venerdì 27 luglio 2012

IO sono ANONYMOUS


Se nel web 1.0, essere “anonymous” era il massimo dell’aspirazione, non è così oggi in un momento storico in cui, parafrasando Wilde, parlatene bene, parlatene male purché ne parliate, è il motto di tanti.
Se navigare dopo essere passati per “anonymizer” e avere mille nickname e caselle di posta per condurre ricerche o disturbare i competitor sui news group faceva tendenza, oggi, vale il contrario.
Per lavoro, per divertimento o per amore “esserci” è fondamentale. Direi anzi che in un mondo in cui i numeri fanno politica, esserci è l’unica cosa che “conta”.
Leggiamo ogni giorno di compravendite di follower su twitter, e su FB le fan page si sprecano. Anche se la maggior parte contano non più di trecento “mi piace”, quando tutto va bene, e alcune languono miseramente con ventidue fan coinvolti dall’iniziale entusiasmo del neo artista: amici, parenti e due o tre ex fidanzate, avere una fan page pare che sia l’aspirazione di molti talenti incompresi.
Apparire, dunque è aclarato, è oggi più importante che essere.

La percezione che l’altro ha di me venendo sulla mia pagina e contando i miei follower, è assai più decisiva di quella che ho io guardandomi allo specchio e facendo un serio esame dei miei successi reali.
I social media hanno messo nelle mani di chiunque gli strumenti per contare qualcosa, e anche se solo virtualmente, ciò attribuisce a ognuno un valore che non deriva quasi mai da ciò che produce o conosce, al livello intellettuale e pratico, ma solo da ciò che digita, posta e scrive.
Che poi si tratti di frasi rubate poco importa, è solo la legge dei numeri che vale.
E se abitiamo un mondo in cui imperano banalità e luogo comune, i numeri e la loro politica faranno il loro sporco lavoro.
Ed è così che anche la personalità più sottile, in fatto di cultura ed esperienza di vita, nascosta dietro al monitor e con un buon numero di volumi accanto, o semplicemente wikipedia, potrà collezionare fan e credersi un vip.

Ma esserci, oggi, a differenza di quanto si pensa, è una pura illusione. E non solo per l’anonimo ma anche per chi, per caso o per merito, è saltato agli onori delle cronache.
In questo mondo liquido, definizione nata dalla testa pensante e della penna di Zygmunt Bauman e non dal sagace tweet di un anonimo blogger, affermarsi è complicatissimo. E ciò che in pochi valutano è che se anche dovesse capitare di fare “il botto” –in editoria, in teatro, in musica o tivvù-, questo dura, e in molti casi è un bene, un battito di ciglia.
Per definizione, ciò che è liquido scivola via, si asciuga, si assorbe o evapora.
Emergere da questo magma di nomi, icone e idee sempre più originali, pare sia l’unica ancora di salvezza di questa trappola infernale in cui ci siamo infilati.
Una forma come un’altra di omologazione.
Un modo come un altro per negarci la libertà di “essere”.

Infilati nelle nostre gabbiette facciamo ogni mattina la conta dei follower in crescita e ci sentiamo al calduccio. Davanti allo specchio e con gli occhi cerchiati dalle tante ore passate al monitor, riguardiamo ciò che ancora non abbiamo costruito e il nostro domani incerto, ma ci sentiamo comunque protetti, comunque parte di una comunità che ci ama anche se, detto tra noi, nessuno ci verrà mai ad aiutare a risolvere un problema.
La politica, il malaffare e la corruzione la combattiamo da qui, dalla nostra poltrona ergonomica, e avere consensi per quel post o per quella battuta, ci riempie di soddisfazione più che scendere in Piazza armati di falce e martello.
Ne parlano anche i tiggì.
La comunità virtuale fa tendenza e dice no.
Gli internauti si ribellano.
I politici si litigano primati di visibilità e assumono ragazzetti che li rendano sempre più noti, e lo stesso vale per le piccole stelline o le grandi star di Hollywood.
Ma come Walter Benjamin, in uno dei suoi tre drammi radiofonici del 1932, fa dire al suo Arlecchino parlando di comunicazione: è tutto finto.
Anche noi siamo finti, perché ciò che twittiamo e postiamo non nasce quasi mai da un effettivo desiderio di comunicare, da un’urgenza di dire qualcosa, ma piuttosto da un bisogno di cavalcare l’onda, di andare incontro ai gusti altrui, mai in controtendenza: rischiamo che qualcuno non sia d’accordo e ci defollowi.

Ed è così che social media ci hanno fatto perdere anche la capacità del rapporto dialettico: centoquaranta caratteri non basteranno mai a confutare le nostre teorie.
Se per i monaci e i grandi Maestri zen, che in tanti millantano di conoscere, mettere in dubbio le certezze umane e mistiche è la pratica necessaria con la quale si “raggiunge” l’illuminazione, per l’umanità 2.0 chi mina le nostre ragioni “ottiene” l’inserimento automatico nella schiera dei “rompiballe”.
Compiacere gli altri ma con originalità, stare sulla notizia ma evitando considerazioni in controtendenza col pensiero comune, scrivere storie ben congegnate ma senza scuotere le coscienze o minare quelle poche certezze raccolte qua e là sul retro di copertina di qualche importante saggio di filosofia.
Mostrare di sé coraggio e un’immagine vincente e ottimista, fare battute anche sulla morte più tragica e ostentare compassione solo quando è d’obbligo o se lo fa “chi conta veramente”.
Aspirare a una pubblicazione qualunque perché tanto vanno avanti solo “quelli” e mai mettere in discussione il proprio talento, mai confrontarsi con esempi illustri perché quelli “erano altri tempi”.

Sui social media ci sto perché osservare e ascoltare è ciò che faccio da sempre. Ma a differenza di alcuni anni fa, mi stringo ancora di più al poco che, con fatica e per merito, ho costruito in anni di studio e lavoro. Amo ammettere i miei errori e non respingo ciò che non conosco, anzi, non faccio che domandare che qualcuno me lo indichi. Come sempre senza uno straccio di progetto, guardo avanti e non mi lascio distrarre dai rumori di fondo.
Credo nella causalità, mentre il “caso”, la scusa per molti di evitare di guardare in faccia il proprio fallimento, lo lascio a chi pensa che le azioni compiute valgano meno che vantare più di diecimila follower. 

domenica 22 luglio 2012

Donne! è arrivato il cyber ricattatore!


Sposate, fidanzate, belle, brutte o così così, nature o rifatte, moraliste o free, il sesso on line è una consuetudine cui, presto o tardi, si finisce per cedere.
Seducenti come Valmont, di là dal monitor, decine di uomini sono in grado di farci godere, a parole, più di quanto non abbia fatto mai nessuno.
Ci caschiamo per curiosità o perché ingrassano il nostro ego smagrito. Cediamo alla cyber avventura grazie al vecchio compagno di scuola dagli occhi azzurri che adesso è un avvocato ma stranamente single, per una PIC di uno sguardo penetrante del tizio che ci lascia intravedere, tra una virgola e l’altra, orizzonti infiniti d’incontri pomeridiani, finalmente lontane dal quotidiano livore.
Cediamo all’avventura virtuale per un commento graffiante o una constatazione particolarmente intelligente, perché siamo stanche e deluse, annoiate più di un po’ da un quotidiano in bianco e nero.
Perché ci va e perché è facile, e sta lì, così a portata di mano che ci pare di poterlo toccare.
Non usciamo più di casa ma abbiamo una finestra sempre spalancata sul mondo, sicuramente un mondo parziale ma non importa: la benzina costa, il bimbo strilla, la suocera sta sempre con il naso dentro casa, il marito ci rintraccia ovunque e noi ci diamo giù di mouse.
Comodo ma pericoloso.
I giornali lanciano allarmi, i ricatti sono all’ordine del giorno.
Donne, è arrivato il cyber ricattatore!
Lo stalker cocciuto che da maschio forzuto si trasforma in un mostro dai mille “bug” psichici, con un Edipo e un’ansia da abbandono che proprio non pensavamo.

Il tizio è uno con cui abbiamo deciso di vederci in chat, su skype o in qualunque altro modo.
Di supporti ce ne sono a centinaia ma l’emozione è sempre la stessa: domani alle 17.00 sono sola.
Attesa, trucco, scenografia e parole da digitare con cura cercando di mirare direttamente al cuore.
Non importa chi sia dall’altra parte, l’importante è che ci tiri fuori da una giornata uguale alle altre, che ci faccia sentire più amate di quanto non lo faccia il tizio che ci vive accanto da dieci anni e che è sempre più stanco e nemmeno si accorge del nostro nuovo taglio di capelli.
E poi che c’è di male?, mica ci vado a letto?
Tralasciando le mie personali considerazioni, ossia che il sesso off line non è sostituibile con niente e che lì alla tastiera perdiamo odore, sapore e tatto, che è meglio non fare all’altro ciò che non vorremmo bla bla bla... e che presto il nostro uomo farà lo stesso con un’altra nella stanza accanto, credo che il terrorismo mediatico del cyber ricatto non servirà a tenerci lontane da certe distrazioni piacevoli e poco faticose.

La ricerca dell’avventura piccante fa parte integrante del mondo liquido in cui siamo immersi, delle frustrazioni di cui ci vogliamo liberare e di questo delirio di onnipotenza cui tanta popolarità priva di talento ci fa sperare.
Di là dal monitor, centinaia di uomini più o meno di successo, più o meno belli, più o meno giornalisti brillanti, più o meno politici importanti, più o meno maschi, ci fanno sperare in un’avventura da levarci il sonno.
Di qua una casa da mettere in ordine e il solito indelebile andare avanti e indietro senza concludere nulla di speciale: perché il mondo è rimasto uguale nonostante i nostri spiritosissimi post.
Di là, un politico o giornalista o attore o musicista o anonimo che scrive e mail romantiche e che dice che siamo bellissime, un grande manager che ci vuole conoscere per un colloquio o uno che semplicemente ci sorprende.
Di uomini in rete ce ne sono di varie taglie e formati. Basta scegliere con cura.
Ci sono quelli con il cervello a posto e quelli che invece nascondono brutte sorprese.

Quindi, se cediamo all’avventura che comunque ci lasci sognare per più di qualche ora, cerchiamo di non distruggere le uniche certezze che abbiamo.
Il pericolo, infatti, è sempre in agguato.
Il pericolo viene da dentro –la suocera o il maschio di casa che ficca il naso nella nostra macchina- ma anche da fuori. Basterà una mail e il cracker avrà, in pochissimi minuti, tutta la nostra vita sulla sua scivania: mail, foto e filmini.
E non solo.
Il nostro partner virtuale avrà sicuramente una moglie che, gelosa o no, un giorno vedrà di sfuggita una cartella che di lavoro proprio non sembra. L’aprirà e troverà noi, sì, proprio noi ragazze perbene e signore sposate, in pose scandalosamente HOT.

Ma certi pericoli si possono evitare.
Cerchiamo di conoscere sempre l’interlocutore e di sceglierlo tra quelli che avrebbero altrettanto da perdere.
Se sposatissimi e con un “nome” facciamo festa a Champagne!
Usiamo sempre account diversi e sempre anonimi.
Facciamo sì che, nonostante il nostro narcisismo spropositato, foto e filmini li spedisca anche lui, il Casanova di turno, e che nelle foto che generosamente gli inviamo non siano riconoscibili né il viso né particolari, come tatuaggi o piercing, che ci rendano individuabili e ricattabili.
Cancelliamo ogni volta ogni traccia della relazione.
Mettiamo tutto nel cestino e vuotiamolo in modalità sicura, facciamoci forza e rinunciamo a tangibili dolcissimi ricordi che potrebbero fare un effettaccio se visti da altri.
Almeno all’inizio, evitiamo con cura di avere un nome, un cognome, e una famiglia che potrebbe pagare un prezzo troppo alto.
Perché per un’avventura virtuale non vale la pena soffrire più del dovuto e perché anche quel tizio che ci sembra così diverso lascia i calzini in giro per casa, è stanco quanto noi e non vede il nuovo taglio di capelli di sua moglie.
Illudiamoci pure, giochiamo a far finta di saper amare ancora come adolescenti, aumentiamo i battiti del cuore ma teniamo sempre ben presente che la nostra vita dall’altra parte, quella off line, è l’unica veramente speciale.

martedì 17 luglio 2012

Il Compromesso - Crisi esistenziale d'autore


Siamo nel 1969.
Lui è Evangelos detto Eddie, figlio di un commerciante greco immigrato. Ha quarant’anni, una moglie bella e ricca e una posizione invidiabile in un’industria di tabacchi.
Come si usava ai tempi, la moglie, Florence, una Deborah Kerr particolarmente sensuale, è disposta a tollerare gli innumerevoli tradimenti del marito purché egli ritorni a casa amorevole, e non sposti di un millimetro l’assetto familiare.
Casa, vacanze, lavoro, figli.
Un grave incidente ha però minato qualcosa dentro Evangelos, e già dalle prime scene è evidente che la relazione tra i due è in stato di avanzata decomposizione.
Il protagonista, un Kirk Douglas in forze e con addominali pieni, è dunque già nel mezzo di una crisi esistenziale che sembra senza via di scampo.


In stanza da letto, in una notte calda in cui prendere sonno è difficile, Florence non fa pungolarlo con domande dirette –per quell’epoca e anche per questa- per accertarsi se quell’altra lui l’abbia già dimenticata, che quello non è stato che un tradimento di tipo sessuale e se sia possibile o no –e lei dice di volerlo- cominciare a ricostruire la loro storia da dove l’avevano lasciata, cioè al famoso “inizio”. Quello uguale un po’ per tutti e che non torna più.

Lui, svogliato, disteso sul divano, preda di visioni e ricordi dell’altra, una Faye Dunaway intelligente, combattiva e moderna, non fa che prendere tempo, e come il novanta per cento dei maschi adulti mugugna qua e là mezze parole, facendo sì che sia la stessa consorte a rispondersi e rassicurarsi da sola. 
Ancora in bilico tra l’atmosfera ovattata di una vita matrimoniale non scelta, e la realtà assai più dura di un’esistenza autentica, Evangelos non risponde.
Da applauso a scena aperta la Kerr disperata, che gli si propone in tutte le versioni possibili, moglie dolce e accondiscendente, femmina piena di appetiti, bambina giocherellona, ma che Kirk, nonostante le avances esplicite, non riesce proprio a volere, preda di un incubo a occhi aperti, in cui vede sovrapporsi il viso di Gwenn, l'amante che per quieto vivere ha abbandonato, a quello della premurosa Florance.
Il “compromesso” dunque, non funziona più.
Tra continue digressioni costruite filmicamente da Elia Kazan con trucchi all’avanguardia, con un passato che entra di prepotenza nel presente incarnandosi nel reale, fa il suo ingresso la psicoanalisi oggi così odiata dagli editori.


La sua crisi non è dovuta all’amore per Gwenn.
Attraverso continue digressioni –il famoso “avanti e indietro” che tanti lettori deboli rifiutano- Evangelos inizia un processo di dolorosa analisi che lo porterà a una scelta definitiva.
Perché la sua esistenza, che Gwenn – la causa esterna- gli ha fatto vedere e che non gli appartiene più, non è stata nemmeno determinata esclusivamente dal padre autoritario né dalla madre debole.
L’assunto del film sta nel fatto che tutto è una concausa e nessuno è  responsabile sino in fondo delle proprie scelte, ma se ci si accorge che la strada è sbagliata deve cambiare, per poter vivere anche solo un’ora in maniera autentica.
Così, spogliato dall’avvocato di famiglia di tutti i beni in comune e di quelli personali, Evangelos darà fuoco alla casa del padre e a tutto il suo passato per essere rinchiuso in una casa di cura dove finalmente troverà il tempo per pensare.
Ma Gwen, che lui nel frattempo ha rivisto e amato e che durante quel distacco ha avuto un bambino di cui gli nega la paternità, andrà a cercarlo in ospedale dove l’amorosa moglie l’ha abbandonato per fidanzarsi con l’avvocato di famiglia, per portarlo via con sé e cominciare una vita assieme.
I tratti di questo film sono assai sfumati e sono tanti. È un film pieno, denso, pieno di punti di vista che si ribaltano di continuo.
I personaggi sono costruiti alla perfezione, tutti, anche quelli secondari. L’avidità della cognata, la cupidigia dell'avvocato, la debolezza del fratello, l'ignavia della madre, l’ipocrisia di Florence appena visibile in principio e che appare sempre più evidente e cresce con il bisogno di Evangelos di una vita diversa. Ma tutti hanno anche un aspetto positivo, mai univoci, mai privi di contraddizioni come invece la letteratura moderna li vuole. 
“Vendi tutto, Florence, vendi ogni cosa e andiamo via” le chiede Evangelos. Ma lei dice no.
“Ho bisogno di fare niente” le dice ancora durante un altro dei tanti straordinari dialoghi.
“Come fare niente?, non ti capisco” lei gli risponde.

È chiaro a chiunque dal primo istante che quei due non sono fatti per stare insieme, ma Kazan vuole arrivare allo scioglimento catartico, alla scelta che non è più razionalità ma necessità impellente, azzeramento e distruzione.
E questo è un motivo che ritorna sempre nei film di Elia Kazan, quasi tutti tratti da testi teatrali di Tennesse Williams, dove gli eroi sono tutti cattivi, ubriaconi, perdenti, puttane, impotenti, uomini e donne che lottano per resistere in una vita che non amano e costretti alla rottura pur di fuggire da un quotidiano claustrofobico e invivibile.

Il Romanzo dello stesso regista (“Un tram che si chiama desiderio”, “Fronte del porto”, “Baby Doll”, “La valle dell’Eden”) è sicuramente irreperibile ma sarebbe da leggere, il film, assai più moderno di tante pellicole di oggi, questo mese su sky Classic, da non perdere.



domenica 15 luglio 2012

Teresa e l'inconscio colluso

Ovvero: Ossessioni atipiche in tempi di vuoto ideologico



Fa proprio un effettaccio leggere i giornali,
se son distesa lì tra i miei due bei guanciali.
Saran le loro facce brutte e sempre uguali
Saran le posizioni enormemente diseguali
o forse le famose difficoltà congiunturali
oppure le cazzate che ascolto e son bestiali.

Sarà che vedo Alfano da tre giorni che mi dice
che B. è già richiesto e da tutti ed a gran voce.
Che lui ne è felice e che parlan solo i fatti,
e quindi per provarlo lui fa fuori la Minetti.
Mai più il bunga bunga e gran festini a Palazzo
ma il nuovo che avanza e nessuno schiamazzo.

Non so come spiegarmi certi sogni quotidiani
di me con certi tizi tra gli scranni parlamentari
mentre facciamo cose che son proprio maniacali.
A destra e a sinistra non faccio distinzioni
né d’ideologia, di sesso, né di coalizioni,
a guidarmi lì nel sogno son solo i miei ormoni.


Lo confesso è un’ossessione è una contorsione
è l’inconscio che si ribella a questa situazione
a cariche dello stato che non posso rispettare
e non voglio più vedere stare lì a pontificare.
-è il suo inconscio che è colluso- dice l’analista
-si è fatto influenzare dalla politica lobbista-.

Ma ora come faccio -dottore, come uscirne?-
-Deve disinteressarsi al problema delle urne!
Non deve mai più legger né ascoltare le notizie
deve solo e solamente star lontana dalle astuzie
dalle lor pensioni d’oro e da quella gran cloaca
che la nostra democrazia dicon tutti è diventata.

Ora anch'io sono malata, ho mille ossessioni
vedo giudici comunisti e trasversali unioni,
ormai guardata a vista anche dal grande fratello
che vuole solamente sollevarmi dallo scranno.
-È mio l’ho conquistato!- urlo- Voce all’elettore!-
Mi sveglio e sono io, in un bagno di sudore. 

giovedì 12 luglio 2012

Teresa e il ritorno in campo di B.

Ovvero: un futuro senza soluzioni
















No non posso crederci e mi sento avvilita
persino la farina oggi mi sfugge dalle dita
anche il rosso d’uovo mi sembra impazzito
e nel mondare l’aglio mi son tagliata un dito
Il basilico in giardino è pure avvizzito
e Pinuccio il fornaio ha perso la libido.

Silvio l’argomento che circolava in spiaggia
a rivederlo Premier ci giochiam tutti la faccia.
Sarebbe un’ecatombe, una catastrofe globale,
sarebbe come a dire voler la perdita e totale,
ma non è solo per B. la mia vera afflizione
ma per tutti quelli che, fanno opposizione.

Immagino Bersani ballar felice e gongolante
non deve più cercarla un’idea illuminante
nemmeno deve più sforzare il suo cervello
per poter tirare fuori un coniglio dal cappello.
Basta che ripeta il sempre uguale ritornello
che noi dobbiam sconfiggere Silvio matterello.

Sono tutti entusiasti i nostri esimi politicanti
che così privi d’idee accarezzano anche Monti
che si guardano tra loro ormai a corto di parole
che pur di rimanere lì si svenderebbero la prole.
Temo il vuoto che ci aspetta, non la rivoluzione:
per restare fermi troviam sempre motivazione.

Or che Monti il suo governo ci ha ridotti in povertà
come giusta ricompensa ci dà il ritorno dei pascià.
Ma chi è che glielo domanda, chi è che lo rivuole!
Ma non eran tutti quanti a urlar sotto al Quirinale
Cos’è ci siam scordati?, abbiam perso la memoria?
Oppure è solo un incubo e non è una storia vera!

Siam forse destinati a una vita così schifosa,
costretti a sorbettarci una politica rissosa
questi farabutti che continuano a campare
dei soldi di chi deve ogni giorno lavorare.
Dar da mangiare a chi non trova soluzioni
e cerca solo scuse e banali capri espiatori.

domenica 8 luglio 2012

Proibito

Ovvero: L'educazione negativa.


Foto di: Jean-Philippe Charbonnier Roubaix 1958

Proibizioni, confini fisici e mentali, compiti da fare quotidianamente a costo d’interrompere il bla bla senza senso ma gioioso, il gioco, supervisionato dall’adulto di turno che non fa che intromettersi con consigli che hanno tutta l’aria di essere ordini, le molestie della carne infilata in bocca a tutti i costi, lo schiaffo, l’urlo.
Dal mio balcone ma anche in spiaggia non posso fare a meno di osservare un’infanzia guardata a vista, bimbi che non passano un minuto da soli, privati della sacrosanta libertà d’infilarsi le dita nel naso o di litigare prendendosi a botte facendosi male. Piccoli mostri che piangono di continuo tra genitori che li educano urlando, che insegnano loro le buone maniere trascinando sedie e discutendo a suon di parolacce.
Allora penso alla mia infanzia felice e alle lunghe giornate da bambina privilegiata.

Ho vissuto spazi immensi e, parafrasando Marìas, del mio tempo inutile ho fatto tesoro.
Nessuno ha mai segnato confini della mia libertà ed è forse per questo che ho sempre rispettato quella degli altri.
I miei erano spazi in cui mi muovevo senza controllo e in solitaria.
Come un gatto, pretendevo e prendevo carezze e attenzioni dai grandi solo quando ero io a volerlo, per il resto del tempo attraversavo campi coltivati o brulli in cerca di antichi tesori e storie di terrore.
Dopo le prime forti resistenze di mia madre al mio cibarmi di fiori se avevo sete e di formiche se avevo fame, sono cresciuta a forza di auto medicazioni.
Sputi belli grossi disinfettavano le ferite, l’aglio andava sulle punture d’insetti –come la pipì- e la preghierina a Gesù puliva la caramella caduta. Mangiavo fragole che sapevano di terra e la frutta dagli alberi. Sapevo quali bestie temere e quali no. Come trattare cani e gatti selvatici, e gli adulti sconosciuti, se mai ne avessi incontrati.
Di orchi ce n’erano anche allora, e anche tanti. Ma non sono mai stati una ragione per privarmi della mia libertà.

Ero un po’ acrobata, e anche su questa pericolosa ambizione –quella di partire presto con un circo- i miei sorvolavano fingendo di sorridere o d’ignorare il mio dondolare a testa in giù dal ramo più alto del pero.
La bambina deve imparare da sola, ripetevano pallidi guardandomi fare lo scivolo sulla ringhiera delle scale o correre su e giù saltando tre gradini per volta.
Il vizio di andare indietro con la sedia, a tavola, fino a cadere, appartiene un po’ a tutti, anche alla bimbetta che mi abita di fronte e che ogni volta, al contrario di me, le prende di santa ragione.
Ho avuto genitori bellissimi e un po’ filosofi che danzavano di notte e che io spiavo nascosta per le scale. Due che avevano l’aria di saperne più di me e che io amavo e amo, due adulti con una vita propria cui badare, libri, lavoro e feste al sabato sera.
Le proibizioni imposte erano poche e avevano sempre un perché ragionevole, e forse la loro sfortuna è stata che quando le ragioni hanno perso motivazioni pratiche acquisendo un senso morale che io, dai miei dodici anni, proprio non riuscivo a vedere, non hanno potuto far altro che guardarmi vivere.
Per natura ribelle e non cattiveria.

Gesù ce l’avevo di fronte al letto e lo vedevo ascendere al cielo ogni sera in un tripudio di luci. Era una presenza benefica e irreale, una favola triste di un sacrificio inutile. Era la messa con i nonni di domenica, la partecipazione a un rito che ci univa, le caramelle zuccherine che, per ogni risposta giusta di catechesi, nonna mi dava.
Nessun dogma, solo una vicinanza mistica che avrei in seguito scelto o abbandonato.

In inverno setacciavo la villa in cerca delle prove della mia adozione e con la speranza che mi mandassero presto in collegio per condividere con altri bambini le mie perplessità sull’esistenza terrena.
La fantasia era l’unica amica necessaria.
Le estati erano bollenti, lunghissime e piene di avventure.
Con uno stuolo di cani come scorta, quelli che papà adottava e curava, in compagnia della fionda e della bicicletta, mi raccontavo storie fantastiche rimaneggiate dai grandi classici imparati a memoria durante l’inverno.
Andavo spesso fino alla clinica psichiatrica che in una villa liberty a pochi chilometri da casa conteneva, nella mia mente bambina, tutte le iniquità adulte.
Con alcuni pazienti, dal ramo più alto del grande fico che abbracciava il muro di mattoni rossi, chiacchieravo del più e del meno mentre alle suore lanciavo frutta fresca in cambio di caramelle alla menta.
Le merendine non esistevano o comunque non a casa nostra. C’era il gelso vicino al frantoio e la lunga altalena. Le uova fresche di Ciccillo il contadino e le mandorle acerbe che dissetavano.
C’era papà, che c’insegnava le canzoni della pioggia e vecchie storie contadine e che assieme a noi sorelle si rotolava nel fango per spaventare mamma, spuntando all’improvviso dietro la finestra della sala da pranzo. Papà che assieme a noi inventava strane lingue e le vite degli animali, vecchi conti e principi decaduti rinati bestie per il loro comportamento ingiusto. Un padre romantico che ci mostrava la luna e sotto la sua luce la forza della poesia.

La mia infanzia è stata corse a perdifiato e facce arrossate, cadute e sassaiole, tornei a campana e palla avvelenata.
Il mio corpo era un campo di battaglia, pieno di ferite e prove di forza.
Dopo la pioggia invernale la resina era saporita gomma da masticare, e poco importava del fango che sporcava e del freddo che ammalava. Il letto l’ho conosciuto per le normali malattie esantematiche e mai per il raffreddore.
La natura cura, non ammala mai.
La stanza dei giochi era popolata da bellissime signore che venivano a trovarmi per l’ora del tè e che raccontavano intense storie d’amore.
L’armadio di mamma era un grande atelier e il suo bagno l’istituto di bellezza dove ero parrucchiera e cliente, estetista e truccatrice e anche marito o amante che veniva a prendere la sua amata per il ballo.
Lo specchio serviva per i litigi coniugali, dove io ero lei, lui e l’altra e interpretavo mille voci e storie che avevo ascoltato e visto e che drammatizzavo alla maniera di certi film in bianco e nero.
Non ti amo più, diceva sempre lui alla donna, e ogni volta lei lo tratteneva piangendo: non lasciarmi mai, gli sussurrava in preghiera baciando lo specchio.
Finiva sempre che lui se ne andava comunque e io cambiavo gioco un po’ seccata.

Ho ricevuto solo uno schiaffo in vita mia: prima lezione di latino rosa/rosae.
Annuivo a mia madre che da un’ora mi faceva declinare e intanto alzavo gli occhi al cielo, guardando fuori dalla finestra in attesa di poter uscire.
Pochi mesi dopo vidi l’insegna di un Teatro e dopo un anno avevo il mio camerino.
Non era un circo ma poteva bastare.
Nella libertà ho trovato la mia strada e la vera ispirazione, ho potuto guardare ovunque e scegliere, nessuno mi ha infilato paraocchi e nessuno ha mai deciso per me.
Per questo, forse, l’eccezionalità della mia vita risiede in tutto ciò che è ordinario.

venerdì 6 luglio 2012

Inutili correzioni


Riflessioni notturne sulla scrittura.

Non passa giorno che su twitter o Fb qualcuno alzi il ditino inquisitore su un accento fuori posto o un verbo sbagliato.
Per non parlare di quando a cadere in fallo è qualcuno che ha all’attivo un bel po’ di pubblicazioni. È allora che il feroce correttore, l’antipatico editor in erba e il frustrato pubblicatore si palesano.
Ed è triste.
Alle elementari la maestra ci invitava a non denunciare gli errori altrui, almeno non ridacchiando, insegnandoci che il più delle volte sono refusi dettati dalla fretta e anche se fossero veri strafalcioni, mettere in difficoltà il compagno è da stupidi.
Le altre maestre, forse, no.
Il saccentino/a di turno sta lì che conta le ripetizioni e va a caccia dell’accento sbagliato lamentandosi poi se lo stesso accade a lui.
Ho vissuto molte vite. Sono morta e rinata più volte e a metà della mia sottile esistenza sto soltanto riguardando gli appunti. Non mi sono fermata né ho bisogno di conferme. Ho fatto un sacco di passi sbagliati, errori a non finire e di cui ancora mi pento, ma non ho intenzione di dimostrare niente a nessuno.
Sin da bambina, ho avuto la fortuna di avere tra i miei amici musicisti, pittori e attori.
Terry Bozzio, batterista di Zappa è un uomo umile e dolce nonostante abbia fama a non finire e bravura indiscutibile, originalità ed estro. Gino De Dominicis, invece, che chi mi legge forse conosce e se no vada su wikipedia come d’abitudine, l’ho conosciuto abbastanza per dire che in lui vanità e arroganza avevano un perché, e anche grosso, lo stesso per Carlo Cecchi, il più grande attore dei nostri tempi che insulta i colleghi in scena o sbeffeggia il pubblico distratto, e a ragione.

Il mondo dell’editoria non lo conoscevo, e a questo punto penso sarebbe stato meglio continuare a immaginarlo da fuori.
Elsa Morante mi è stata raccontata da Arturo Cirillo, mio compagno d’Accademia e attore napoletano della scuola Cecchi che mi parlava di lei prima di tutto come donna, poi come scrittrice.
Sapevo di Moravia e del suo circolo d’intellettuali, di Gadda e Volponi, ordinari impiegati Olivetti. Di Kafka, postino.
Degli scrittori immaginavo vite straordinariamente comuni, storie uguali a quelle di tanti altri, niente di eccezionale se non nella disgrazia, nei fallimenti e nelle fughe improvvise, miserie comuni anche ai mortali che non hanno dimestichezza con la sintassi.
Speravo d’incontrare intellettuali autorevoli, capaci di accogliere giovani inesperti con generosità e di mostrar loro una via, non piccole star piene di boria che vanno a caccia in un ingaggio in radio o tivù e guardano al nuovo come una minaccia sempre vigile.
Perché il consumismo letterario non risparmia nessuno: oggi ci sei domani non più.
Credevo che per diventare scrittore bastasse una creatività diffusa, come Buzzati e la pittura o Colette, cantante e attrice. Non che questa realtà fosse abitata da topi di biblioteca appena usciti dall’università con la faccia da sapientoni e una vita in passivo, esistenze passate chini sul PC a fare i conti con virgole e condizionali e non in giro per il mondo a scoprire di cosa è fatta quest’ umanità piena di sorprese.

Immaginavo, insomma, persone che vivono. Esseri in possesso di una straordinaria capacità di guardare avvenimenti e cose in maniera diversa dagli altri. Credevo l’universo editoriale abitato da chi fa scoperte e le vuole semplicemente comunicare al mondo, non da tuttologi che viaggiano con la lente d’ingrandimento in cerca di quel refuso o di un altro, della ripetizione del collega, del plagio, così diffuso oggigiorno.
Scrivere è diventata una professione troppo spesso anche remunerativa. Un’aspirazione alla popolarità e non una missione.
In molti pensano che pubblicare possa segnare “la svolta”, il premio, il film, il contrattone, la tivù.
Allora devo dimenticare la Duras e le risaie, la povertà e una vita al confine, la Blixen e gli investimenti fallimentari e la disperazione.
Forse non esistono più uomini e donne che guardano il mondo e lo vivono, e che poi, solo casualmente inciampano in storie da raccontare. Persone prima di tutto, e non scrittori, che si nutrono dell’incanto della vita e dell’urgenza di rappresentarne i risvolti più umani, romantici o crudeli.
Credevo di trovare, in questa stanza particolare dell’umanità, gente commossa e con il cuore in fiamme.
Così non è.
Fino a oggi, a parte qualcuno che alza uno sguardo compassionevole, vedo solo teste chine sulla propria vita alla ricerca di una storia fantastica, del primato e del successo. Vedo corporazioni, caste, gruppi. Ci si danno obbiettivi, si scrivono manifesti, si espongono programmi e si domandando adesioni.

I reading sono come i camerini dei grandi attori, pieni di colleghi con il sorriso stampato in faccia e il livore nel cuore.
Per essere bisogna apparire. Per apparire è necessario conoscere e infine adeguarsi al gusto degli altri, dicono.
Ma grazie a dio non è mai così.
La storia premia i talenti umili e la verità dell’animo.
La pubblicazione deve essere un mezzo e non un fine.
Per me, invece, visto che il fine è ancora sopravvivere, scrivere non è che un modo per scoprire una vita meno amara e immaginarne, magari, una diversa. 

giovedì 5 luglio 2012

Cercasi governante submissive.



"Cerco domestica/governante con grande propensione alla sottomissione. Questo annuncio non s'intende per un impegno a breve periodo ma a lunga scadenza. Le caratteristiche della domestica devono essere: capacità professionale, serietà, indole alla sottomissione, libera da impegni e con un carattere decisamente dolce. Astenersi donne non di bella presenza. Chiunque non abbia questi requisiti è pregato di non scrivere perderemmo solo del tempo. Prego inviare una o piu' foto e una breve descrizione di se. vitto alloggio e 900 euro mensili".


Questo l'ho letto ieri sotto la categoria "Annunci governante”.
Alla frutta e con un po' di pagine interessanti sul mio C.V., che non mi consentono di lavorare né come domestica né "ragazza di bottega", posso solo sperare in “qualunque cosa”.
Ma a voler essere positiva a tutti i costi e per non essere defraudata di quel po' di felicità che mi sta ancora aggrappata addosso, potrei ambire, perché no, a entrare in casa di ambasciatori spesso fuori per visite di cortesia, o nella seconda residenza a Montecarlo di gente che conduce loschi affari in giro per il mondo e che lì ci abita al massimo un paio di volte l'anno.
Capita.
Fare la governante in una casa di ultra ricchi è sempre stato il mio sogno, l'idea di diventare la donna di un gangster, e finire in chissà quale giro, non ne parliamo. Da brivido.
E poi amo cucinare. Inoltre, sarebbe anche l'occasione giusta per mettere a frutto anni di lezioni economia domestica sopportati sotto l'occhio vigile di mia nonna. Però, 900 euro mensili per fare da colf e da schiava mi sembrano veramente pochini. Forse 900 a "sessione" sarebbero più auspicabili. Ma i tempi sono cambiati. Anche in questo ambito, caduto Berlusconi e per effetto Monti, i cachet per certe prestazioni subiscono l'effetto austerity. Da mille euro per una serata a novencento al mese. 

L'annuncio che trovai tre anni fa, invece, era di un'Azienda Anonima -ovvio- che richiedeva una Segretaria di alto profilo che parlasse due lingue, dalle ottime maniere, di alto livello culturale, senza impegni familiari e disposta a viaggiare per lunghi periodi. Era scritto più o meno così. In aggiunta richiedevano foto: tre primi piani e due a figura intera. E io, abbandonata dal maschio alfa e con duemila euro nel salvadanaio, non avevo molte alternative.
E poi che c'è di strano, mi sono detta, è normale che una segretaria che deve sorbettarsi lunghissime cene di lavoro debba essere anche bella, certo, che sia richiesta una docilità caratteriale non è consueto, ma in fondo non mi sembra una richiesta così anomala.  
D'altra parte ognuno assume la posizione che gli compete, e io ho da sempre una gran voglia di avere qualcuno che mi dica esattamente cosa fare.
Nonostante ancora nessun Mr Grey Master "soft", fosse stato protagonista di alcuna pubblicazione estiva, l'idea di un Manager con frusta era un sogno proibito a dir poco stuzzicante.
Il fatto che l'annuncio specificasse anche la predisposizione alla sottomissione, mi faceva intravedere scenari piuttosto hard di lavori da svolgere sotto la scrivania e all'occorrenza anche sopra.
L'impiegata full time, recitava il trafiletto, avrebbe dovuto dedicarsi a Top Manager di diverse nazionalità e accompagnarli per meeting e viaggi di lavoro all'estero.
Inviai subito la mia candidatura.
Due giorni dopo mi rispondeva Monica,  felicissima di avermi scelta lei stessa e in virtù dei miei grandi occhi neri e dell'armonia della figura.
Mi domandò se avessi impegni familiari e se fossi disposta a trasferte o cene improvvise.
Mentre una parte di me, quella pudica della catechesi, pensava al peggio e già m'immaginava in versione slave, al centro di un brain storming, fare da tavolino con pesanti bottiglie di cristallo sulla schiena a manager giapponesi, l'altra faceva i salti di gioia per la scelta di Monica.
E il compenso era strepitoso.
Duemilacinquecento mensili e netti più trasferte solo in prima classe e abiti di sartoria in dotazione al massimo (recitava l'annuncio) Valentino e Armani.
Per una appena scaricata platealmente da marito e fidanzato e con l'ego a pezzi, era un'ottima prospettiva: remunerativa e vendicativa.
Messo da parte il sospetto gigantesco che volessero utilizzarmi per uno "snuff movie" e che una volta torturata e fatta a pezzi non avrei mai più rivisto le mie gatte, mi sono concentrata sulla compilazione del mini questionario, cercando di rispondere al meglio alla succulenta Monica che già immaginavo stretta nel bustino contenitivo concentrata a scorrere le mie sei righe.
Dopo cinque giorni e la compilazione di un secondo questionario su misure e taglie, la rassicurante Monica mi scriveva di tenermi pronta al colloquio.
Secretai la faccenda. Anche le amiche erano all'oscuro di quello strano annuncio, conoscendomi, avrebbero fatto di tutto per impedirmi di andarci.
Monica mi scriveva mail all'una del mattino descrivendomi nel dettaglio le mie future mansioni di segretaria d'alto profilo e in modo così particolareggiato che quasi ci credevo che il mio lavoro sarebbe stato quello di Segretaria Top.
La mia mente, però, era già un coacervo d'immagini da film hard.
Mi vedevo, in tailleur attillati, lima e rossetto sempre a portata di mano, tenere l'agenda di un grande Manager in un ufficio che sa di disinfettante e vera pelle. Le gambe accavallate e la mano pronta su cellulare, già prenotavo voli aerei, alberghi o tavoli al ristorante in attesa di servire a dovere un signore Qualunque.
Insomma, ero al settimo cielo.
Avrei potuto scrivere anch'io, come Vicari, che "sono ciò che faccio e faccio ciò che sono".
Mi affascinava -e mi affascina ancora- l'idea di un futuro privo di responsabilità e poi, quella di guadagnare una tale cifra e fare incazzare ex marito e fidanzato fedifrago mi rendeva intenzionata a superare me stessa.
Sarebbe stata un'esperienza unica vivere in un luogo comune sul sado maso e senza nemmeno dover leggere un romanzo: il manager principe azzurro che mi chiama e mi domanda di chinarmi un po' alzandomi la gonna, che mi rimprovera per chissà cosa e mi intima di non farlo mai più.
Insomma, non c'era neanche bisogno che la mia immaginazione andasse troppo lontano.
Ciò che più mi eccitava di più era il colloquio. L'attesa. Le ipotesi. Il fiato corto.
Volevo ascoltare la proposta, sentire dalla bocca carnosa di Monica, o da quelle sottili del Manager, quali sarebbero state le mansioni da svolgere e il prezzo pattuito per ognuna. M'incuriosiva l'idea d'incontrare Monica, trovarmela davanti in divisa da Segretaria Submissive e vederla galoppare in perizoma di pelle e tacchi vertiginosi verso la sala riunioni. 
Volevo guardare in faccia la situazione, i manager incontentabili che avevano bisogno di segretarie con collare borchiato e abitini discinti. E infine, ero mortalmente eccitata al pensiero di cosa avrei risposto io.

Io ed Elena avremmo deciso lì per lì.
Caso volle, che l'appuntamento con Monica si sovrapponeva a quello con un'altra grossa Azienda, una vera Azienda con tanto di marchio internazionale che mi aveva chiamata per un colloquio conoscitivo. Quando in ginocchio domandai a Monica la cortesia di rimandare l'appuntamento o anticiparlo di poco, la sentii farsi fredda e calcare il suo già evidente accento napoletano. Mi liquidò con un  acido "ci faremo risentire noi” che suonava come un "a mai più"  e riagganciò.

Fui assunta dalla vera Azienda con un contratto a progetto e con un'ottima paga, sì, ma il desiderio d'incontrare Monica e il suo Capo, mi resterà per sempre.

P.S. Per le signorine ingenue: mai fidarsi delle aziende anonime che fanno certe richieste o di signori che offrono solo 900 al mese per una submissive. 
P.S. Per i Master o presunti tali: se volete una vera slave ci sono appositi siti con annunci, se invece cercate una colf/cuoca che si faccia sculacciare a dovere, allora alzate la paga mensile e almeno del doppio.