domenica 22 marzo 2015

Di seduzione in sedazione

Ho preso sempre io l’iniziativa. In tutte le occasioni. Per un gioco di squadra, una gara, la scaletta dei brani da suonare a una festa; poi quando si stava in comitiva, durante il tempo doloroso e lento dell’adolescenza, quando proprio non si sapeva che fare e ci si guardava l’un l’altra con l’aria di chi sa già che sarà tutto inutile, che per lenire la sofferenza cosmica che quell’età ci procurava non sarebbe bastata nemmeno l’incarnazione fichissima di Miguel Bosè.
Però io resistevo, combattevo. Le guidavo fiera ai grandi magazzini dove mettevamo a segno piccoli furti, salivamo da me per fare telefonate anonime e oscene a sconosciuti. Insozzavo i bagni della scuola di balletto soltanto per odio.
Preferisco muovermi, accantonare speranze e cercare strade alternative piuttosto che accanirmi nel rincorrere un risultato vano.

Anche con gli uomini è andata così.
Io decido, scelgo e prendo.
Non vedo perché debba aspettare, né cosa. In un rapporto alla pari non c’è nessuno che favorisce l’altro, ci sono convenzioni, ci sono tradizioni, ci sono ruoli, e basta.
Siamo in due e ci scegliamo, e ci guardiamo bene dal fare errori.
Tu maschio impaurito da un mio possibile rifiuto, io femmina dal tuo eterno temporeggiare.

Di una cosa però sono fiera.
L’ho capito tardi ma ho smesso di provare a persuadere un uomo che scoparmi sarebbe conveniente per entrambi, sicuramente comodo e confortevole. Inciampo più in narcisisti che maschi generosi, maschi in cerca di ammirazione per prestazione dimensione, lunghezza o andamento della cena. E se voi che mi leggete siete di avviso contrario, vi giuro che per me non è importante. Conta la mia esperienza, le vostre rassicurazioni in merito sono uno spreco di tempo. È che la vostra esperienza non è la mia, e il fatto voi non riusciate a capirlo protestando animatamente è il sintomo evidente di una patologia moderna: essere inclusi nei giudizi degli altri quando agli altri, di voi, non fotte proprio niente.
È terribile lo so.
Sapere che a qualcuno non frega nulla di come la pensiate voi è qualcosa cui i social network disabituano. Ma è così mettetevi l’anima in pace.

Così com’è un fatto che ogni volta che incappo in questo argomento, e in un narcisista, mi viene in mente la Teoria del gommista di Tor Marancia.
Perché una donna con le carte in regola dovrebbe rinunciare a un meno che trentenne, generoso, un po’ ignorante ma talentuoso di lingua e con un corpo mozzafiato per un intellettuale non bello, nemmeno troppo attivo e sessualmente inibito?
E perché una donna creativa che ha giù un bel pieno di giudizi positivi dovrebbe dolersi della disattenzione del narcisista, critico, scrittore, maschietto, imputandola a una propria mancanza e non al maschile non sentirsi intellettualmente all’altezza?


E così, di seduzione in sedazione ragiono sul perché dovrei piangere ancora.




domenica 15 marzo 2015

La filippina


Che poi uni dice eh i luoghi comuni!, eh certe affermazioni sugli uomini!, eh, le generalizzazioni.
Ma sento raccontare certe robe in giro così banali e sciocche che nemmeno Vanity Fair. Perché dai, suvvia, nulla è più inutile e ammorbante che una rivista femminile e la femmina che la legge.

Comunque la storia è storia ed è andata esattamente così come “la” Simona –milanese- me l’ha raccontata stamattina.
E giuro, non c'è niente di peggio che un’amica che piange. O forse sì, e cioè un’amica milanese che piange e un po’ bestemmia è proprio da suicidio.
Comunque c’era uno, anzi, c’è ancora, che abita ai Navigli, uno psicanalista sessantenne con loden e borsalino che non farselo sarebbe stato un vero peccato. Vedovo da dieci anni, adocchiato sui social e ripescato al Blu Note. Misterioso che più di così non si può.
La Simo si era anche ben preparata sul free jazz e i suoi maggiori interpreti perché non sembrasse fosse andata lì soltanto per incontrare lui e strappargli le informazioni di base senza che s’insospettisse.
Nome, cognome, ah sei su Facebook: dai sentiamoci.

Da lì, interminabili chattate notturne, lei con il suo fedele Mac, computer e cane di razza nana, lui con la sua grande famiglia di gatti e bourbon.
Lavoro, impegni, letture, madre anziana, figlio maschio in crisi, e il fascinoso psicanalista rimandava ogni volta l’appuntamento, quello vero, serio e impegnativo, una cenetta a due con tanto di candele e camera da letto nei pressi, il minimo di privacy necessaria a giochetti intimi e piccanti. Ristorantini e serate jazz quanti ne voleva, ma sempre con saluto a mezzanotte e il rassicurante “ci si vede on line”.
Non che la mia amica fosse smaniosa di prenotare dall’estetista, dal parrucchiere e in boutique, ma noi sappiamo che finché non c’è niente, finché non succede quello che deve, nessuna pretesa può essere avanzata, nessuna richiesta di fine settimana fuori, né di settimana bianca o di crociere tra i fiordi, insomma quelle robe che le coppie borghesi fanno di default senza nemmeno dirselo.
Invece, da un anno, le parole, anche sconce, sogni e desideri, si palesano soltanto sul monitor, espresse in piena libertà dal professionista dell’inconscio –con qualche timido accenno a volgarità da letto- senza mai tradursi in azioni.
A niente erano bastate le caute proteste della mia amica: mi piacerebbe vedere dove vivi per immaginarti meglio, sarei felice di cucinare qualcosa di speciale per te, eccetera.

Infine, dopo molte resistenze e un appuntamento al centro estetico, Simona gli invia foto esplicita con cauto subject “aprila quando sei solo”.
Dopo un’ora, eccolo, un invito in un hotel storico del centro per il martedì successivo, durante la pausa pranzo.
Un Hotel?
Casa non ce l’ha?
In allarme, la Simo mi telefona e le ipotesi sul tavolo si riducono a una, sola, ovvia: ha un’altra.
Ovvio. Se traccheggia, se ti vede soltanto fuori casa e on line, è chiaro che sta con un’altra, che dieci anni di vedovanza per un maschio italiano incapace di lavarsi i calzini son proprio troppi.
Ci mettiamo una pietra sopra (io l’aiuto almeno a sollevarla, poi andiamo a farci un drink).
Lui non s’impegna a cercarla, cosa che Simo si rifiuta di ammettere, accontentandosi dei frequenti “like” che lui mette ai suoi stati di Facebook, romantici, nostalgici e anche un po’ patetici.

Simonetta continua a scorrere il profilo di lui, e a non capire.
Ma diglielo no?, chiediglielo. A freddo. Lo inviti per un drink e guardandolo in faccia gli domandi di svelarti il vero motivo della sua riluttanza.
Il tempo è uguale per tutti, no?
Sai quanti ne trovo?, mi fa lei pur di evitare una domanda diretta e una risposta del tipo: cazzo vuoi?
Ma il destino è bastardo, così causa un giro domenicale sui navigli con un’amica romana, se lo ritrova seduto al tavolo accanto che, in solitaria, mangia una zuppa di farro annaffiata da un solitario bicchiere di rosso.
Stavolta la Simo non risponde alle sue allusive e mail.
Bisogna agire.
Infatti l’invito arriva.
Stavolta la mette sul teatrino sessual perverso del gioco di medico e paziente: Sai, le dice, sarebbe bello venissi in studio da me.
In studio?
Convocate, io e le altre le consigliamo di resistere, una cena a casa sua o niente da fare.
Nasconde cadaveri delle ex mogli negli armadi?
Sai, le dice lui quando la Simo si decide a interrogarlo via email, - è che qui c’è la donna a servizio intero e… è una vecchia filippina che mi conosce da anni, non sono uno che ama intromissioni esterne nella vita privata-.

È fatta. Lei si precipita al suo studio in completo intimo sexy e una cena take away presa dal cinese.
La serata è sorprendente e il finale fin troppo prevedibile.
In una email le spiega le ragioni della propria inguaribile depressione e sparisce dai social.
Simo si placa quando inizia una relazione infuocata con un cuoco di Brembate di Sopra, più giovane di lei di vent’anni e con una gran voglia di usare il proprio tavolo di cucina in modo alternativo.
Del maschio con loden e borsalino nessuna notizia fino a ieri pomeriggio, in Galleria.
Nella Boutique Vuitton, mentre ritira la sua carta Gold infilando la busta griffata al braccio sottile di una splendida filippina.

Altroché generalizzazioni e luoghi comuni.
L’italiano single ha due scelte, o si fa l’amante che gli pulisca anche i cessi o la cameriera che gli faccia buoni lavori di bocca.

C’è più verità nelle cazzate che dicono gli uomini che nei loro ottusi silenzi.

domenica 1 marzo 2015

Portrait: Lettera a un amico



Avevo un amico che ti assomigliava, che come te sopravviveva tra continui sbalzi di umore, brevi periodi di apertura seguiti da lunghi e ostinati silenzi, come se quell’essersi dato agli altri per un po’ lo avesse deluso a morte, ferito, come se aver guardato nelle vite degli altri lo avesse disgustato, o si fosse affaticato a comunicare, fino a sentire la necessità di richiudersi in sé per non ascoltare più nessuno. 
Per anni l’ho seguito nelle sue aperture improvvise, gli inviti a cena che non volevano rifiuti, le chiacchiere fino a notte fonda che io per timidezza non osavo interrompere nemmeno quando l’unica cosa che volevo era di andare a dormire, i voli pindarici, le parole che spendeva solo per se stesso, compiacendosi perfino delle intonazioni che usava per descrivere ambiziosi progetti che sempre naufragavano nel nulla.
La sua sofferenza era tangibile quanto la tua. E mi veniva a trovare in sogno, anche lui, l’unico uomo che il mio inconscio non ha mai trasfigurato, il suo faccione spigoloso dall’espressione cinica, lo sguardo buio e feroce, o forse eri già tu?, la premonizione del nostro prossimo incontro e della mia, stavolta dolorosa, delusione.
Anche lui mentiva, anche lui indossava maschere credibili e viveva plausibili avventure. Anche lui si allontanava dicendomi ogni volta che sarebbe tornato mentre ogni volta spariva per anni.

Come chi ha debiti o fugga se stesso respingeva chiunque lo avesse conosciuto prima dell’ennesima muta di pelle, cambiava numero di cellulare e casa con lo stesso ritmo con cui cambiava mestiere, donna e vocazione. Lo faceva sempre prima delle feste comandate, per quell’assurda idiosincrasia agli auguri affettuosi che a lui suonavano sempre ipocriti, per quell’assurda idea che a parte lui fossero tutti poco sinceri. E nonostante ciò gli andavo dietro, lo seguivo, come ho fatto con te, senza farmi notare raccogliendo i gusci vuoti delle esistenze che abbandonava, tutte le promesse fatte e le aspettative deluse. Le collezionavo per lui, per ridargliele un giorno qualora le avesse cercate.
Non erano mai prove della sua inconcludenza, mai armi di ricatto né ostili recriminazioni. Era la mia collezione dei suoi “sé” altruisti e dei suoi improvvisi slanci d’amore, la prova che la sua crudeltà era solo parziale, nient’altro che un’arma di difesa.
Ma non è mai tornato a riprenderli, né si è mai voltato indietro, o domandato come stessi io, piuttosto, o se magari avessi bisogno di una mano.
Gli volevo bene. Lo amavo come si ama un amico di cui s’intuisce il male di vivere e che si vorrebbe aiutare a resistere. 

Dimmi come stai. Raccontami dove sei arrivato, che cos’è che ti fa male, dimmi perché sei così refrattario all’amore, dove hai dimenticato la fiducia nel genere umano. Se la cerchi ancora, la compassione, gioire assieme superare il dolore, potrei fare il giro del mondo per rimetterla nelle tue mani, assieme a curiosità e determinazione.

Anche lui come te pontificava sul senso della vera amicizia e dell’amore. Anche lui si era rassegnato a non volersi cercare.
Volevo soltanto dirti che stanotte ti ho sognato mentre piangevi lacrime da uomo e ti lasciavi consolare, poi ti voltavi per andare via e ritornavi, infine mi accarezzavi la guancia lasciandomi con il sorriso vincente di chi si sente superiore.
Non rispondermi.
Non ce n’è più bisogno.

Anche nei sogni deludi i miei puerili slanci emotivi. E te l’avrei detto a voce se non avessi cambiato anche stavolta numero di cellulare, un messaggio inequivocabile. Un “non cercarmi” che fa sanguinare.