domenica 30 novembre 2014

Portrait: Uomo che prega

Nessuno gli domanda mai che cosa ci faccia ogni giorno al lago, sempre alla stessa ora e con il vangelo in mano. Nessuno si ferma a parlare con lui per domandargli soltanto come sta.
Lui prega, ogni giorno e sotto qualsiasi cielo. Che piova o ci sia il sole, vento caldo di scirocco o tramontana fredda, l’uomo prega.
È così raro oggi vedere qualcuno chinare il capo e inginocchiarsi, raccogliersi un attimo in se stesso e domandare un resoconto della propria esistenza, una ragione per i drammi vissuti, un perché delle inevitabili asincronie del tempo, dei qui pro quo assurdi, del caso, che ha portato una vita senza dossi a una sterzata improvvisa e fatale.
È così inconsueto vedere qualcuno pregare, oggi, che si preferisce pensare che quello sia un libro erotico ben celato da una copertina dal sapore mistico.

Siede sempre in fondo al marciapiede, esattamente dove il camminamento finisce, dove la passeggiata di tutti noi deve rassegnarsi a una brusca frenata e a un inevitabile ritorno.
Sta lì con lo sguardo chino dal mattino presto fino a mezzogiorno e un quarto, quando torna in parrocchia ad aiutare Don Pino.
Non ha un cane, nessun gruppo di amici.
Sul viso regolare un’espressione di perpetua meraviglia, come si sorprendesse ogni istante di essere ancora in vita.
M’incuriosiscono i destini tristi. M’incuriosisce chiunque abbia da fare i conti con se stesso. Che si ponga il problema di capire il senso della propria esistenza, che magari ci provi a stare in intimità con qualcosa che vada al di là dell’esibizione di sé. Che si racconti com’è andata veramente. Che sia onesto almeno una volta. Che non inventi scuse, nessuna attenuante al proprio destino bastardo, infame, crudele.

Non l’ho mai sorpreso con il cellulare in mano. Non l’ho mai visto alzare lo sguardo dal libro, né fermare il dondolio del corpo che accompagna la sua preghiera silenziosa.
Si chiama Agostino, nome di moraviana memoria, un nome antico che dopo di lui non avrà eredi in famiglia. Dicono non abbia avuto figli né altre mogli dopo Anna. Pare fosse una pittrice, una donna misteriosa arrivata al lago per poche settimane e rimasta per sempre impigliata tra le reti da pesca di Agostino e nel suo amore semplice.
Dicono sia un brav’uomo ma un po’ fuori di testa. Pare sia stato il dolore per la perdita di Anna a piegarlo.

E forse è proprio con lei che Agostino parla, è a lei che racconta le proprie giornate vuote, del tempo che si è fatto attesa, che si è fermato nell’assurda idea di un suo ritorno.

domenica 16 novembre 2014

Portrait: donna che scrive una lettera


Ripenso spesso a quei pomeriggi e al nostro tempo che sembrava sempre infinito. Al tempo non tempo che appartiene soltanto agli amanti.
Ricordo la camera che prenotavi, sempre la stessa. La gioia di trovarti sempre lì, sotto il salice, dopo la curva, dopo quell’attesa infinita. Perché noi venivamo sempre per ultimi. Noi due venivamo sempre alla fine, come il dolce, se proprio rimaneva spazio, tempo, testa.
In quelle due righe che erano diventate un’abitudine insopportabile, che volevano una bugia, in quel quotidiano “abbi pazienza” c’era tutto il resto, la mia e la tua vita, quella reale.
Noi due venivamo ogni quattro settimane se tutto andava bene. Un paio d’ore al massimo. Soltanto la prima volta fu per un intero pomeriggio.
Non c’era occasione migliore. Erano tutti via. I miei, i tuoi e perfino mia suocera.
Al lavoro avevi inventato una buona scusa e così mi portasti al lago. La cravatta sobria battagliava con il vento di tramontana e tu splendevi nel mezzogiorno autunnale.
Dicesti che ero il tuo sogno, la tua unica meta. Che ero la tua stella polare.

Erano tre anni che ci davamo da fare. Di sguardi, di dialoghi impacciati, di sfioramenti audaci e basta, in ascensore, tra gli scaffali, quando ci spostavano di reparto e potevamo stare assieme. Durante le assemblee sindacali. In sala mensa e subito dopo, fuori, quando domandare del fuoco per quella frettolosa sigaretta era l’unica occasione per guardarci negli occhi.
Eri stato chiaro sin dall’inizio. E anch’io. Si scopava e basta. Ci si raccontava anche, ma poco. Le imprese migliori, certo, quelle più folli, i segreti inconfessabili, le cazzate assurde di gioventù. Le cose, sempre le stesse che si raccontano gli amanti per riempire il tempo tra un’erezione e l’altra. Per respirare dopo tutta quella gioia, alla fine di quel godimento perfetto che non è ancora abitudine.
Mi prendevi sempre nel modo giusto, sempre alla sprovvista passandomi le tue labbra sul collo, alitandoci sopra parole sconce, cercando di toccarmi tutta partendo dai fianchi, guardandomi poi ogni volta come se non avessi vista mai, come se non mi avresti più vista poi.
Ricordo lo sfinimento e il nostro sorriso appagato.
La doccia obbligatoria che non avrei voluto fare mai. Il saluto frettoloso davanti agli studi di Cinecittà, nascosti come due imbecilli dietro grandi occhiali da sole.

Ripenso al perché non ti ho mai più risposto.
Perché sei stato una bella avventura e tanto basta. Perché se un amante è un amante, non lo è per sempre né per troppo. Perché voglio infilarti nella cassetta dei bei ricordi, della leggerezza adolescenziale, delle cazzate che si fanno in primavera. Non ti ho più risposto (nemmeno ho provato a farlo), perché gli amanti sanno quando il loro tempo non tempo finisce. E l’incanto era lì, in quella pensioncina sul lago, nella passeggiata sul molo, impacciati nel descrivere la meraviglia di quell’istante, senza parole davanti al lago che conteneva cielo e terra assieme.
La nostra storia era tutta lì, la salita ripida e gli sguardi, l’emozione che cresceva ogni volta. Il tavolino sottile accanto alla finestra, dove appoggiavo sigarette e posacenere, dove fumavo, dopo, mentre tu ti rivestivi senza fretta, mentre io ti guardavo così bello e non parlavo.
Una seduzione durata anni consumata in un attimo, sta qui tutta la bellezza. Non nell’avvicendarsi di stagioni sempre uguali. Di parole sentite mille volte, di cadenze, di giochi, di nomignoli. In pochissimi appuntamenti da ricordare per sempre sta la poesia che voglio, cui ripensare negli attimi bui della mia esistenza, quando mi mancherà la forza di urlare contro la sordità del mondo.
Nessun addio, nessuna scusa banale.

Nessuna risposta.

nella foto: Woman Writing a Letter
Koikawa Harumachi II (1789 – 1804)
fonte: Museum of Fine Arts, Boston

domenica 9 novembre 2014

Portrait: Uomo che fuma la pipa


Era elegante quando fumava la pipa. Durante quel rito pomeridiano era in grado di fermare il tempo. Tra la decisione di mettere il segno al libro e assaporare il tabacco passava un tempo lunghissimo. Anche tra una tirata e l’altra passavano pensieri, monologhi interiori, domande e recriminazioni.
Alzava lo sguardo verso la finestra sorprendendosi ogni volta che l’imbrunire fosse calato così in fretta. Poi appoggiava il libro sul tavolino e si guardava intorno, domandandosi come mai le ore fossero trascorse nonostante lui si fosse assentato per pochissimo. Sembrava lo dicesse ogni volta, giustificandosi per quella lunga assenza durante la quale aveva camminato a casaccio tra parole lette e pensate, tra strati di coscienza profonda e considerazioni razionali, perché si era lasciato trasportare dai ricordi che non trascurava mai di contemplare, comunque chino sul libro così da non darlo a vedere, forse per non farsi sorprendere intento a fermare una lacrima, o un sospiro.
Capivo che era di nuovo tra noi dallo sguardo ravvivato che osservava le fronde argentate degli ulivi agitare le braccia, che richiamavano la sua attenzione alla vita, alla morte che ormai era nei pressi, come diceva troppo spesso, che gli parlava con voce suadente, quella che ogni uomo infelice vuole ascoltare. La voce dolcissima della morte che sa tanto di vita a chi ha il cuore così afflitto da non saper più amare.
Aveva uno sguardo benevolo verso i suoi numerosi vizi. Che sarebbero stati quelli a ucciderlo lo sapeva benissimo, che fosse possibile evitarlo, invece, sembrava non lo riguardasse. Ma trattava con affetto il suo cardiologo. Per Natale gli inviava vini pregiati e pipe costosissime. Nonostante l’avversione del medico per il fumo. E forse proprio per quello. Anche il medico lo ricambiava, continuando a seguirlo, ossessionandolo con inutili raccomandazioni. Nonostante sapesse di averlo già perso.
            La scelta di pipa e tabacco, difficilissima, gli serviva per riprendersi dalla sorpresa e sorprendersi ancora nel vedermi sulla porta, intenta a fissarlo. Ogni volta si domandava chi fossi. Ogni volta quella domanda gliela leggevo in faccia, nel lampo dorato che si accendeva nel marrone dei suoi occhi: chi sarà mai questa ragazzina triste che mi osserva dal buio dei suoi occhi taglienti?
Poi, quando mi riconosceva, parlava. Mai della scuola, della mia recente pessima pagella, mai di fatti contingenti. Non parlava della mia fuga da casa, vano tentativo di farmi notare, da quell’angolo remoto in cui mi aveva riposta, magari per venire un giorno a riprendermi. Un giorno che è mai stato.
Però mi parlava, di fioriture e innesti, di quanto fosse più saggio avere paura dei vivi piuttosto che dei morti, dell’ipocrisia che rende mostruosa la gente, dell’avidità che la rende folle, della scaramanzia, che è la scienza degli imbecilli.
Mi sfotteva un po’ per gli anfibi enormi che portavo ai piedi, per le calze a rete strappate, per il suo cachemire che avevo bucato e indossavo come un trofeo, guarnito come una torta da un lezioso boa mal cucito sullo scollo tagliato storto.
Mi guardava con la tenerezza che si riserva ai cuccioli, riconoscendo in me la sana testardaggine dell’adolescenza e la temerarietà un po’ sciocca. Perdonava la mia distrazione, redarguiva la leggerezza che usavo nel ferire il prossimo. Se apprezzasse o meno il mio tentativo di distinguermi non lo saprò mai. Se oggi scommetterebbe su di me, nemmeno.

            A me basta rivederlo così, una sagoma oscura seduta nell’imbrunire che scuote la testa e ride tra sé della vita e del mondo intero, che alla fine è ciò che è, un attimo infinitamente breve di cui resterà poco e niente.

(l'immagine: Uomo che fuma la pipa, Paul Cezanne)