sabato 26 gennaio 2013

Deriva #16 Piatti di plastica o porcellane



I luoghi sono sempre gli stessi così come i personaggi: quelli invitati alla festa su nell’attico in via dei Condotti e quelli che, giù dabbasso, durante i Saldi, fanno la fila per far finta di voler scegliere tra il borsone o la sacca di Borbonese per poi accaparrarsi la busta vuota della Boutique.
Perché anche se cambiano foto e nickname, che siano intellettuali, politici o casalinghe, le categorie sono sempre quelle dei signori e degli arricchiti –e personalmente ho incontrato più signori tra i contadini e le badanti che viaggiano sul Cotral che tra i guidatori aggressivi di Suv.

È ovvio, e nemmeno dobbiamo ripeterlo, che ognuno è libero di fare ciò che più gli aggrada, ma non possiamo pretendere che gli altri approvino il nostro comportamento né tuittare i soliti e assai noiosi: e i cazzi vostri no?
No, perché viviamo in uno spazio comune e se non vuoi essere giudicato, tuitta con la testa e non perché ti freme il dito.

Sarà perché la mia educazione è stata supervisionata dall’occhio azzurro e vigile di una nonna nata nel 1908, elegantissima e allevata in un Collegio svizzero (e che non mi stancherò mai di ringraziare) ma credo che la buona educazione sia un codice comportamentale universale e che, come l’etica, non è soggettiva ma sancita e approvata dalla società, con qualche variazione geografica, ma più o meno sempre uguale.

L’altro giorno, per esempio –perché io no, non sono grado di stare zitta- mi sono trovata in un alterco con un tizio la cui PIC parlava già abbondantemente di lui e del suo “sticazzismo”, e che aveva dato della “troia” a una povera lavoratrice –magari in nero- che gli aveva servito della roba –a suo dire- troppo piccante.
Il tuit in sé rappresentava uno dei soliti inutili sfoghi che farne a meno non costava niente ma se posso giudicare eccessivo censurare parole come “puttanata” poiché non è lesivo nei confronti di nessuno ed è un termine che ha un senso esatto nella lingua italiana, non posso più tollerare l’accostamento continuo di noi donne ad attività di fellatio e a tutta la sfera erotico commerciale. E naturalmente –così evito altre polemiche con le femministe- mi altero ancora di più perché da ipocrita (tuittatore sotto nickname) usi il termine in modo offensivo quando spenderesti tutto ciò che hai per sollazzarti ogni sera con una rispettabile signora che il mestiere lo fa sul serio.
Ma l’aspetto scandaloso e che più mi ha fatto riflettere sulla #deriva in cui siamo, è stata la sua risposta: un conto è ciò che dico e un conto è ciò che penso.

Ricominciamo dalla base. Pensiero, parola e azione dovrebbero essere legati da un filo chiamato coerenza.
Normalmente dico ciò che penso, altrimenti sarei un ipocrita, ma spesso non posso dire proprio tutto (Voltaire insegna e Candido con lui) perché potrei pagarne gravi conseguenze, e fin qui, ci siamo.
Dire ciò che NON penso travalica ogni ragione possibile.
Dico ciò che non penso per fare del male e per ferire qualcuno.
Oppure per scrivere un tuit inutile.
Se quindi vengo lì a dirti che hai il membro invisibile, non ti devi offendere.
Perché se tua nonna non ti ha mai dato buffetti sulla bocca quando da bambino dicevi parolacce, visto che siamo in un NON luogo pubblico, allora io ho tutto il diritto di alterarmi. E soprattutto, se un domani qualcuno darà della lavoratrice di bocca a tua moglie, non ti arrabbiare: non lo pensa.

Siamo sempre lì.
Il concetto di unicità tra forma e contenuto è qualcosa che noi occidentali non riusciamo a mandare giù: per ipocrisia, comodità, pressapochismo.
Siamo quarti nella classifica mondiale dei fruitori di Youporn, mandiamo DM luridi a chiunque, ma poi, se si parla di scambio di coppia o di sado maso, sgraniamo gli occhioni e ci appelliamo a una morale assai opaca lasciando che la nostra signora tocchi la propria personale deriva in tuta di pile e bigodino davanti a “Centovetrine”.
Sempre il solito saggio dice: mi comporto da solo come se avessi degli ospiti, sto con gli ospiti come se stessi da solo.
Avete mai pranzato con un milionario? È lo stesso che pranzare assieme a un bracciante vecchio stile. Nessun formalismo e una rilassata conversazione. Evidentemente, sono entrambi Signori.
Quando tuittiamo cerchiamo di capire se noi stessi vorremmo leggere, e rituittare, i centoquaranta caratteri appena digitati (e senza ipocrisia).

Per me l’umanità si divide in chi consuma un panino da solo in piedi o su piatti di plastica, e chi cucina qualcosa di veramente appetitoso e apparecchia la tavola solo per se stesso usando porcellane e bicchieri di cristallo (o comunque il servizio buono).
La forma è qualcosa che qui in occidente si “apparecchia” solo per gli altri, quando normalmente, siamo noi i veri imperatori della nostra esistenza. Allora perché lasciare il servizio nella madia anziché usarlo quotidianamente?
Lo stesso accade per le parole e per i modi che usiamo.
Le persone a modo, a mio modesto avviso e secondo alcuni vecchi signori barbuti, sono quelle che pensano bene, dicono meglio e fanno ancora più di ciò che dicono. Quelli che, per usare un altro vecchio adagio dimenticato, non farebbero mai agli altri ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro stessi. Le persone non a modo, invece, possono anche avere la sacca di Borbonese ma hanno soltanto molta confusione in testa, suonano il clacson appena scatta il verde e chiamano puttana la poveretta che gli ha servito la pizza, e senza che lei possa replicare.
L’amore non si vede, e nemmeno l’odio, così il disprezzo. Ma l’amore si sente anche da lontano, a distanza, così l’odio e così il disprezzo. Si chiamano energie.

Il fatto è, che Twitter è sia “la strada” che la festa nell’attico.
Si sceglie, e se si sbaglia si defolloua.
Come ho fatto l’altro giorno con una tizia di cui nemmeno ricordavo l’esistenza e che mi ha tuittato il suo didietro in perizoma. E non l’ho defollouata perchè fosse brutto, per carità, anzi, ma perché era una visione non richiesta, e perché se proprio ne ho voglia, se proprio sento la necessità di vedere dei bei culi, ho altri indirizzi da digitare.
Non è quella roba lì che fa una bella testa, e credo che su un social come twitter sia assai più proficuo esibire –se proprio si deve- buone idee anziché un bel paio di chiappe di cui il mondo è già strapieno.
Ovvio che puoi fare ciò che più ti piace, anche bestemmiare, ma non pretendere di avere anche l’approvazione del mondo.

martedì 22 gennaio 2013

Giochi di ruolo.



Aspettavo da anni questo momento.
E poggiò sul tavolo, in un movimento calmo e misurato, le dieci dita lunghe e luccicanti di anelli e unghie smaltate.
Esattamente quattro anni, Disse la donna arrotando le “erre” affinché la precisazione non passasse inosservata.
Ma tu lo sai.
Sbaglio?, E nella pausa gli sorrise dolcemente e senza che in quel punto di domanda vi si potesse insinuare altro che la domanda stessa.
Sì, ho sempre sperato di averla, prima o poi, l’opportunità di parlarti senza il pericolo che il telefono squilli, che entri qualcuno, che tu debba rispondere a mail, sms, interazioni, commenti.
Post.
Tuit.
Nemmeno io me lo sarei aspettato. No, non in questo modo, non oggi per lo meno.
Ma visto che ci sono, visto che finalmente ho la tua preziosa attenzione... beh... non farò certo la timida.
No.

Si guardò intorno come per prendere confidenza con la scena, misurando a grandi passi quell’enorme spazio che guardava gran parte del centro di Milano.
È bellissimo qui. Disse entusiasta come una bambina al parco giochi.
Spazioso, nuovo, arredato in modo personale, niente a che vedere col mio ufficio un metro per uno al secondo piano, stipato in fondo a sinistra, accanto ai servizi e con vista sull’interno buio.
No. Decisamente tutta un’altra storia.
Guarda!, E iniziò a muovere larghi passi di danza, un invito a quello che poteva sembrare un tango anche tecnicamente perfetto.
Poi si fermò di colpo e si voltò verso la porta. Nessuno, no, non era niente, E ridistese il volto in un sorriso materno e disponibile.
Beh, complimenti, davvero bravo. Encomiabile, direi.
Sì, girava voce che quassù tu e il Vice ve la spassavate, ma sai, con la riduzione del personale e il migliaio di licenziamenti attuati e previsti, pensavo che un po’ di “montiana” sobrietà... sì, sarebbe stata auspicabile.
Non credi?

Sai, certe parole le ho cercate così a lungo –perché non fossero banali- le ho ripassate così tante volte in mente – intonazione, pause, colore- che ora mi suonano fin troppo familiari, come se te le avessi ripetute già un centinaio di volte.
Ma sembra proprio che tu non capisca.
E in questa pausa, durante la quale aveva lo sguardo dell’uomo su di sé, gli si avvicinò in soli tre lunghi passi e gli appoggiò sul viso le cinque dita e la mano ben aperta, come per una carezza, tradita subito da un inaspettato sollevarsi del braccio e un manrovescio potente e gelido.
Ti basta?

No, non ti basta e io non ti amo: come si può amare qualcuno che non si conosce!, me lo dicesti tu, ricordi? Fu quella volta che mi portasti al bar al primo piano, due anni fa, se non erro, anzi credo fosse marzo, sì, esattamente il 13 marzo alle quindici e quarantacinque, per un caffè, ricordi?, E nel parlare la donna si era sporta su di lui e armeggiava con qualcosa esattamente all’altezza del cavallo dell’uomo, che non fiatava.
E poi iniziasti a mettere in sequenza –con aria grave- tutta quella serie di scuse tipicamente maschili che fu solo per rispetto al tuo grado e alla tua fama che non ti scoppiai a ridere in faccia: volevi difendermi, non volevi farmi del male, cercavi la persona veramente giusta, che con me avresti voluto praticare una strada diversa, quella dell’amicizia magari, della conoscenza.
A ogni pausa, l’uomo emetteva gemiti infantili, brevi e composti.
Infine, gli incise le unghie nel petto, ed evidentemente così forte, che l’uomo stavolta si lasciò sfuggire un urlo.
Ma la donna continuò come se nulla fosse.

Dicesti anche che diamo troppa importanza al denaro e che non si possono affidare certi incarichi dopo un incontro casuale. Dopo appena otto contratti di quel tipo andati a buon fine!
Dicesti anche che a volte, certe opportunità preziose non sono che eventi casuali e che di solito non si ripeteranno più.
Ricordi?
Tirasti fuori dei bla bla bla così plausibili che quasi mi convinsi che fosse vero, che eri in buona fede, che mi volevi bene sul serio e che prima o poi... Prima o poi.
E da quella posizione di tre quarti, accompagnata dalla potenza di movimento di tutto il corpo, partì un secondo ceffone che questa volta, inflitto con il palmo bel aperto risuonò ancora più a lungo.

Quando l’eco del lamento dell’uomo fu ingoiato dall’imbrunire gelido dell’inverno e si spense del tutto, la donna, rise.
Rise come un’attrice alle prime armi che ancora non ha la tecnica giusta, che non conosce la differenza tra sarcasmo e ironia, tra risata di testa e di glottide, e che per l’emozione del debutto, lasci che la voce vada su e giù senza trovare il punto giusto in cui farla risuonare e renderla significativa. E quella risata aveva un senso ancora più grave visto che risuonava spaventosa per l’ufficio vuoto e per i corridoi normalmente affollati.

Dalle finestre, il tramonto offriva un’immagine ineguagliabile di sé, come un famoso guitto, il più grande di tutti, riusciva a sorprenderla ogni giorno.
L’uomo, una sagoma scura di cui si distingueva la testa grande e calva e appena la punta di una spalla che sbordava dalla sedia imbottita a capo del lungo tavolo, stava immobile, solo, di tanto in tanto annuiva debolmente.

La donna sfilò lentamente la giacca sobria e la gonna. La sagoma minuta e sottile si muoveva in primo piano sulla città che correva verso una direzione certa.
Guardò l’orologio.
Certo che se ogni volta devo rischiare l’arresto da parte dei tuoi gorilla mi devi pagare il doppio!
Gli sorrise, mentre dalla minuscola valigetta di gran marca tirava fuori con calma i suoi strumenti di lavoro alla vista dei quali l’uomo mugolò di piacere.
Fatti alcuni passi, la donna in guepiere accese la luce.

(FOTO: EUGENIO RECUENCO)


domenica 20 gennaio 2013

Deriva #15 Dell'interdipendenza di tutte le cose.


È strano.
Da quando scrivo #derive ho una quantità impressionante di visite, mail, richieste di amicizia su FB. Ma poi vi offendete se non chatto, se non discuto di concetti che stanno lì da milioni di anni e nessuno mai si è permesso di contraddire con dei “io la penso diversamente”, che son rimasti impressi nella roccia e nella nostra memoria collettiva finché non è nato twitter e la sua filosofia d’accatto. Perché poi sarebbe tanto bello trovarci a quattr’occhi e senza ausilio di wikipedia per vedere chi è che scrive cazzate.
Bon, ricapitoliamo facendo esempi pratici.

Se vado a una festa, la solita, sempre quella al quinto pianto in via dei Condotti, e presento un’amica spiritosa, fissata con il fitness, un po’ superficiale e ridanciana –su twitter ne troviamo a pacchi- a un collega che ritengo alla sua altezza, farò un ottimo servizio alla comunità. È probabile che i due, in perfetta sintonia, passino l’intera serata a interagire felicemente mettendo in fila un luogo comune dietro l’altro. È probabile anche che si fidanzino.
Se la stessa amica la presento al mio direttore, notoriamente incline alle delle filosofie orientali, taciturno e snob, credo che il giorno dopo non solo mi toglierà il saluto, ma anche il delicato incarico che mi aveva affidato in azienda: perché le nostre azioni determinano sempre una reazione.
Evitiamo il compassionevole #FF da simpatia o da "acchiappo".

Se continuo, dopo che il padrone di casa ha chiesto gentilmente di non fumare, ad accendermi una sigaretta dietro l’altra, il tizio mi sbatterà fuori di casa e non m’inviterà più: e non perché lui non sia degno di me, ma perché io sono un cafone.
Non smadonnate per un’ora alle spalle di chi vi ha defollouato o non ci ha mai nemmeno pensato a seguirvi. Soprattutto se il tizio in questione ha molti più follower di voi e di un certo calibro. Soprattutto se sulla vostra bio vi fate belli e originali scrivendo: "maniaco sessuale e border line", o anche "mamma e troia", ma pure "stronzo e antipatico".

Se durante una discussione pacifica da salotto, la cinquantenne garbata, liftata e vestita Chloé dice, parlando del governo, che non pagare le tasse è un principio sbagliato e io porto il discorso sul mio misero “io” da partita IVA urlando un: come si permette!, io le tasse le pago eccome!, è molto probabile che per risposta riceverò un paio di colpi di tosse e un silenzio imbarazzato.
Non siamo il centro del mondo.
Io, per lo meno, se devo rivolgermi a qualcuno lo “menziono”.


Se sempre alla festa, ospite appena arrivato, mi sposto di gruppo in gruppo e m’intrometto in ogni discussione senza nemmeno presentarmi credete sarò rinvitato o cancellato dall’agenda. E credete ci voglia un corso di bon ton per saper campare, o solo un pizzico di buona educazione.

Anche sulle mie #derive, c’è poco da parlare, sono riflessioni personali e generiche ognuno può aggiungere o togliere qualcosa: se vi sentite offesi, ma avete riso o annuito durante la lettura di queste poche righe, sarebbe il caso rivedeste il vostro atteggiamento anziché prendervela con me e muovere la testa in un “no” ostinato da muli.
Se condividete, rituittatemi.
Se invece credete siano del tutto inutili, ignoratele.



Su twitter, come nella vita reale, vale il vecchio e abusatissimo principio Buddhista dell’interdipendenza di tutte le cose e che dice che se una farfalla sbatte le ali a Tokyo pioverà a New York.
Siamo collegati l’uno all’altro. Che lo vogliate o no.
Se qualcuno che in passato ha dimostrato di apprezzare le mie #derive e oggi, dopo il mio follow back non solo non mi rituitta ma lo fa invece per centoquaranta caratteri vecchi e abusati, io lo defollouo.
Perché sono io che decido cosa voglio scorrere sulla mia TL.
Perché non mi va di stare alla stessa festa con persone che non mi piacciono: potrebbero infilare le mani nella mia borsa, attaccarmi un pippone che non finisce più sui propri guai, bestemmiare o mettermi le mani addosso. Allora, anziché andare in giro a dire a chiunque: che brutta gente c’è stasera, me ne vado, defollouo.

Su Tuitter abbiamo quattro modi per entrare in contatto con gli altri, e queste quattro azioni vanno usate tutte con parsimonia.
Interazioni solo se richieste. I commenti fateli pure, ma non pretendete risposta da tutti.
Preferiti: servono come post it. Non apprezzamenti. Sono “preferiti”.
DM: pericolosissimi.
Retweet: apprezzamento, stima, condivisione vera.

Ma il “retweet” che è l’anima di questo social network, non ci va giù. Almeno non più da quando c’è stata la famosa transumanza.
E i motivi sono diversi.
Invidia: Porca miseria quello scrive sempre tuit perfetti e ha un botto di follower.
Piccolezza: Fichissimo questo tuit domani lo riscrivo a modo mio –o peggio lo copio.
Vendetta: tizio non mi rituitta mai perché devo farlo io –e il fatto che i nostri 140 caratteri non siano così eccelsi non ci passa nemmeno per la testa- è un “favore” che nell’universo autoreferenziale del “do ut des” non ha ragione di esistere.
Allora sopperiamo con la “stellina” che significa uno “gné gné... sì... bravo, ma siccome sei stronzo non meriti di più”.

Se evitiamo di tuittare come tossici, poi, non è che il mondo si dimentica di noi. Tanto, la nostra impronta possiamo lasciarla esclusivamente grazie alle azioni perpetrate nella vita reale e non su twitter. L’illusione è un’acerrima nemica della nostra sazietà, non un’alleata.
La reciprocità non è il principio di questo media, collezionare follower è come dire di aver scopato dopo essermi masturbata davanti al Mac.
L’accumulo indiscriminato non è mai positivo.
C’è una particolare legge di compensazione che su twitter funziona alla grande: il defollow dell’imbecille verrà ripagato con almeno 30 buoni follower.
Inoltre, e questo per i tanti che fanno di se stessi l’ombelico del mondo, l’etica, per lo meno, è valore comune da che mondo è mondo mentre forse è la morale che possiamo gestire in modo più autonomo, ma l’individualismo è da sempre un difetto, perché è dal benessere della comunità che scaturisce la felicità individuale. Ora, non scomodiamo Aristotele, Kant e tutti gli altri.
Ogni tanto prendiamola così: non sempre è necessario dire la propria.





martedì 15 gennaio 2013

L'AUTOSTRADA





Eppure rideva.
Avrebbe voluto essere invisibile o trasformarsi in un orrido insetto pur di vederlo indaffarato alla ricerca dell’oggetto e dell’abbigliamento più giusto, lì, tra le vetrine scandalose del sexy shop in zona Prati.
Forse ha mandato l’assistente, pensava Mara in un moto di ottimismo davanti alla mail definitiva, quella che la sera stessa gli avrebbe servito tra il dolce e il caffè, al ristorante.
A quella serata ci lavorava da mesi.
Augusto, marito scrupoloso, aveva lottato strenuamente affinché l’anniversario si fosse festeggiato fuori: perché Mara non si stancasse e perché tutto fosse perfetto.
Non che l’avesse mai deluso, anzi, e forse proprio per questo.

Intanto, Mara leggeva e rileggeva quelle dodici righe così dense di significato senza riuscire a crederci.
Eppure non erano passati che un paio di mesi dall’ultima volta in cui lui glielo aveva ripetuto: che era così che voleva il loro matrimonio, un rifugio tiepido e ordinato, una strada sempre uguale e ampia, priva di traffico e possibilmente, sì, monotona e sicura.
Perché Augusto era in grado di rendere pieno anche il vuoto. Almeno era ciò che aveva fatto della sua splendida proprietà in via dei Cerchi e che faceva con ogni casa su cui poggiava le mani grasse e responsabili.
Augusto non era un architetto. Era l’architetto.
Ed erano ordine e simmetria, puntigliosità e senso della prospettiva, era la capacità di trovare punti di luce anche in un sottoscala a renderlo così ricercato e amato.
Ora, però, tutto quel bianco e quel vuoto davano a Mara una strana vertigine.

Mosse alcuni passi verso la cucina ma tornò subito alla scrivania incapace di allontanarsi da quel dato di fatto che l’aveva stordita.
Sentiva solo il fruscio delle calze di nylon nella gonna stretta e lontano, sul Lungotevere, un brusio appena percettibile di clacson. Intanto lo immaginava scendere le scalette del negozio, salutare timidamente il commesso e lasciare il cappello lì dov’era, sul testone calvo, per nascondere il rossore dell’imbarazzo. Lei, al centro dell’ampio salone, dapprima divertita ora provava uno strano disgusto nel pensarlo con enormi falli di plastica in mano, tra tubetti di vaselina e perizoma leopardati, preservativi alla frutta e frustini, corpetti contenitivi, plug anali e vibratori.
Allo stesso tempo, però, Mara era terribilmente eccitata all’idea di scoprire quanto del suo prezioso tempo, quel tenero orsacchiotto dagli occhi grandi e inoffensivi, avrebbe dedicato a quella grandissima puttana che da un paio di mesi e grazie a uno dei soliti social network si era avvinghiata alla sua vita.

La tattica era così banale che qualunque uomo ci sarebbe cascato, anzi, forse proprio per questo era così scossa.
Sì, l’idea che Mara aveva del maschio non era poi così edificante. Ma d’altro canto, e viste quelle dodici maledette righe, non era nemmeno da biasimare.
Perché c’è una grossa differenza tra fedeltà e lealtà, pensava la donna, ed era qui che il suo pensiero si andava a incagliare ogni volta e da più di due ore, da quando cioè aveva scaricato la posta.
Lei non aveva mai preteso nulla. Mai l’aveva sfiancato con inutili gelosie e patti da non violare.
Era una donna pragmatica e non si era mai messa in testa di poter essere l’unica, non aveva senso, non era possibile e nemmeno le importava. Diciamo anzi che la sua vita, tra una città e l’altra, tra un volo di dodici ore e una camera d’albergo, tra cantinelle e opere d’arte milionarie, prevedeva digressioni extraconiugali quasi obbligatorie, e se lei non aveva più né tempo né voglia di farsi corteggiare e sedurre da qualcuno, pensava che Augusto, non ancora sessantenne, trovasse altrove la giusta energia da dedicare al suo lavoro e quel senso di colpa pungente che gli faceva desiderare ogni volta di più un suo ritorno anticipato.
Amava le sue telefonate notturne, gli sms pieni di romanticismo adolescenziale, quei “mi sento perso senza di te” che la faceva sentire unica e insostituibile.

Ma adesso il meccanismo era rotto.
Ora che aveva guardato direttamente nell’abisso che la separava da lui non desiderava altro che umiliarlo mettendolo davanti alla propria ingenuità e alla perversione che in quei due mesi aveva dedicato a quella grandissima troia elettronica.
Perché finché è l’immaginazione a insospettirci possiamo fingere e tirare avanti, spegnere la luce ogni notte e concedergli di andare un po’ con chi gli pare, anche lì, tra le lenzuola e proprio a pochi centimetri da noi. Finché quel sospetto non ha nome né volto, non ha parole né gusto rimane confinato altrove, distante e inodore, bidimensionale e incolore. Ma è quando l’altra gli toglie la maschera che il disgusto ci assale.
Lui, tra gli scaffali del sexy shop andava in cerca di un costumino adatto a una quarantenne taglia small dai gusti raffinati ma perversi, dall’accento meridionale e bionda, dalla lingua lunga e tagliente.
Ed era scritto nero su bianco che avrebbe pagato fino a tremila euro per averla quel pomeriggio stesso, e prima della cena per il loro ventesimo anniversario di matrimonio.

Mara rimase ad ascoltare il silenzio interrotto dal suono ovattato e monotono dei clacson. Cancellò la casella di posta e lasciò che foxylady70 venisse ingoiata dai pixel assieme ad abitudini, figli, problemi, pensieri, idee, perversioni e sogni.
Con un solo clic fece l’unico gesto consigliato: distruggere un’esistenza intera e due mesi di una relazione che lei stessa aveva concepito e portato avanti. Ma non sarebbe più riuscita a guardare suo marito allo stesso modo. Lui, che non le aveva concesso mai nemmeno una storiella a tre, si era rivelato un maschio come tanti, in grado di sorriderle e digitare frasi sconce a una qualunque.
Mara non sapeva ancora cosa avrebbe fatto vedendolo arrivare al locale e con la delusione dell’incontro mancato cancellata da un sorriso di circostanza.
Sicuramente, il pedaggio per quell’autostrada solitaria e tranquilla che era il loro matrimonio edificato su certezze, sarebbe stato più salato, ma forse, sarebbe stato ancora più giusto e coerente consigliargli di prendere, almeno per i fine settimana, una strada sterrata e piena di buche.

sabato 12 gennaio 2013

Deriva #14 Scendi da quel piedistallo!!!



La prima volta che mi fu detto, anzi urlato, avevo cinque anni e credo sia stato quello l’episodio più spaventoso della mia vita (esclusi la mia disavventura imprenditoriale e il mio primo matrimonio).

Andavo spesso a pattinare nel giardino condominiale di quella che allora non era ancora la mia amica del cuore. Anzi, per dirla tutta mi era stata imposta dai miei e io quasi non la sopportavo, però, visto che aveva una pista molto grande e una casa di Barbie ultimo modello
- e io nasco sfacciatamente opportunista- mi piegai alla loro volontà.
Ma dopo alcune settimane lei e le sue amichette continuavano ad avere verso di me un’aria ostile.
Appena arrivavo al Parco si facevano scure in viso ed era tutto un riferire alle orecchie dell’altra per fermarsi prima del mio.
Un giorno, era un pomeriggio gelido con pastina all’uovo ancora sullo stomaco, mio padre mi lasciò come sempre davanti al portone di una di loro dove però, stranamente, non c’era ancora anima viva.
Dopo aver aspettato inutilmente una decina di minuti mi avviai verso la pista con i pattini ai piedi. Ricordo anche com’ero vestita. Visibilissima, visto che indossavo una gonnellina rossa di velluto, la classica calzamaglia di lana e un pesante giaccone con cappuccio anch’esso rosso su un maglione –che pizzicava da morire- giallo canarino.

I maschietti erano già in attesa sul margine della pista pronti a sfidarci come ogni giorno con pattini e skateboard, ma delle femminucce nemmeno l’ombra. Iniziai a giocare senza di loro e io, unica bambina del gruppo, fui riempita di regali e dolciumi. Alle cinque papà sarebbe passato a riprendermi e così mi avviai al cancello attraversando il parco finché, esattamente dov’era più buio e folto mi sentii chiamare.
Erano lì tutte e cinque che mi fissavano con sguardo beffardo e mani sui fianchi. Mi avvicinai per baciarle e una di loro, la più alta, mi spinse così forte da farmi cadere all’indietro.
“Scendi dal piedistallo!”, mi urlò con un’espressione da far paura.
“Ma chi ti credi di essere!”, rafforzò l’altra con occhiali spessi e apparecchio ai denti.
“Non ti vogliamo più qui!”, abbaiò la terza bambina rosso carota.
“Ma guardala lei... che pattina come una star del ghiaccio con i nostri amici!”, fece la quarta.
L’amica imposta, invece, se ne restava vigliaccamente nell’ombra. Solo anni dopo mi confessò che l’agguato era stato studiato e preparato da tempo dopo aver accumulato tanta invidia da far rinsecchire l’albero di Natale ancora addobbato in salone.
Rimasero a fissarmi inferocite finché non scoppiai in lacrime e, felici del risultato, si allontanarono nel buio.

Contrariamente al solito non raccontai nulla a mio padre, giustificai il fango sul giaccone con una caduta accidentale e dissimulai il mio stato d’animo umiliato parlando d’altro. Tornata a casa ebbi una crisi acetonemica. Guarita, tirai fuori una scusa dopo l’altra e lì non ci tornai che anni dopo e senza pattini ai piedi ma con un fidanzatino da fare invidia vera.
Nonostante siano passati tanti anni quell’episodio brucia ancora, ed è per questo che leggo e rileggo i miei pezzi con il sacro terrore che vi sia dentro un giudizio troppo arrogante. Cerco prove e riprove di ciò che affermo affinché nessuno possa digitare l’odiosa frase: scendi dal piedistallo! (E minaccio sin da ora di defollow chiunque lo farà adesso “tanto per scherzo”).
Allora ci ho ragionato.
Io non ho mai sentito il bisogno di dire a qualcuno di scendere dal piedistallo e credo che sia perché il mondo è così pieno di rare bellezze che non vedo che male ci sia che stiano tutte molto più in alto di me.
Eppure è una frase che leggo fin troppo spesso e proprio nel luogo dove ci s’iscrive per confrontarsi, sì, ma anche per ricevere gratificazioni attraverso l’ottenimento di follower e di rituit.
E non fate gli ipocriti adesso nascondendovi dietro il solito dito!
Certo, se fossimo in un gruppo di catechesi o di psicoterapia potrei capire il disappunto di fronte a un’alzata di testa, ma siamo nel social network della competizione per antonomasia, e chi ancora non se ne fosse accorto o è eccessivamente in buona fede o un pochino stupido.

Nessuno pretende di avere la verità in tasca, ma nemmeno possiamo negare che ognuno abbia il sacrosanto diritto a esprimere un punto di vista che normalmente –e non più da qualche tempo- se condiviso, andrebbe “addirittura” rituittato.
Ognuno porta in un tuit il proprio sudato bagaglio culturale fatto di anni di letture e studio, di esperienze, di lavoro e di briefing aziendali e che anziché ricopiato, e male, o commentato, inutilmente, andrebbe fatto proprio con un gesto di definitivo apprezzamento.

Sempre più spesso, invece, all’alzata di spalle dello “sticazzi” odioso, di chi non sa replicare o di chi, colto in fallo non ammette di avere torto, leggo il fastidiosissimo “scendi dal piedistallo” o diretto all’interlocutore o peggio scritto alle sue spalle.
Si suppone, intanto, che poiché ci troviamo nello stesso “non luogo” siamo tutti uguali.
Che sicurezza in se stessi significa presunzione.
Che sul piedistallo ci debba mettere un terzo individuo, ossia i media, e non l’esperienza maturata negli anni e magari non millantata di continuo come fanno in tanti.
Infine, si presume, che a tirarci giù dalle supposte altezze possa essere chiunque e senza motivazione alcuna o peggio solo per rabbia.

A ben guardare i profili di chi s’indigna di continuo credo che i primi a emettere un giudizio siano proprio quelli che si sentono in basso e vedono piedistalli anche dove non ci sono.
D’altra parte, anche Genoveffa e Anastasia si sentivano degne di diventare regine considerando la povera Cenerentola una stupida presuntuosa, come i tanti che mi rispondono, quando do loro consigli –inutili- su come sfruttare al meglio tuitter, che in fondo TUTTO è solo una questione soggettiva.

martedì 8 gennaio 2013

La cliente





In realtà l’Avvocato “x” aveva la testa altrove.
Gli pareva di sentire ancora la sabbia sotto i piedi e il sole bruciargli il viso.
E infastidito, si passò l’indice tra il colletto bianchissimo e le pelle bruna.
Ma era anche stanco.
Passata la prima settimana di agosto, infatti, i bambini avevano perso la deferenza verso il padre lavoratore che arriva da lontano, e dimenticate le ammonizioni materne, avevano iniziato a trattarlo come sempre, con indifferenza.
Al termine di quelle quattro settimane da incubo, tra spiaggia chiassosa e suocera a carico, aveva tirato un sospiro di sollievo.
Loro sarebbero rimasti lì ancora un paio di settimane, e così, felice di quel tempo libero da single aveva ripreso ad andare in studio solo al pomeriggio per sbrigare le pratiche più urgenti.

In realtà, l’Avvocato “x” non pensava all’udienza prossima e guardava le labbra della Signora “y”, piccole ma forti e appena dipinte di un rossetto sobrio e perlato, muoversi nella penombra delle persiane per ribadire fatti e date che lui conosceva già.
La cliente modulava la voce per natura dolce e sottile in modo da inasprirla un po’ ogni volta che faceva il nome del marito “Umberto”, e delle numerose defaillance di cui durante quei dieci anni si era macchiato.
Ma per l’Avvocato quello non era che un dolce sottofondo: pensava ad altro.
In verità il suo sguardo si spostava ogni volta un po’ più giù, sul collo sottile e lungo e ancora più giù, seguendo il filo di un desiderio irrazionale dovuto più alla lunga astinenza matrimoniale e al caldo estivo, al sapore di mare ancora sulla pelle e a certi ricordi adolescenziali, che a una ragionata attrazione. E i suoi occhi azzurro mare, appena cerchiati di stanchezza, seguivano anche un altro filo, quello della lunga catenella d’oro, che finiva in una mezza luna appuntita e che luccicante andava a colpire come un pendolo, sollevandoli appena, i lembi dell’abito di seta chiara.
L’Avvocato “x” annuiva a tratti, ma si perdeva subito dopo tra i ciclamini in fiore, che tra le pieghe leggere dell’abito sembravano mossi da una leggera brezza primaverile.
Sentì il bisogno di un po’ d’aria.

Interruppe l’intenso monologo della cliente con un gesto della mano e si alzò per aprire l’ampia finestra alle sue spalle.
Le scarpe scricchiolarono sul legno lucido del pavimento.
C’era un silenzio tombale, quello del riposo pomeridiano e degli ultimi giorni di ferie, compresi quelli della Segretaria.
La Signora “y”, dopo essersi fermata alcuni istanti, aveva ripreso a gesticolare nel tentativo di mettere bene in fila, per ordine di gravità e di tempo, altri episodi umilianti che l’avevano condotta a quella decisione definitiva.
Il vento africano ora si muoveva libero e a tratti irruento per lo studio tra i grandi faldoni ordinati e i pesanti volumi del padre, del nonno e del bisnonno, e tra i ciclamini dell’abito che ora sembravano emanare anche un buon profumo dolciastro.

L’avvocato le fece cenno di proseguire e si puntò due dita sotto il mento.
Quella mezza luna continuava a pretendere attenzione.
Come il pendolo dell’ipnotista, produceva in lui uno strano torpore e una difficoltà fastidiosa a tener desta l’attenzione su quanto diceva la cliente mentre si concentrava tutta sulle due pieghe, distanti una dall’altra e appena diverse come due gemelle proprio lì, ai lati della scollatura a punta dell’abito.
La mezza luna si scuoteva anche, quando la donna tossiva appena nel tentativo di trattenere il pianto rabbioso di chi ha appena subito un tradimento, o si fermava di colpo, afferrata con rabbia tra le unghie rosso fuoco di pollice e indice e lì rimaneva celata per un po’, finché quel livoroso racconto, non richiedeva altri gesti ampi cui servissero entrambe le mani.

Allora, finalmente libera, la luna turca riprendeva il suo viaggio solitario in quel microuniverso fatto di pelle e peluria sottile, di minuscoli nei e di microscopiche abrasioni solari, di perle di sudore che si condensavano poi in rivoli invisibili e che finivano, ne era certo, a dissetare i ciclamini dell’abito affinché crescessero rigogliosi.
Destra, sinistra, destra, sinistra e il pendaglio indicava ora una ora l’altra piega di pelle abbronzata che preludevano a due curve morbidissime e abbondanti sotto una leggera sottoveste champagne di cui s’intravedeva il bordo, e che finalmente, dopo, ancora qualche centimetro più in là l’avrebbero condotto alla pelle opalescente e liscissima del seno quarantenne e ancora sodo della cliente.

Sa... , disse a un tratto la Signora “y” arrossendo un poco e tirando fuori dalla borsa firmata un altrettanto griffato portafogli.
Ho avuto molte spese nelle ultime settimane, tra le vacanze in Inghilterra dei ragazzi e il trasloco non ho avuto un attimo per riordinare i conti.
Poi, facendosi aria con il libretto degli assegni domandò quale fosse la cifra.
L’Avvocato “x” sembrò ridestarsi da un bel sogno, e sorpreso, balbettò qualcosa che non c’entrava niente con la causa e con il divorzio e anzi, prese tempo raccontandole in un poco professionale affanno, di sé e di quella sua vacanza orrenda. Disse anche qualcosa a proposito di sua moglie e di quella coniugale e fortissima indifferenza.
Quando vide la Signora “y” allargare i già grandi occhi scuri in un moto di compassione dolcissima, le era addosso.
Finalmente, respirava l’aria fresca e profumata dei ciclamini, finalmente, scopriva valli e colline dolcissime per dissetarsi infine, e a lungo, alle loro acque.
(Foto di Norman Parkinson)

sabato 5 gennaio 2013

THE RED LIST #Grazia




Il suo nickname è “cinica70”.
Medico di base e mamma di due bambine, nel tempo libero, quello che toglie senza troppi sensi di colpa alle sue figlie, alla cucina e agli obblighi familiari e di lavoro, scrive.
Suo marito l’ha dimenticato -con rapidità da telefilm americano- in un freddo mattino d’inverno nell’aula divorzi al terzo piano del Tribunale di Roma. Lo sente solo per raccomandarsi del mensile e della retta per la scuola delle figlie che non chiama mai con nome proprio e che, sbattute come l’acqua del mare, passano la loro giovane esistenza tra tate, nonne e doposcuola.
I suoi obbiettivi sono giornalisti e scrittori, che sono tanti, che sono importanti e che sono star.

Il suo blog colorato è divertente e ironico.
Si diletta a fare autocritica feroce. Sa che così si deve scrivere: parla di cellulite e dei problemi della quarantenne, di tacchi alti, di quanto sia amaro non poter più salutare con il braccio alzato l'amato che parte, e di quanto il sex toy sia più comodo del suo ex marito.
Nella realtà non ha mai usato neppure il classico vibratore, ma sa che esibire qualità scandalose è meglio che cercare un po’ di verità magari anche un po’ lisa.

Sogna di fare il botto: di cambiar vita, cambiare status, cambiare città, cambiare naso, e cambiare tette.
La sua prima misura acerba evita di guardarla persino allo specchio e colleziona senza vergogna riempitivi per reggiseno.
Il suo avatar è sempre su di giri, e mentre lei spazza casa e nasconde la polvere sotto i tappeti guarda ossessivamente l’orologio, quello al muro e quello biologico che tiene a freno con ogni trucco e rimedio.
Il tempo è il suo nemico numero uno e prega ogni giorno che si fermi affinché lei possa riportarlo indietro per ricominciare tutto daccapo evitando per prime le due gravidanze che le hanno allargato i fianchi e tolto libertà.

La sua anima cinica pensa ai tuit più clamorosi che la porteranno ad avere più di ventimila follower.
Ogni defollow è un’onta mortale.
Dei giornali legge solo i titoli. Le analisi accurate l’annoiano a morte e per lo più non le capisce: è la superficialità il piedistallo su cui poggia i suoi piedi calzati sempre da scarpe nuove.
Dei libri basta la quarta di copertina. Per sparare qua e là un tuit sull’ultimo romanzo alla moda non c’è mica bisogno di leggerli tutti!
Sai che roba!
Sai che noia!
E poi c’è il web.
E da lì, da dietro il monitor, qualunque provocazione può essere appianata con un clik su wikipedia.
Il luogo comune è per lei una scoperta quotidiana e chiunque glielo faccia notare non è che un viscido invidioso che con lei non ha niente a che spartire.
Il ban è la sua arma migliore: se non ti vedo non esisti.
Come i problemi esistenziali che guai a guardarli in faccia per quanto sono spaventosi.
La dialettica è la morte del suo pensiero autonomo letto su riviste femminili e sottolineato con cura.

Gli oroscopi sono la sua preghiera quotidiana, le affinità di coppia la sola via da perseguire e anche se non ha nessuno sottomano, dipinge il suo futuro rosa confetto al fianco di un uomo bellissimo e con un mare di capelli.
Ricco, naturalmente.
Sessualmente prestante, è ovvio.
Possibilmente intelligente, ma senza esagerare troppo.
È il nome la qualità principale di un maschio. La posizione solida e uno stato sociale che faccia invidia alle amiche: quelle che su FB clikkano “mi piace” su ogni gattino e palla di neve. Quelle che pur non leggendo una sillaba di ciò che scrive non fanno che adularla “perché non si sa mai, magari riesce e va in televisione”.
Perché alla fine, la riuscita oggi è solo nel colpo di culo e di fulmine: lo dicono anche i telegiornali.
Per questo frequenta locali alla moda e ogni sabato sera si presenta, tirata a lucido che quasi scintilla, là dove c’è quel po’ di carne al fuoco degna d’interesse.


Il suo lavoro è una zavorra.
Non ne parla mai ma nemmeno se ne lamenta.
Arriva in studio vestita da pin up e le secca anche nascondere la minigonna sotto il camice. Tra un paziente e l’altro sta on line e anche mentre “quello” parla non fa che tuittare e argomentare i fatti del giorno.
Sulla sua bio è scritto così: aiutare gli altri è una missione non comune.


martedì 1 gennaio 2013

Deriva #13 Perché Tuitter non è solo Deriva

È vero, durante questo 2012 sono stata feroce. Non che nel 2011 fossi pervasa dalla dolcezza ma non mi occupavo ancora di analisi comportamentale dell’anonimo italiano medio lasciato libero sui social media. Non vogliatemene, il fatto è che la severità la uso prima di tutto con me stessa. Me l’ha insegnato la lunga esperienza in compagnia di giro, dove le gerarchie e la buona educazione s’imparano prima della dizione e poi la vita, che mi ha mostrato quanto il pressapochismo faccia male più a noi che agli altri e che una frase non pensata, troppo spesso ferisce.

Ma Twitter non è solo #deriva e questo è un piccolo dono ad alcuni compagni di questo micro/macro universo digitale, quelli che sono stati in grado di leggere tra le righe e al di là della mia proverbiale ferocia e hanno sentito il mio cuore da atleta battere troppo velocemente di fronte alle fragilità umane. Esattamente come il loro. Perché quando scrivo “derive” osservo prima me stessa, e se non l’avete capito, non è più un problema mio. Forse, di tanto in tanto ci si deve togliere dal centro della foto e lasciare a ciò che guardiamo l’ultima parola. E questo, come sempre, è solo un consiglio.

Inutile ripeterci ciò che tuitter è: lo specchio della realtà, la trasfigurazione del reale, lo sfogatoio del dissenso sociale, un organo d’informazione, la medicina contro la solitudine infame. Tuitter è come sempre il nostro punto di vista e la nostra personalissima “finestra sul cortile” da cui osservare chi va, chi resta e chi torna.
Più di una volta ho affermato che il monitor non è più in grado di arginare la nostra capacità di percepire ciò che in effetti c’è oltre. Perché la frase a effetto ci suona stonata anche se non ce ne rendiamo subito conto, così come il tentativo di piacere attraverso le parole, e a tutti i costi, così diverso dal comunicare con urgenza per condividere una scoperta o uno stato d’animo non sempre originale. L’esibizione di sé è evidente come la plastica facciale e il botulino, e sensualità o intelligenza non sono materie prime che si vendono al mercato, né si possono riprodurre e scimmiottare. Ma ripeto ancora una volta, e per i duri d’orecchi, che è solo un misero punto di vista.

I talenti oggi sembrano dover rientrare necessariamente nell’ambito delle arti. Pare che se non sei artista o creativo non vali più niente e sei meno di zero. Eppure, ci vuole tanto talento anche a far crescere verdure in un orto o a rappezzare un maglione di cachemire: non tutti dobbiamo nascere per forza poeti, e quando capita può essere anche solo una disgrazia. Per far ridere gli altri bisogna essere in grado di prendere in giro prima di tutto di se stessi, di fare i buffoni e mettersi un paio di mutandoni in testa, non basta saper usare la sintassi. E tra tanti che vorrebbero essere mare e cielo senza riuscirci, ci sono quelli che si credono sassi e sono invece secolari e frondose querce.

Anche qui le “storie” non sono eterne.
Ci sono persone con le quali su FB ho mantenuto un contatto quotidiano per molti mesi e che adesso non leggo più e con le quali non ci siamo nemmeno scambiati gli auguri di Natale. Finiscono i matrimoni, figurarsi le relazioni digitali.

Su twitter ho avuto alcune folgorazioni, personalità degne di nota visibili come perle sul fondo dell’oceano. Ho conosciuto la PIC di un cane pastore che guarda altrove e chissà cosa e che scrive tuit dolciamari, originali e taglienti, sensati e algidi, tenerissimi. Che raccoglie foto di bestioline solitarie, una tizia che immagino passeggiare con la sua cagna fedele in cerca di derive del cuore e che da qui mi viene voglia di abbracciare. Rituitto spesso una donna sarda dagli occhi dolcissimi e dall’espressione leale, una che vedrei bene in un salotto inglese con tombolo alla mano –perché si deve fare- e lo sguardo al libro sempre aperto sul comodino. Immagino per lei una voce pastosa ma cauta, quasi che le parole le si fossero consumate nella testa prima di venir pronunciate. Da lei mai un tuit inutile, mai una deriva ma solo una scoperta quotidiana di buongusto e buona educazione.

Una Punk dal doppio nome e cognome. Una che mai e poi mai “te la manderà a dire”, mamma sexissima e lavoratrice, cuoca provetta dall’animo ragazzino, un fuoco artificiale color oro di quelli che si aprono a scoppio ritardato e che scoprono un cuore paffuto color terra di Siena.
C’è la PIC del cuore che porta nel mio mondo virtuale e distratto politica e buon senso, la mia rassegna stampa mattutina, giudizi cauti e mai scontati, mai nella mischia e per me necessaria. C’è Paola senza testa e in costume e ora di spalle e in bianco e nero. Lei osserva e scrive tuit pieni di umor nero, in equilibrio sul confine tra ironia e sarcasmo unisce la forma essenziale a un contenuto che va ben oltre i centoquaranta caratteri di rito.

Anche la bionda con i capelli al vento che immagino passeggiare sul panfilo di Onassis con un codazzo di cagnolini vestiti da marinaretti è tra le mie preferite: dolce, fragile e densa di qualità femminili. E di velata tristezza.
C’è l’inimitabile tuitstalker di case editrici, l’unico in grado di domandare ogni giorno alla tuitstar di turno “come stai?” e di non farsi mandare a quel paese. Lo immagino in uno studio polveroso e pieno di libri viaggiare di fantasia e con il cuore un po’ in panne. Ebbro di tante storie da leggere e osservare.
E come non follouare e rituittare la gatta nera che tratta i suoi padroni come schiavi. Grassa, passa le sue giornate a far ginnastica tra poltrona e divano. Impossibile ignorare il dottore delle nevrosi umane, che tuitta Guccini e ha gli #FF più significativi per ognuno, sempre personali, sempre veri, mai a caso. C’è il tizio che nella PIC ride di gusto tenendosi la testa tra le mani e sembra dire ogni volta: ma che state dicendo, che fate ancora qui a digitare e leggere cazzate anziché uscire a passeggiare.
Ho scoperto uno scrittore che ha veramente tanto da dire e sa bene anche come fare, che buca il monitor e batte direttamente al cuore.
C’è la napoletana che fa spallucce al mondo e posta foto delle sue scarpe nuove e della stanza da letto sul mare, che ruggisce il suo amore e tutta la sua gioia di vivere, a volte, di rado, un più autentico dolore. C'è infine l’uomo in cravatta che spara freddure.

Perché tuitter non è solo deriva.
È giornalismo intelligente, è controinformazione e informazione contro, ci sono caratteri, personaggi a tratti grotteschi e pieni di poesia che si muovono davanti a un siparietto di cartone tra le magiche quinte di una realtà virtuale necessaria a “essere” al di là del marketing delle multinazionali, indispensabile a urlare da qui, dal basso, da questo inferno dell’omologazione che noi no, noi non ci stiamo alle loro leggi di mercato e continuiamo a pensare.

E potrei continuare ancora per molti caratteri e per molte ore.
Ma ciò che è prezioso normalmente è unico, è nel suo essere sporadico che il gesto d’amore ha il suo perché, è nella privazione che si prova il gusto di riavere, ciò che è ben celato si vuole a ogni costo vedere. È che nel 2013 volevo infilare per primo il mio trentacinque calzato da una scarpetta di raso rosso vivo anziché dal solito pesante anfibio. Felice anno nuovo a tutti, neofiti e non, incapaci e abili seduttori, amici veri e falsi e cattive compagnie –quelle che preferisco, sia ben chiaro una volta per tutte.