mercoledì 27 febbraio 2013

Deriva #20 Io, BANNO da sola


Più volte durante questi giorni pre e post elettorali ho avuto il desiderio di chiudere tutti i miei account, ma è stato un bene che non l’abbia fatto. Amici falsi si sono finalmente palesati, alcuni hanno appeso al pennone più alto della propria incompetenza una nuova bandiera, certi sono saltati in corsa sul carro del vincitore: buona fortuna.
Sì, ci sono sicuramente persone splendide, tantissime, e tante sono tra i miei follouer e tra i vostri. Tra l’altro io posso tollerare tutto, siamo liberi, almeno pare. E soprattutto, io sono libera di bannare chi voglio per non dover battibeccare giornalmente con l’adepto di turno. Il che non significa non rispettare le idee altrui o essere fascista. Il fatto è che stare su un social network non può diventare un mestiere, e se hai qualcosa d’importante da dire, mi telefoni.
È vero, i giudizi qui sono parziali, ma sono pur sempre giudizi, allora penso che se non si è in grado di riassumere un pensiero completo in centoquaranta caratteri, sarebbe meglio esimersi dal farlo.
Protetti dall’anonimato poi, siamo tutti pronti all’insulto, che sia politico o meno.
In difetto di parole e con problemi di sintassi, direi che il rischio di essere fraintesi è altissimo.

Ma se la mancanza di rispetto si è fatta sputo e bestemmia durante questa storica chiamata alle urne, non è così diverso nel quotidiano.
Scrivo #derive e ho già spiegato il perché.
La maleducazione perpetrata verso chi scrive, per esempio, si trova nell’indiscrezione, come se dai pixel trasudassero chissà quali verità e segreti. Come se non fosse abbastanza chiaro che, per quanto sinceri, qui siamo tutti dei personaggi.
La cafoneria esibita, lucida e brillante come le scarpe del contadino alla domenica, sta nel supporre che tra chi scrive e ciò che racconta ci sia totale adesione, come se lo scrittore di gialli andasse in giro ogni notte ad ammazzare qualcuno.
Io, per esempio, non sono nessuno, e non ho niente da dire oltre ciò che scrivo sul blog.

La maleducazione sta nell’inviare pubblicità, articoli e recensioni non richiesti, stramaledette mail collettive, post dai quali mi “staggo” da anni. È segno di superficialità non capire, non accorgersi che a qualcuno non interessa ciò che gli propiniamo settimanalmente, nel costringerlo quindi a dire per primo che non ne può più, perché gli stiamo affollando la casella di posta.
Il mondo è pieno anche di opportunisti. Non è bello interloquire con qualcuno quasi ogni giorno per poi defollouarlo perché non si piega alla reciprocità dopo il primo scambio di battute. Non è bello neppure dichiarare stima e amore incondizionato per le prime tre settimane e poi mettere il profilo del cuore in un cantuccio: mi capita sempre più spesso con le donne, che tra fiorellini, stelline e tvb riescono sempre a farmi cascare nel tranello.

La deriva dei social network sta nella provocazione insistente e diretta verso chi la pensa diversamente da noi e che ha già evitato di risponderci almeno dieci volte.
La deriva delle opinioni sta nel voler imporre la propria idea commentando ogni giorno qualsiasi post e nel pungolare l’interlocutore come una zanzara fastidiosa, nonostante il proprietario dell’account non risponda più da giorni.
La deriva del pensiero sta nel non voler vedere al di là del nostro naso ottimista e della nostra TL considerando il pessimismo altrui, un difetto: senza valutare esperienze e vissuto che noi non conosciamo.
La maleducazione sta nel non essere tra i miei follouer ma seguirmi con costanza solo per insultarmi con parolacce e frasi adolescenziali: «capisci un cazzo, tu».
La deriva dell’ipocrita sta nel commentare un tuit ma non apertamente, per carità, facendo riferimenti velati ma fin troppo chiari agli occhi del bersaglio di turno. Un bzzz... bzzz... continuo e fastidioso. Un pettegolezzo vigliacco, il famoso “chi ha orecchie per intendere intenda”.

La maleducazione dell’inetto sta nell’approfittare del follou back per bombardare qualcuno di DM, cui veramente si può fare a meno, in un “non luogo” dove si sta per seguire i fatti del mondo e commentarli in diretta, tuitstar e cafonissimi dell’ultima ora assieme.
Se vogliamo conoscere veramente qualcuno, domandiamogli il cellulare o la mail. Se non ce lo darà significa che è opportuno cambiare soggetto, un modo utile per evitare perdite di tempo e “ban” improvvisi.

La maleducazione sta nel leggere un rigo solo di ciò che viene scritto e commentarlo a sproposito, sta nel parlare male in DM di un contatto comune, nel fare battute sconvenenti: solo perché ci diamo del “tu” non significa che possa permetterti certe libertà. Solo perché ci diamo del “tu”, non significa che oltre a fare pensieri osceni su di me tu possa anche manifestarli in pubblico.
La maleducazione sta nel superare il confine e allungare la mano, provarci quantomeno, e nonostante si sia respinti di continuo.
È maleducato anche inviare manoscritti chiedendo una valutazione e sparire al momento di accettare o meno un preventivo.

È tanto maleducato ed è tanto stupido, e misero, farsi benvolere giusto il tempo che serve a ricevere il follou back per poi sparire.
È cafone, oddio, quanto è cafone usare trucchi elementari, svelarsi poco raffinati, falsi e bugiardi, pensando di avere davanti un povero imbecille.
Il diavolo fa le pentole non i coperchi, e qui su tuitter le voci girano.
La deriva di twitter sta nel non rituittare mai e poi domandare pubblicamente: perché mi hai defollouato? Sta sicuramente nel chiedere un #FF quando non me ne hai mai fatto uno.

Ciò che io cerco fuori e dentro i social media è il rispetto dell’altro da me, il numero dei follouer, per chi non è una tuitstar sta nel suo essere irreprensibile. O almeno coerente.
Non faccio collezione di follouer, non m’interessa, se mi segui vuol dire che ti piaccio nonostante le mie idee politiche tutte da rottamare.


#FF Follow Friday: indicazione fatte il venerdì degli account da seguire
Follow Back: essere seguiti a propria volta
TL: Time Line
DM: Direct message (messaggi privati)
Ban: Bannare, impedire a qualcuno di trovarci sul s.m.

domenica 24 febbraio 2013

Vacanza studio

Foto di Henry Cartier-Bresson

Finalmente aveva in tasca i biglietti aerei.
Distesa sul divano, la donna in vestaglia chiara non mostrava il minimo segno di contentezza, solo, lasciava trasparire l’emozione per quel viaggio dando leggeri colpi di tosse, interruzioni volontarie d’incipit che potevano dare inizio a una tregua, certamente auspicata da entrambi, ma assai pericolosa.
Lui, campione di funamboliche bugie, era appena naufragato da una storia extraconiugale con una Salomè che nel giro di sette mesi si era rivelata una ragazzina viziata, piena di problemi e con tendenze suicide. La moglie, che dal divano continuava a fingere di essere sola nella stanza, nonostante avesse relegato nel magico mondo dei pixel le sue tante avventure, rimuoveva del tutto l’ipotesi di essere diventata campionessa di buchi nell’acqua.

Tra loro, e da almeno quattro anni, scorreva un fiume di noia e di composta tolleranza, ma tenendosi ben saldi alle perfette abitudini che assieme coltivavano con amore, esattamente come i pomodori e la verdura biologica in giardino, erano riusciti a rimanere in piedi.
Nemmeno ci facevano più caso alle assenze, ai ritardi, alle invocazioni notturne sospirate durante sonni agitati, alle risposte evasive sempre a fior di labbra.
Vivevano sotto lo stesso tetto in nome di una promessa legata all’anulare e a un’antica passione, la cui traccia appena visibile resisteva nell’amore per certa letteratura, per la cucina e per i viaggi.
Ma il quadro nell’insieme era pietoso: un “tieni” sorridente di lui che le passava il caffè, il cavalleresco e ironico “prego” per cederle il passo e un paio di educati “grazie” della moglie, furono le quattro parole intercorse tra i due durante tutto il viaggio da Roma a Londra.

Dio quant’è felice!, si disse l’uomo vedendo emergere, tra tutti gli altri in attesa, il sorriso luminoso dell’amico Edoardo (per gli amici Edo). Certo, si è appena sposato!, aggiunse senza nemmeno sentirsi in colpa per quel pensiero maligno.
Dopo i convenevoli di rito, tanti, viaggiarono per circa tre quarti d’ora verso il Kent alternando battute e barzellette sul governo italiano a racconti di vita.
Come può essere ancora così felice?, si domandava l’ospite guardando Edo illuminarsi di gioia nell’elencare le qualità della moglie.
-Non te l’avevo detto che siamo sposati da otto anni?- gli disse l’amico inglese colpendolo su una spalla.
E in quel –no-, di risposta, il maschio latino lasciò scivolare una quantità tale di sentimenti contrastanti da poter essere contenuti difficilmente in una sola consonante e una vocale.
-No- ripeté –non me l’avevi detto-, aggiunse per prendere tempo mentre guardava allontanarsi per sempre l’ipotesi di una legge coniugale che condannasse ogni coppia a un destino di noia e bugie.
E dopo aver raccontato con tre aggettivi il proprio appagamento sentimental/sessuale, Edoardo concluse con un “sì” categorico e pieno di soddisfazione, che mise gli sguardi della coppia in seria apprensione.


Adagiati nell’idea di un destino comune a tanti, quello del tedio post matrimoniale e del tradimento ipocritamente condiviso, entrambi avevano lasciato la propria vita scorrere senza mai cercare un rimedio definitivo. Che potessero esistere unioni fuori dalla norma, li riempiva di dubbi.
Da buon filosofo, l’italiano ripiegò su un’ipotesi di salvataggio e tracciò un piano “b” che lo rimettesse per un po’ in pace con la coscienza: quella di Edo era recita, la solita che per sopravvivere ed evitare domande, spiegazioni e recriminazioni. Sì, quella dell’amico naturalizzato inglese, era la maschera del “e vissero tutti felici e contenti”, che ci si abitua a portare in faccia, soprattutto con gli amici più distanti, e che difficilmente hanno la disgrazia di trovarsi agghindati per il capodanno a fronteggiare una gelida serata a quattro in cui s’interloquisce solo per lodare il buffet o parlar male di chiunque.

La bionda Liz li aspettava già sulla porta stretta in una lunga mantella rossa, splendida come l’uomo l’aveva vista nelle rare foto che l’amico aveva condiviso sul web.
Da buoni padroni di casa, i due inglesi accompagnarono la coppia nella dependance. Anzi, in verità fu Liz che uno sguardo di Edo, e pur sottile come un fuscello, prese entrambe le valige per scortarli pochi metri oltre il giardino, in quella che sarebbe stata la loro casa per un mese.
Il silenzio della campagna fece sì che i sospiri della coppia risuonassero rumorosamente, e all’unisono, tra le pareti di roccia e legno. Ma nonostante ciò, i due rimasero muti, così disfecero i bagagli e così si cambiarono per la cena.

-Da quant’è che vai a cavallo?,- domandò l’uomo scorgendo in mano al padrone di casa un elegante frustino.
-Ah, sì- e sorrise -in realtà non mi serve per cavalcare-, e si portò il frustino all’altezza dei grandi occhi verdi per fletterlo con cura dopo averlo fatto scorrere con precisione tra indice e pollice.
-Questo lo uso in casa,- aggiunse sorridendo di nuovo, come se ciò bastasse a colmare la curiosità dell’amico che, come un cane fedele in attesa dell’osso, lo seguiva nello studio mentre sua moglie (tale era almeno per la legge italiana), con la sua voce acuta e intonata, si era congedata per dare una mano in cucina.
-In casa...- riprese l’italiano che forse, in fondo e nemmeno troppo, una mezza immagine hard core l’aveva già vista: a colori, in realtà, anche piuttosto, bionda, nitida e ansimante.
-Beh... - iniziò il padrone di casa accomodandosi sul divano e allargando le braccia sulla spalliera mentre roteava vistosamente il frustino, -Diciamo che se si desidera evitare certe menzogne e continuare a vivere in sintonia... -
L’amico, assai confuso, si versò qualcosa di forte dal mobile bar.
A ogni ipotesi d’implicazioni sessuali estreme, gli veniva in mente l’Edoardo che ben conosceva: giocherellone, passionale, romantico, grande sostenitore del femminismo e delle pari opportunità.
- Ma che c’entra il femminismo?, - rispose Edo ridendo mentre l’altro emetteva frasi che partivano come affermazioni certe per riempirsi a metà di sospensioni e concludersi con punti di domanda rumorosi.
-Dove credi che si trovi il rispetto tra un uomo e una donna?- continuò Edo -Nel tradimento? Nell’astinenza?, Nell’uso quotidiano di pornografia?-

E il maschio colpevole, ripensò alle nottate –troppe- in solitaria davanti a Youporn, al fastidio provato ogni volta, dopo essersi scopato sua moglie assieme a una bionda qualunque, chiamata in soccorso dalla fantasia, e che muoveva un culo largo e sodo sul nero delle sue palpebre vigliaccamente serrate. Pensò alla Salomè border line che lo eccitava solo perché così nuova e sconosciuta, pensò alle centinaia di donne senza nome che avrebbe voluto avere per le mani al posto della moglie: la sua signora di classe, la sua compostissima Anna un tempo così scatenata e allegra.

-Padroni..., - disse la bionda Liz che già aveva abbassato lo sguardo blu notte sul tappeto, -La cena è servita,- concluse in un timido sorriso standosene dritta sulla porta in un abito nero aderente e corto quel tanto che bastava a mostrare i ganci del reggicalze bianco latte.
Edo le andò incontro e dopo averle preso la mano e accarezzata a lungo, se la portò alla bocca assieme a un caldo: grazie.
Sì, pensò infine il nostro naufrago dopo aver osservato la romantica scena: potremmo anche trasformare questo soggiorno in una vacanza studio.
E seguì Edoardo che, con la punta del frustino, giocava con il gonnellino corto di Liz.

domenica 17 febbraio 2013

Deriva #19 Minicorso per tuittatori con ansia da rendimento


Intanto benvenuti nel magico mondo del “chi ce l’ha più grosso”, l’ego, chiaramente.

Siamo così alla #deriva che ormai non ci resta che ridere.
I tuit sono sempre uguali e più profili s’iscrivono -e ogni giorno ne arrivano di nuovi e agguerritissimi- più mi pare di essere intrappolata in un magma fastidioso di caratteri e di tuittatori che di originale hanno, forse, solo il nickname. Per il resto i “tipi/tuitter” si possono riassumere in “citazionista”, “provocatore”, “buonista”, “esperto”, “disinibito”, “sensuale”, “intelligente”, “superiore”, “equilibrato”, “ compulsivo”, “chiosatore”, “romantico”, “ironico”.
Non ci spostiamo da lì.
Ma l’ironia si esprime con il tempo, così come la simpatia. Inutile scriverla sulla bio, è come dire a un uomo: prendimi sarò la tua donna ideale.

Di derive ne ho scritte tante e chi ne avesse voglia può anche clikkare autonomamente sull’etichetta #deriva e leggere cosa io, personalmente, penso di questo mezzo e di come, dopo aver “guardato” a lungo e “letto” molto sull’argomento, credo ci si debba comportare.
La regola numero uno sarebbe di evitare errori di ortografia e accenti sbagliati. Per farlo si può consultare, se non il vocabolario, almeno il web. Così, giusto per andare dietro alla tanto amata “maggioranza vincente”.
Se, invece, ci tenete a restare in compagnia di quindici follouer e della vostra arroganza, fate pure.

Insisto sul fatto che questo non è FB e che se pensate basti l’anonimato a fare di voi delle tuitstar vi sbagliate di grosso. E non fate quella faccia!, non negate!
Non nascondiamoci dietro il monitor: avere una marea di follouer è ciò che TUTTI vogliamo, e se lo facciamo per vendere un Romanzo o per pubblicizzare le nostre tette, lo scopo è sempre quello.
Ovvio che appena iscritti si soffra di un senso di diminuzione, è perciò che all’inizio capita d’insultare chiunque e solo perché possiede uno stuolo di fan, ma non è certo attraverso la volgarità che otterremo il follow back, per cui, diamoci una calmata e osserviamo in silenzio proprio quelli che più ci stanno antipatici: una ragione ci sarà pure se hanno un seguito, a meno che non crediamo di essere gli unici geni originali del pianeta.

Iniziamo dalle basi: par capire come funziona tuitter è controproducente fare domande dirette, piuttosto, gugoliamo il nostro dubbio. Intanto perché a digitare domande del tipo: cos’è il Friday Forward?, ci facciamo una figura da sbarbatelli poi, perché spiegare in centoquaranta caratteri è sempre una seccatura e infine perché il web è così ricco d’informazioni che sprecare tuit mi pare una follia.
Ci sono blog che di tuitter raccontano ogni segreto, per cui, e sempre per tornare alla metafora della festa nell’attico di via dei Condotti, andare a interrompere la conversazione della griffatissima padrona di casa per domandarle se nei panini mignon c’è la maionese o dov’è il bagno, beh... mi pare da autentici cafoni. Andiamo dal cameriere che, lautamente retribuito, si trova lì davanti a noi, attaccato al muro e in livrea e solo per darci una mano. Se vogliamo risposte, cerchiamo di formulare le domande alle persone giuste.
Capisco che l’interazione crea visibilità, ma non si deve mai esagerare: qui non c’è lo spazio “commenti”.
Se qualcuno ci piace, seguiamolo di buon grado e proviamo a dimenticare l’avarizia feisbukkiana, non dobbiamo essere tirchi in rituit: la vanità è la prima debolezza della tuitstar e poi, se scrive tuit arguti che male c’è a darle visibilità?


Prima di aggredire qualcuno e di dargli dell’imbecille andiamo a dare un’occhiata alla sua bio, gugoliamo il suo nome. Dall’alto della nostra intelligenza non sarà così complicato farci vincere per una volta sola dalla curiosità intellettuale.
Magari il tizio in questione è il più grande oncologo italiano e noi l’abbiamo appena insultato dicendogli che la chemio è una gran presa in giro e che noi abbiamo una grande esperienza in materia. Suvvia, possiamo anche pensarlo, ma abbassiamo le penne che ci oscurano la visuale e prima verifichiamo non tanto ciò che dice, ma chi è.

Se poi l’aggressione la lanciamo nascosti da un profilo anonimo, allora siamo dei perdenti. O almeno dovremmo spiegarci il motivo –e darci anche una valida ragione- per cui il tizio in possesso di nome e un cognome (e non importa se conosciuto o meno), dovrebbe confrontarsi e battibeccare pesantemente con me di cui non sa assolutamente nulla.
Sempre alla festa su nell’attico in centro, si usa presentarsi a chiunque ci si avvicini prima di cominciare a parlare del fantastico buffet o di che tempo fa.
Anche l’anonimato va gestito con raziocinio.
Di anonimi ne ho tanti tra i miei follouing, ma sono personcine a modo, tutte, e nessuna mi ha mai insultata.
È necessario scorrere le TL altrui, guardare i rituit che gli odiati profili di tuitstar ricevono e soprattutto, VI PREGO, fare attenzione a chi è che li rituitta.
Non mettiamoci lì a immaginare trame da regno d’Inghileterra ai tempi di Elisabetta prima. Se uno ha dei follouing di rilievo una ragione ci sarà. Sempre che non siate della famosa razza arrogante del “so già tutto” potrete desumere che magari conviene evitare di sputare sulla sua PIC.

Le opinioni si possono anche discutere, ma se ci mettiamo anche un’emoticon simpatica possiamo sperare, forse, in una risposta gentile: spesso, come mi ha scritto ieri un gran cafone, i giudizi su tuitter–i suoi per primi- sono un po’ tranchant.
Perciò, a meno che non abbiamo da aggiungere qualcosa che possa far rivedere quell’idea sulla quale dissentiamo, non è detto che ciò che pensiamo interessi a qualcuno.
Diamoci tempo, cerchiamo di essere autentici –che non significa digitare la prima fesseria che ci viene per le dita- e soprattutto non facciamo nostri tuit altrui: ricopiandoli, riscrivendoli, adattandoli.
Cerchiamo di alternare sarcasmo a simpatia, romanticismo a cinismo, sensualità a pragmatismo.
Come scrive Saramago “Gioia e dolore sono come l’acqua e l’olio, coesistono”.

(p.s. non cambiamo la foto ogni tre giorni, è l'unico segno di riconoscimento che abbiamo, scegliamone una e teniamo quella più a lungo possibile!!!)

sabato 16 febbraio 2013

La cura



Decise che quel taglio le stava bene solo dopo aver fissato su un lato, con una forcina decorata da minuscoli pesci e stelle marine, la frangia troppo lunga.
Sin da bambina aveva avuto la sensazione che quello specchio fosse troppo clemente con lei. Lì dentro, tra le decorazioni blu notte di ferro battuto e lacca, il suo viso era pieno, e gli occhi meno sproporzionati rispetto ai tratti minuti che si portava addosso e che le davano l’aspetto fragile di una porcellana.
Deciso che il rosso era proprio il colore ideale in una giornata così buia, prese dall’armadio cappotto e sciarpa e uscì nello smog cittadino.

Quando andava da lui, ogni mercoledì alle 11:00, cercava di farsi dare la mattina libera in modo da poter officiare in santa pace il rito magico che l’avrebbe aiutata a dare il meglio di sé. In verità la donna poteva dirsi a tutti gli effetti una sacerdotessa per quanti riti riusciva a mettere insieme in poche ore. Dal bagno bollente con peeling sino alla depilazione, dalle maschere di bellezza alla vestizione, ogni gesto aveva in sé qualcosa di sacro.

Lo vedeva da un paio d’anni. Per l’esattezza, e come da agenda su cui annotava compulsivamente appuntamenti, idee, ricette di cucina e di vita, i loro incontri erano iniziati diciotto mesi prima.
Di lui amava la voce, -il tono rassicurante, ma ancor di più quello severo-, lo sguardo comprensivo - troppo spesso crudele-, e che le rivolgeva ogni volta che lei proprio non riusciva trattenere il pianto; il che succedeva a ogni appuntamento, in un atto per lei liberatorio e per lui, forse, gratificante.

Ogni mercoledì faceva un passo in avanti verso la propria autonomia. D’altra parte la volontà ce la metteva proprio tutta assieme alla capacità di lasciarsi andare e di ripensare in seguito, e sino alla noia, alle parole intercorse tra loro, ai gesti trattenuti e a quelli liberati.
Anche lui imparava a conoscerla. Per la verità i suoi punti deboli sarebbero stati chiari a chiunque a colpo d’occhio. L’ombra incombente di un padre autoritario ben visibile nell’ansia da prestazione, un’esistenza iperattiva e l’incapacità di accettare le debolezze del sesso forte, che si esprimeva nel troncare le relazioni appena diventavano più impegnative, o l’irresistibile pulsione a tenere tutto sotto controllo, dall’alimentazione agli orgasmi.
Ma lui era stato uno dei pochi, se non l’unico, che fosse riuscito a sorprenderla.
Spesso la incalzava con frasi provocatorie e raffiche di domande che la lasciavano senza fiato, altre volte, invece, faceva sì che tra loro il tempo rimanesse muto, perché fosse lei a riempirlo di dubbi sensati e di risposte possibilmente sincere.

Voleva farlo da seduta.
Era stato così sin dal primo giorno, da quando lui le aveva domandato di scegliere.
Era meglio averlo di fronte in modo da poterlo guardare in faccia mentre si apriva a lui in un gesto di fiducia senza confini.
Anche l’uomo –di ciò era certa- preferiva guardarle bene le emozioni che le passavano sul viso piuttosto che intuirle dalla voce. Un’espressione serviva a capire se quella intrapresa fosse la più giusta, e poterla incoraggiare, qualora ce ne fosse stato bisogno, nei momenti più difficili.

Ma la cura vera e propria non consisteva in quel tempo brevissimo trascorso assieme e in cui lei si denudava completamente, e nemmeno si trovava nei dubbi che lui riusciva a instillarle a suon d’illazioni troppo spesso umilianti. La guarigione si trovava piuttosto nei chilometri che la donna percorreva a passo svelto da casa sua, un monolocale in via Panisperna, sino a San Saba, dove si trovava lo studio dell’uomo.
Era durante quel percorso, sempre uguale, che la donna evocava ricordi oscuri e pungenti. Succedeva durante le brevi fermate di rito, tra la Pietà a San Pietro in Vincoli e il Colosseo, che immaginava tutto ciò che lui le avrebbe fatto se avesse deciso d’incontrarla per un’altra ragione.
Era allora, ogni volta seduta sullo stesso gradino e con la stessa visuale, che lei s’immaginava intrappolata tra le grandi mani dell’uomo barbuto, indecisa tra la tortura del cavalletto, quella dello water o quella dei chicchi di riso.

Nella sua mente la prima scena si svolgeva sempre nella stessa maniera. Una sua soggettiva mentre citofona, sale con calma le due rampe di scale e suona il campanello. Solo dall’apertura della porta in poi, la sceneggiatura cambiava.
L’uomo nemmeno la saluta accompagnandola nel suo studio stringendole la nuca tra indice e pollice, la schiaffeggia, spingendola poi con tutte e cinque le dita puntate con forza tra le scapole, o la trascina dietro di sé come un sacco vuoto tenendo saldi i suoi capelli tra le dita nodose. Ed era così che ogni volta cominciava spingendosi sempre un po’ più in là.

Quelle cose però, le immagini indecenti di se stessa che con espressione supplice si offriva a lui senza mezzi termini, a gambe divaricate o prona da qualche parte nel suo studio da psicanalista, non poteva proprio rivelargliele. Non mentre lui la faceva accomodare accompagnando il suo saluto con un caldo sorriso. Non mentre con le sue mani forti puntava la sveglia per sancire la fine della seduta. Non di certo a registratore acceso, mentre la guardava darsi da fare a sbrogliare i mille nodi della sua psiche. E nemmeno mentre lui la salutava a mano tesa, con il “ci vediamo mercoledì prossimo” di rito.

sabato 9 febbraio 2013

Un amico fidato


Foto di Elena Oganesyan

Glielo diceva ogni volta di accompagnarla.
Lo pregava -Dai, sali. Vieni con me,- gli diceva.
-Accompagnami, che il ragazzo vuole salutarti! - insisteva ogni santissima volta affacciata all’auto, dal finestrino, come una che comunichi al cliente durata e prezzo.
Aveva insistito, le prime volte, almeno, i primi mesi, forse, dopo aver stabilito che quello restava un vizio da confinare al sabato sera o in vacanza, che avrebbe dovuto evitare di farlo davanti a estranei, che avrebbe dovuto tenere per sé le sue teorie antiproibizioniste visto che ormai era una donna fatta.
Sì, una donna fatta.
Una laurea in lettere, precaria, senza figli e al giro di boa, non si capiva in virtù di cosa avrebbe dovuto rinunciare a quei due tiri della buona notte, come li chiamava lei, come li chiamava con Flora negli anni ottanta, quando dopo due ore d’inutili chiacchiere serali, si scambiavano la “buonanotte e bacetto” rollandone una.

Perché una parte di sé non voleva abdicare a quella ragazza lì, la tizia del liceo super carina che prendeva dieci in latino, quella col caschetto liscio che i giorni pari frequentava il gruppetto di fasci col vespone in via Giolitti, e i compagni da “bacio sulle labbra”, sveltina in palestra e borsa di cuoio, i giorni dispari.
Se poi balli Marley, e alla tua prima uscita sedicenne ti ritrovi i genitori fuori dalla discoteca in attesa della mezzanotte, beh, allora certe robe vanno fatte a tutti i costi. Sicuramente per principio.
Se sei lì con amici maggiorenni per il primo sabato sera estivo, e il tizio figo di Democrazia Proletaria te ne passa una, non puoi fare finta di niente. Non puoi darla vinta a quei due che stanno fuori in attesa che la loro bimba esca, e illesa.
Pazienza il controllo di alito e pupille.
Pazienza il terroristico: niente uscite per un mese.

E ogni volta che se ne faceva una era proprio lì che ritornava, al Merendero Club, a quell’estate caldissima, a Marley, a Siouxsie & the Banshees, a Brian Eno e al Dee jay super carino. Era lì che tornava, a quel senso di libertà assoluto, a quel potenziale “tutto” che nel suo caso si era rivelato un mediocre “niente”.
A ogni tiro viaggiava a gran velocità ai suoi sedici anni e allo svuotino tenero, a quel tizio dello scientifico dalla barba biondiccia e morbida, filamentosa come quella di un cucciolo di animale qualunque.

Che male c’era a respirare un po’ di quella trasgressione accanto al marito sazio: della cena, della giornata, del sesso e della vita.
Poteva almeno guardare oltre, oltre i talk show che lui seguiva ogni sera in religioso silenzio e che commentava in rete, e che come se non bastasse ripeteva come il rosario anche il giorno dopo, al bar, in ufficio, in sala mensa. Guardava oltre il telefilm e le sparatorie, oltre la cena con gli amici che parlavano solo di figli e politica e di politica e figli, senza nemmeno badare ai disegni sulle pietanze che lei portava in tavola, alle simmetrie e ai preziosi ricami di prezzemolo e origano, ai piselli, che formavano mistici mandala e che grazie a quella felicità lieve e alla letizia del cuore, riusciva a inventare.

Ed era stato perciò, anche per la serenità che le vedeva addosso ogni volta, che il marito, contrario all’uso di droghe e solo per principio, l’aveva indirizzata al figlio di un amico di famiglia.
Sicuro e discreto.
Il fatto era, che il venticinquenne universitario fuori corso aveva mani lunghe da ragazzo piene di bruciature e tagli. Gettati sulla sedia, nella camera ammobiliata al Prenestino, il ragazzo aveva jeans che andavano lavati, fuori dalla finestra scarpe da ginnastica e in faccia uno sguardo che la tagliava a pezzi. Ma soprattutto, aveva una barba bionda e morbida e l’aria determinata da ragazzo. Aveva una voce piena zeppa di frequenze basse e di allusioni.
-Che bel completo, Come stai bene, Belle calze, Ma porti reggicalze.
Aveva una curiosità da ragazzo, il ragazzo. Aveva domande che le trapassavano il cuore già fiaccato da bugie e notti di solitudine insonne. Aveva tenerezze inaspettate, incensi giapponesi e tibetani, scatoline di legno, profumi indiani, braccialetti di perline, minuscoli quaderni, gessetti colorati, fogli da disegno, libri, conchigile e sassi che tirava fuori dalle tasche di quei jeans sempre da lavare e che le porgeva tra mille sorrisi da ragazzo.

Fu la solita primavera a sorprenderla. L’aria frizzante di un tramonto di Maggio che sapeva di birra alla spina, di minigonna e uscita in moto. Poi, un imbrunire che le ricordava appuntamenti mancati con le amiche al Pub pieni zeppi di “ci vediamo dopo” che sarebbero stati disattesi: c’è sempre una luna, una spiaggia, una falò. C’è Lucio Battisti.
Fu quel “ci vediamo stanotte perché ho una cena di lavoro” del marito – peraltro avvisato -, che trattenne la donna ormai fatta a casa del ragazzo: che cucinava bio, che lottava in Piazza, che le dava e le prendeva con l’aria di uno la vita la conosce tutta. Furono i discorsi sull’esistenza che verrà e la luce nei suoi occhi a distrarla. Quei due “tiri” distesa sul divano e il rock melodico anni ottanta a far sì che nemmeno si accorgesse di quanto lui le stava addosso. Fu il vino rosso, il ponentino notturno che di tanto in tanto la faceva vibrare, lui che le infilava la mano sotto l’abito fiorito e tra la seta morbida, a far sì che si lasciasse fare. La curiosità, che il ragazzo infilava proprio lì sotto, lasciando al dopo tutta l’irruenza e il resto.

Il finale era stato già deciso da tempo, da quel chiaro mattino di qualche mese prima, quando lui l’aveva accolta, assonnato e in boxer, in quell’effetto risveglio da ragazzo di cui la donna fatta, non ricordava nemmeno più la forma.

giovedì 7 febbraio 2013

Deriva #18 Quando "la gente" detiene il primato dell'idiozia



Avvertenze e modalità d'uso: Questa è una di tante derive. la numero 18. Il presente pezzo si riferisce esclusivamente a quei tuit in seconda persona plurale che esprimono sprezzo nei confronti di tutta la Gente. NON parlo di UMILTA' in generale.

Diciamolo pure che ogni volta che qualcuno di noi si mette a distanza e punta l’indice sulla massa confusa de “la gente”, sale sul famoso piedistallo ergendosi a giudice indiscusso del resto del mondo. Sempre sotto falso nome, è ovvio, sempre e soltanto coperto da anonimato e vigliaccamente nascosto dietro una bio impeccabile.
La gente, che lo si voglia o no, siamo sempre noi, anche tu, sì, proprio tu che stamattina ti sei svegliato filosofo e indichi gli altri, tutti, me compresa, come se ti trovassi al di sopra di ogni giudizio.
La gente fa, la gente dice, la gente crede di essere il centro del mondo e via dicendo è uno dei loop più fastidiosi di tuitter alla #deriva. E ne ho letti a centinaia di tuit, sempre uguali e sempre rituittati a iosa da chi si droga di luoghi comuni, e solo per sentirsi appagato nella propria esistenza finita e piena di certezze, le solite tre: sesso, successo e soldi.

Come fosse un’entità astratta composta da un’ics numero di stupidotti, tutti, scienziati e matematici, scrittori e poeti, creativi veri e fasulli, veniamo infilati dal tuittatore di turno in una bolla dantesca di egocentrici, profili del tutto privi, sempre a suo modesto avviso, di curriculum, di vissuto e d’idee.
Ma è l’uso della seconda persona plurale che è sbagliato, perché se anche tu, tuittatore di banalità, chinassi il capo e t’infilassi nella schiera dei comuni mortali e nell’asfittico mondo omologato dei più, allora saresti credibile, forse, e daresti meno nell’occhio con il tuo ditino inquisitore. Perché come ho scritto ieri in un tuit: le radici di una buona sintassi sono piantate nel pensiero. E il tuo pensiero, in questo caso, non è corretto né ha radici.

Quando “la gente la finirà” suona assai diverso da “quando la finiremo”.
O no?
È così complicato fare un bagnetto di umiltà? Così difficile far posare il suo pensiero superficiale per cinque benedetti secondi sui 140 caratteri che ha deciso –perché si sente un genio- di digitare? Trova così esacerbante, il molesto giudicatore, l’immodesto poeta della domenica, porsi la domanda del perché lui dovrebbe mettersi al di fuori di questo magma di corpi e menti che secondo lui non hanno più nome, esperienza e né un vissuto qualunque? Cosa gli dà la spinta a saltare il cerchio di fuoco che ci unisce sotto il nome di umanità, dolente, pigra, disperata, malata, disoccupata e triste.
Cosa gli fa credere di avere lui, o lei, il diritto di mirare e sparare forte il sentenzone che verrà rituittato da altrettanti entusiasti d’imbecillità?

Ma stavolta la #deriva non la scrivo solo io.
Perché il tuittatore s’inginocchi sui ceci e si penta sul serio, e perché la prossima volta eviti di dire sciocchezze, di offendere e di tirarsi fuori dalla meraviglia che compone la nostra umanità fatta di gente comune, di gente straordinaria e di gente sciocca, sarà un grande letterato a dirgliene quattro. Magari, usciti dalla mente di un grande scrittore e intellettuale -per non dire Premio Nobel, vendutissimo, famosissimo eccetera- certi insegnamenti gli saranno più utili delle mie giocose #derive.

Scrive Saramago a pagina 219 de “Lucernario”. “La normalità della gente”, pensava, “che espressione stupida! Che ne so, io, di cos’è la normalità della gente! Guardo migliaia di persone durante il giorno, ne vedo, con occhi capaci di vedere, decine. Vedo persone serie, scherzose, lente, affrettate, brutte o belle, banali o attraenti, e le definisco la normalità della gente. Cosa penserà di me ciascuna di loro? Anch’io cammino lento o in fretta, serio o scherzoso. Per alcuni sarò brutto, per altri sarò bello, o banale, o attraente. In fin dei conti, anch’io rientro nella normalità della gente. Anch’io avrò, per alcuni, il pensiero addormentato. Tutti assumiamo quotidianamente la nostra dose di morfina che addormenta il pensiero. Le abitudini, i visi, le parole ripetute, i gesti triti, gli amici monotoni, i nemici senza un vero e proprio odio, tutto addormenta. Una vita piena!... C’è qualcuno che possa dire di vivere una vita piena? Tutti ci trasportiamo al collo il giogo della monotonia, tutti aspettiamo, lo sa il diavolo che cosa! Sì, tutti aspettiamo! Alcuni in maniera più confusa di altri, ma tutti nella stessa attesa... La normalità della gente!... Detto così con questo tono sdegnoso di superiorità, è idiota. Morfina dell’abitudine, morfina della monotonia... ”.

Che sei un idiota, a questo punto non lo dico solo io.
Allora ricorda: per un uso proprio della tua intelligenza leggi prima le avvertenze e le modalità d’uso.

domenica 3 febbraio 2013

Deriva #17 Real Core 2.0: che mi mandi qualche scatto?



E non è importante su quale social media ci troviamo, ma se i DM potessero parlare o le caselle di chat, le mail e qualunque altro supporto, scopriremmo che anche nostra sorella, quella silenziosa e così distante da certe dinamiche, ha inviato foto oscene al suo ex compagno di classe, al datore di lavoro, all’anonimo che si nasconde dietro grosse spalle. Ma anche nostro marito, sì sì, proprio il coniglietto incredibilmente ostile a certe esibizioni, ha una cartella “contratti esterni” assai sospetta, e che forse, sarebbe meglio non aprire.
Lo so perché gli uomini confessano, e anche le amiche. Magari sotto tortura, è vero, spesso si sbottonano – e questo è il caso- solo se minacciate di rendere pubbliche certe vecchie storie o di lanciare il loro piccolo cagnetto giù dal decimo piano, ma alla fine parlano.
I metodi di richiesta “hot” sono diversi, così come varia la tipologia di scatto, archiviazione, e invio del materiale hard, ma alla fine anche il più pio tra i contatti, in un attimo di sconforto, di esaltazione o di pura curiosità, arriverà a domandare: che mi mandi qualche scatto?

Quindi l’approccio.
Una richiesta non arriva mai, o assai di rado, se dall’altra parte non è più che evidente una buona disposizione all’arte della fotografia e dell’autoscatto.
Inoltre le voci girano, e anche rapide, e se il richiedente in questione ha contatti maschili cui guarda caso, tempo fa abbiamo inviato un primo piano di qualcosa, è ovvio che si sono passati voce. Non facciamoci illusioni, fanno finta di essere discreti ma i maschi sono come le formiche, certe informazioni di tipo sessual riproduttive se le passano attraverso lievi cenni delle antenne e senza aver bisogno di parlare.
È normale che se la trentenne rampante si mostrerà incline al narcisismo e alla dimostrazione quotidiana che il suo didietro è di gran lunga superiore rispetto a quello del 99% delle donne del pianeta, la richiesta giungerà di default.

Il materiale in questione può essere “di archivio” o “espresso”.
Le donne che inviano materiale “di archivio” (ossia fatto per altri uomini), sono quelle che normalmente trattano con almeno tre contatti per volta. In un caso così non si può perdere tempo a fare foto su richiesta: tanto varrebbe farsi pagare. Ma poiché normalmente i gusti si sposano alla perfezione e le fantasie volano più o meno su stereotipi sempre uguali, non c’è neppure bisogno di accontentare richieste così strane.
Le donne che scattano foto “espresse”, invece, sono più selettive e molto romantiche. In realtà non cercano solo di affermarsi attraverso l’organo riproduttivo ma vogliono essere valutate anche per sensibilità e intelligenza. Così, assieme alle foto, ecco un mini trattato su “La critica della ragion pura”, tanto per affermare la propria validità intellettuale.

Il foot fetisher.
Di grandissima moda negli ultimi anni, e sempre grazie a letteratura di serie zeta, è praticato soprattutto da ultra cinquantenni intellettuali e uomini politici che normalmente fanno giri lunghissimi per arrivare a un punto che non toccano mai, poiché inclini alla fuga poco prima di un possibile appuntamento live.
Ignari che la pratica originale si basa sul rapporto esclusivo con piedi e scarpe attraverso l’uso della lingua, dell’olfatto e di altre zone sensibili, e che normalmente non prevede –almeno nel mondo che io frequento- pratiche sessuali del tipo “missionario”, i signori domandano lo scatto più hot e che vada “più su del ginocchio”.
Se fate qualche giro, il nostro mondo virtuale è pieno zeppo di donnine anonime –e se vi offendete, è un problema soltanto vostro- che, prive di problemi economici o amiche del proprietario di un negozio di scarpe, sfoggiano foto con piedi guantati in elegantissime e importabili grattacieli con zeppa o tacco da vertigine.
Sono proprietarie di un bel piede trentasette che, sempre ignaro della crisi economica avanzata, viene condotto settimanalmente dal pedicure per essere poi sottoposto a primi piani indecenti.

Per il mondo Tuittero che nemmeno millanta di conoscere certa letteratura e che discorre per lo più di gel per unghie, estention e nuove marche di jeans, ho scoperto profili che vivono esclusivamente dell’esibizione di sé.
Tenere e infantili ventenni mettono in una sola PIC: poster del cantante, letto a una piazza, bambole, peluche e reggicalze leopardati o rosa confetto su corpi anoressici e seni evidentemente finti.
Attraverso falsi account –di cui non saprete nulla nemmeno minacciando le mie gatte- ho scoperto che queste giovani inviano foto hot a chiunque, con faccia in bella mostra, e in un tempo di frequentazione che va da due a sette giorni.
Benedette figlie, direbbe il “Don” di turno e dice la vecchia zia: non so cosa vorrete fare da grandi, ma se faceste a meno di mandare a chicchessia foto in pose piccanti prive di pecettina sul viso, ci metterete un attimo a evitare l’amara sorpresa di un ricatto post matrimoniale col garagista di sotto, o nel caso in cui scriviate un best seller sulla coltivazione dei tulipani.

Chiaro, questo non è che un racconto microscopico di ciò che avviene tra i pixel, dietro le quinte e tra un’interazione e l’altra.
Questa è una visione parziale, è una #deriva.
Queste righe, condivisibili o meno, sono il mio personale e cinico punto vista che non ha nulla a che vedere con una visione moralistica dell’amore ma piuttosto con l’ottenimento di ciò che alla fine, purtroppo, cerchiamo tutte: una posizione stabile e una lavoro.
Non c’è bisogno delle solite chiose, al massimo di una confessione completa per mail, così che possa arricchire il mio materiale real core.
Mi rendo conto che l’immaginazione gioca un ruolo enorme, che l’attesa e la palpitazione mettono in orgasmo, ci fanno liquidi, ci portano al settimo cielo finalmente lontani dal quotidiano monocolore e bidimensionale. Ma la conoscenza tattile, la vista, l’olfatto -che per me conta più di tutto- non potranno essere sostituiti da nessuna foto, e che la curiosità, è l’unico passepartout per qualunque cuore.
A voi la conclusione.