mercoledì 28 dicembre 2011

Teresa e il Natale con i suoi

Teresa quest'anno ha inventato una scusa,
il fidanzato ce l'ha ma è rinchiuso in cambusa:
è cuoco di bordo e sta in alto mare,
pare anche logico non sia potuto venire,
così i parenti non han nulla da dire
che ancora Teresa non si sia voluta sposare.

Alla grande tavolata natalizia
non è mancata nessuna primizia.
La cugina Incatenata, proprietaria terriera,
per B. chiede a gran voce la galera,
il marito, noto fascista, legge oggi il "Fatto quotidiando”
e si dichiara nemico giurato di Alfano.

Il marito di zia Cettina, temuto per i suoi loschi affari,
si dice smaccatamente di sinistra e ostile ai denari.
Ninì critica il governo Monti per la patrimoniale leggera,
e di nascosto prega papà natale che gli eviti la galera.
Peppe, l'eterno fidanzato maschilista di un'altra cugina,
fa finta di darsi da fare e di aiutarla in cucina.

Teresa li guarda e pare colpita,
-questa gente d'un colpo sembra esser guarita!-
Tutti i destrorsi son diventati mancini
citano Travaglio e parlan di rivoluzioni.
Solo nonna Teresa pare un po' fuori fase
e come da tradizione fa il brindisi al Duce.

-Bisogna scusarla è fuori tendenza-
interviene Ninetta, la solita lenza!
Si ride e si brinda a un anno di giustizia
mentre il vecchio zio Nanni aggiorna la lista.
-Ecco i nomi di quelli che si sono pentiti,
che han votato per anni Berlusconi e si sono riavuti-.

Ma è quando si scopron le carte
che si capisce qual è la loro parte.
Il marito della cugina della nuora Rosaria,
nasconde un grosso bluff guardando per aria,
Linetta che campa chiedendo il pizzo,
anche al tavolo verde presta denari a strozzo.

E così Teresa, l'unica disoccupata,
perde i pochi euro che si era portata.
-L'acqua va al mare!- dichiara piangendo,
-è solo sfortuna!- minimizza zio Nando.
Beppino, che l'anno passato viaggiava in Ferrari,
le offre un buon lavoro in nero e un po' di denari.

-Non dirlo a nessuno ma non è furberia,
è che l'Iva è troppo alta e l'azienda è roba mia!
Tu non sai, cara Teresa, cosa si fa per campare,
allungare bustarelle è ancora tradizione,
e se i soldi spariscono è solo distrazione,
van da soli oltre confine e non si chiama evasione-.


Si ride e si brinda davanti al panettone,
e fra i regali di Natale compare di Marx Il Capitale,
la borsa di "vera Tolfa” è stata resuscitata,
e Rosina la gioielliera vuol salire in barricata.
Teresa li guarda ed è proprio allibita,
l'ideologia quella vera è morta di certo o comunque è sparita.

venerdì 23 dicembre 2011

Diario di LOLA, quarto giorno. L'abito rosso

Foto di Eugenio Recuenco

Mia suocera ha deciso gli addobbi, l’albero l’ho scelto io, sono andata in un vivaio che li affitta. L’idea di sradicare una vita mi fa inorridire, è come se qualcuno mi svegliasse in piena notte per infilarmi in un carro merci e spedirmi al confino.
Max mi ha comprato un abito rosso intonato alla tovaglia. Non gli chiederò nemmeno di tirarmi su la lampo, conosco la rapidità con cui farà quel gesto, non voglio rimanere scottata dal gelo delle sue dita.
Si è tagliato i capelli, li ha rasati un po’, lasciandoli più lunghi davanti. Stamattina ho provato a passargli le dita tra la lunga ciocca bruna e si è scostato, poi mi ha sorriso come per scusarsi ed è tornato al computer.
Neanche questa settimana ha declinato gli inviti dei colleghi e ha presenziato a ogni maledetto party aziendale: festeggiano il crollo delle borse o forse, per scongiurarlo, praticano sacrifici umani.
Una volta la moglie di un suo collega mi aveva urlato dalla cabina del solarium che lei ha sempre partecipato alle feste ai piani alti. Max me lo ha detto centinaia di volte, le ho risposto io alzando gli occhi da un settimanale femminile. Poi mi sono domandata perché andare oltre in quella menzogna improvvisata e così ho troncato il discorso a metà, lasciando che quella “e” in sovracuto si disperdesse tra i vapori e i phon.
Max non mi ci ha mai portata.
Le ho già scelte le scarpe per te, le ho già ordinate. Sono di cuoio chiaro, s’intonano ai jeans che porti così spesso e al soprabito di pelle un po’ agée con cui ti ho visto entrare in redazione solo due giorni fa.
No, non ti seguo, lo giuro, è solo che mi piace immaginarti da qualche parte, sapere dove prendi il caffè, dove pranzi e con chi, a che ora esci e entri al giornale.
Ho incontrato tua moglie dall’estetista.
Mi veniva da ridere a vederla affannarsi con le maschere e la depilazione: vuol fare baldoria la notte di Capodanno.
Secondo me farai meglio a sbronzarti.
Così da darle solo un tiepido bacio e fingerti stanco.
Così penserai a me se proprio ti costringerà a toccarla, dimenandosi sul letto e mettendo in fila vecchi trucchi e le solite moine.
Mia suocera e il suo profumo di vetiver hanno anche deciso il regalo che avrei fatto a Max. Una delle più moderne appendici maschili, un super ultimo portatile che gli ricorderà anche di che pasta è fatto.
Io non lo so. Non lo so più.
Lo incontrai in Piazza Duomo dieci anni fa, circa, rincorreva il mio cappello che per una folata di vento improvviso si era alzato dalla sedia per rotolare via.
Piacere, Lola, e grazie, gli dissi come sempre tenendo gli occhi bassi, in un imbarazzo che viene scambiato per timidezza ma che è solo spirito di conservazione e difesa personale.
Da lì non ci siamo mai più lasciati.
A lui andava bene che io dicessi di sì a tutto e io amavo il suo essere distante e così preso dal lavoro.
Tua moglie l’ho incontrata anche dal fioraio.
Lo so che abito proprio dalla parte opposta, ma è proprio lì che mi servo. Solo lì trovo sempre i lilium gialli.
È lui che me li ha destinati lo so, ma sono io che devo sceglierli e poi scartarli e infilarli nel vaso.
Sono io che compro ogni cosa.

Un giorno mi domandò di comprare della corda. Voleva venti metri di corda e un paio di cesoie.
Passai tutta la notte a ipotizzare in che modo mi avrebbe fatto morire di piacere.
Quando mi disse che voleva andare in villa e mi domandò di accompagnarlo, pensai che la sapeva lunga il mio Max , e che quello era il posto più giusto, distante dalla strada e dall’abitato, a un passo dal mare in tempesta.
Non so perché ma quella grande casa sull’Aurelia la tengono sempre chiusa. È un posto che mi dà i brividi.
La prima volta che ci entrai c’erano ancora i teli bianchi sui mobili e i tarli banchettavano da almeno un paio d’anni, lasciando ovunque i resti del loro pasto.
Mi bendò gli occhi quel mattino. Forse fu per un film che aveva visto perché poi non lo fece più, e invece di bendarmi, decise di spegnere la luce e il mondo attorno, e tutto quel senso di affidamento che avrei voluto sentire finì in un tombino, come le foglie giù in strada spazzate via dal vento e da passi frettolosi e vaghi.
Quando entrai, la corda pesante mi segava il palmo della mano.
Dammela!, fece lui, e ci passò il braccio dentro e la poggiò sulla spalla.
Così si fa, pensai, fiera di quel pezzo di carne così virile.
Mi chiese di restare lì all’ingresso e che doveva prima prendere una scala.
Quando lo sentii chiamare uno del posto, un tizio che di tanto in tanto andava a fare le potature e a pulire il grande giardino e il viale di ghiaia, pensai che Max aveva superato se stesso.
Mi ferii la mano quella sera stessa, a cena.
Trovai che quel taglio profondo al centro della mano fosse la giusta punizione per quelle idee imbecilli che mi erano passate per la testa: Max doveva rafforzare alcune travi in solaio e quella corda non serviva a mettere insieme un bel gioco a due.

L’abito rosso è disteso sul letto accanto a me.
Da qui vedo uno spesso mazzetto di pezzi da cento sotto una pietra che Max usa come fermacarte.
Sollevo e metto giù il cellulare un paio di volte.
A un certo punto, anche tu spegnerai la luce per voltarti dall’altra parte.

giovedì 22 dicembre 2011

Diario di LOLA, terzo giorno. Le scarpe di Max

Foto di Jean Baptist Moudino:Tarantino


La settimana è cominciata bene.
Stamattina, Max ha lasciato che gli lucidassi le scarpe.
Sono fatte a mano, un regalo di un Natale di alcuni anni fa, forse sette. Gliele comprai in cambio di uno splendido diamante. Quello lo tiene in banca però.
Ho una settimana piena d’impegni davanti a me. Devo accompagnare mia suocera dal podologo, dal dentista, dal medico e a fare spese per il cenone. A me toccheranno gli inviti per capodanno.
Una casa così grande non può risuonare solo dei nostri pensieri, del ticchettio della sua tastiera e delle suonerie dei cellulari.
Stamattina mi ha presa per la vita mentre stavo di spalle, in cucina, a badare al caffè.
Si è avvicinato in silenzio e ho soltanto sentito le sue dita spostarmi i capelli da un lato, le labbra sfiorarmi appena la nuca e la sua voce domandarmi se mi dispiaceva farlo. Lucidargli le scarpe intendo.
Mi chiede sempre il permesso per ogni cosa, e lo fa con gentilezza. Sempre. In ogni occasione, anche quando non dovrebbe.
Adesso sento solo il respiro monotono della lavastoviglie, e la pendola che divora gli attimi.
Il resto non esiste.
In certi momenti mi domando se c’è veramente un mondo lì fuori o se non sia piuttosto una mia proiezione, e che io mi trovo altrove, magari di là dall’oceano e sto solo sognando. In certi momenti mi domando anche perché ho fatto certe scelte, ma non mi lascio mai il tempo di rispondere.
Riconoscere di voler vivere senza responsabilità non è ammissibile oggi per una donna, eppure è così.
Per liberarmi da questo silenzio provo a fare il tuo numero una ventina di volte senza mai lasciare che squilli, spero che prima o poi, dallo spazio buio della rete, possa sentire la tua voce dire il mio nome prima che io riattacchi.
Non voglio vederti.
Voglio lasciare la nostra storia in naftalina, nel cassetto più nascosto del mio armadio, quello in fondo, dove tengo arrotolata la mia laurea in medicina, il passaporto e la pistola di mio padre.
Lo so che non potrei tenerla ma tanto è scarica.
È una Smith & Wesson a tamburo, la teneva per difesa personale da quando avevano cercato di rapinarlo. Mio padre faceva il rappresentante di pietre preziose ma credo trafficasse anche in altro, viste le proprietà che mi ha lasciato: è solo frutto del suo lavoro, mi disse mamma prima di decidere -dopo quella mia crudele illazione- di togliermi per sempre amore e saluto.
Forse è da allora che mi sono imposta di non pensare più né di fare ipotesi.
Si sarà rivoltato nella tomba!, aveva anche urlato sbattendo la porta.
E da quel giorno il pensiero di papà a faccia in giù nella bara mi torna di continuo alla mente: ogni volta che ripenso ai bisbigli che provenivano dal suo studio o al telefono che riagganciava in fretta quando mi sentiva entrare, all’uomo che talvolta incontrava in un bar del centro dopo avermi lasciata in auto, in doppia fila.
Me lo ricordo bene quel tizio.
Aveva la mascella larga e così le spalle, era robusto e molto più alto di lui, profonde occhiaie e uno sguardo che se ne andava in giro anziché ascoltarlo. Lo so perché un giorno l’avevo seguito, mal interpretando poi una bugia mentre papà mi spingeva in malo modo fuori dal bar, gesticolando qualcosa al tizio che era rimasto in piedi al bancone con la sigaretta tra le labbra.
Chissà quanto tempo passerà prima che Max mi domandi di lucidargli ancora le scarpe. Anche la sua, in fondo, è una divisa.
Chissà se un giorno mi domanderà di farlo stando in ginocchio, di pulirgliele a fondo, magari con la lingua.
Anche la lavastoviglie adesso tace.
Accendo un incenso e aspetto di vedere il sole scomparire dietro il palazzo di fronte. Lì ci abita una vecchia che tutte le mattine ride e annuisce, lo fa guardando me, ne sono certa. Non so proprio chi sia -anche se non mi sono mai spinta a fare una ricerca vera e propria- ma comunque non l’ho mai incontrata al supermercato né in panetteria, qui all’angolo.
Aspetto che di me alla finestra e dei lilium al centro del salotto, non rimanga che la sagoma scura, poi proverò a fare di nuovo il tuo numero.
Ti spedirò un paio di scarpe fatte a mano.
Dopo Natale, per il nuovo anno.
Porti il quarantuno, me l’hai scritto a proposito del fatto che non trovi mai quella calza a pennello.
Prima, forse, dovrei misurateli bene i piedi mentre tu mi guardi dall’alto: dovresti lasciarmelo fare per tutto il tempo che occorre, fosse anche per l’eternità.
Anche davanti all’uomo che parlava con mio padre avrei voluto mettermi in ginocchio. Ci gioco spesso nella mente mentre Max dorme, dopo che una doccia con idromassaggio lo ha rilassato, dopo che le mie carezze, separate dalla sua pelle solo dall’asciugamano, lo hanno rassicurato di essere ancora in vita, di essere ancora un essere umano nonostante tre prestiti rifiutati e quattro assegni mandati in protesto.
Penso che sarebbe un’ottima ragione, questa, per fargli saltare la testa, penso, ma poi vedo mio padre a faccia in giù nella bara foderata di bianco, tra i fiori sbriciolati, ormai solo ossa nel suo abito scuro. Allora smetto di pensare e accendo la tivvù.
Max tra un’ora sarà qui.

mercoledì 21 dicembre 2011

Teresa e il post di Natale

Anch’io voglio entrare nella lista nera del gruppo neonazista,
inizio quindi questo post di fine anno, porgendo le mie sentite condoglianze
alle famiglie di Mor Diop e Modou Samb, vittime innocenti di inutili guerriglie.
Degli scandali del calcio scommesse non me ne frega niente,
m’importa solo dell’anno che verrà, ed è già super tassato,
prima ancora di essere nato.

Le lettere a Babbo Natale lasciatele scrivere a chi ha qualcosa da domandare,
a chi non ha da lavorare e non sa come campare,
non a comici prezzolati e ormai ripetitivi
che stanno sempre in tivvù a far finta di esser pieni di casini.
I casini li abbiamo io e Teresa che con un fallimento alle spalle,
abbiamo ancora le banche che ci rompono le balle.


Mi preoccupa che una come Ruby Rubacuori passerà alla storia,
e che avremo una ex mignotta a futura memoria
come simbolo di una certa epoca e un modo di pensare,
che ha rimesso noi donne in un’odiosa situazione
quella per cui, e dopo anni di lotte e di cortei, ci troviamo a esser valutate,
per come siamo vestite e non per ciò che siamo state.

Che l’Italia sia ancora classista dobbiamo ficcarcelo in testa,
si chiama oligarchia e non democrazia questo stato di cose,
dove senza un triplo cognome o un giornalista in famiglia,
ci si ritrova per strada o sui social network a darci battaglia,
destinati a uniformarci alla cultura riciclata
e a vedere la nostra intelligenza sottovalutata.

Non sei niente e puoi urlare finché vuoi le tue ragioni,
ma è l’informazione che fa la differenza,
ed è una roba marcia e manipolata di cui, però, non si può fare senza.
Li vedo su twitter i colorati pavoni -di cui non c’è bisogno di fare i nomi-
che distendono le loro piume colorate
certi che le proprie opinioni saranno ritwittate.

Sono loro i fari delle nostre coscienze assopite,
che ci dicono se e cosa fare fingendosi solidali alla rivoluzione,
nonostante il loro conto in banca sta quasi per scoppiare.
Abbassiamo una volta per tutte lo share a lor signori e spegniamo i televisori,
mettiamoci in testa che non sono loro che risolveranno i nostri problemi
guardiamo piuttosto alla storia passata e da cosa l’ideologia è stata rimpiazzata.


Più mi guardo indietro più mi sembra che nulla sia cambiato,
è come il gioco dei quattro cantoni,
con il cretino che sta nel mezzo e che non trova una collocazione,
e quelli siamo noi, gli illusi che senza un santo in paradiso,
pensano che ci sarà un nuovo anno, un domani o un direttore generale
che ci accoglierà con un sorriso e ci darà da lavorare.

domenica 18 dicembre 2011

Il Diario di LOLA secondo giorno: il senso di colpa


(foto di Brooke Shaden)

Se ieri sera non mi ha neanche sfiorata con un dito, sono certa che stamattina deciderà di esercitare si di me il suo incrollabile senso del dovere.
Per questo ho deciso di attraversare la Piazza e andare in chiesa.
No, non sono una fervente praticante ma mi piace starmene in silenzio all’ultimo banco in attesa che tutti escano per inginocchiarmi ed esprimere al signore la mia gratitudine.
Lo so, lo so che non si fanno queste cose ma alla fine sono così abituata alle mani perfette di mio marito che so anche quanto durerà, e allora preferisco uscire da qui e andare in pasticceria, comprargli un paio di diplomatici e distrarlo con qualche carezza. Poi si farà tardi e sarò costretta a fingermi dispiaciuta di dovermi infilare sotto la doccia per andare a pranzo da sua madre.
Lui lì non verrà. Non mi raggiungerà per insaponarmi la schiena. Non fa mai niente che non sia perfettamente ovvio.
Io ci starò almeno mezz’ora finché mi urlerà dalla cucina che è tardi, che fuori è una giornata splendida e che farei meglio a sbrigarmi se vogliamo passare a comprare la frutta secca e i fiori.
A me spettano i lilium gialli, a lei piante fiorite.
Anche lei, che ha il nome di una Santa da martirio, ha deciso di censurare il mio nome e come il figlio mi chiama affettuosamente bambina.
I miei quarant’anni sono un optional.
Durante il pranzo, in genere arrivati alla carne, mi domanda se anche questo mese è tutto regolare e se sono stata dal dottore.
Al mio stanco “sì”, mi guarderà con l’espressione afflitta di chi si vede negato il solo piacere della vita: avere un figlio è nelle mie priorità le dirò poi lavando i piatti, sapendo già che non potrò fare appello alla sua comprensione.
È moralista e rigida e profuma di vetiver. Suo marito è morto di crepacuore per colpa sua, credo per la sua freddezza, ma lei ha sempre affermato che è stato a causa di un’ingente perdita in borsa.
Che il padre di un bancario muoia a causa del crollo dei titoli non mi sorprende.
La pressione di mio marito sale e scende secondo le variazioni dei mercati!
Una volta terminato il pranzo, Max si addormenta davanti al televisore, sua madre allora inizia a cantarne le lodi e a complimentarsi con se stessa per quel pezzo di carne e ossa che respirano rumorosamente sul divano, io non posso che annuire e far finta di avere qualcuno da chiamare.
Qui, tutto è immobile.
Vediamoci, ti prego, e al più presto.

Scrivo e cancello il messaggio almeno trenta volte mentre Max è di là al computer che fa un paio di chiacchiere con qualcuno. Digita in fretta parole e frasi oscene e si guarda indietro di continuo: gli ho detto mille volte di mettere la scrivania a favore della porta cosicché io non possa prenderlo alle spalle e vedere una che si dimena sullo schermo e lui che la guarda con il sangue agli occhi.
Forse dovrei sbatterlo davanti al monitor al sabato sera e vedere se gli faccio qualche effetto, se magari assieme a un’altra riusciamo a divertirlo.
Mi rispondi di sì, che vuoi vedermi anche tu, che ti sei eccitato come un adolescente e che prenoterai un piccolo albergo in centro.
Anche tu sei prevedibile e invece io ho voglia di qualcuno che mi porti lontano da queste finestre sbarrate, dalla porta blindata e dai lilium in salone, e da mia suocera, che ci richiama per sapere se siamo stati bene, sempre alla stessa ora, con voce rassegnata e dolorante.

Anche tu sai già che alla fine ti dirò che è meglio di no, che devo aspettare, definire dettagli e che vorrei esserne sicura, e sai anche che domani, comunque, aspetterai la mia mail e ancora i miei messaggi.
Vorrei avere il coraggio per dirti di passarmi a prendere, che metterò due cose in valigia e che io e te andremo lontani anche soltanto per questa notte.
Ma so che non sarà così, perché non sarà mai come da anni penso e sogno il nostro incontro -o un altro è lo stesso-, so le battute che dirai, le conosco a memoria e invece, quello che abita nella mia mente mi sorprende ogni giorno e mi lega a sé da sempre.
Nessuno potrà staccarmi a tutta questa immobile beatitudine.
Max è ancora di là a chattare.
Io provo a farti uno squillo solo per sentirti parlare.
Mi rispondi che non puoi e che con tua moglie sei davanti alla tivvù.
Mi mandi un bacio e mi scrivi che mi pensi. Cancello i messaggi e il mio trucco dal viso.
La domenica sta per finire e mio marito non ce la fa proprio a esercitare su di me il suo stramaledetto senso del dovere.
Prego soltanto che domani le borse crollino, poi mi sento in colpa, e m’inginocchio accanto al letto.
Tutto è in ordine e domani inizia un’altra settimana.

sabato 17 dicembre 2011

Il Diario di LOLA, primo giorno: LOLA e MAX

Foto di Guy Bourdin
Mi chiamo Lola.
No, non è un nickname è che sin da bambina mi hanno chiamata così. Non avevo la faccia e nemmeno l’indole da Aurora, anche se poi non ho mai capito come potrebbe essere l’indole di una che ha il nome del sole che sorge.
Sì, in effetti, assieme a Max sembriamo una coppia di cani di lusso, lo so.
Forse sono una da locale fumoso e bourbon e che si passa la vita addosso, che si trova di continuo in mezzo agli incroci più trafficati e dai semafori guasti.
È che che vorrei essere così perché nella realtà la mia vita è normale.
Per questo, forse, mi sono data un nome da cabarettista, da cantante di jazz e da puttana. Ed è per questo che mio marito non mi chiama mai per nome. Io sono amore, tesoro, piccolina, gattina. Bambolina.
È anche molto puntuale, mio marito, e ricorda a memoria tutte le date degli anniversari di famiglia e delle feste nazionali.
All’inizio era divertente.
Forse lo è stato per i primi anni, mesi, forse.
Comunque... io non decido ma un incontro così... intendo così... dopo poco. No no, non mi sono pentita anzi. Diciamo però che è sempre un terno al Lotto quando si tratta di incontri al buio, lo sai anche tu...
Insomma può essere come presentarsi per la prima volta a un’assemblea condominiale e scoprire di avere molte maledette rate insolute. Può essere imbarazzante.
Può essere imbarazzante come per mio marito sentire che qualcuno mi chiama a gran voce magari vicino alla banca.
Sì, è lì che lui lavora. In un bellissimo palazzo in pieno centro conta quattrini e guarda negli occhi i clienti prima di dirgli che sì, gli concederà un fido oppure che no, non ha le garanzie sufficienti.
Forse per questo è puntuale e sempre così formale.
È perché ha paura che un ritardo qualunque potrebbe coglierlo in fallo.
All’inizio mi piaceva giocarci di fantasia, con mio marito. Dopo aver lucidato casa, mi buttavo sul letto e accostate le persiane lo immaginavo condurmi di sotto, nel cavò, per strapparmi gli abiti di dosso e ricoprirmi di denaro, legarmi alle sbarre e chiamare le guardie giurate. Un mucchio di maschi in divisa.
Certo che ho sempre pensato che avrebbe cominciato lui per primo.
Comunque comincia sempre prima lui, sia nelle mie fantasie sia quando si volta dall’altra parte e comincia a russare, quando si siede per primo al ristorante, quando mi guarda le gambe solo per notare la mia calza smagliata.
E comunque non mi porta solo in banca quando gioco di fantasia.
Mi porta ovunque ci siano uomini in divisa.
Non che io immagini anche il percorso che facciamo, certo che no... la fantasia si accende ovunque e in qualunque posizione: come si sia creata quella situazione lì, alla fine poco importa.
No, i camionisti non sono mai stati la mia passione. Non sono classista, no, è solo che mi eccitano le divise, le punte delle scarpe lucide, i colletti, rigidi. Non ridere però... è che ho un’immaginazione standard, sì, nemmeno in certi momenti mi va di sorprendermi.
Divise ruvide, mani abituate a usare le armi.
Certo che sono pacifista... anche se mi domando perché visto che la guerra non sono io a deciderla...
No no, ti sbagli, non so nemmeno cosa voglia dire certa roba lì... sado che?
Certe cose io non le ho fatte mai.
Dov’è Max? è sempre di là, al computer.
Quando gli vado vicino nasconde tutte le finestre di google: lo vedo che suda appena e si muove un po’ sulla sedia, si ravvia i capelli sulla fronte e con l’aria di chi si è appena ricordato qualcosa, mette il computer in stop e va da qualche parte. In genere si chiude nel bagno.
No, non ho provato a guardare.
Non ho nessuna voglia di condividere con lui certi momenti, di raccontargli cosa faccio e con chi mentre lui dorme e nemmeno m’interessa cosa fa lui e con chi.
Usciamo il fine settimana e facciamo l’amore di tanto in tanto, quando è necessario.
Qui tutto è immobile.
La bomboniera del nostro matrimonio, una scatola di radica e argento tra le due foto, quella all’altare e quella alla festa e in alto la madonna e il bambino.
Tutto è silenzio e ogni cosa è al suo posto.
Oggi è venuta la donna delle pulizie e la casa profuma, anche le lenzuola sanno di sapone.
Non ho nessuna paura del domani, non fumo e non bevo, sono una donna normale, sono una che compra riviste femminili e va due volte al mese dal parrucchiere.
Alla fine il mio matrimonio va gonfie vele e i lilium gialli sono in salone.
Perché scusa?
Cosa potrei desiderare?

venerdì 16 dicembre 2011

Teresa e il cyber sottomesso

TERESA E I PIACERI DEL 2.0


Com’è normale che sia, c’è anche chi aspetta una vita che tu diventi sua.
Questo genere di uomo è single ma più probabilmente divorziato.
In compagnia di un grande televisore che rimbomba nel salone,
naviga e chatta dopo cena alla ricerca di una confortevole conversazione.
Il cyber sottomesso non è un maschio all’antica ma solo deluso,
a lui non interessa il sesso e dell’amore vuol fare buon uso.


Insiste ma non troppo e quando non scrive è fuori per lavoro,
invia un poke solo di tanto in tanto
e nella sua icona se ne sta muto.
È solitario sì, amaramente disilluso
da una moglie crudele che forse l’ha tradito.
Per questo sulle info c’è scritto “amore complicato”.

Nemmeno lui riesce più a capire
perché ha passato il tempo a lasciarsi svilire
perché ha continuato a essere gentile,
e in nome dei figli e dello spirito del matrimonio,
ha passato anni accanto a lei che gli dato il ben servito
e che ha portato con sé anche il diamante che aveva al dito.

Oggi come oggi, infatti, non è raro
incontrare anche al caffè il tizio solitario.
È uno che ne ha fatte più di Carlo in Francia
e di certe relazioni ne ha fin sopra... gli scatoloni.
Più la donna è misteriosa e dominante
Più si fa cavalier servente.

Per questo accetta ogni sgarbo e perdona,
l’emicrania e la villania della sua padrona.
Così è stato abituato: a cercare, e non a essere cercato.
Meglio se viene del tutto ignorato.
Di tanto in tanto però va anche contattato, lusingato e consolato:
basta inviargli una bella foto.

Si accontenta di cercare su di te indizi nascosti e piccoli vezzi,
un microscopico piercing o un tatuaggio
basteranno perché si faccia un solitario viaggio.
Lavora di doppi sensi e di sottogesti.
Se lo tratti male e gli scrivi che è un idiota
Ti darà ragione e pregherà che tu resti.


È strano avere un cyber sottomesso tra le mani,
puoi farlo gioire o soffrire da cani
basta dosare i silenzi, allungare pause o farlo fuori dagli amici.
In genere è piegato dai doveri
sotto si sé ha un bel po’ di personale e un mucchio di onori.
Non sono luoghi comuni, ma uomini solitari che vivono di forti emozioni.

mercoledì 14 dicembre 2011

L'ultimo anello della follia: evitabile.


Ci sono ingredienti che rendono un film apprezzabile, intenso o semplicemente scontato, il terzo è il caso de “l’ultimo anello della follia” – Eagle Pictures Canada -2000.
Daryl Hannah dopo un aborto spontaneo decide con il suo maritino, un inespressivo Bruce Greenwood, di provare con l’inseminazione artificiale. Apparentemente l’innesto non riesce ma una notte, la donna viene rapita. Si risveglierà in una cantina ben arredata per scoprire di essere prigioniera di due psicopatici, Jennifer Tilly e Vincent Gallo.
Lui lavora presso l’istituto che ha eseguito l’operazione d’inseminazione e che, in realtà, è riuscita alla perfezione, e per questo, non avendo i due possibilità di procreare, vogliono usare la Hannah come utero a noleggio.
È chiaro sin dall’inizio che fine farà Ann subito dopo il parto, è anche chiaro che i due maniaci entreranno presto in conflitto e che nessuno potrà, invece, sentire le urla della povera puerpera.
Il marito di Ann, appunto inservibile, tornato a casa dopo parecchi giorni e si meraviglia dell’assenza della moglie –della serie il telefono non esiste e se tu ami una persona e sei in viaggio, non puoi non chiamarla almeno due volte al dì-, cerca di convincere la polizia che sua moglie non è morta. Perché lui lo creda, comunque, il regista Sidney J. Furie, non ce lo spiega se non a metà del film, dopo il ritrovamento, sotto al letto, del ciondolo che avrebbe dovuto essere all’interno dell’auto trovata carbonizzata dalla polizia.
L’incipit è forte e anche spaventoso: l’idea che una donna incinta sia alla mercé di due pazzi fa veramente male, ci disturba e crea una grossa sensazione di disagio, ma sia la recitazione che le solite distrazioni ad hoc fanno di questo un film evitabile.
Non usare a dovere la mazza da baseball sulla testa dei due rapitori, non approfittare di situazioni che sembrano lì a portata di mano per favorire la fuga, non correre in cucina a prendere un lungo coltello anziché stare ad armeggiare alla porta alla ricerca della chiave giusta, fanno di questa, una pellicola inutile.
Non accertarsi della morte del carnefice quando finalmente ci si ribella, fa così colpo di scena da manuale (“Attrazione fatale” e chi più ne ha più ne metta) da far venir voglia di finirla lì.
Lontani mille miglia da un seppure abbozzato approfondimento psicologico, Vincent Gallo –che per sua moglie rischia la vita- passa per un maniaco sessuale di periferia, e Jennifer Tilly che sia in originale sia doppiata starnazza come un’oca, non ha nulla dell’amorevolezza di una futura madre o di una compagna così sensuale da portare un uomo alla follia, e nemmeno di una con serie turbe psichiche.
Distante dalla coppia di sadici il ricordo di qualunque dramma psicologico che è, anzi, del tutto inesistente, come se per caso si fossero trovati lì prima del ciak, a decidere di rapire una donna incinta per rubarle il neonato.
Fastidiose, a mio avviso, certe affinità con il capolavoro “reineriano” di “Misery non deve morire”: la casa nella neve, le catene che legano Ann al letto, le urla e l’atteggiamento della carceriera che cerca di continuo la complicità della vittima, che ragiona con lei alla ricerca di un’intesa o almeno ci prova.
Comica la Hannah legata al letto e con tanto di lucidalabbra rosa perlato.
Nel frattempo, la pancia della Hannah cresce -nonostante a noi spettatori sembri una semplice appendice- mentre Vincent Gallo, esperto infermiere, la nutre, la prepara al parto e le dà di tanto in tanto una seria toccatina mentre la Tilly prepara disgustosi frullati pieni di proteine.
Intanto, l’inutile marito che non riesce nemmeno ad avere storie –sempre per quella sensazione inespressa che lo tallona-, aspetta il finale del film che, ovviamente, era chiaro sin dell’inizio.
Ambulanze e coperte sul finale non ci ripagano di una perdita di tempo di centocinque minuti.

giovedì 8 dicembre 2011

Teresa e il corteggiamento base del maschio 2.0

TERESA E I LUOGHI COMUNI IN CUI MAI CI SI PERDE.

Senti un po’ Teresa, le dico mentre sorride a più riprese,
per caso c’è qualcuno che ti piace?
In che senso?, mi dice,
parli di uno che ho visto di persona o della solita icona?
Della solita icona mi pare chiaro, intanto perché tu non esisti,
e poi perché spesso, dal vivo, son proprio tristi.


Ma non avevi detto di abbandonare i luoghi comuni?
Non avevi detto che di quelli si nutrono i mortali?
Sì Terry, ma tu lascia stare,
le questioni di mercato non le puoi capire,
tu parlami degli uomini nell’icona
e farò finta di lasciarmi stupire.

Okkei... allora la cosa l’ho già raccontata.
Ma andando per luoghi comuni, va ribadita.
Il maschio 2.0 si fa vedere sotto mentite spoglie,
di quello che non ha foto non ti devi mai fidare,
di quello che ha troppe donne tra gli amici neppure,
se poi hanno una quarta e una faccia comune
abbandona subito la competizione.


Il corteggiamento in community dura in genere una settimana,
se non fai una contromossa l’uomo abbandona.
Le tecniche son quasi sempre uguali,
parte il “mi piace” su tutte le stronzate che tiri fuori,
sono maestri nel rubare citazioni e farne di originali,
spropositati i complimenti per le artistiche esercitazioni.
(perché la donna 2.0 è quasi sempre un’artista,
non come Terry che ama stare in questo Blog e fare la pasta)

La caccia è rapidissima, la corte è breve e spietata,
la leison dura niente e generalmente la passione è ben interpretata
e la fuga da coniglio pure, quando non ha più nulla con cui stupire.
È bene incontrarsi all’aperto e tra tanta gente
e se siete così narcisiste da avere mille foto e tutte belle chiare
potrete inventarvi lì per lì un mare di cose che avreste da fare.
Ottima l’amica da far intervenire.

L’incontro off line e al buio qualche volta può anche andare bene,
ma dal primo imbarazzo è sempre difficile uscire.
Comunque è una salvezza andare in un locale,
se non avete niente da dirvi si può anche solo ascoltare.
Questo possiamo chiamarlo “corteggiamento” base,
dice Teresa indicando la lavagna,
quello dei novanta su cento “maschi senza pretese”.

martedì 6 dicembre 2011

Teresa e le considerazioni del giorno

Teresa prepara bauli e valigie perché vuol trasferirsi,
dice che non resterà qui in Italia a intristirsi.
Il Presidente Monti non è un uomo ma sicuramente un mutante
è uno che non lo scuoti emotivamente,
è sicuramente una brava persona e un ottimo professore
ma non è uno che infonda negli italiani il buon umore.


Come sempre i risultati li vedremo tra vent’anni.
Ci si sacrifica oggi in nome di promesse,
che vuoi o non vuoi sono sempre le stesse.
Ottima mossa quella di rinunciare allo stipendio,
ma per noi che per affermarci ci abbiamo messo tanto,
è poco lusinghiera una Ministra in preda al pianto.

Certo che l’italiano s’incazza se gli levi la pensione,
è una vita che prova sacrificio a lavorare.
Teresa non stima granché l’atteggiamento dell’impiegato comunale,
della professore che spesso sbuffa e sospira quando va a lavorare,
di quello che invece di gioire perché ha uno stipendio,
scrive un romanzo perché “artista” è meglio.

Gli yacht da tassare son tutti oltre frontiera,
e della patrimoniale non mi pare ne abbia fatta una seria.
- Certo io non sono un’economista!-
Dice Terry sfornando una teglia di meringhe da artista,
- ma direi che con i privilegi alla chiesa adesso basta.
L’ICI al popolo in aggiunta ai sacrifici, e nessuna penale ai furbetti della CASTA-.

Voglio vedere se io e i miei amici disoccupati
troveremo lavoro o resteremo affamati.
Ormai non ci si afferma più nel proprio mestiere,
è solo una questione di “culo” e più volte l’ha ribadito il Cavaliere,
non ci sono più “padrini” in grado di aiutare,
ognuno bada al suo giardino e al misero orticello da coltivare.

Il mondo non è fatto più di circoli di eletti,
è fatto solo di casualità e di rapporti.
-Mia madre non me l’ha detto quando son nata,
Che a esser gentile e generosa si finisce a esser la solita sfigata!-
Guardo la mia amica Terry che prova a dir qualcosa di ottimista,
ma proprio non ci riesce e nemmeno andrà più in Piazza.


Teresa, e io con lei, siam proprio stanche di lottare,
le suole son consumate e il desiderio pure,
fin qui tutti i partiti ci han raccontato puttanate
hanno raccolto voti e ci hanno voltato le spalle,
con la scusa di fare il bene del paese,
si son comprati case siamo noi a farne ancora le spese.

sabato 3 dicembre 2011

Teresa senza pensione e il Premier va a riferire.

Quindi il nuovo Premier si è salvato “in corner” e ha deciso di riferire prima in Parlamento che dal "vespone”.
Però mi sa tanto di già vista questa storia del confessionale,
Me la ricordo molto bene la paraculata contrattuale.
E il bello è che Terry è così stanca e nauseata,
che ha deciso di sostituire il budino alla crostata,
e tirare tagliatelle da fare alla bolognese,
anziché una più leggera ed economica caprese.


Terry, e anch’io s’intende, siamo d’accordo con la tassazione,
lei e io siamo vere proletarie,
e non solo a parole,
non come chi sul web posta e riposta articoli e finge di piangere lacrime amare.
Io e Teresa non avremo mai quarant’anni di contributi e una pensione,
e ci auguriamo così di fare un lungo viaggio India senza ritorno,
o di lasciare questo mondo quando siamo ancora in forze,
prima di venir rinchiuse in un ospizio.
Questo il destino di chi non riceve dallo Stato un lauto vitalizio.
O di chi come noi ha vissuto una vita da cicale,
suonando mandolini e dandoci da fare ad amare
anziché come fan tutti che stan lì ad accumulare.

La settimana di Teresa, in compenso, è stata una tragedia,
e non perché guadagni una miseria o perché da qui non veda prospettive,
anche perché di certe robe tristi è meglio non parlare,
meglio tenersele per sé e urlare al mondo intero che si sta bene.
Non è nemmeno perché l’auto è una carretta da buttare,
e che per metterla a posto si dovrebbe per lo meno prostituire,
come la ragazza che mette il proprio corpo come taglia,
e dio non gliene voglia,
e non gliene voglia neppure la propria coscienza,
lungi da noi far del moralismo,
è solo che darla gratis è sempre meglio,
mi fa schifo confondere il piacere con il più basso consumismo.


Terry è distrutta e stanca per il solito bidone,
per la solita buca del quarantenne burlone,
quello che si è dimenticato di avere una riunione,
che l’ha lasciata in centro ad aspettare a un angolo di strada,
dopo averle inviato un poco originale essemmesse di scusa.
Un invito al volo, da uno che proprio non ti aspetti.
Uno di quelli che passa il tempo a cliccare sui “mi piace” e a commentare,
che pensa di lusingare con e mail mielose e in piena notte,
e a volte ci riesce,
come con Teresa che ha speso ogni risparmio per fare la spesa
e che adesso io sono costretta a mangiare
e bere assieme alle sue lacrime amare.

Mi spiace ma non è più tempo di fare solo ironia,
Teresa adesso dice la sua.
Che vi piaccia o no questa è la società dei magnaccioni,
non sono io che vado per luoghi comuni.