mercoledì 28 dicembre 2011

Teresa e il Natale con i suoi

Teresa quest'anno ha inventato una scusa,
il fidanzato ce l'ha ma è rinchiuso in cambusa:
è cuoco di bordo e sta in alto mare,
pare anche logico non sia potuto venire,
così i parenti non han nulla da dire
che ancora Teresa non si sia voluta sposare.

Alla grande tavolata natalizia
non è mancata nessuna primizia.
La cugina Incatenata, proprietaria terriera,
per B. chiede a gran voce la galera,
il marito, noto fascista, legge oggi il "Fatto quotidiando”
e si dichiara nemico giurato di Alfano.

Il marito di zia Cettina, temuto per i suoi loschi affari,
si dice smaccatamente di sinistra e ostile ai denari.
Ninì critica il governo Monti per la patrimoniale leggera,
e di nascosto prega papà natale che gli eviti la galera.
Peppe, l'eterno fidanzato maschilista di un'altra cugina,
fa finta di darsi da fare e di aiutarla in cucina.

Teresa li guarda e pare colpita,
-questa gente d'un colpo sembra esser guarita!-
Tutti i destrorsi son diventati mancini
citano Travaglio e parlan di rivoluzioni.
Solo nonna Teresa pare un po' fuori fase
e come da tradizione fa il brindisi al Duce.

-Bisogna scusarla è fuori tendenza-
interviene Ninetta, la solita lenza!
Si ride e si brinda a un anno di giustizia
mentre il vecchio zio Nanni aggiorna la lista.
-Ecco i nomi di quelli che si sono pentiti,
che han votato per anni Berlusconi e si sono riavuti-.

Ma è quando si scopron le carte
che si capisce qual è la loro parte.
Il marito della cugina della nuora Rosaria,
nasconde un grosso bluff guardando per aria,
Linetta che campa chiedendo il pizzo,
anche al tavolo verde presta denari a strozzo.

E così Teresa, l'unica disoccupata,
perde i pochi euro che si era portata.
-L'acqua va al mare!- dichiara piangendo,
-è solo sfortuna!- minimizza zio Nando.
Beppino, che l'anno passato viaggiava in Ferrari,
le offre un buon lavoro in nero e un po' di denari.

-Non dirlo a nessuno ma non è furberia,
è che l'Iva è troppo alta e l'azienda è roba mia!
Tu non sai, cara Teresa, cosa si fa per campare,
allungare bustarelle è ancora tradizione,
e se i soldi spariscono è solo distrazione,
van da soli oltre confine e non si chiama evasione-.


Si ride e si brinda davanti al panettone,
e fra i regali di Natale compare di Marx Il Capitale,
la borsa di "vera Tolfa” è stata resuscitata,
e Rosina la gioielliera vuol salire in barricata.
Teresa li guarda ed è proprio allibita,
l'ideologia quella vera è morta di certo o comunque è sparita.

venerdì 23 dicembre 2011

Diario di LOLA, quarto giorno. L'abito rosso

Foto di Eugenio Recuenco

Mia suocera ha deciso gli addobbi, l’albero l’ho scelto io, sono andata in un vivaio che li affitta. L’idea di sradicare una vita mi fa inorridire, è come se qualcuno mi svegliasse in piena notte per infilarmi in un carro merci e spedirmi al confino.
Max mi ha comprato un abito rosso intonato alla tovaglia. Non gli chiederò nemmeno di tirarmi su la lampo, conosco la rapidità con cui farà quel gesto, non voglio rimanere scottata dal gelo delle sue dita.
Si è tagliato i capelli, li ha rasati un po’, lasciandoli più lunghi davanti. Stamattina ho provato a passargli le dita tra la lunga ciocca bruna e si è scostato, poi mi ha sorriso come per scusarsi ed è tornato al computer.
Neanche questa settimana ha declinato gli inviti dei colleghi e ha presenziato a ogni maledetto party aziendale: festeggiano il crollo delle borse o forse, per scongiurarlo, praticano sacrifici umani.
Una volta la moglie di un suo collega mi aveva urlato dalla cabina del solarium che lei ha sempre partecipato alle feste ai piani alti. Max me lo ha detto centinaia di volte, le ho risposto io alzando gli occhi da un settimanale femminile. Poi mi sono domandata perché andare oltre in quella menzogna improvvisata e così ho troncato il discorso a metà, lasciando che quella “e” in sovracuto si disperdesse tra i vapori e i phon.
Max non mi ci ha mai portata.
Le ho già scelte le scarpe per te, le ho già ordinate. Sono di cuoio chiaro, s’intonano ai jeans che porti così spesso e al soprabito di pelle un po’ agée con cui ti ho visto entrare in redazione solo due giorni fa.
No, non ti seguo, lo giuro, è solo che mi piace immaginarti da qualche parte, sapere dove prendi il caffè, dove pranzi e con chi, a che ora esci e entri al giornale.
Ho incontrato tua moglie dall’estetista.
Mi veniva da ridere a vederla affannarsi con le maschere e la depilazione: vuol fare baldoria la notte di Capodanno.
Secondo me farai meglio a sbronzarti.
Così da darle solo un tiepido bacio e fingerti stanco.
Così penserai a me se proprio ti costringerà a toccarla, dimenandosi sul letto e mettendo in fila vecchi trucchi e le solite moine.
Mia suocera e il suo profumo di vetiver hanno anche deciso il regalo che avrei fatto a Max. Una delle più moderne appendici maschili, un super ultimo portatile che gli ricorderà anche di che pasta è fatto.
Io non lo so. Non lo so più.
Lo incontrai in Piazza Duomo dieci anni fa, circa, rincorreva il mio cappello che per una folata di vento improvviso si era alzato dalla sedia per rotolare via.
Piacere, Lola, e grazie, gli dissi come sempre tenendo gli occhi bassi, in un imbarazzo che viene scambiato per timidezza ma che è solo spirito di conservazione e difesa personale.
Da lì non ci siamo mai più lasciati.
A lui andava bene che io dicessi di sì a tutto e io amavo il suo essere distante e così preso dal lavoro.
Tua moglie l’ho incontrata anche dal fioraio.
Lo so che abito proprio dalla parte opposta, ma è proprio lì che mi servo. Solo lì trovo sempre i lilium gialli.
È lui che me li ha destinati lo so, ma sono io che devo sceglierli e poi scartarli e infilarli nel vaso.
Sono io che compro ogni cosa.

Un giorno mi domandò di comprare della corda. Voleva venti metri di corda e un paio di cesoie.
Passai tutta la notte a ipotizzare in che modo mi avrebbe fatto morire di piacere.
Quando mi disse che voleva andare in villa e mi domandò di accompagnarlo, pensai che la sapeva lunga il mio Max , e che quello era il posto più giusto, distante dalla strada e dall’abitato, a un passo dal mare in tempesta.
Non so perché ma quella grande casa sull’Aurelia la tengono sempre chiusa. È un posto che mi dà i brividi.
La prima volta che ci entrai c’erano ancora i teli bianchi sui mobili e i tarli banchettavano da almeno un paio d’anni, lasciando ovunque i resti del loro pasto.
Mi bendò gli occhi quel mattino. Forse fu per un film che aveva visto perché poi non lo fece più, e invece di bendarmi, decise di spegnere la luce e il mondo attorno, e tutto quel senso di affidamento che avrei voluto sentire finì in un tombino, come le foglie giù in strada spazzate via dal vento e da passi frettolosi e vaghi.
Quando entrai, la corda pesante mi segava il palmo della mano.
Dammela!, fece lui, e ci passò il braccio dentro e la poggiò sulla spalla.
Così si fa, pensai, fiera di quel pezzo di carne così virile.
Mi chiese di restare lì all’ingresso e che doveva prima prendere una scala.
Quando lo sentii chiamare uno del posto, un tizio che di tanto in tanto andava a fare le potature e a pulire il grande giardino e il viale di ghiaia, pensai che Max aveva superato se stesso.
Mi ferii la mano quella sera stessa, a cena.
Trovai che quel taglio profondo al centro della mano fosse la giusta punizione per quelle idee imbecilli che mi erano passate per la testa: Max doveva rafforzare alcune travi in solaio e quella corda non serviva a mettere insieme un bel gioco a due.

L’abito rosso è disteso sul letto accanto a me.
Da qui vedo uno spesso mazzetto di pezzi da cento sotto una pietra che Max usa come fermacarte.
Sollevo e metto giù il cellulare un paio di volte.
A un certo punto, anche tu spegnerai la luce per voltarti dall’altra parte.

giovedì 22 dicembre 2011

Diario di LOLA, terzo giorno. Le scarpe di Max

Foto di Jean Baptist Moudino:Tarantino


La settimana è cominciata bene.
Stamattina, Max ha lasciato che gli lucidassi le scarpe.
Sono fatte a mano, un regalo di un Natale di alcuni anni fa, forse sette. Gliele comprai in cambio di uno splendido diamante. Quello lo tiene in banca però.
Ho una settimana piena d’impegni davanti a me. Devo accompagnare mia suocera dal podologo, dal dentista, dal medico e a fare spese per il cenone. A me toccheranno gli inviti per capodanno.
Una casa così grande non può risuonare solo dei nostri pensieri, del ticchettio della sua tastiera e delle suonerie dei cellulari.
Stamattina mi ha presa per la vita mentre stavo di spalle, in cucina, a badare al caffè.
Si è avvicinato in silenzio e ho soltanto sentito le sue dita spostarmi i capelli da un lato, le labbra sfiorarmi appena la nuca e la sua voce domandarmi se mi dispiaceva farlo. Lucidargli le scarpe intendo.
Mi chiede sempre il permesso per ogni cosa, e lo fa con gentilezza. Sempre. In ogni occasione, anche quando non dovrebbe.
Adesso sento solo il respiro monotono della lavastoviglie, e la pendola che divora gli attimi.
Il resto non esiste.
In certi momenti mi domando se c’è veramente un mondo lì fuori o se non sia piuttosto una mia proiezione, e che io mi trovo altrove, magari di là dall’oceano e sto solo sognando. In certi momenti mi domando anche perché ho fatto certe scelte, ma non mi lascio mai il tempo di rispondere.
Riconoscere di voler vivere senza responsabilità non è ammissibile oggi per una donna, eppure è così.
Per liberarmi da questo silenzio provo a fare il tuo numero una ventina di volte senza mai lasciare che squilli, spero che prima o poi, dallo spazio buio della rete, possa sentire la tua voce dire il mio nome prima che io riattacchi.
Non voglio vederti.
Voglio lasciare la nostra storia in naftalina, nel cassetto più nascosto del mio armadio, quello in fondo, dove tengo arrotolata la mia laurea in medicina, il passaporto e la pistola di mio padre.
Lo so che non potrei tenerla ma tanto è scarica.
È una Smith & Wesson a tamburo, la teneva per difesa personale da quando avevano cercato di rapinarlo. Mio padre faceva il rappresentante di pietre preziose ma credo trafficasse anche in altro, viste le proprietà che mi ha lasciato: è solo frutto del suo lavoro, mi disse mamma prima di decidere -dopo quella mia crudele illazione- di togliermi per sempre amore e saluto.
Forse è da allora che mi sono imposta di non pensare più né di fare ipotesi.
Si sarà rivoltato nella tomba!, aveva anche urlato sbattendo la porta.
E da quel giorno il pensiero di papà a faccia in giù nella bara mi torna di continuo alla mente: ogni volta che ripenso ai bisbigli che provenivano dal suo studio o al telefono che riagganciava in fretta quando mi sentiva entrare, all’uomo che talvolta incontrava in un bar del centro dopo avermi lasciata in auto, in doppia fila.
Me lo ricordo bene quel tizio.
Aveva la mascella larga e così le spalle, era robusto e molto più alto di lui, profonde occhiaie e uno sguardo che se ne andava in giro anziché ascoltarlo. Lo so perché un giorno l’avevo seguito, mal interpretando poi una bugia mentre papà mi spingeva in malo modo fuori dal bar, gesticolando qualcosa al tizio che era rimasto in piedi al bancone con la sigaretta tra le labbra.
Chissà quanto tempo passerà prima che Max mi domandi di lucidargli ancora le scarpe. Anche la sua, in fondo, è una divisa.
Chissà se un giorno mi domanderà di farlo stando in ginocchio, di pulirgliele a fondo, magari con la lingua.
Anche la lavastoviglie adesso tace.
Accendo un incenso e aspetto di vedere il sole scomparire dietro il palazzo di fronte. Lì ci abita una vecchia che tutte le mattine ride e annuisce, lo fa guardando me, ne sono certa. Non so proprio chi sia -anche se non mi sono mai spinta a fare una ricerca vera e propria- ma comunque non l’ho mai incontrata al supermercato né in panetteria, qui all’angolo.
Aspetto che di me alla finestra e dei lilium al centro del salotto, non rimanga che la sagoma scura, poi proverò a fare di nuovo il tuo numero.
Ti spedirò un paio di scarpe fatte a mano.
Dopo Natale, per il nuovo anno.
Porti il quarantuno, me l’hai scritto a proposito del fatto che non trovi mai quella calza a pennello.
Prima, forse, dovrei misurateli bene i piedi mentre tu mi guardi dall’alto: dovresti lasciarmelo fare per tutto il tempo che occorre, fosse anche per l’eternità.
Anche davanti all’uomo che parlava con mio padre avrei voluto mettermi in ginocchio. Ci gioco spesso nella mente mentre Max dorme, dopo che una doccia con idromassaggio lo ha rilassato, dopo che le mie carezze, separate dalla sua pelle solo dall’asciugamano, lo hanno rassicurato di essere ancora in vita, di essere ancora un essere umano nonostante tre prestiti rifiutati e quattro assegni mandati in protesto.
Penso che sarebbe un’ottima ragione, questa, per fargli saltare la testa, penso, ma poi vedo mio padre a faccia in giù nella bara foderata di bianco, tra i fiori sbriciolati, ormai solo ossa nel suo abito scuro. Allora smetto di pensare e accendo la tivvù.
Max tra un’ora sarà qui.

mercoledì 21 dicembre 2011

Teresa e il post di Natale

Anch’io voglio entrare nella lista nera del gruppo neonazista,
inizio quindi questo post di fine anno, porgendo le mie sentite condoglianze
alle famiglie di Mor Diop e Modou Samb, vittime innocenti di inutili guerriglie.
Degli scandali del calcio scommesse non me ne frega niente,
m’importa solo dell’anno che verrà, ed è già super tassato,
prima ancora di essere nato.

Le lettere a Babbo Natale lasciatele scrivere a chi ha qualcosa da domandare,
a chi non ha da lavorare e non sa come campare,
non a comici prezzolati e ormai ripetitivi
che stanno sempre in tivvù a far finta di esser pieni di casini.
I casini li abbiamo io e Teresa che con un fallimento alle spalle,
abbiamo ancora le banche che ci rompono le balle.


Mi preoccupa che una come Ruby Rubacuori passerà alla storia,
e che avremo una ex mignotta a futura memoria
come simbolo di una certa epoca e un modo di pensare,
che ha rimesso noi donne in un’odiosa situazione
quella per cui, e dopo anni di lotte e di cortei, ci troviamo a esser valutate,
per come siamo vestite e non per ciò che siamo state.

Che l’Italia sia ancora classista dobbiamo ficcarcelo in testa,
si chiama oligarchia e non democrazia questo stato di cose,
dove senza un triplo cognome o un giornalista in famiglia,
ci si ritrova per strada o sui social network a darci battaglia,
destinati a uniformarci alla cultura riciclata
e a vedere la nostra intelligenza sottovalutata.

Non sei niente e puoi urlare finché vuoi le tue ragioni,
ma è l’informazione che fa la differenza,
ed è una roba marcia e manipolata di cui, però, non si può fare senza.
Li vedo su twitter i colorati pavoni -di cui non c’è bisogno di fare i nomi-
che distendono le loro piume colorate
certi che le proprie opinioni saranno ritwittate.

Sono loro i fari delle nostre coscienze assopite,
che ci dicono se e cosa fare fingendosi solidali alla rivoluzione,
nonostante il loro conto in banca sta quasi per scoppiare.
Abbassiamo una volta per tutte lo share a lor signori e spegniamo i televisori,
mettiamoci in testa che non sono loro che risolveranno i nostri problemi
guardiamo piuttosto alla storia passata e da cosa l’ideologia è stata rimpiazzata.


Più mi guardo indietro più mi sembra che nulla sia cambiato,
è come il gioco dei quattro cantoni,
con il cretino che sta nel mezzo e che non trova una collocazione,
e quelli siamo noi, gli illusi che senza un santo in paradiso,
pensano che ci sarà un nuovo anno, un domani o un direttore generale
che ci accoglierà con un sorriso e ci darà da lavorare.

domenica 18 dicembre 2011

Il Diario di LOLA secondo giorno: il senso di colpa


(foto di Brooke Shaden)

Se ieri sera non mi ha neanche sfiorata con un dito, sono certa che stamattina deciderà di esercitare si di me il suo incrollabile senso del dovere.
Per questo ho deciso di attraversare la Piazza e andare in chiesa.
No, non sono una fervente praticante ma mi piace starmene in silenzio all’ultimo banco in attesa che tutti escano per inginocchiarmi ed esprimere al signore la mia gratitudine.
Lo so, lo so che non si fanno queste cose ma alla fine sono così abituata alle mani perfette di mio marito che so anche quanto durerà, e allora preferisco uscire da qui e andare in pasticceria, comprargli un paio di diplomatici e distrarlo con qualche carezza. Poi si farà tardi e sarò costretta a fingermi dispiaciuta di dovermi infilare sotto la doccia per andare a pranzo da sua madre.
Lui lì non verrà. Non mi raggiungerà per insaponarmi la schiena. Non fa mai niente che non sia perfettamente ovvio.
Io ci starò almeno mezz’ora finché mi urlerà dalla cucina che è tardi, che fuori è una giornata splendida e che farei meglio a sbrigarmi se vogliamo passare a comprare la frutta secca e i fiori.
A me spettano i lilium gialli, a lei piante fiorite.
Anche lei, che ha il nome di una Santa da martirio, ha deciso di censurare il mio nome e come il figlio mi chiama affettuosamente bambina.
I miei quarant’anni sono un optional.
Durante il pranzo, in genere arrivati alla carne, mi domanda se anche questo mese è tutto regolare e se sono stata dal dottore.
Al mio stanco “sì”, mi guarderà con l’espressione afflitta di chi si vede negato il solo piacere della vita: avere un figlio è nelle mie priorità le dirò poi lavando i piatti, sapendo già che non potrò fare appello alla sua comprensione.
È moralista e rigida e profuma di vetiver. Suo marito è morto di crepacuore per colpa sua, credo per la sua freddezza, ma lei ha sempre affermato che è stato a causa di un’ingente perdita in borsa.
Che il padre di un bancario muoia a causa del crollo dei titoli non mi sorprende.
La pressione di mio marito sale e scende secondo le variazioni dei mercati!
Una volta terminato il pranzo, Max si addormenta davanti al televisore, sua madre allora inizia a cantarne le lodi e a complimentarsi con se stessa per quel pezzo di carne e ossa che respirano rumorosamente sul divano, io non posso che annuire e far finta di avere qualcuno da chiamare.
Qui, tutto è immobile.
Vediamoci, ti prego, e al più presto.

Scrivo e cancello il messaggio almeno trenta volte mentre Max è di là al computer che fa un paio di chiacchiere con qualcuno. Digita in fretta parole e frasi oscene e si guarda indietro di continuo: gli ho detto mille volte di mettere la scrivania a favore della porta cosicché io non possa prenderlo alle spalle e vedere una che si dimena sullo schermo e lui che la guarda con il sangue agli occhi.
Forse dovrei sbatterlo davanti al monitor al sabato sera e vedere se gli faccio qualche effetto, se magari assieme a un’altra riusciamo a divertirlo.
Mi rispondi di sì, che vuoi vedermi anche tu, che ti sei eccitato come un adolescente e che prenoterai un piccolo albergo in centro.
Anche tu sei prevedibile e invece io ho voglia di qualcuno che mi porti lontano da queste finestre sbarrate, dalla porta blindata e dai lilium in salone, e da mia suocera, che ci richiama per sapere se siamo stati bene, sempre alla stessa ora, con voce rassegnata e dolorante.

Anche tu sai già che alla fine ti dirò che è meglio di no, che devo aspettare, definire dettagli e che vorrei esserne sicura, e sai anche che domani, comunque, aspetterai la mia mail e ancora i miei messaggi.
Vorrei avere il coraggio per dirti di passarmi a prendere, che metterò due cose in valigia e che io e te andremo lontani anche soltanto per questa notte.
Ma so che non sarà così, perché non sarà mai come da anni penso e sogno il nostro incontro -o un altro è lo stesso-, so le battute che dirai, le conosco a memoria e invece, quello che abita nella mia mente mi sorprende ogni giorno e mi lega a sé da sempre.
Nessuno potrà staccarmi a tutta questa immobile beatitudine.
Max è ancora di là a chattare.
Io provo a farti uno squillo solo per sentirti parlare.
Mi rispondi che non puoi e che con tua moglie sei davanti alla tivvù.
Mi mandi un bacio e mi scrivi che mi pensi. Cancello i messaggi e il mio trucco dal viso.
La domenica sta per finire e mio marito non ce la fa proprio a esercitare su di me il suo stramaledetto senso del dovere.
Prego soltanto che domani le borse crollino, poi mi sento in colpa, e m’inginocchio accanto al letto.
Tutto è in ordine e domani inizia un’altra settimana.

sabato 17 dicembre 2011

Il Diario di LOLA, primo giorno: LOLA e MAX

Foto di Guy Bourdin
Mi chiamo Lola.
No, non è un nickname è che sin da bambina mi hanno chiamata così. Non avevo la faccia e nemmeno l’indole da Aurora, anche se poi non ho mai capito come potrebbe essere l’indole di una che ha il nome del sole che sorge.
Sì, in effetti, assieme a Max sembriamo una coppia di cani di lusso, lo so.
Forse sono una da locale fumoso e bourbon e che si passa la vita addosso, che si trova di continuo in mezzo agli incroci più trafficati e dai semafori guasti.
È che che vorrei essere così perché nella realtà la mia vita è normale.
Per questo, forse, mi sono data un nome da cabarettista, da cantante di jazz e da puttana. Ed è per questo che mio marito non mi chiama mai per nome. Io sono amore, tesoro, piccolina, gattina. Bambolina.
È anche molto puntuale, mio marito, e ricorda a memoria tutte le date degli anniversari di famiglia e delle feste nazionali.
All’inizio era divertente.
Forse lo è stato per i primi anni, mesi, forse.
Comunque... io non decido ma un incontro così... intendo così... dopo poco. No no, non mi sono pentita anzi. Diciamo però che è sempre un terno al Lotto quando si tratta di incontri al buio, lo sai anche tu...
Insomma può essere come presentarsi per la prima volta a un’assemblea condominiale e scoprire di avere molte maledette rate insolute. Può essere imbarazzante.
Può essere imbarazzante come per mio marito sentire che qualcuno mi chiama a gran voce magari vicino alla banca.
Sì, è lì che lui lavora. In un bellissimo palazzo in pieno centro conta quattrini e guarda negli occhi i clienti prima di dirgli che sì, gli concederà un fido oppure che no, non ha le garanzie sufficienti.
Forse per questo è puntuale e sempre così formale.
È perché ha paura che un ritardo qualunque potrebbe coglierlo in fallo.
All’inizio mi piaceva giocarci di fantasia, con mio marito. Dopo aver lucidato casa, mi buttavo sul letto e accostate le persiane lo immaginavo condurmi di sotto, nel cavò, per strapparmi gli abiti di dosso e ricoprirmi di denaro, legarmi alle sbarre e chiamare le guardie giurate. Un mucchio di maschi in divisa.
Certo che ho sempre pensato che avrebbe cominciato lui per primo.
Comunque comincia sempre prima lui, sia nelle mie fantasie sia quando si volta dall’altra parte e comincia a russare, quando si siede per primo al ristorante, quando mi guarda le gambe solo per notare la mia calza smagliata.
E comunque non mi porta solo in banca quando gioco di fantasia.
Mi porta ovunque ci siano uomini in divisa.
Non che io immagini anche il percorso che facciamo, certo che no... la fantasia si accende ovunque e in qualunque posizione: come si sia creata quella situazione lì, alla fine poco importa.
No, i camionisti non sono mai stati la mia passione. Non sono classista, no, è solo che mi eccitano le divise, le punte delle scarpe lucide, i colletti, rigidi. Non ridere però... è che ho un’immaginazione standard, sì, nemmeno in certi momenti mi va di sorprendermi.
Divise ruvide, mani abituate a usare le armi.
Certo che sono pacifista... anche se mi domando perché visto che la guerra non sono io a deciderla...
No no, ti sbagli, non so nemmeno cosa voglia dire certa roba lì... sado che?
Certe cose io non le ho fatte mai.
Dov’è Max? è sempre di là, al computer.
Quando gli vado vicino nasconde tutte le finestre di google: lo vedo che suda appena e si muove un po’ sulla sedia, si ravvia i capelli sulla fronte e con l’aria di chi si è appena ricordato qualcosa, mette il computer in stop e va da qualche parte. In genere si chiude nel bagno.
No, non ho provato a guardare.
Non ho nessuna voglia di condividere con lui certi momenti, di raccontargli cosa faccio e con chi mentre lui dorme e nemmeno m’interessa cosa fa lui e con chi.
Usciamo il fine settimana e facciamo l’amore di tanto in tanto, quando è necessario.
Qui tutto è immobile.
La bomboniera del nostro matrimonio, una scatola di radica e argento tra le due foto, quella all’altare e quella alla festa e in alto la madonna e il bambino.
Tutto è silenzio e ogni cosa è al suo posto.
Oggi è venuta la donna delle pulizie e la casa profuma, anche le lenzuola sanno di sapone.
Non ho nessuna paura del domani, non fumo e non bevo, sono una donna normale, sono una che compra riviste femminili e va due volte al mese dal parrucchiere.
Alla fine il mio matrimonio va gonfie vele e i lilium gialli sono in salone.
Perché scusa?
Cosa potrei desiderare?

venerdì 16 dicembre 2011

Teresa e il cyber sottomesso

TERESA E I PIACERI DEL 2.0


Com’è normale che sia, c’è anche chi aspetta una vita che tu diventi sua.
Questo genere di uomo è single ma più probabilmente divorziato.
In compagnia di un grande televisore che rimbomba nel salone,
naviga e chatta dopo cena alla ricerca di una confortevole conversazione.
Il cyber sottomesso non è un maschio all’antica ma solo deluso,
a lui non interessa il sesso e dell’amore vuol fare buon uso.


Insiste ma non troppo e quando non scrive è fuori per lavoro,
invia un poke solo di tanto in tanto
e nella sua icona se ne sta muto.
È solitario sì, amaramente disilluso
da una moglie crudele che forse l’ha tradito.
Per questo sulle info c’è scritto “amore complicato”.

Nemmeno lui riesce più a capire
perché ha passato il tempo a lasciarsi svilire
perché ha continuato a essere gentile,
e in nome dei figli e dello spirito del matrimonio,
ha passato anni accanto a lei che gli dato il ben servito
e che ha portato con sé anche il diamante che aveva al dito.

Oggi come oggi, infatti, non è raro
incontrare anche al caffè il tizio solitario.
È uno che ne ha fatte più di Carlo in Francia
e di certe relazioni ne ha fin sopra... gli scatoloni.
Più la donna è misteriosa e dominante
Più si fa cavalier servente.

Per questo accetta ogni sgarbo e perdona,
l’emicrania e la villania della sua padrona.
Così è stato abituato: a cercare, e non a essere cercato.
Meglio se viene del tutto ignorato.
Di tanto in tanto però va anche contattato, lusingato e consolato:
basta inviargli una bella foto.

Si accontenta di cercare su di te indizi nascosti e piccoli vezzi,
un microscopico piercing o un tatuaggio
basteranno perché si faccia un solitario viaggio.
Lavora di doppi sensi e di sottogesti.
Se lo tratti male e gli scrivi che è un idiota
Ti darà ragione e pregherà che tu resti.


È strano avere un cyber sottomesso tra le mani,
puoi farlo gioire o soffrire da cani
basta dosare i silenzi, allungare pause o farlo fuori dagli amici.
In genere è piegato dai doveri
sotto si sé ha un bel po’ di personale e un mucchio di onori.
Non sono luoghi comuni, ma uomini solitari che vivono di forti emozioni.

mercoledì 14 dicembre 2011

L'ultimo anello della follia: evitabile.


Ci sono ingredienti che rendono un film apprezzabile, intenso o semplicemente scontato, il terzo è il caso de “l’ultimo anello della follia” – Eagle Pictures Canada -2000.
Daryl Hannah dopo un aborto spontaneo decide con il suo maritino, un inespressivo Bruce Greenwood, di provare con l’inseminazione artificiale. Apparentemente l’innesto non riesce ma una notte, la donna viene rapita. Si risveglierà in una cantina ben arredata per scoprire di essere prigioniera di due psicopatici, Jennifer Tilly e Vincent Gallo.
Lui lavora presso l’istituto che ha eseguito l’operazione d’inseminazione e che, in realtà, è riuscita alla perfezione, e per questo, non avendo i due possibilità di procreare, vogliono usare la Hannah come utero a noleggio.
È chiaro sin dall’inizio che fine farà Ann subito dopo il parto, è anche chiaro che i due maniaci entreranno presto in conflitto e che nessuno potrà, invece, sentire le urla della povera puerpera.
Il marito di Ann, appunto inservibile, tornato a casa dopo parecchi giorni e si meraviglia dell’assenza della moglie –della serie il telefono non esiste e se tu ami una persona e sei in viaggio, non puoi non chiamarla almeno due volte al dì-, cerca di convincere la polizia che sua moglie non è morta. Perché lui lo creda, comunque, il regista Sidney J. Furie, non ce lo spiega se non a metà del film, dopo il ritrovamento, sotto al letto, del ciondolo che avrebbe dovuto essere all’interno dell’auto trovata carbonizzata dalla polizia.
L’incipit è forte e anche spaventoso: l’idea che una donna incinta sia alla mercé di due pazzi fa veramente male, ci disturba e crea una grossa sensazione di disagio, ma sia la recitazione che le solite distrazioni ad hoc fanno di questo un film evitabile.
Non usare a dovere la mazza da baseball sulla testa dei due rapitori, non approfittare di situazioni che sembrano lì a portata di mano per favorire la fuga, non correre in cucina a prendere un lungo coltello anziché stare ad armeggiare alla porta alla ricerca della chiave giusta, fanno di questa, una pellicola inutile.
Non accertarsi della morte del carnefice quando finalmente ci si ribella, fa così colpo di scena da manuale (“Attrazione fatale” e chi più ne ha più ne metta) da far venir voglia di finirla lì.
Lontani mille miglia da un seppure abbozzato approfondimento psicologico, Vincent Gallo –che per sua moglie rischia la vita- passa per un maniaco sessuale di periferia, e Jennifer Tilly che sia in originale sia doppiata starnazza come un’oca, non ha nulla dell’amorevolezza di una futura madre o di una compagna così sensuale da portare un uomo alla follia, e nemmeno di una con serie turbe psichiche.
Distante dalla coppia di sadici il ricordo di qualunque dramma psicologico che è, anzi, del tutto inesistente, come se per caso si fossero trovati lì prima del ciak, a decidere di rapire una donna incinta per rubarle il neonato.
Fastidiose, a mio avviso, certe affinità con il capolavoro “reineriano” di “Misery non deve morire”: la casa nella neve, le catene che legano Ann al letto, le urla e l’atteggiamento della carceriera che cerca di continuo la complicità della vittima, che ragiona con lei alla ricerca di un’intesa o almeno ci prova.
Comica la Hannah legata al letto e con tanto di lucidalabbra rosa perlato.
Nel frattempo, la pancia della Hannah cresce -nonostante a noi spettatori sembri una semplice appendice- mentre Vincent Gallo, esperto infermiere, la nutre, la prepara al parto e le dà di tanto in tanto una seria toccatina mentre la Tilly prepara disgustosi frullati pieni di proteine.
Intanto, l’inutile marito che non riesce nemmeno ad avere storie –sempre per quella sensazione inespressa che lo tallona-, aspetta il finale del film che, ovviamente, era chiaro sin dell’inizio.
Ambulanze e coperte sul finale non ci ripagano di una perdita di tempo di centocinque minuti.

giovedì 8 dicembre 2011

Teresa e il corteggiamento base del maschio 2.0

TERESA E I LUOGHI COMUNI IN CUI MAI CI SI PERDE.

Senti un po’ Teresa, le dico mentre sorride a più riprese,
per caso c’è qualcuno che ti piace?
In che senso?, mi dice,
parli di uno che ho visto di persona o della solita icona?
Della solita icona mi pare chiaro, intanto perché tu non esisti,
e poi perché spesso, dal vivo, son proprio tristi.


Ma non avevi detto di abbandonare i luoghi comuni?
Non avevi detto che di quelli si nutrono i mortali?
Sì Terry, ma tu lascia stare,
le questioni di mercato non le puoi capire,
tu parlami degli uomini nell’icona
e farò finta di lasciarmi stupire.

Okkei... allora la cosa l’ho già raccontata.
Ma andando per luoghi comuni, va ribadita.
Il maschio 2.0 si fa vedere sotto mentite spoglie,
di quello che non ha foto non ti devi mai fidare,
di quello che ha troppe donne tra gli amici neppure,
se poi hanno una quarta e una faccia comune
abbandona subito la competizione.


Il corteggiamento in community dura in genere una settimana,
se non fai una contromossa l’uomo abbandona.
Le tecniche son quasi sempre uguali,
parte il “mi piace” su tutte le stronzate che tiri fuori,
sono maestri nel rubare citazioni e farne di originali,
spropositati i complimenti per le artistiche esercitazioni.
(perché la donna 2.0 è quasi sempre un’artista,
non come Terry che ama stare in questo Blog e fare la pasta)

La caccia è rapidissima, la corte è breve e spietata,
la leison dura niente e generalmente la passione è ben interpretata
e la fuga da coniglio pure, quando non ha più nulla con cui stupire.
È bene incontrarsi all’aperto e tra tanta gente
e se siete così narcisiste da avere mille foto e tutte belle chiare
potrete inventarvi lì per lì un mare di cose che avreste da fare.
Ottima l’amica da far intervenire.

L’incontro off line e al buio qualche volta può anche andare bene,
ma dal primo imbarazzo è sempre difficile uscire.
Comunque è una salvezza andare in un locale,
se non avete niente da dirvi si può anche solo ascoltare.
Questo possiamo chiamarlo “corteggiamento” base,
dice Teresa indicando la lavagna,
quello dei novanta su cento “maschi senza pretese”.

martedì 6 dicembre 2011

Teresa e le considerazioni del giorno

Teresa prepara bauli e valigie perché vuol trasferirsi,
dice che non resterà qui in Italia a intristirsi.
Il Presidente Monti non è un uomo ma sicuramente un mutante
è uno che non lo scuoti emotivamente,
è sicuramente una brava persona e un ottimo professore
ma non è uno che infonda negli italiani il buon umore.


Come sempre i risultati li vedremo tra vent’anni.
Ci si sacrifica oggi in nome di promesse,
che vuoi o non vuoi sono sempre le stesse.
Ottima mossa quella di rinunciare allo stipendio,
ma per noi che per affermarci ci abbiamo messo tanto,
è poco lusinghiera una Ministra in preda al pianto.

Certo che l’italiano s’incazza se gli levi la pensione,
è una vita che prova sacrificio a lavorare.
Teresa non stima granché l’atteggiamento dell’impiegato comunale,
della professore che spesso sbuffa e sospira quando va a lavorare,
di quello che invece di gioire perché ha uno stipendio,
scrive un romanzo perché “artista” è meglio.

Gli yacht da tassare son tutti oltre frontiera,
e della patrimoniale non mi pare ne abbia fatta una seria.
- Certo io non sono un’economista!-
Dice Terry sfornando una teglia di meringhe da artista,
- ma direi che con i privilegi alla chiesa adesso basta.
L’ICI al popolo in aggiunta ai sacrifici, e nessuna penale ai furbetti della CASTA-.

Voglio vedere se io e i miei amici disoccupati
troveremo lavoro o resteremo affamati.
Ormai non ci si afferma più nel proprio mestiere,
è solo una questione di “culo” e più volte l’ha ribadito il Cavaliere,
non ci sono più “padrini” in grado di aiutare,
ognuno bada al suo giardino e al misero orticello da coltivare.

Il mondo non è fatto più di circoli di eletti,
è fatto solo di casualità e di rapporti.
-Mia madre non me l’ha detto quando son nata,
Che a esser gentile e generosa si finisce a esser la solita sfigata!-
Guardo la mia amica Terry che prova a dir qualcosa di ottimista,
ma proprio non ci riesce e nemmeno andrà più in Piazza.


Teresa, e io con lei, siam proprio stanche di lottare,
le suole son consumate e il desiderio pure,
fin qui tutti i partiti ci han raccontato puttanate
hanno raccolto voti e ci hanno voltato le spalle,
con la scusa di fare il bene del paese,
si son comprati case siamo noi a farne ancora le spese.

sabato 3 dicembre 2011

Teresa senza pensione e il Premier va a riferire.

Quindi il nuovo Premier si è salvato “in corner” e ha deciso di riferire prima in Parlamento che dal "vespone”.
Però mi sa tanto di già vista questa storia del confessionale,
Me la ricordo molto bene la paraculata contrattuale.
E il bello è che Terry è così stanca e nauseata,
che ha deciso di sostituire il budino alla crostata,
e tirare tagliatelle da fare alla bolognese,
anziché una più leggera ed economica caprese.


Terry, e anch’io s’intende, siamo d’accordo con la tassazione,
lei e io siamo vere proletarie,
e non solo a parole,
non come chi sul web posta e riposta articoli e finge di piangere lacrime amare.
Io e Teresa non avremo mai quarant’anni di contributi e una pensione,
e ci auguriamo così di fare un lungo viaggio India senza ritorno,
o di lasciare questo mondo quando siamo ancora in forze,
prima di venir rinchiuse in un ospizio.
Questo il destino di chi non riceve dallo Stato un lauto vitalizio.
O di chi come noi ha vissuto una vita da cicale,
suonando mandolini e dandoci da fare ad amare
anziché come fan tutti che stan lì ad accumulare.

La settimana di Teresa, in compenso, è stata una tragedia,
e non perché guadagni una miseria o perché da qui non veda prospettive,
anche perché di certe robe tristi è meglio non parlare,
meglio tenersele per sé e urlare al mondo intero che si sta bene.
Non è nemmeno perché l’auto è una carretta da buttare,
e che per metterla a posto si dovrebbe per lo meno prostituire,
come la ragazza che mette il proprio corpo come taglia,
e dio non gliene voglia,
e non gliene voglia neppure la propria coscienza,
lungi da noi far del moralismo,
è solo che darla gratis è sempre meglio,
mi fa schifo confondere il piacere con il più basso consumismo.


Terry è distrutta e stanca per il solito bidone,
per la solita buca del quarantenne burlone,
quello che si è dimenticato di avere una riunione,
che l’ha lasciata in centro ad aspettare a un angolo di strada,
dopo averle inviato un poco originale essemmesse di scusa.
Un invito al volo, da uno che proprio non ti aspetti.
Uno di quelli che passa il tempo a cliccare sui “mi piace” e a commentare,
che pensa di lusingare con e mail mielose e in piena notte,
e a volte ci riesce,
come con Teresa che ha speso ogni risparmio per fare la spesa
e che adesso io sono costretta a mangiare
e bere assieme alle sue lacrime amare.

Mi spiace ma non è più tempo di fare solo ironia,
Teresa adesso dice la sua.
Che vi piaccia o no questa è la società dei magnaccioni,
non sono io che vado per luoghi comuni.

mercoledì 30 novembre 2011

Teresa e la perbenista rimozione

Diciamoci la verità cara Elenina questo è sempre il paese di Pinocchio e della fata turchina!
Qui puoi fare ogni cosa se hai soldi e chi te la conceda.
Si sa che c’è il solito amico dell’amico in grado di favorirci, per gabbare lo stato e frodare le leggi.
L’amico è sempre quello che lì ci lavora, e che fa passare il tuo nome tra i primi della fila.

Anche in Banca c’è chi chiude un occhio, basta passare una bustarella in nero al Direttore: e sono tanti che ti concedono prestiti e fidi e senza protestare.
Ma questo accade ovunque lo sappiamo, anche in ospedale, c’è chi ci strizza l’occhio e ci dà la soluzione, lo stesso stipendiato per essere imparziale.


Prima si sa, ci si doveva arrangiare oggi no, ma tanto è uguale: sai com’è... c’ho bisogno del posto per il bimbo all’asilo comunale, tanto basta pagare e non guardare.
Poi tutti al bar a lamentare di questo Governo ladro e dei suoi inquisiti, i primi siamo noi che appena ne abbiamo l’occasione, arraffiamo privilegi.

Hai visto mai qualcuno rifiutare una raccomandazione?
Io no!
Questo è il Paese di Pulcinella e di Pantalone, alla bustarella e all’aumma aumma non c’è proprio soluzione.
Anche i più morigerati e rivoluzionari sono pronti a voltare la testa e allungare denari.

Anche in letteratura siamo costretti a leggere tiepidi esercizi di bella scrittura perché ci sono raccomandati d’oro a guidar le fila di fantomatiche rivoluzioni editoriali. Amici di direttori e figli di papà che in vita loro non hanno mai lavorato e adesso pretendono di protestare contro lo stato.
Ma guai a parlarne male, non si sa mai, un giorno ci potranno raccomandare.

Si sa che è così e non ce ne dobbiamo meravigliare.
L’Italia è il paese dell’agonia cui non c’è scampo, dello sdegno di fronte a forme d’amore che superino il segno, il confine tirato dalla cattolica morale e dal benpensante spirito borghese che strizza l’occhio e se ne fotte di chi ne fa le spese.

Di notte provo sconcerto a leggere le parole digitate per arrivare a questo blog innocente, alla mia casa rosa e al mio mondo dorato: la perversione di chi vuole fare sesso con la nonna e la cognata, di chi vorrebbe vedere in ginocchio la giovane tata e poi magari al mattino condanna il collega gay o chi fa sesso estremo apertamente.

Certe cose si dicono e si fanno nascostamente: al buio di una sagrestia o in confessionale, e mi risparmio la rima per non essere indecente, per non ferire il buon gusto della gente, sempre quella che con il libro in mano, a sera, si vuole svagare e leggere la sottile cronaca rosa di una donna cui alla fine va tutto bene, non di quella che si è ammazzata perché oltre ad aver avuto tre aborti non ha potuto adottare.


È un circolo vizioso, è tutto collegato.
Stiamo sempre a guardare altrove: sia la realtà così com’è, che il figlio di un caro amico che è entrato in graduatoria non si sa perché.
Tanto poi postiamo si feisbùc il nostro dissenso, basta questo per non pensare all’illecito compenso.

domenica 27 novembre 2011

Teresa e chi ne fa le spese

-Ah... ah... ah...
È da un’ora che Teresa ride a crepapelle mentre impasta una doppia porzione di crespelle.
- Almeno mi dai una ragione? Perché ridi e non mi parli della tua opinione?
- Aspetta un attimo!, dice sventolando un cucchiaio grande e tondo mentre lesta infila una crostata gigantesca dentro al forno.

Non c’è niente da fare, Teresa stasera non riesce a parlare per quanto ride e si dà da fare.
-Preparo torte per i figli degli operai licenziati, tiro la pasta e sbatto uova, è da stamane che per evitare di pensare, trito pistacchi, mondo prezzemolo, cipolla e agli: come sempre si parla dei soliti tagli!-
Alza al massimo il volume della radio che, verde pisello, troneggia al centro di un largo sgabello.

Ci gira attorno ma io so che pensa ai fatti del giorno.
-Perché sono ancora gli operai di Termini Imerse a farne le spese? Quanto denaro ha avuto quell’azienda per continuare la produzione? E perché il Governo la lascia andare in delocalizzazione?-
Non ama star qui a giudicare mentre il nuovo Governo si dà da fare, ma ci sono cose che non può proprio digerire, soprattutto quando poi si parla di equità e giustizia sociale.


Non è il nuovo esecutivo che sbaglia, questo lo sa di sicuro, certo sì, potevano eliminare i privilegi dei parlamentari ma che dobbiamo fare, sono sempre esseri umani.
È l’economia, è questo capitalismo osceno che non funziona, e i capi lassù ancora non si vogliono rassegnare e basano i loro studi sulla stramaledetta produzione.

Si dà da fare attorno alla pizza di ricotta e spinaci e saltella nervosa come stesse sulle braci.
Ha ridato indietro la sua carta di debito e ha deciso che mai più comprerà a credito, dice anzi che da oggi rinuncerà quasi a tutto, la pare di avere abbastanza, è certa di avere un mucchio di cose di cui potrebbe fare senza.
-Non è giusto sentirsi appagati per uno stupido acquisto!- e apre bauli e armadi, cassetti e ripostigli che tracimano di abiti e gingilli.

Sì, mi sarei aspettata qualcosa di meglio dalla sostituzione del Presidente del Consiglio!
Girano tante voci e per la verità sono tutte atroci: tassa sugli animali e ici, approvazione di leggi e tagli che se andiamo avanti così, ci conviene sul serio fare i bagagli.
E comunque sai che non piace entrare in queste beghe senza senso, tu che mi hai creata sai come la penso.
Più vado avanti più credo che dovremmo ritornare a rivedere tutto.
Attorno a un tavolo dovrebbero chiamare Guru illuminati, scienziati, economisti e monaci tibetani, anche San Francesco potrebbero invitare per la teorizzazione di un nuovo “valore”.
Non possiamo più basare la nostra economia sulla produzione di beni di consumo, in caso contrario, vedremo la nostra civiltà andare in fumo.

domenica 20 novembre 2011

Teresa e le dimenticanze...

- Terry hai studiato il nuovo governo Monti?
Terry ha ben altro da fare e non risponde, cerca qualcosa per la casa dipinta di rosa, apre scatole e bauli e sbatte i pugni contro i muri.
Oggi è vestita di giallo e turchese, l’autunno spadroneggia e così lei lo contrasta, accende un incenso e ricontrolla la posta.

-Ma come puoi non ricordare? Dai, su, fai mente locale!
Urla a se stessa infilandosi in bocca spicchi di mandarino e uva passa.
-Forse è troppo sottile da ricordare? Così insignificante e trasparente da fuggire di mente, da non poterlo riconoscere tra tanta gente?


Sì, Terry si accalora e arrossisce quando le capita un contatto che proprio non conosce, che ricorda vagamente di aver un giorno salutato ma che proprio non sa di aver mai amato.
Non che succeda così spesso, in fondo sono pochi, a quanto dice, quelli che ha incontrato solo per fare sesso.

Apre anche il baule lancia in aria diari, ricordi e album vari.
Prende le foto e inizia a scartabellare: da qualche parte dovrai pure stare!
In una foto del liceo, di una manifestazione, in discoteca magari o ai giardinetti vicino alla stazione, quelli dove ci vedevamo per farci le canne e per baciarci a più non posso in un’epoca in cui l’affetto e la fiducia non erano ancora ridotti all’osso.

Ma dove sarà finito questo tizio che mi conosce così bene e di cui non ricordo neanche il nome?
Chi sei? Dove ti ho visto, eri sicuramente sbarbatello e forse anche più bello, magro di sicuro e certamente con più che qualche capello.
Lo guarda lì nell’icona di feisbùc, ormai ammogliato e con almeno tre figli: ma come faccio a ricordarti se non mi dai appigli?

Anche io certo sono invecchiata ma la fisionomia non è poi così cambiata, dammi un indizio, facciamo una caccia al tesoro! Metti nelle info il nome del liceo, quale la scuola elementare o dove andavi al mare.
Non posso andare a tentoni, la mia vita è stata piena di scossoni, mi sono spostata continuamente e ho fatto duemila mestieri nemmeno ricordo che cosa ho fatto ieri.


Che brutto guaio è questo!
Questo della community dove chiunque mi può trovare e nemmeno un amico in comune che mi possa aiutare: e se con lui avessi avuto una storia?
Bisogna porre rimedio ai limiti della memoria.
Ma se proprio non ricordo ci sarà pure una ragione, la distrazione di un momento, adolescenziale confusione... ti prego... allora qualcosa devi fare,
dammi solo una ragione per poterti ricordare!

giovedì 17 novembre 2011

Tratto da "L'uomo sentimentale” di Javier Marìas


Quando morirai io ti piangerò per davvero. Io mi avvicinerò al tuo volto trasfigurato per baciarti con disperazione le labbra in un ultimo sforzo, pieno di presunzione e di fede, per restituiti al mondo che ti avrà bandita da sé. Io mi sentirò ferito nella mia stessa vita, e considererò la mia storia divisa in due da quel tuo momento definitivo. Io chiuderò i tuoi restii e sorpresi occhi con mano amica, e veglierò il tuo cadavere sbiancato e mutante per tutta la notte e l'inutile aurora che non ti avrà conosciuta. Io toglierò il tuo cuscino, io le tue lenzuola inumidite. Io, incapace di concepire l'esistenza senza la tua presenza d'ogni giorno, vorrò seguire senza rinvii i tuoi passi contemplandoti esanime. Io andrò a visitare la tua tomba, e ti parlerò senza testimoni nella parte più alta del cimitero dopo aver percorso la salita e dopo averti guardato con amore e fatica attraverso la pietra incisa. Io vedrò anticipata nella tua la mia stessa morte, io vedrò il mio ritratto e allora, riconoscendomi nelle tue fattezze rigide, cesserò di credere nell'autenticità della tua fine perché questa dia corpo e verosimiglianza alla mia. Perché nessuno è in grado di immaginare la propria morte.

(Einaudi ET Scrittori)

domenica 13 novembre 2011

Teresa e la caduta del Premier

Teresa è triste per le giovani avvenenti che non avranno più l’opzione certa, di carriere politiche avvincenti.
In tanti perderanno il lavoro, autisti, papponi e spacciatori, e anche i giornali venderanno di meno.
Sicuramente di lui alcuni sentiranno la mancanza ma li assicuro io stessa che faremo meglio senza.


A guardare la Piazza ieri sera Terry si è chiesta ancora una volta chi è che lo voleva, e se tra tutti quelli che l’hanno votato c’era anche qualcuno che l’ha insultato.
Ma sì, l’italiano è da sempre voltagabbana sale sul carro del vincitore, così come per sistemare famiglia e genitori, era andato in cerca per l'altro di sostenitori.


Ma questa è solo l’opinione di Teresa una che non crede nella proprietà privata, il mondo manca di poesia e questi sono gli uomini di oggi.
E comunque sono stati i mercati a farlo crollare, non la forza popolare: anche di questo certa Italia si dovrebbe vergognare.
La folla impugna il forcone quando già il nemico è nel burrone, prima stava solo a guardare in attesa che gli si dicesse che fare.

Ancora una volta sono arrivati a salvarci i cugini più seri, non dobbiamo contrabbandare una casualità con una nostra personale lotta per la libertà.
E comunque Terry che vent’anni fa stava in centro a tirare monetine, non crede più che a questa politica si possa metter fine.

Terry è felice che Lui abbia restituito il mandato, ma non crede proprio che il problema si risolverà in questo modo.
Dopo l’edonismo reganiano di Bettino abbiamo avuto il mito del caimano, dell’imprenditore che ci avrebbe fatti ricchi e che ci ha tolto di tasca anche gli spicci.

È la testa di molta gente che va cambiata, l’idea dell’effimera felicità che dev’essere scacciata.
Ci sono giovani che hanno avuto solo lui come esempio, sono loro che vanno educati a un modo di vedere meno empio.


Ciò che manca sono gli ideali e la cultura, e se non gliene diamo altri vivremo per sempre nel grande circo dei nani e delle ballerine, dove vince chi ha il contatto migliore e non chi merita e ha studiato con rigore.

Non abbiamo di fronte un foglio di carta pulita su cui scrivere la nostra storia, ci sarà ancora un riciclo e il solito rimpasto, un po’ di confusione per toglierci memoria e li vedremo di nuovo in fila pronti a marciare per la gloria, a stendere programmi e ricominciare a fare danni.

Per Terry la soluzione ci sarebbe: che lor signori per governare, prendano stipendi da fame e che non siano più al di sopra della legge, che il loro mandato duri solo una legislatura, il solo deterrente a una natura ladrona.
In quanto al dito medio di Formigoni: spero per lui non si presenti alle prossime elezioni.

sabato 12 novembre 2011

Anna

Il cielo, oltre la tenda chiara e il vetro appena opaco del suo respiro, le ricordò certe mattine e alcuni tristi pomeriggi di turno pomeridiano.
Quei giorni immobili d’autunno proprio non li poteva dimenticare, stretta in un banco, sussidiario e libro di lettura macchiati di biro, quaderni stropicciati e lei, incapace di mantenere l’ordine minimo richiesto e per di più, immune al pentimento.
Quelli furono i giorni in cui Anna conobbe la fatale seduzione del silenzio e del pianto sottile, da utilizzare con chiunque per ottenere qualcosa, in primo luogo attenzione.


Libri e merenda nella cartella rigida, pesante, piena di disegni nella falda interna: cuoricini.
Anna è come assente e guarda fuori il cielo dalla finestra, sembra piombo, e sente il pranzo, imboccato in fretta dalla tata, pesante.
Conta i gradini che la porteranno alla porta e poi all’automobile del padre, e pensa a come potrebbero diventare la sua salvezza: una caduta per esempio sarebbe perfetta pensava.
Ma i lacci delle sue scarpe nuove di vernice non sono lenti, la Tata ha fatto anche il doppio nodo. Le fanno male.
Così come le dà noia l’elastico di quegli odiosi calzettoni di cotone, quelli bianchi traforati, quelli che al primo lavaggio diventavano stretti e al decimo lentissimi e cadono di continuo fino alle caviglie.
Anche il colletto rigido le serra il collo lungo e sottile e per di più una tasca del grembiule è scucita.
Infastidita dal cappello che calzato fin giù le fa andare in fumo la testa, inabile e fasciata come un piccolo imperatore, Anna pensa che preferirebbe morire.
Sente già l’odore della scuola. E si domanda se anche oggi qualcuno, in classe vomiterà il pranzo.
Il pensiero di poter essere lei stessa a vedere le facce disgustate dei compagni le fa venire le lacrime agli occhi.

Il cielo è veramente scuro, il vento agita anche le pozzanghere.
Ma esegue l’ordine e saltella -anche se proprio non vorrebbe- dietro la sorella, come trascinata da un corpo che ha vita propria, in perenne movimento, e da un destino ineluttabile.
Rosa, la perfetta scolara, ordinata, puntuale, cammina facendo ordine in testa, ma non fra i capelli, come ogni giorno impegnata in qualcosa, mai pensieri per aria.
Nel frattempo Anna decide di mettere a frutto la devozione, quel poco che ne sa, e pensa, e rivolge una preghiera a Gesù e ai santi celesti, gli stessi che guarda dal letto, sulla parete di fronte abitare in un fascio di luce, inoffensivi e immobili. Gli stessi di cui la nonna le racconta la domenica all’imbrunire, mentre si torna tutti assieme dalla messa, dopo che le ha passato un succosa giuggiola al limone o all’arancia.

In auto, Anna si è tolta la cartella e non ascolta più le parole di Pasqua, la tata, che ancora la saluta dal fondo delle scale, con la sua splendida voce da soprano –che ogni giorno esercitava in cucina – e ribelle conta le figurine, una delle tante collezioni mai finite.
Anche in questo Rosa era più brava di lei e i suoi album perfettamente in ordine, così nuovi che sembravo finti, ancora profumati di carta, di colla, e che a guardarli Anna si entusiasmava, convita di poterla imitare.

Anche adesso è distratta, mentre guarda il cielo lontano ma anche oltre, mentre sente la macchina partire, e ripete a memoria i nomi delle strade, il colore dei semafori, e conta le traverse che la separano dall’odiato plesso elementare.
E quell’infantile disperazione svanisce per un istante, oscurata dalla vista incantevole di un vigile su piedistallo, un uomo che muove il mondo alzando un braccio e fischiando feroce.
È l’ultima svolta sinistra che la rapisce di nuovo nell’incubo: adesso è davanti alla scuola.
Ma c’è tempo, e la speranza di nuovo si accende quando rammenta che è Rosa che scende per prima: và nel plesso scolastico superiore.
Anna sa che per pochi metri resterà finalmente sola con suo padre.
Ed è proprio allora che capirà il potere dei suoi “ti prego”, ma più ancora di quel silenzio ostinato, di quel farsi muta così eloquente.

(Questo è un brano tratto da una storia non ancora finita,un noir che parla di due sorelle della rivalità e del loro amore).

mercoledì 9 novembre 2011

Teresa e la crisi di maggioranza

Ieri è rimasta a bocca aperta e con la bottiglia di champagne in mano.
Sperava si dimettesse subito quella specie di capo nano.
Invece no, lui resterà per varare la legge di stabilità.
Ha un grande senso del dovere o forse vede sparire all’orizzonte il miraggio del processo breve... ma no, ma che dico, ci proverà comunque Alfano a salvare il nostro amato sultano.

Ma Terry non si fida e non vuole andare ad elezioni senza che prima si possa varare una nuova legge elettorale, le coalizioni non devono aver modo di mettere in poltrona la solita amica bona, ad elezioni si andrà quando saremo sicuri di poter sperare in un buon governo che duri.

In fondo non c’è nulla di male a metter su un governo istituzionale, per me rimangon quelli i più trasparenti della nostra storia, forse perché non hanno proprio il tempo di fottersi i cinque denari per far baldoria, troppo controllati e transitori i “tecnici” parlamentari dallo sguardo acuto e gran signori.

Terry fa i tarocchi e legge il fondo delle tazze di caffè, vuole capire anticipatamente cosa il signore di Arcore ha in mente per sé.
Che nella legge di stabilità ci sia già un codicillo piccolino che lo salvi anche stavolta dall’inevitabile declino?
Di lui Terry non si può proprio fidare e in tutto questo rimandare ci vede un brutto affare.


È un mago nel tirar fuori soluzioni dal cappello, è un genio a salvarsi il culo all’ultimo momento.
Ormai a vedere dai suoi sopratacchi in nostri sogni frantumati, siamo fin troppo abituati.
Terry è così arrabbiata che ha fatto impazzir la maionese: le è bastato sentir parlare la Gelmini dell’impossibilità di un governo di larghe intese.


Lui se ne dovrebbe andare e far sì che siano subito altri a governare, che sia chi ha veramente a cuore le sorti del paese a capire come fare per dividere le spese, come tirarci su dal baratro senza fine in cui la Marcegaglia dice che stiamo per finire.

“Per carità di Dio dimettiti” è il mantra generale di questi giorni.
Lui sorride meno anzi per niente, dà pacche sulle spalle ai suoi ministri che lo guardano con facce tristi e con meno ammirazione, ora che stanno perdendo in un colpo solo poltrona e pensione.

“Per carità dimettiti ora” è la preghiera accorata del paese: ci stai mandando alla rovina e saremo sempre noi a farne le spese.
A questo punto e nell’ansia del solito colpo di mano, Teresa passerà la giornata in cucina: ci sono i torroni da preparare, tra poco arriva Natale, sfogherà così il suo carattere ribelle, prendendo a martellate noci e nocelle.

sabato 5 novembre 2011

Teresa e l'oscurantismo globale

Non esser super fighe, rifatte e un po’ troiette
è una roba da esser considerate assai sfigate e povere neglette.
Lo sa la Merkel, lo sa la Bindi e lo sa la povera Rampino
insultata pesantemente durante uno show televisivo.

Ma si sa che il mondo oggi è questo: confusa nella massa degli ignoti,
finché non la dai a qualcuno e ti prendi dei voti,
di quelle che sono le tue competenze, non frega a nessuno non è importante,
fondamentale è darla bene in mezzo a tante.
Darla a quello giusto non è cosa sconveniente,
è il solo modo per diventare in qualche modo competente.


La nostra intelligenza può dar molto fastidio
se non applicata alla ricerca della minore consenziente o del nuovo personaggio editoriale,
dell’idea così originale che di essere una donna può far dimenticare.

Genova affonda e la nostra Italia pure.
Sorvegliata speciale per incapacità di governare e tenere il timone.
E stiamo col naso all’insù a guardare, nell’attesa che cambi il vento e la barbara usanza
di considerare l’altro sesso solo in base alla patonza.

Infatti rimango chiusa in questo blog a osservare,
nella mia casa rosa confetto dove nessuno mi può insultare,
dove non devo starmi ogni secondo a truccare,
dove essere me stessa è l’unica conquista,
dove non conta solo il lavoro di sbiancatura del mio dentista.

Non mi va di parlare di corna e orgasmi, non voglio essere tuttologa e tuttofare,
non ho voglia di stare fare gare in questa assurda competizione a pubblicare,
a emergere e a farsi notare.
Da bambina non vincevo nemmeno le gare delle tabelline,
sono una destinata a fallire.
mai passata sul corpo di qualcuno, mai allungato la mano per convenienza,
ho lavorato solo grazie alla mia esperienza.

Arriverà un giorno la rinascita del pensiero e dell’uomo vero.
Dal Medioevo prima o poi si viene fuori,
i barbari verranno sotterrati e così pure i dittatori,
hanno iniziato dal medio oriente
ad arrivare a noi non ci vuole niente.


Quando saranno morti e sepolti di loro non resterà che un orribile ricordo,
alla fine tutta la merda diventa concime
e finalmente si potrà di nuovo respirare.
Le rughe così umane non saranno più da condannare,
la bruttezza è una peculiarità interessante e personale.
La sola possibilità di dirsi artista sarà affidata alla fantasia e alla capacità reale di applicarla,
non più alla bravura nel darla.

Finirà questo oscurantismo globale,
questo apparire così infernale,
l’attribuirsi doti da Guru di certi intellettuali e giornalisti milionari
raccogliere fondi sì, è sempre un bene,
ma da devolvere a chi sta proprio male.

martedì 1 novembre 2011

Teresa e la festa di Ognissanti

Sapevo che l’avrei trovata in piedi già dall’alba a darsi da fare tra bersaglieri, ossa e pan dei morti.
Di secondo cucinerà del pollo, come da paterna tradizione mentre stasera lascerà la tavola imbandita, in caso qualcuno di quelli che hanno sperimentato prima di lei la dipartita, decida di fermarsi qui a mangiare e di restar con lei fino a Natale.
Ha decorato tutta la casa con zucche di vino ripiene, e ovunque risplendono candele.

-Oggi ci sei solo tu!, immagino non ti dispiaccia, star qui con me a consumare la festa!
Per caso avevi altri programmi?
Pensavo che per commemorare questo giorno, potremmo raccontarci di quelli che ci siam levate di torno, dei maschi che nel nostro cuore sono morti, di quelli che ci hanno inflitto la lunga serie di amari torti-.
E volteggia, oggi vestita di nero, per mettere a posto ancora qualche cero.

-O perché no?, potremmo raccontarci dei signori che della morte hanno paura, di quelli che a parlar di cimiteri si toccano in certi punti e fanno volgari riti propiziatori, come se la morte non fosse un fatto naturale, come se si potesse in qualche modo fermare, o magari pagando, anche rimandare-.

-Ah, sì, questo è certo.
Noi per forma mentis e per struttura, moriamo dentro ogni mese e rinasciamo assieme alla luna.
Questa è la nostra fortuna, questo che ci rende più vitali e tolleranti e non sempre così strutturate e pesanti.
Ne conosco alcuni che ancora son legati a delusioni infantili, a stupidi errori e inciampi, che ancora dopo anni pensano a una certa fidanzatina, quella che in campeggio più di trent’anni fa li fece soffrire mancando a un appuntamento, lasciandoli da soli nella notte stellata senza avvisarli e nemmeno inventare una scusa-.

- In questo siamo assai distanti! E i paurosi son proprio tanti!-

-Sai invece io di cosa ho un sacro terrore? Cosa mi fa una paura matta?
Che dopo la mia morte la mia pagina Feisbùc rimanga aperta.
Che qualcuno mi venga a chieder l’amicizia e a salutare senza sapere che me ne son dovuta andare.
Mi fa orrore l’idea che la mia anima rimanga in qualche modo attaccata a questi pixel, che continui a navigare in cerca di un modo qualunque per uscire da questa vacua esistenza virtuale-

- A questo urge una soluzione- urla Teresa abbracciandomi con umana compassione.
- Se anche il tuo uomo si rifiuta di parlarne sono io per te l’unica soluzione!-


-Tu sei furba cara Terry, sei la mia più bella creatura!
Tu vuoi le password per scappare da questo Blog e dalla mia tutela, per andare in cerca di emozioni forti, e proprio il giorno della festa dei morti.
Dai fai presto, accendi le candele e andiamo a far due passi sul fiume, preghiamo per chi non c’è più e per chi continua a soffrire, stiamo un po’ così con lo sguardo al cielo e riflettiamo sul fatto che il solo senso della vita sta in questo universale mistero-.

lunedì 31 ottobre 2011

Teresa e il quotidiano sdegno.

-Ah ecco, l’hai preso tu il giornale?
Ma scusa non potevi lasciar stare?
Oggi è lunedì e già sarà dura, e tu pretendi che mi metta a spulciare notizie alla ricerca di buone primizie.
Tanto si sa che oggi si parlerà dell’orsacchiotto Renzi, che proprio non so come riesca a tirar fuori argomenti tutto il giorno, che ancora non è parlamentare e già vorrei levarmelo di torno.
Ieri sera lo guardavo gesticolare in tivvù e senza volume, sarà ma a me pare anche lui dell’ottimo pattume.
Ricordo un suo sincero abbraccio con Marchionne –padrone vecchio stile- e alla Binetti cattolica dalla cintura di spine.
Intanto in giro già si dice che l’italiano medio lo vuole Presidente, cioè che io compresa, lo vorrei a Palazzo Grazioli, come non fossero abbastanza i miei malumori.


Una cosa, invece, mi fa scandalizzare e giacché ho la luna in vergine, vorrei puntualizzare: perché la povera Belèn l’hanno lasciata sola?
Non penso che questa del video sia una trovata pubblicitaria e nessuno –a parte quel gran figo di Travaglio- ha pensato di dire qualcosa su questo brutto imbroglio, sul fatto che il diritto alla privacy non è uguale per tutti, e che se sei bella e sensuale puoi anche essere guardata mentre fai l’amore, ripresa in un momento d’intimità e insozzata da tanta brutta umanità.
Nessuna femminista ha gridato alla scandalo, nessuno si è sforzato di eccepire, come se essere belle fosse un peccato da espiare.
Capisco perché le cose non vanno, ognuno difende la propria razza e non il sacrosanto principio di giustizia, come sempre si usano due pesi e due misure, come sempre c’è chi decide chi salvare e chi lasciar morire.

Mi pare che ci sia ben poco da dire.
La sensazione è che nonostante i sondaggi e il fare appello alla libera opinione, restiamo inchiodati qui a guardare chi è più in alto e si dà da fare.
Direi che sarà per me più proficuo cucinare anzi, fa la cosa giusta e passami il grembiule!
In questo schifo di paese, imprenditori giovani restano in mutande e per denunciare lo stato delle imprese, comprano pagine di quotidiani a proprie spese.
Vediamo banche che chiudono le casse a chi rimane qui a produrre e i soliti ricchi che non pagano le tasse. Imprese che hanno preso milioni dal governo e che vanno via di qui senza che nessuno, lassù, alzi un coro di sdegno.
La nostra voce si è fatta sottile, ci sono tanti media eppure nessuno ci può sentire.
Se si va in piazza e se succedono casini, rientriamo nelle nostre case con la coda tra le gambe urlando la nostra estraneità alle violenze.
Per tutto l’anno clikkiamo dei “mi piace” pieni di sdegno, scriviamo quanto ci fa schifo questo governo e poi ce la facciamo sotto se si presenta l’occasione di far sentire più forte il dissenso generale.
Questi continuano a usare auto blu con le sirene e termineranno la legislatura per beccarsi la pensione.
Okkei, perfetto! Allora sai che voglio fare?
Rimango qui nel letto a mangiar dolci e a parlare d’amore.

domenica 30 ottobre 2011

Teresa e i consigli della nonna

-Uno... due... tre... zac!, centrato!
Guardami ti prego, che ora provo col secondo, questo qui che ha un bel culo grosso e tondo... uno, due e... tre!
Guarda!, nemmeno uno sbaglio, come se avessi fatto scuola di tiro al bersaglio, un bel Master in tiro al coniglio!


-Buona domenica Teresa, andiamo a spasso stamattina?
-Ho già gli anfibi ai piedi e il cappello in testa, ma prima devo capire cosa rispondere a un tizio, uno che appena alcuni mesi fa voleva farmi la festa-.

-Ah... e poi come’è andata a finire?-
-Dimmelo tu che mi hai creata, se secondo te alla fine gliel’ho data-
-Ingenua come sei e piena di pensieri positivi... sicuramente siete andati altre gli aperitivi, sicuramente oltre il ristorante, sicuramente sei salita a casa e ... –
-Ecco sì, evita la rima che poi mi sento più stupida di prima!

Mi domando come mai finiamo a parlare sempre di certe questioni, dei soliti argomenti, di questi tizi che fanno i femministi e i post moderni, ma poi si comportano come gli zotici che mi lavoravano in campagna: se non lo fai ti piantano la lagna, se sei troppo generosa non diventi la loro sposa.
Mi sa che il femminismo è stato una svista, è stata solo una bugia, un punto di vista urlato in piazza, non una vera presa di posizione: questi ancora parlan di possesso e diventano dei matti se non è solo con loro che vuoi fare sesso-.

-Sì Terry, tu hai ragione, però mi domando che bisogno ci sia di far di ogni faccenda intima una questione comune.
Mi pare che feisbùc sia diventato per le donne un po’ come il Grande Fratello e che tutte mettono in piazza che lo fanno con questo e con quello...-.
-Il fatto è che qui ormai si dà di matto a star nell’anonimato, si batte la testa contro il muro all’idea di non essere arrivato.
E come per esser creativi non c’è più bisogno di aver studiato, basta millantarlo sul profilo e fare quattro foto, così a esser donne ciniche e perverse pare che ci si senta diverse.
Non si vuol proprio capire che oggi è una condotta diversa a far la differenza, è una certa discrezione a formare di noi una positiva opinione e che di donne che la danno in giro ormai i maschi ne hanno abbastanza: l’uomo conosce sin troppo bene quella pietanza e vorrebbe magari qualcosa di prezioso a far la differenza.

- Vero Teresa, manca poco che descrivano le posizioni dell’amplesso, che facciano confronti di dimensioni e potenza dell’altro sesso-.

-Ma è solo esibizionismo, pubblicità che non serve a niente, sembra che ancora non abbiamo imparato che solo i trucchi della nonna fin qui hanno funzionato.
Non sanno poi, che far carriera è una cosa seria e che la pacchia sta per finire, perché questa barbarie non è destinata a durare.


-Allora cosa rispondi al tizio che ti ha scritto?-
-Lascia perdere, meglio uscire, in fondo è solo un coniglietto che si è divertito a portarmi a letto...-.

sabato 29 ottobre 2011

Teresa e il sesso estremo DUE.

-Senti un po’.... ma tu che ne sai qualcosa... ma secondo te perché tanta gente digita su google “quella cosa”?-
-Terry guarda, non me ne parlare, questa è una roba che mi fa preoccupare!-
-Scusa ma cos’è che vanno cercando? Pensano davvero che il web sia il luogo giusto? O non dovrebbe essere la realtà a far loro capire il mondo?-
-Il web, i locali con quattro sgallettate che per fare le submissive vengono pagate. Ma dai te l’ho detto che tempo fa feci un esperimento, e me ne trovai attorno almeno cento!-

-Cento cosa? dimmi, ti prego, son curiosa! Raccontami questa storia!, accendi la tua memoria!
Arrivano sul nostro Blog digitando “sesso estremo” e altre cose strane di cui ho sentito poco parlare...-
-Teresa cara, tu vieni dalla campagna, tu sei ingenua, sei la mia creatura pulita che non conosce i fatti della vita... non voglio che tu sappia certe cose, che tu capisca per davvero, come gira il mondo intero...-
-Non puoi tenermi qui rinchiusa a parlare di fatti quotidiani e non spiegarmi perché in tanti vadano in cerca di certe emozioni. Sono stanca e sono stufa e tu lo sai che non mi puoi trattenere!-
-Sì, certo, tu pensi che da qui un giorno te ne potrai anche andare?-

-Certo, va bene, non dirmi la solita cosa... la conosco a memoria questa storia,
me l’hai ripetuto sino alla noia che sono la tua creatura inventata e che rappresento ciò che tu non sei mai stata.
Ma almeno racconta dei mali del mondo, così che ne possa parlare a fondo-.

- Ecco Teresa è da qui che si dovrebbe partire: certe pratiche sono una scelta e mai una costrizione, e il sesso estremo, a mio modo di pensare, non esiste senza amore. È una "via” di assoluta condivisione, di totale adesione intellettuale, di sintesi estrema dell’unione... per condividere un dolore così profondo devi avere con il partner una fiducia senza fondo.


-Sono per te originali e mai banali?-
-Sono senza ipocrisie, privi di finzioni e mascheramenti, condizioni essenziali che portano le coppie a perpetrare tradimenti.
Chi decide per un rapporto di un certo tipo, decide per l’esclusiva e per il legame più forte, quello che non ci lascia più sino alla morte. Ma certo è anche una questione caratteriale non tutti hanno la capacità di poterlo fare.
Questa è una pratica che oggi va di moda ma è così antica e amata, che dall’alba dei tempi l’umanità intera non l’ha mai dimenticata-.

-Uh come sono curiosa di sapere fin dove si può arrivare!-
- È un modo di essere, cara Terry, e non di apparire, una situazione in cui la punizione più severa non è che privazione, in cui è vedere il tuo carnefice che ti dà piacere. Ma non è un sentimento che si può creare, non è per “Vanilla”, è istintivo e naturale, non è mai costruito e non si può imparare, è solo un modo diverso per declinare l’amore, non è fatto di orpelli e non si trova nelle parole-.


-Allora io non lo potrò mai provare?-
-Tu sei diversa, sei solare, non ami legacci e ti ribelli a ogni punizione, non sei contorta né cerebrale, sei tutta panna e miele, non hai niente da farti perdonare: non puoi restare in ginocchio a pregare, non puoi supplicare piangendo, non puoi provare piacere trattenendo. Ti ho fatta diversa, ti ho fatta naturale perché questo amore, comunque, fa soffrire-.

venerdì 28 ottobre 2011

Teresa e la massa

Stamattina è così presa dal mettere in ordine la spesa, dolci, farine e cereali, frutta secca e frutta disidratata, che nemmeno si accorge che sono entrata.
Canta sempre quando sta da sola e oggi ha deciso di distruggerne una cantata dalla grande Mina.
-Ma quanta roba ha comprato?
Ma dimmi Terry c’è stato un terremoto?
Perché hai saccheggiato il supermercato?-

-Scusami ma tu dove vivi nel mondo delle fate?
Non le hai viste le masse affamate?
Ma non li hai visti ieri i barbari presi per la gola, le masse che parevano Zombie di romeriana memoria?
Molti hanno dormito in strada altri si sono fatti fuori l’intera mattinata.
Tutta Roma a far la fila in auto per la grande promozione, per delle ore alla ricerca di un biglietto, gli occhi sgranati per non far passare avanti il solito furbetto, dalla sera prima uno sull’altro in piedi a far la fila.


Allora mi son detta: se questo della massa è il modo di fare, è meglio che faccia una scorta alimentare, non si sa mai quello che può accadere in caso ci sia un disastro naturale.
E certo che se questa è la voracità consumistica della popolazione, credo proprio che stiamo correndo verso la distruzione, le nostre discariche sono già piene e nessuno si rende conto di quanto sia la tecnologia a insozzare.

Il direttore marketing di quel supermercato è un genio patentato: aspetta il giorno di stipendio, il ventisette del mese, per diffondere la voce di svendite clamorose.
Immagino che in tanti avessero bisogno di un nuovo cellulare, in tanti di un terzo televisore, magari da mettere nel bagno perché può essere vitale guardare un tiggì nel momento del bisogno.

Più osservo questa nazione meno capisco chi è che muore di fame.
E se in tanti stavano lì a far la fila, vorrei anche sapere chi è che in questo paese lavora, chi è che langue dicendo che non ha soldi ma non esita un attimo a tirar fuori il portafogli.


Mi ha fatto impressione tutta quella confusione, hanno trovato anche una vetrina da sfondare pur di trovare qualcosa da accaparrare: non era nemmeno più importante capire cosa, fondamentale era portare via qualcosa, non tornare a casa a mani vuote, non rendere vano l’assurdo sacrificio di aver preso una giornata di ferie dall’ufficio.

Penso che certa roba serva sempre e solo a placare la frustrazione di essere un numero di previdenza sociale, la vocale e la consonante di un codice fiscale.
Ormai non siamo più pensiero, etica e ideale ma ci sentiamo vivi solo ad avere qualcosa da toccare, qualcosa da avere tra le mani e che sia reale.

Il pensiero ormai è fuori moda, l’anima una parola lisa, per non parlare dello spirito che non s’immagina nemmeno più cosa sia, così presi come siamo nel desiderio di ritrovarci tra la folla tutta uguale, così lontani da un pensiero originale, omologati da un unico ideale e un solo fine: quello di non pensare.

mercoledì 26 ottobre 2011

Teresa e i noiosi fatti del giorno

Sai cosa ti dico cara mia? Era meglio quando ci occupavamo solo d’amore, di uomini inutili e d’inutile dolore: a star dietro a Mr. B. e alle sue malefatte, alle sue leggi ad personam e alle stupide barzellette, mi pare di ripetere sempre le stesse cose tanto sono ridicole e noiose.
E c’è pure chi se la prende a male per l’opinione che all'estero hanno di questa specie di governo, come se non fosse vero che siamo un paese allo sbaraglio.
Pare si siano dimenticati tutti, e in fretta, delle parolacce e delle escort, delle volgarità e delle figure di merda, delle battute sul Presidente Obama abbronzato e sulla Merkel, come se il nostro Premier, da poco rifatto e restaurato, fosse un pupo dal passato nitido e illibato.


Cara la mia Elenina, io mi son proprio rotta di star qui a commentare questo stato di cose e questo schifo di governo, mi prende lo sconforto se penso che passerò così tutto l’inverno!
Se questo non si dimette, staremo per sempre a scrivere di processi e tette rifatte.
Certo non è che gli uomini mi diano poi ragioni per dire qualcosa di meglio, anche con loro è tutto uno sbadiglio: chiamano e scappano, scrivono e scompaiono, lanciano sassi e nascondono la mano... ma almeno cambiamo soggetto per non parlare sempre e solo del ridicolo nanetto.

Che ne dici? Ripartiamo dalle dissertazioni sull’amore?
Scriviamo solo e soltanto di sentimenti, di quelli delicati, di quelli che non finiscono sempre e solo in tradimenti?
Magari ce n’è più d’uno in giro, forse riusciamo a raccogliere due o tre storie eccezionali di quelle soltanto rose e fiori!

-Sì Teresa cara, io lo farei pure, ma viviamo in Italia ed è nostro dovere parlare della nostra storia e non di una Repubblica immaginaria. E poi oggi cosa ci sarebbe da dire di bello? Che un tizio si è dato fuoco perché scartato al Grande Fratello?
Cosa c’è di tanto edificante in giro? Quale bella storia da scrivere assieme? Quella di una mezza battona che prende uno stipendio da favola in Regione e che questo Governo nemmeno s’impegna a sollevare giusto per dare un segno positivo alla popolazione?


Lo so, è vero, hai proprio ragione.
Mi sa che ci tocca metter su un blog di ricette vegetariane, o magari potresti parlare solo della tua esperienza spirituale, della preghiera e della fede che nulla ha a che vedere con certe beghe di palazzo che credo abbiano rotto il ca...
-Terry lo sai, non voglio che tu dica parolacce, non è così che ti ho creata e non farmi arrivare alle minacce!-.

A proposito di fatti del giorno, ma non ti pare che le donne di molti profili feisbuk sembrano attrici porno? Di tanto in tanto mi arrivano suggerimenti di tizie solo ieri adolescenti e che sembrano in tutto zoccolette accondiscendenti.
- Sì, sì... e pare che i cretini, la solita bella manciata di maschi italiani, siano anche lieti di ricevere i loro aggiornamenti.
Il pesce puzza dalla testa e dagli anni settanta non è cambiato un bel niente, solo che la nostra esuberanza pare abbia tolto loro potenza e forza sessuale, unica dote per la quale li si poteva ancora amare!