interessanti, frasi d’amore smielate in seconda persone singolare (e che francamente poco interessano a chi non è direttamente coinvolto), citazioni, comunicazioni di servizio, e gatti. Guardo, scorro sempre le TL di chiunque e mi regolo: se si tratta di scambiarci opinioni sul pranzo, o sapere quante volto il bimbo ha ruttato, francamente evito.

Ma Twitter non è Facebook. Twitter è un sistema automatizzato che offre maggiore visibilità a chi ottiene più rituit. Ossia fa piovere sul bagnato.
Faccio un esempio pratico per i neofiti di turno. Se una Twitstar che mi segue (ed è già un bel biglietto da visita) mi rituitta, è chiaro che tra i suoi diecimila follouer, almeno tre decideranno di seguirmi e almeno dieci mi rituitteranno a loro volta e se, tra quei dieci ci sono altre tuitstar, il rituit avverrà in modo esponenziale e comparirà su moltissime TL in modo del tutto automatico. La Star va quindi omaggiata a più non posso affinché ci rituitti spesso.
Chiaro no?
Se anche il Romanzo di un certo autore famoso non lo abbiamo mai letto, e neppure acquistato,  va da sé che lo commenteremo comunque positivamente menzionando la Star che, per pubblicizzarsi, rituitterà il commento alla propria TL dandoci la tanto agognata visibilità.
Che senso avrebbe quindi condividere i centoquaranta caratteri un “pari grado”, ossia uno che ha lo stesso numero di seguaci o anche meno? Nessuno, visto che semplicemente gli daremmo l’opportunità di acquisire più follouer e non di ottenerne noi. Ecco perché si rituitta sempre meno. Ed ecco perché io defollouo i leccaculo.
“È più facile insegnare a un idrante la teoria quantistica che cercare di spiegare il tasto RT” scrive stamattina  @becan65
“Il modo migliore per fare #FF è fare un retweet” scrive @lagazza
No, è che Twitter funziona a Caste.
Gruppi di persone che si favoriscono a vicenda, che fanno ogni settimana sempre gli stessi #FF, e che si prodigano per la Star di turno.
E vi pare che questo sia un mondo dorato rispetto a quello che c’è fuori? Un mondo dove la libertà e la sincerità, come molti Troll affermano, sono così energicamente perseguite?

Se così fosse, la GENTE ci seguirebbe solo perché siamo interessanti e non, come fa un’altissima percentuale di feisbukkiani approdati su Twitter, per avere il follou back (italianizzo per vezzo non per "asinismo").
Non chiamiamo comunicazione e interattività ciò che è soltanto opportunismo. La buonafede e la sincerità c’è, sì, ma è rarissima sia qui che sul finto amichevole Feisbùk.

La maggior parte delle volte la relazione con il tuittero è una perdita di tempo e uno spreco di tuit, esattamente come nella vita, quando quel tizio che ci sembrava fantastico la sera prima, un uomo sincero e sicuramente disinteressato, si rivela soltanto una scopata evitabile.

venerdì 20 settembre 2013

Deriva #35 #derivaditwitter: Effetto comitiva

Almeno fino agli anni ottanta andavano di gran moda le comitive. Gruppi di ragazzini dai tredici ai diciotto anni che si riunivano –dopo i compiti- per non fare altro se non del sano cazzeggio, e che i genitori guardavano con grande diffidenza: con la scusa di stare in gruppo si finiva spesso e volentieri a pomiciare sul sedile posteriore di un’auto (pericolosissima) o dietro il cespuglio dei giardinetti.
Ora non so se non ne vedo più perché sono cresciuta io (e credo sia plausibile), o perché ci sono i social network, sta di fatto che non mi pare di vedere nugoli di giovani in gruppo girare chiassosi per la città.
Allora ci dividevamo gli spazi per fascia di età, e non era difficile che ragazzi della comitiva dei “grandi”, che stava a tre metri da quella dei "piccoli", andassero a punzecchiare ginnasiali più alte o esuberanti dei loro coetanei creando faide che duravano anni. In centro, invece, “compagni” e “fasci” erano separati dalla strada più alla moda e da un modo di vestire inequivocabile. Ma per tutti i generi di comitive, il meccanismo d’ingresso era sempre lo stesso, molto simile a quello di un’iniziazione a una setta massonica.
I “tipi” da comitiva erano anch’essi uguali per tutti. Il più bruttarello, che non rimorchiando mai era costretto a sorbirsi a turno i drammi d’amore di tutte le ragazzine con l’ormone impazzito, il figo, che ci provava sempre e spesso ci riusciva, la “zoccola” quella carinissima, che ogni volta faceva l’errore di fidarsi del più figo, e ci cascava, il “saggio” capo spirituale indiscusso che decideva, tramando nell’ombra, le sorti dei nuovi arrivati. Infine c’erano tutti gli altri, il gregge obbediente e belante.

Il solito detrattore si domanderà che nesso ci sia tra la vecchia comitiva analogica e la #derivaditwitter. Invece io credo che il meccanismo non cambi molto, parlo del livello di conoscenza superficiale che si instaura qui sui social, e che alla fine è basato su poche informazioni scambiate tra un “ciao” e un “a domani”.
All’inizio, prima del Follow Back reciproco, è tutto uno scambio di DM e di bacini zuccherosi, di “ti lovvo” e di “sei impagabile” che arrivano a commuovere, poi, dopo un paio di settimane, tutto torna alla normalità, a sporadici “stellinamenti” e rarissimi Rt. Esattamente come in comitiva, che quando ci entravi, soprattutto se simpatica e caruccia, tutti ti stavano intorno e poi, tempo due settimane, non ti si filavano più.
Ma è umana la gioia incontenibile che ci prende al cospetto di una novità, e che si tratti di un’auto, un nuovo cellulare o di un amore non cambia molto, dura il tempo di un attimo e niente di più.
Certo, è ovvio, anche nelle comitive si cementavano amicizie, ma per lo più (confessiamolo) le abbiamo dimenticate sul lungomare di qualche luogo di villeggiatura, e nonostante lì per lì avessimo giurato eterno amore.
La superficialità è un male dilagante nell’era dell’informazione.
Ma è normale e fisiologico, almeno per me che credo con fermezza che contenuto e forma debbano andare a braccetto e che quindi, un social che ti costringe a una comunicazione limitata in centoquaranta caratteri, non ti lasci alcuna possibilità di scelta o di approfondimento. Ho incontrato spesso alcuni tuitteri fuori da qui, ma la cosa non è mai andata altre una conoscenza di superficie, forse perché io credo negli incontri “casuali”, nella magia del primo sguardo, nella scelta che si fa, tra tanti, di uno/a che ci colpisce per ragioni che nulla hanno a che fare con l’aspetto fisico o affinità culturali o musicali.

Nelle comitive ci sono le gelosie e così si Twitter.
Che cosa possono fare un gruppo di adolescenti, che come massima preoccupazione hanno la versione mensile di greco e l’interrogazione settimanale, se non innamorarsi ogni giorno? Amori devastanti soltanto a parole e che durano al massimo un pugno di mesi, che si nutrono di gelosie e battibecchi, e che si concludono, in entrambi i casi, per l’arrivo di una novità, normalmente messa in una PIC con grandi tette o un’esplosiva intelligenza unita a sferzante sarcasmo e a un numero enorme di follouer.
E il pettegolezzo?

In comitiva si arrivava a liti furibonde che sfociavano in vere e proprie zuffe e botte da orbi. La voce invisibile delle malelingue s’insinuava come un virus tra i componenti del gruppo. Gli “errori” del passato della giovane accolita, ingigantivano, passando di bocca in bocca, per trasformarsi in sbagli colossali da condannare a vita: una canna fumata nel bagno della scuola, e ti additavano come tossico, un passaggio in auto dal ripetente di quinta era il marchio perenne dell’adultera, un furto alla Upim, e ti trasformavi a vita in “Giovanna la ladra”.
Forse perché bisogna dare un’etichetta a tutto e ci si sente più tranquilli a incasellare per bene chiunque, che anche su #Twitter si formano gruppi che si rituittano soltanto tra loro, che adulano il proprio “amico del cuore” con #FF il più delle volte improbabili e raccapriccianti, di account pronti ad aggredire chiunque parli male degli amici e che raccolgono informazioni da andare a riferire al capo spirituale, un leader digitale nascosto da nickname e del tutto orfano di una vita reale da leader, ma tanto pieno di sé da attrarre una buona quantità di tuitteri con battute sempre e soltanto sarcastiche.

Come quando ero ragazza, però, anche su #Twitter viaggio in solitaria, guardo e osservo, rituitto spesso e mai per piaggeria. Normalmente diffido di chi fa troppi complimenti: ho sempre avuto pessime sorprese dagli innamoramenti improvvisi. Viaggio con la convinzione che se parli male di loro parlerai male anche di me, per cui mi tengo alla larga da chi, credendo di farmi un piacere, digita DM che sprizzano veleno e mi spezzano il cuore.
Ecco perché per me #Twitter è soltanto un gioco divertente. Si fanno scoperte, a volte, persone che magari credevo piene di boria e che invece si rivelano umili e umane, gente che la propria onestà intellettuale la mette anche sul web, sì, ma quante sono?
So già che gli ottimisti non saranno d’accordo con la mia visione, ma d’altra parte scrivo #derive proprio perché al peggio non c’è mai fine...  



mercoledì 18 settembre 2013

L'Italia non è un Paese per Master

La domanda più frequente è: come faccio a capire se il mio Lui è un Master?
E io ho sempre pronta la stessa risposta: dovresti imparare a riconoscerlo.
Comunque, se si cerca con attenzione in rete, tra le varie banalità e racconti mal scritti, è anche possibile trovare spunti molto seri sull’argomento, ma in fondo, basta soltanto ragionarci un po’ sopra e lasciarsi guidare dall’istinto.
Il sadomasochismo, o BDSM, derivazione più in voga che io non amo, e che addolcisce il termine solo con l’intento di slegarlo dalle patologie mentali legate al termine “sadico” e “masochista”, nasce e si sviluppa in Giappone e si diffonde in Germania nel dopo guerra, guarda caso in due paesi dove ordine e disciplina, rispetto per la cosa pubblica e filosofia, sono tenuti in grandissima considerazione. Mettendo da parte la questione del fascismo e dei poteri totalitari, possiamo comunque dedurre che alla base di chi pratica il sesso estremo ci sia, primo tra tutti, il rispetto per le regole.
Al Master si richiede un livello culturale medio alto e non per snobismo, ma perché per comprendere il sottile legame tra dolore e piacere, che ripeto e non mi stancherò mai di farlo, non è puro esercizio del dominio o peggio ancora cieca violenza gratuita, ma controllo e disciplina all’interno di un gioco deciso in totale “accordo” tra due o più persone, ci dovrebbe essere in primo luogo la conoscenza della filosofia da cui esso nasce.
La pulizia, l’ordine mentale che si rispecchia in quello personale, la cura dei particolari, la puntualità e la coerenza, sono segni di riconoscimento imprescindibili. Perché non possiamo separare la “persona” da ciò che “pratica”. Il Master ragiona sempre come un Master. Non è che una volta terminata la sessione si trasforma in qualcos’altro. Questa, è una pratica che si basa su bisogni reali non sul prurito passeggero di un momento.
La camera da letto di un Master dovrebbe essere un laboratorio scientifico dove sperimentare giochi di piacere, non un luogo disordinato o peggio ancora sporco.
Il Master insegna e conduce il partner alla comprensione e alla scoperta di zone inesplorate della mente e del corpo, a lui si richiede forza ma anche estrema dolcezza, coinvolgimento e compassione, ma anche freddezza e intolleranza per tutto ciò che è pressapochismo o superficialità.

Ecco perché l’Italia non è un paese per Master.
Io provoco, ormai lo sapete, ma in questo caso sono seria come mai mi avete vista. Perché questa è una pratica che ha a che vedere con la salute fisica e mentale di chi la conduce e di chi la subisce, e non sono poche le storie che si sentono di “giochi erotici” finiti male, soprattutto adesso che, grazie a certi romanzi, il BDSM ha preso la forma di un lecca lecca dolciastro e rosa confetto.
Ci vuole serietà e grande senso di responsabilità per dirsi un buon Master, e più valuto la questione da qui, più guardo ai “fatti”, alle promesse non mantenute, alle parole date e dimenticate, ai ritardi, al pressapochismo e la superficialità con la quale in questo Paese si tratta l’animo umano, più sono convinta si possano contare sulla punta delle dita di una mano sola i Master “esperti” presenti sul territorio.
Negli anni, alla ricerca di storie estreme da raccontare, ho incontrato molti Master, e non a caso non sono andata mai oltre un drink e qualche parola. Il più delle volte mi è bastato vederli imbarazzati o semplicemente eccedere con l’alcol.
Leggendo tra gli annunci anche di siti piuttosto seri, si trovano sempre meno Master esperti e sempre più di praticanti del bdsm soft. E questo è un male. Il praticante “soft” termine che mi fa venire l’orticaria soltanto a pronunciarlo, sarebbe quello che cerca piccanti variazioni al sesso Vanilla, un po’ di spanking, un buon contorno scenografico che sa di carnevalata, pantaloni di pelle e cinture borchiate, e il chiaro scopo di praticare gratis un po’ di sodomia. Questo è tutto fuorché S/M dove la penetrazione può essere anche esclusa del tutto.
Il Master ha studiato e bene, ed è in grado di riconoscere i propri limiti, e quelli del proprio partner anche quando li vuole superare, perché una volta varcato il confine è assai difficile tornare indietro.
Non esistono manuali del perfetto Master, e m’impensieriscono le “keyword” registrate dal mio Blog, perché significa che in tanti vogliono praticarlo e cercano consigli utili on line. Ma fidatevi, questa è roba che si comprende solo praticandola, solo affidandosi a qualcuno con grande esperienza, autorevolezza e self control, consapevolezza e tatto, ragione, tanta, e senso della misura.
Le regole, lo sanno anche i bambini, vanno dettate prima della sessione e mai più ribadite. Non possono essere confuse, ci vuole chiarezza e non balbettii emotivi. Le regole non si possono cambiare di continuo, così come la SAFE WORD che deve essere inequivocabile e distinguibile tra tutte le altre e pronunciabile in ogni momento e in qualsiasi posizione.

Insomma, sì, il Master può essere tutti i luoghi comuni che avete sentito su di lui ma anche nessuno, il sadomaso, o come preferite chiamarlo, richiede sicuramente un duro lavoro di autocontrollo e autodisciplina, di un “rapporto” tra dominante e sottomesso, che lo qualifichi più di ogni altra cosa. Ci vuole conoscenza profonda dell’altro, della sua psiche e dei suoi desideri.
Non fidarsi mai del primo venuto è la regola numero uno, perché farsi prendere la mano, può costare una vita.

venerdì 13 settembre 2013

Deriva #34 #derivaditwitter: Ipertrofia dell'ego

Secoli fa al Festival di Taormina recitai in uno spettacolo con la regia di Walter Manfré dal titolo “Le confessioni”. La pièce, all’epoca piuttosto sperimentale, consisteva nel monologo iniziale di un prete sui generis interpretato da Lino Capolicchio, recitato a ventiquattro spettatori, divisi in numero pari tra uomini e donne e seduti ognuno accanto a un inginocchiatoio. Noi attori, ventiquattro, e sempre divisi per genere, recitavamo i nostri peccati/monologhi cambiando ogni volta spettatore al suono di una campanella.
Sorvolando sull’esperienza in sé, il divertimento di stare a pochi centimetri dallo spettatore, gli interventi sconclusionati degli stessi e la compassione sincera che leggevo nei loro occhi, ciò che capitava a tutti era che, giunti più o meno alla sesta confessione, avevamo la sensazione di aver già ripetuto la stessa parte e allo stesso spettatore.
Qualcuno entrava in confusione e si guardava attorno indeciso. Una volta una collega si alzò e sparò il colpo di pistola finale e non eravamo che all’ottavo monologo.
Era ovvio che avessimo la sensazione di aver già recitato il brano: di fatto era così.
La stessa cosa mi pare di vivere su Twitter.

Al di là degli hashtag come #sapevatelo al quale soprattutto i neofiti si affezionano, o ai triti e ritriti “c’è una vita al di fuori di Twitter”, o il “se non twitto non sono morta, semplicemente vivo” eccetera, il tormentone più in voga è di condannare l’Ego altrui e di vedere, nel narcisismo praticato sui social media, una malattia epocale. Se anche fossi perfettamente d’accordo, e lo sono, penso che, lanciato da un social, questo allarme risulti più come uno “spostati da qui perché il tuo ego mi fai ombra”.

Credo si debba prendere atto che ciò che prima era appannaggio di pochi, ossia il mezzo di comunicazione, oggi è alla portata di tutti. Certo, non tutti sono in grado comunicare in modo efficace, non tutti tirano fuori tuit esilaranti, non tutti sono tuitstar... ma molti possono diventarlo. E il fatto che alcuni utenti come blogger e scrittori esordienti, vengano chiamati sempre più spesso a partecipare a trasmissioni televisione, ne è una prova.
Questa è una realtà incontrovertibile, che porta sempre più persone a sgomitare per raggiungere la meta, che in questo caso consiste nell’ottenere più follouer e quindi più consenso.
Qualunque sia il nostro mestiere siamo qui a rosicchiare fette di pubblico, a guadagnarci RT tuffandoci gagliardi nell’onda anomala del #TT con giudizi tranchant, ironici a ogni costo, simpatici o pieni di doppi sensi.
Che il consenso che cerchiamo sia affettivo o letterario alla fine poco importa. Che ci sia qualcuno che frequenta tuitter solo per fare amicizia o perdere un po’ di tempo poi, è un’eccezione.

In un pugno di anni, l’intellettuale, artista, pittore, attore o musicista, da “eccellenza” di grande esperienza e Guru autoritario, si è ritrovato circondato da sconosciuti spesso nascosti dall’anonimato che, scartabellando rapidamente le vaghe informazioni del web, sono in grado di rispondere prontamente alle provocazioni e di millantare (non sempre) una cultura impeccabile. Ciò crea una sensazione di disagio che mette i primi, quelli che hanno studiato e hanno fatto gavetta, nella condizione di denunciare il narcisismo diffuso e a loro avviso immotivato: non c’è nome, non c’è curriculum, non c’è ragione e così via, e gli altri, quelli che accumulano follouer sulla base del nulla, nella posizione di doversi difendere: ma chi cazzo TI credi di essere?
Il rispetto per l’effettiva statura dell’altro o la sua esperienza, la considerazione dell’altro da sé più in generale e quindi la capacità di stare zitti ad ascoltare, qualunque sia l’esperienza del nostro interlocutore, viene completamente annullata dal fatto che chiunque, vigliaccamente, può dire la propria opinione e trovare approvazione in un vasto pubblico di propri pari.
Il narcisismo su #Twitter può diventare veramente patologico e trasformarsi in disagio prima in odio poi, e se “odio” vi pare una parola troppo forte sappiate che questi tizi sono già stati battezzati in rete come “Hater”. #Twitter è perciò l’esempio lampante di come dal nulla si può creare il nulla sentendosi qualcuno.
Qualsiasi argomento può rischiare di accendere la miccia dell’odio collettivo che, malvestito da “ironia”, da l’opportunità a migliaia d’imbecilli di ottenere consenso da altrettanti imbecilli. Perché fateci caso, sono sempre i centoquaranta caratteri più cattivi, più disumani e condannabili i più Rituittati.
È la lite, è il dissenso, è la capacità di dire: tu non capisci un cazzo, al giornalista di turno che ci fa sentire protagonisti di un’esistenza il più delle volte, purtroppo, fallimentare.


Gillo Dorfles in un articolo illuminante dal titolo “Ipertrofia dell’io: egocentrismo o intolleranza?” scrive: “Tolleranza non è che ammettere che il prossimo possa essere in buona fede; che il proprio comportamento possa risultare altrettanto sgradevole di quello altrui; che gli errori degli altri non siano forse maggiori dei nostri, ecc. Ma significa anche: non inalberarsi se il prossimo non condivide i nostri gusti, le nostre inclinazioni socio-politiche-religiose, ecc”.

Ancora una volta la colpa è di chi ha gettato questo #Paese nell’anarchia, che ha deregolamentato l’accesso al mondo del lavoro, il poco che c’è, facendoci credere che basta il colpo di fortuna e l’accumulo di follouers a fare di noi un “personaggio”. La responsabilità è dei critici, dei giornalisti e di tanti intellettuali che si sono accontentati di mantenere intatto il proprio nome e il proprio posto di lavoro anziché analizzare seriamente e denunciare, ciò che a partire dagli anni ottanta ci ha condotto all’intolleranza verso chiunque la pensi diversamente da noi. E se recuperassimo anche un po’ di buona dialettica anziché chiudere qualsiasi conversazione con un volgare “sticazzi”, potremmo forse imparare a rigeneraci e a distinguere chi veramente “sa” da chi semplicemente “mostra”.

giovedì 5 settembre 2013

Deriva #33 #derivadellaseduzione: La strategia del Lumacone

Veramente duro il mestiere del "predatore da spiaggia". Molto in voga dal dopoguerra agli anni sessanta, epoca della liberazione sessuale, e che credevo ormai del tutto estinti, i “Lumaconi” si aggirano in tenuta estiva alla ricerca di un affetto che vada oltre i pixel dei social network, che abitano sicuramente coperti da anonimato.
Quest’estate mi sono messa d’impegno per scovare, e studiare, le manovre di aggancio in spiaggia, come sempre l’ultima e libera, guardando il castello Odescalchi e la riserva del WWF.
Il lumacone, termine veramente giusto, vista la scia di bava che il nostro protagonista in boxer fluorescenti si lascia dietro, è visibile anche a occhio nudo e a uno sguardo disattento.
Di norma solitario, si aggira per le spiagge già di primo mattino in cerca di signore possibilmente sole, o con figli urlanti al seguito cui dare immediato soccorso. 
Mai troppo bello, in linea di massima abitante del luogo ed estremamente paziente, il lumacone può essere anche utilizzato dalla MILF di turno (Mother I'd Like to Fuck) come baby sitter, trasportatore di lettini, piantatore di ombrelloni, o gonfiatore di materassini, braccioli e ciambelle. In seguito, se l’amicizia dovesse cementarsi, e senza naturalmente che si arrivi mai a un nulla di fatto, potrà essere comodamente utilizzato come pedalatore di pedalò, falciatore di prati, trasportatore di buste della spesa e pagatore di cene per signora e pupi al seguito.
Perché sì, un po’ se la cerca e quindi e va punito.

Il lumacone cammina con zainetto e ombrellone sul battigia finché non trova il territorio di caccia più giusto (sempre domandando perdono alle femministe toste), ossia il pezzo di spiaggia dove ci siano almeno tre delle rappresentanti del genere femminile in questione. Mai gruppi troppo folti di giovinette, con le minori si rischiano la galera e soprattutto la presa per il culo a vita, e mai zone dove ci siano troppe famiglie il cui sguardo potrebbe seriamente compromettere le manovre di avvicinamento e attaccamento di bottone.
Con sguardo clinico studia il territorio dietro occhiali sa sole scuri e ciabatta rumorosamente sull’arenile, con piedi rigorosamente a papera, fin dove si spingono i bagnanti, fingendo un’innocua passeggiata. Una volta trovata la zona propizia, il nostro eroe stenderà il telo (sempre nuovo, colorato e bello grande), in modo equidistante dalle tizie papabili, tirerà fuori creme solari di ogni tipo (possono sempre servire come gancio) e un bel libro, grande grandissimo, che gli dia un tono intellettuale disinteressato, e che gli servirà come diversivo.
Non manca mai il cellulare ultimo modello per immortalare, non visto, la sua donna ideale, e il suo didietro, da mostrare agli amici o postare sulla propria pagina Feisbùc, e per fare due chiacchiere con altri lumaconi che, in giro per altre spiagge e in altrettanti boxer sgargianti, sicuramente gli racconteranno una marea di fandonie sulle proprie succose conquiste estive.
Ride e fa il vago ma il suo è un lavoro veramente stressante visto che quest’estate, i due che ho preso in esame, pedinato e spiato, a parte me, che impietosita ho deciso di farmi offrire una cosa al bar, scappando poi vigliaccamente con la scusa di un allagamento casalingo, non hanno fatto che enormi buchi nell’acqua, il che, al mare è anche abbastanza scontato.

Una volta sistemato tutto l’ambaradan da spiaggia, si mette in moto con atletiche corse in acqua che facciano rumore e schiuma tali da renderlo inequivocabilmente visibile, e nuotate ardite in stili che, fisico e preparazione atletica, gli permetteranno di avanzare verso il largo di un paio di metri al massimo.
I tuffi, laddove fosse possibile eseguirli in sicurezza, sarebbero un gran bel biglietto da visita se non si concludessero, di norma, in schiumosissime panciate così rumorose da far voltare tutte le MILF della spiaggia.
Astenendosi da certe esibizioni, il lumacone eviterà di dover cambiare spiaggia ogni giorno.
Il mio personale lumacone, dal quale quest’anno sono riuscita a fuggire, e che mi ha poi perseguitata con sms piagnucolosi, è un over cinquanta di grande stazza e di presenza gradevole che si da arie da ricco affarista. Il che, visti i tempi, gli offre qualche chance in più.
In teoria, fossi stata libera, mi avrebbe invitata negli alberghi più esclusivi del Circeo, sulle barche più belle della costa, al Giglio e a Porto Venere, ma in pratica, mi ha riempita di chiacchiere assolutamente evitabili.
Non colto ma informato su tutto, crea ormai grande scompiglio e generale fuggi fuggi, tra le single frequentatrici degli stabilimenti del territorio e di tutte le spiagge libere.
Dotato anche di mini frigo, arriva subito al sodo con dei: posso aiutarti a spalmare la crema, posso lavarti i piedi, posso avere il tuo numero di cellulare sono una brava persona. Gioviale e gentilissimo, iscritto (a suo dire) nei club velici più esclusivi che però non frequenta perché “pieni di vecchi”, riesce subito a bloccare la vittima designata al proprio asciugamano. La rintontisce di chiacchiere sulla politica, citando a raffica frasi o interi articoli dei quotidiani che ha nel grande borsone, infilando qua e là, con una velocità da surfista, complimenti tali che per qualunque donna sarà difficile non sorridere di gratitudine.
Il suo difetto è la logorrea. Elargisce luoghi comuni anche in acqua, inseguendo fin lì, e senza chiederglielo, la gentile signora che sperava di potersi liberare della sua parlantina soltanto per una manciata di minuti.
È ossessivo come un amante geloso. Abitudinario come un marito. Permaloso come un bambino.
Non trovando l’oggetto dei suoi desideri esattamente dove l’aveva lasciato il giorno prima, lo cerca e lo scova a costo di marciare per dei chilometri, per esordire con un accusatorio: se non gradivi la mia compagnia bastava dirlo!!!, che crea nella vittima immediato sconcerto, senso di colpa e vergogna.

Quest’anno, nascosta da occhiali da sole e cappellone, l’ho visto un paio di volte gesticolare all’indirizzo di signore di bell’aspetto che, esattamente come me l’anno passato, si guardavano intorno, disperate, in cerca di aiuti esterni, o di un temporale fragorosissimo che le liberasse dello sgradevole compito di mandarlo a quel paese, quello, il più lontano, possibilmente oltreoceano, su ampie spiagge caraibiche, e a vita.