martedì 30 agosto 2011

Teresa e un'occupazione anche precaria cercasi


Terry non ha mai cercato lavori troppo impegnativi, contratti a tempo indeterminato o chissà cosa: una che gira il mondo, non sa mai dove sarà domani o tra tre anni, prendere impegni troppo lunghi le creerebbe solo danni.
Davanti a un’offerta troppo seria poi, potrebbe prenderle un collasso, non è da lei andare in cerca di una sistemazione certa, non le va di star sotto padrone, è libera anche in questo oltre che in amore.
E sì che di anni non ne ha troppi ma neanche pochi, e ha lavorato sempre e da quando era ragazza, un po’ dovunque è vero e in mille condizioni e senza andare al tempo delle mele, quando nelle valli ne riempiva ceste intere, ha fatto la cassiera, la barista e la cameriera, in un circo la trapezista e in teatro il direttore di scena, come mascherina nei cinema era perfetta, anche la hostess, fra divise e passeggeri di prima classe.
In ufficio pignola segretaria, la penna sull’orecchio e l’aria seria, impiegata come baby sitter, venditrice porta a porta e parrucchiera: si adatta a tutto Teresa pur di lavorare, poter nutrire gatti e fare torte.
Terry coltiva a casa i suoi interessi, non mette la realizzazione personale nel lavoro, oggi almeno non le pare il caso.
Non è più il tempo della scelta, della ricerca di una strada, quando non regnava tutta questa confusione si poteva fare, all’epoca in cui per essere un'attrice dovevi avere un gran talento e se avevi una voce da cornacchia, non ti prendevano per la tua bella faccia, perché il tuo amante era il nipote del sindaco o di quel ministro.
L’ambizione potevi averla allora, quando contavano i risultati e non i rapporti, quando erano i successi a farla da padrone e non il cognome, un’epoca lontana in cui contava solo ciò che avevi dentro, non chi conosci o chi sei stato.
Ma Terry passa anche su questo, è una che si adatta a tutto: andare a cena da tizio e a casa da sempronio, vedere gente e fare cose, essere presente, stare e attenta alla tendenze, col fiato sul collo di quello e di quell’altro.
Certo che farò buon viso a cattivo gioco: mi tappo il naso, chiudo gli occhi e la questione è chiusa.
Non so se basterà cara Teresa!
Eh sì che comunicazione l’ha studiata, le saltano agli occhi gli annunci di lavoro e quelli giusti, tutti i giorni si alza dal letto ottimista, si da fare con curriculum e lettere, e aspetta il tempo giusto prima di lasciar stare anche perché sa bene che il momento è proprio grave.
Eppure, mi dice infilando un biscotto al latte nel tazzone, mi pare che qualcosa sia cambiato, e per sempre, ed è la buona educazione della gente.
Capisco che in giro c’è disoccupazione ma una risposta di default almeno, un no grazie di qualsiasi tipo, non mi serve provi altrove, sold out ma ci dispiace, grazie per averci contattato le faremo sapere, un laconico saremo lieti ma siamo al completo, chiuso per ferie riprovi domani, un non hai vinto riprova un’altra volta, qui non c’è lavoro neanche a pagarlo... insomma qualcosa chi riceve la domanda potrebbe anche dirla.
La casella di “posta inviata” invece, pare suggerirle che al mondo è l’unica sopravvissuta: sopravvissuta alle invasioni barbariche dei presuntuosi, di quelli che hanno il culo al caldo e per questo fanno i boriosi, dei figli di chissà chi che si permettono di non dare risposte, come se fosse un’onta, per il rispetto altrui, mettere in fila due parole oneste.
Teresa capisce che a trovarsi dall’altro lato non è mai tutto rose e fiori, che quello del lavoro è un difficile mercato, ma lei ci si è trovata e molte volte e ha sempre risposto con delicatezza, sincerità e compassione: perché cercare lavoro, non è mai una gran bella missione.
Meglio una risposta qualunque anche se negativa piuttosto che un silenzio ostinato, un nulla di fatto che significa che la tua vita, non ha nessun significato.
Terry farà torte a vita piuttosto che chinare un’altra volta la testa.
Curriculum non ne vuole più inviare, e se la qualcuno la vuole, che la venisse a cercare!

sabato 27 agosto 2011

L’azione compiuta. Il Karma.


Se vuoi capire il tuo presente, guarda alle azioni del passato, se vuoi conoscere il tuo futuro, guarda alle azioni del presente.



Quando iniziai la mia ricerca spirituale mi domandavo come mai, certi errori e certi incontri, mi si riproponevano ciclicamente, con identiche modalità ma in forma ogni volta più complessa e grave, come una valanga che in corsa diventa più pericolosa o una recidiva di tipo batterico.
Il desiderio di “spezzare” questa consuetudine è stato portante nella scelta di provare, “in pratica”, a sanare i miei debiti karmici.
Il “peccato” cattolico è qualcosa con cui si nasce.
Detto “peccato originale”, è dentro ognuno di noi ed è stato determinato da un altro essere, in sostanza, un marchio che ci porteremo a vita.
La “buddhità” è allo stesso modo qualcosa con cui si nasce, un seme che ogni uomo ha dentro di sé e come per lo spinoziano “homo homini deus”, tutto sta a vederlo, crederci e farlo germogliare.
Il pentimento cattolico, se reale e autentico, ha lo stesso senso che ha per noi il controllo dei pensieri, delle parole, e delle azioni.
Il Buddhismo, almeno in linea generale e vista la vastità numerica delle scuole di pensiero, vuole che il karma - azione compiuta- sia in molti casi, mutevole.
Come in banca, ognuno di noi ha interessi attivi e passivi che, in alcuni casi, quelli meno gravi, possono essere sanati mentre in altri no, così per il Karma.
Queste azioni compiute in sostanza, possono essere paragonate a un nastro magnetico, alla bobina di un film che, di norma scorre senza intoppi, ma talvolta, può spezzarsi o essere rimasta annodata da qualcuno che l’ha visionata prima di noi.
Il nostro karma, come il DNA è unico e personale, ed è l’accumulo delle azioni dell’infinito passato (vite precedenti) sommate a quella che viviamo attualmente.
Gli attivi, cioè il karma positivo, sono determinati dalle azioni positive e i passivi da quelle negative: si vince, ossia si raggiunge il Nirvana, quando tutte le passività saranno sanate.
Il karma negativo si accumula a causa delle illusioni e delle quattordici offese, di cui parlerò estesamente nel prossimo post.
Le illusioni, che sono decisive per la felicità nella presente e nelle future esistenze, non sono, come nel caso del Cristianesimo, tentazioni messe a bella posta sul nostro cammino dal Diavolo tentatore che vuole mettere alla prova la nostra buona fede. Le illusioni che causano sofferenze sono tendenze negative che coltiviamo quotidianamente nei mondi inferiori, quello di avidità, di rabbia e stupidità.
Le illusioni sono i limiti naturali che si vogliono a tutti i costi superare, nonostante non sia possibile farlo, i desideri terreni più esecrabili, quelli che ci impediscono di vedere oltre, di andare all’essenza delle cose e di arrivare ad ascoltare la nostra voce interiore.
Le illusioni sono ciò che facciamo per ottenere la gratificazione degli altri, una persona che intraprende una carriera o un matrimonio solo per accontentare i genitori sarà perennemente infelice, così come un’attrice senza talento o un prete senza vocazione.
Al contrario del Cristianesimo, la responsabilità delle azioni terrene è solo nelle nostre mani: niente scuse baby, se sei a questo punto la responsabilità è soltanto tua!
Questo è uno dei motivi per cui, il Buddhismo, che ebbe in era pre Cristiana una diffusione quasi mondiale, fu subito tolto di mezzo: dare la totale responsabilità all’uomo eliminando lo spauracchio di Dei onnipresenti, onniscienti e tuonanti, avrebbe causato una rivoluzione oltre che religiosa anche politica e sociale di portata globale.
Il Nirvana, luogo che accoglie chiunque abbia finalmente spezzato le catene del Karma, è rappresentato, nell’iconografia e nella letteratura indiana, come un giardino pieno zeppo delle più incredibili meraviglie -strade tempestate di rubini, fiori di loto, musiche, fanciulle danzanti e canti-. Contrariamente al nostro Paradiso, il Nirvana è però ancora una volta traguardo e ripartenza, il luogo in cui, l’adepto libero dalle catene del Karma, sceglierà se cessare il ciclo delle nascite e morti e sollazzarsi al sole, o ritornare nell’inferno della terra, in veste di Bodhisattva, per aiutare gli altri umani a superare le quattro sofferenze (nascita, malattia vecchiaia e morte).
Lo stato di Bodhisattva appartiene al nono mondo e precede quello di Buddhità, dove si ottiene il distacco anche dalla compassione o, più probabilmente, dalla soddisfazione e dal senso di pienezza che si ricava nel fare del bene.
Naturalmente questa è la parte più mistica della faccenda, quella che si comprende quando si è usciti dai mondi inferiori, quando si attraversano le porte della consapevolezza attraverso gli insegnamenti (Dharma), quando si tocca il fondo più melmoso della vita e si risale, e quando, aprire gli occhi al mattino, e in qualunque condizione, significa ringraziare e vivere.
Ma non si deve pensare che i cambiamenti “di stato” siano visibili, che l’elevazione a un mondo superiore sia accompagnata da effetti speciali. I “benefici” in questa scuola di pensiero sono invisibili e se anche si riflettono sulla nostra vita terrena, vanno mantenuti e coltivati.
Nel Buddhismo, al contrario del Cristianesimo, non esiste buono o cattivo, non esiste alto o basso, come non c’è nascita e non c’è morte perché tutto fa parte del ciclo naturale delle cose, la faccia di una stessa medaglia, il bruco che diventa farfalla, il tè che dalla tazza finisce sul pavimento, cambia forma, ma rimane sempre tè.
La filosofia Buddhista è contemplativa e razionale non dogmatica e mistica e per comprenderla bisogna innanzitutto praticarla.
Nel prossimo post comincerò a parlare nel dettaglio delle diverse forme di Karma e delle quattordici offese.




venerdì 26 agosto 2011

Stalking, la nuova ossessione dell'italiano medio.


Esiste il walking, uno sport che si pratica con bastoncini da sci di fondo, perfetto in piano e possibilmente su una spiaggia, assai poco praticato da -troppo spesso panciuti- uomini, che fanno, invece, un uso smodato dell’accusa di stalking. O comunque la masticano spesso, vantandosi di quante vittime abbiano mietuto e di quante, li rimpiangono a tal punto, da diventare ossessive persecutrici.
Ero al bar l’altro giorno, non ricordo dove, forse su un’autostrada dall’asfalto liquefatto, quando mi volto per vedere il gran figo che, con accento burino del nord dice, beh, sai, io ne ho certe su feisbuc che sono assurde!, dopo un po’ non te ne liberi neanche se preghi.
Ho pensato che lo stempiato cinquantenne avesse preso una botta di calore e invece insisteva convinto. L’amico, lo guardava altrettanto sorpreso, ascoltando storiacce di centinaia di e mail, di poste sotto casa e via dicendo.
Ora, mettendo da parte quelli che sono gli aspetti seri della faccenda e il ringraziamento, volendo la genuflessione, davanti a chi ha proposto e approvato questa legge, mi preme parlare del fenomeno di costume assai preoccupante.
È vero, forse io conosco solo uomini strani, rare creature in possesso di mente capace, super uomini in numero elevatissimo o più probabilmente, e propendo per questa ipostesi, narcisisti così convinti del proprio valore, da sentirsi tallonati da noi signore.
Non è che non creda a certi racconti, lontano da me mettere in dubbio fatti provati e storie, a mia volta ne ho conosciute molte di donne ossessionate dall’idea di un uomo e forse, lo ammetto, anch’io lo sono stata.
Ricordo che dodicenne, innamorata di un pischello da spiaggia, ascoltai “E penso a te” un numero tale di volte che mio padre non decise di spaccare, facendosi anche male, l’intero LP di Battisti.
Quando pochi anni dopo mi lasciai andare all’ascolto compulsivo di “Via Poalo Fabbri 43” –l’oggetto del desiderio, non ricambiato, era uno strafigo “compagno” del liceo -, papà sradicò l’intero impianto stereo montato da poco, all’avanguardia e da lui pagato.
Anche Alain Delon, l’attore francese, fu vittima del mio ossessionante innamoramento. Gli scrivevo una lettera a settimana –ci fosse stato il web anche una al giorno, cento forse- e cercai di raggiungerlo sul pedalò, con un mare non propriamente calmo, su un’isoletta di fronte a Saint Malo, in Bretagna, dove mi trovavo in vacanza: avevo quattordici anni.

Questo nuovo clima che vuole il Q/C, quaranta cinquantenne single, stressato, pressato e perseguitato da donne assatanate, mi fa un po’ ridere.
Fatto salvo, e lo ripeto, i casi acclarati di maniacalità femminile, credo che esista sempre una buona ragione per cui una donna ossessiona un uomo.
Uno dei motivi principali è lo scaricamento da giorno dopo, tipico.
Inutile stare a raccontare il fatto per intero. Sicuramente l’invito a cena e il dopo a casa di lui (primo errore), del povero uomo indifeso che poi dovrà sostenere una lotta a coltello per difendere la propria libertà.
Certo, della mancanza di rispetto del mattino dopo, quando nemmeno le offre il caffè e la sbatte giù dal letto perché deve andare al lavoro, quella non la racconta all’amico.
Che poi durante la notte gli siano “sfuggiti” (per ottenere la massima prestazione) delle mal recitate frasette di passione, sono indizi e prove che non scagionano la femmina ossessiva anzi, fanno di lei una stupida credulona.
Non sono una nostalgica, hanno fatto peggior danno alle mie pro genitrici i matrimoni riparatori che il lavoro in fabbrica, ma certi uomini, farebbero bene a ricordare che fino a poco tempo fa, esisteva la lupara a difesa del buon nome della femmina.
Ma va bene, voglio anche dargli atto che i tempi sono cambiati e che le donne si donano - termine meno volgare di quello gergale-, con facilità a volte eccessiva, ma non bisogna esagerare.

Veniamo al secondo uomo tipo: quello che si nega.
Quello che c’è, vive, amerebbe pure –e pubblicizza se stesso come il più capace Casanova-, ma non ha tempo, l’ha già fatto, è stanco, non prova più troppa emozione.
Non è mai l’ultimo arrivato. Ha carisma, classe, meglio ancora le mani bene in pasta, uno che, idealmente, offre alla donna scenari di vita coniugale modello –in momenti di crisi assai rari-, di pace e calma interiore.
È quello che in passato ne ha fatte più di Carlo in Francia, ma che ora, redento, cerca il suo giglio, una donna giovane ma matura, indipendente ma non stressata dal lavoro, e che possibilmente non voglia figli –metterebbero disordine in quella vita perfettamente cadenzata e triste che si sono creati in anni di solitudine-.
La terza vittima della stalker in gonnella è la “primula rossa del web 2.0”, quello che lancia messaggi, sempre ambiguo, che le cerca per un po’ e poi si nega.
Gentile a parole ma di fatto inesistente, è forse lo stempiato dell’autogrill, o chissà chi altro.
Credo che i signori, si siano un po’tutti montati la testa, anche se ma molta della responsabilità, è certamente nostra.
Credo che il problema sia il solito, che abbiamo dimenticato i buoni consigli delle nonne e che con questa storia del femminismo ci abbiano fregato, che stiamo pedalando in salita da anni e diventerà sempre peggio.
Penso che gli abbiamo concesso troppo, e che la frase “avanti un’altra” detta ridendo se una signora si nega, denoti quanto la pigrizia e la mancanza di curiosità in sé, per l’oggetto della propria passeggera passione, faccia di certi uomini creature ancora più misere.
Bisogna imparare a schioccare le dita signore!, e dare il via, e il frustino, è un optional irrinunciabile!
Correre un po’ non gli farà male, metteranno giù pancetta e impareranno a comportarsi da Signori.
Se sono così feroce e sessista è perché sono una donna assai ordinata e, almeno per me, voglio ogni cosa al posto giusto.
L’atteggiamento di una donna che scrive e mail sdolcinate e patetiche a ripetizione si chiama passione e innamoramento, lo stalking lasciamolo a storie veramente serie e a patologie da curare.
Se non siete disposti ad avere donne ossessive tra i piedi, cercate prima di conoscerle meglio , evitate di fare i pavoni e soprattutto, di portarle a casa.

mercoledì 24 agosto 2011

Nel porno dove la poesia non c'è.


Diciamo piuttosto che va di moda e che se ne parla per penuria di idee o quando, c'è bisogno di riempirsi la bocca in qualche modo, e perdonate, perché la metafora, qui, calza a pennello.
Nel porno, al contrario di quanto scrivono alcuni, non c’è niente di poetico e per parlarne, bisogna conoscere almeno un po’ la materia e fare le debite distinzioni, prima di tutto, tra erotismo, pornografia e real sex. Tre cose ben distinte.
Le testimonianze, in letteratura, lasciano il tempo che trovano.  La poesia è nelle lacrime e nel sangue, e vederlo versare da altri per raccontarlo, non fa lo stesso effetto che provare certe emozioni su di sé.
L’erotismo, fatto salvo l’eros in senso filosofico o anche letterario di proustiana memoria (e mi fermo qui perché di esempi ce ne sono tanti), è quella roba patinata da settimanali consentiti anche in famiglia: la Fenech sotto la doccia che s’insapona, la sodomia “supposta” da un’espressione di sofferenza della prima attrice, quello che in tanta letteratura, soprattutto “femminile” in senso dispregiativo, fiocca come neve nei film hollywoodiani: poco reale e fastidiosa.
L’erotismo, almeno da agenti letterari e "gente" dell'ambiente, è inteso come quello che dice seno e non tette, sedere o fondoschiena anziché culo, membro invece di cazzo. L'erotismo, è imbevuto ormai da una tale falsità di linguaggio, che fa lo stesso effetto che fumare eucalipto al posto marijuana.

La pornografia è assai peggio dell’erotismo, e fa male.
Ancora meno poetica e lontana dalla liricità del reale, dell’uomo timido e normodotato –anche bruttarello- che si sente a casa e finalmente libero, esprime i suoi più profondi desideri erotici.
Nel porno, ci sono uomini superdotati –pagati anche bene- e donne siliconate in primo piano, scelti da un regista per recitare un atto sessuale completo e le sue variazioni, e che mettono in primo piano, in location scelte ad hoc, impersonali e che non raccontano nulla sulle loro storie, ridicole performance che hanno il solito comune determinatore: orgasmi multipli e lunghi e ripetitivi gemiti mal interpretati.
Cosa c’è di poetico in questo?
Quale liricità posso leggere in un’attrice che dopo un regolare provino passa da un set all’altro, come da uno sportello all’altro di qualsiasi ufficio postale munita, anziché di bollettini e francobolli, di biancheria volgare e fazzolettini disinfettanti?
Il porno è un’industria cinematografica ed editoriale e basta, spesso guardata e comprata anche dai suoi più temuti oppositori, lontana mille miglia da quello che gli umani, quelli brutti, sporchi e cattivi, fanno, pensano e vogliono veramente accada nel proprio letto o nella cabina dello stabilimento balneare.

E la poesia, invece, sta proprio lì, ed è ben nascosta nella verità dei desideri più comunemente chiamati perversioni, le più diverse e spesso inimmaginabili, quelle delle lacrime e del sangue che, inespresse, abitano la fantasia del nostro vicino di casa, la sculettante quarantenne che va a fare la spesa e la signora con il carrello che si guarda attorno al supermarket alla ricerca di offerte speciali.
La poesia è nel real sex, quello che ci racconta cose mai viste, distante da orgasmi ripetuti di sadiana memoria –che pure è più real di qualsiasi film porno- o da orge di 600 uomini con una porno star di grido, al festival dell’hard core più frequentato.
La poesia è in una donna in un bagno pubblico che beve ciò che si beve in un cesso e da sette uomini diversi, solo perché è il suo Master (Padrone) ad averglielo domandato.
Perché lì sta la bravura e il coraggio di chi racconta, lì la sfida al vero perbenismo, anche quello che si traveste da nuovo cultore del porno e solo perché, ripeto, non trova altra ispirazione, perché va di moda, perché bisogna sempre far finta di scoprire qualcosa di nuovo.
La poesia non si trova nei salottini di Club Privè dove la serata si riduce a quattro imbecilli in tute di latex e qualche troietta che balla sul cubo con la lingua di fuori e le tette al vento, è molto più probabile che si trovi nella complicità di due coniugi che pagano camionisti in un autogrill: lui vuole vederla scoparci, mentre lei lo guarda negli occhi, con amore.

martedì 23 agosto 2011

The Last exorcism di Daniel Stamm (2010)

È il mio destino, conoscere uomini che amano film diversi da quelli con i quali sono cresciuta e che mi hanno formata: De Sica, Visconti e Pasolini, li ho messi sulle mensole in alto, da tirare fuori assieme a una commedia di Eduardo a Natale, quando proprio non si può evitarlo.
Comunque, non disdegno certi film meno impegnativi, anzi, c’è della creatività e del genio assoluto anche nei primi effetti speciali de “La casa 2” quando gli zombie escono dal tombino e vermi di cera pongo invadono lo schermo.
Quando però arriva un’opera come il mockumentary horror del regista tedesco Daniel Stamm, il discorso cambia, e non giustifico la sua visione per la teatralità delle luci, come mi capita con un Argento d’annata assistito per gli effetti speciali dal genio di Mario Bava, per l’ingenuità di certe scelte registiche, per le location, sulle quali è costruita l’intera trama. Con un film come “The last exorcism” mi prende la trama, la recitazione iperealistica, lo story board perfetto che si svela nei particolari, come il diavolo, quando anche le inquadrature che sembrano le più casuali raccontano e insinuano dubbi.
Intanto, il Ministro evangelico non è un viso conosciuto ai più, anche se Patrick Fabian ha lavorato in telefilm come “Friends”, “Ugly Betty” addirittura “Beverly Hills”, a vederlo in Lousiana alle prese con le anime perdute dei suoi fedeli non ci si pensa neanche. Se poi il pastore dichiara alla giornalista Iris Bahr, di non credere all’esistenza dei Demoni e di avere una forte cultura filosofica e religiosa, ci si accorge subito di essere in presenza di un film diverso.
Lui non ci crede, ma li pratica. Pratica esorcismi finti, perché sin da bambino ha usato certi trucchi da mago Silvan, e convince le persone “possedute”, chiaramente affette dalle più diverse patologie mentali, di aver finalmente scacciato Satana o chi per lui.
Con questo Documentario, il pastore intende infatti dimostrare che la possessione demoniaca non solo non ha ragione di esistere, ma che bisogna smetterla di praticare esorcismi che il più delle volte, mettono a repentaglio le vite di chi li subisce.
Sceglie una lettera a caso, davanti alla telecamera e alla giornalista, anticipando addirittura il contenuto della richiesta che conosce a memoria, perché, sostiene, sono tutte uguali.
La ragazzina c’è sempre, è d’obbligo, e qui è una straordinaria Ashley Bell al primo lungometraggio. È lei la vergine di cui avere compassione e che vive il trauma dell’adolescenza, il dolore dell’abbandono dell’infanzia e la morte della madre, tutte sono cause plausibili per giustificare l’isteria del gruppo familiare.
Il padre alcolizzato che ha perso la moglie e che ritiene l’educazione casalinga della figlia l’unica via di salvezza per l’anima, ti mette subito nella disposizione d’animo di pensare a un sentimento crudele e incestuoso, assai più osceno della purea di piselli e delle pustole sul corpo.
E poi c’è umanità. C’è l’umanità del fratello che sostiene la teoria dell’isteria e non della presenza demoniaca, così come quella del Reverendo del paese, assistito da una grassa e materna perpetua che immagini cucinare rassicuranti torte per i fedeli e infine, il contesto di una cittadina tranquilla funestata solo da qualche rissa tra ragazzi al sabato sera.
Come se in Rosmary’s baby, Polansky non ci avesse svelato dal principio l’ambiguità dei due anziani vicini e della mousse al cioccolato e fossimo andati alla cieca in cerca di segni e ipotesi così, in “the last exorcism” ti domandi di continuo quando verrà fuori la verità, quando il padre confesserà la sua violenza, o quando dalla bocca della figlia sgorgherà finalmente vomito verdognolo, si solleverà fino al soffitto e camminerà sui muri a conferma che noi, a casa e sul divano, siamo lontani da certi orrori, che possiamo riderne e stare sereni.
Tu prete hai dubitato e sarai punito! Così vuole la trama classica, così si deve arrivare al colpo di scena.
Eppure, anche quando la giovane posseduta sembra aver sputato, per fortuna solo il rospo, raccontando del suo innocente amore per un ragazzino che l’avrebbe ingravidata, quando anche il padre, Louis Herthum, l’unico sostenitore della presenza demoniaca, si scagiona dall’accusa e anzi, capisce di dover ridare la libertà alla sua bambina, senti che non sei ancora arrivato alla fine.
E il colpo di scena arriverà, inimmaginabile e originale.
E saranno ancora una volta i particolari che non avevo colto, scritti magistralmente da Huck Botko e Andrew Gurland, e che nel dopo film, andando a ritroso, ho finalmente scovato, a farmi leggere le verità nascoste, quelle piccole ambiguità che nascondono il male.
Consigliato anche ai non amanti del genere.

(The Last exorcism, Regia di Daniel Stamm)

domenica 21 agosto 2011

Teresa e gli intellettuali


Generalmente dimagrisce di dieci chili e si fa triste, come una pianta messa a bella posta in ombra, perde foglie e scolorisce, così, la mia rossa amica single, doma i riccioli ribelli in crocchie basse, evita il fard sulle guance morbide e il rossetto.
Busso più volte e non risponde, dalla porta semi aperta arrivano le note di un romantico Chopin e tra i più pessimisti.
Luce fioca di candele mi guida nella piccola cucina dove anziché gustose torte, trovo sul tavolo, mucchi di libri sparsi.
Stavolta non è uno qualunque, qui la situazione è proprio grave, c’è l’opera omnia di Canetti, e i meno leggibili di Saramago.
Ma lei dov’è?
Che ne è stato della piccola Teresa?
Qua e là vado in cerca di altre tracce.
Ecco, questa le mancava. Sul letto due grandi valige con dentro suoi vestiti, e tra i più appariscenti: quello rosa confetto indossato a capodanno, le scarpe vintage anni settanta, e pullover, crinoline e manicotti di pelliccia stile zarina.
Il bagno sembra vuoto, lo spazio lasciato dai nastri di raso colorati è stato occupato da foto d’intellettuali tristi, uomini nemmeno così belli e oltretutto morti.
C’è un Nietzsche baffuto che guarda nella vasca, severo e torvo Freud di profilo, quello solito, è riflesso nello specchio, cartoline in bianco e nero e foto parigine di pomeriggi piovosi e di amori romantici, baci dei più travolgenti, mani ossute, facce tese, e corpi.
Ci sarà di mezzo uno di loro!
Sono più che certa che Terry ha incontrato un intellettuale!
Eh no, adesso basta! Urlo nella speranza che Teresa mi senta, che dall’angolo dov’è rintanata a piangere lacrime di amarezza su lacrime di rabbia, sappia che stavolta è troppo.
Quando succede, la mia vita si stravolge! Mi chiama a ogni ora del giorno e della notte, piange senza dire una parola e urla, di tanto in tanto, che ha paura. Che lui la fa sentire brutta, che lui la rende dura, pessimista e insicura.
E poi sta lì al computer tutto il giorno, in cerca di una traccia, in cerca di un odore, di un segno chiaro, che per una volta, le confermi quanto lui sia indegno.
Indegno di respingerla a quel modo, di far giochi di parole che confondono, di spargere molliche di speranza nel suo piatto ormai vuoto per l’inappetenza.
Nel frigo latita persino la lattuga, mele tristi e rugose mi guardano in attesa di degna sepoltura, pezzi di pane duri e ammuffiti colorano di verde la tovaglia, macchiata qua e là e gualcita.
L’intellettuale può essere chiunque, un pittore, un attore, un musicista, un padre di famiglia o un notaio in pensione, chiunque può essere entrato nella testa dell’amica e chissà come!
Gli intellettuali veri, certo, si possono contare sulle dita di una mano, quasi mai si possono dire degli adoni ma di certo qualcosa di grosso ce l’avranno, e se non è più che ben nascosto, allora quel qualcosa si trova nella testa.
Di solito si negano con il fare più gentile, e le ragioni sono sempre fantasiose. Che solitari e cupi preferiscono star soli, che sono annoiati del meccanismo dell’amore - che pare sia per loro sempre uguale - o che, braccati dalle donne, non vogliono far sesso.
Non la chiamano e questo è ovvio, certi uomini non la trovano mai una ragione per scriverle anche di fretta un paio di parole, e spesso mi domando se sia vero che esistono.
L’amica Terry non può essere ammattita! Sono solo loro che le fanno questo effetto.
La rossa amica è un tantino vanitosa e quando si sente rifiutata, ci si arrovella sopra.
Non le piace quel loro darsi da fare attorno ad altre cose, ed è egocentrica quel troppo da diventare ottusa.
Terry, ti prego, non fare la cretina! Dai piccolina vestiti e in fretta! Ti porto a una festa divertente, mi ha chiamata Armando e dice che c’è un pacco di gente!
Esce dall’angolo con la faccia buia e triste.
La mia amica ha solo bisogno dell’amore e non importa per chi o per come.
Stasera ti lo scaldo io il cuore.
Niente di meglio che una buona amica, per metterci una bella pietra sopra.

venerdì 19 agosto 2011

Teresa a Cortina


Terry sta per tornare.
È arrivata tra le alpi da due settimane con un paio di valigie ciccione piene zeppe di abiti per ogni occasione, un mucchio di sogni tirati via dal cassettone, i maglioni di cachemire di suo padre e una ventina di foulard come al solito retrò. Solo gli anfibi londinesi sono rimasti a Roma sostituiti con dolore da un paio di vecchi scarponi, eredità di sua madre sedicenne e dei suoi interminabili soggiorni montani.
Chi avrebbe potuto incontrare lassù?
E perché rinunciare al mare dove le passioni si arrovellano al sole, e leccare un gelato sulla sdraio fa più sexy che mangiare polenta e aciduli crauti?
Le ipotesi fatte sono state migliaia. Annoiata mi chiamava dal centro del paese, un Corso Italia che diventa Via Roma pieno zeppo di borse firmate, di ragazzette magre da far paura che sembrano uscite da una rivista di moda, di madri liftate e tirate che sembrano Patty Pravo e la Vanoni, infilate in calzoncini corti che rivelano ciò che il viso tenta di nascondere: la pelle sessantenne che senza rimedio cade, attratta dalla gravità terrestre, naturale e impietosa.
Mi chiamava in equilibrio su tacchi inadatti, guardando uomini anche loro ritoccati con quel non so che di “sgarbiano” -ma cafone- che Terry immaginava alla guida di panfili pacchiani, il sigaro spento tra le labbra, il sorriso rifatto e il portafogli gonfio di carte di credito in attivo.
Non ne ha mancato uno degli incontri culturali, la paffuta Teresa, in abitino ampezzano tra i più colorati, il rosso dei ricci occultato sotto larghi cappelli di paglia che impedivano la visuale del palco a chiunque si fosse seduto nei pressi.
Felice, pascolava invece tra le rocce montane, tra paesaggi lunari e mozzafiato, come una capretta in cerca di erba croccante e di aria pura, le guance perennemente arrossate dal sole e dalla salita e una solitudine ampia nel cuore.
Povera Terry, amica mia, ti ostini a cercare l’amore dove risiede apparenza, dove si va per vedere gente e fare cose da raccontare al ritorno nella cittadina provinciale, dove ancora la gente ti invidia il romanzo con dedica di quello e di quell’altro e la foto con il divo della televisione, che sullo sfondo, ignaro di essere inquadrato distrattamente s’infila un dito nel naso.
Al lago di Misurina ha rischiato anche di essere picchiata, rincorsa da un paio di nostalgici fascisti cui aveva intonato "l'Internazionale" con il pugno sinistro alzato.
Lì, solo uno scoiattolo le si era avvicinato, l'unico a non avere paura della sua passione ardente, il solo a non scappare a gambe levate dal suo sarcasmo dirompente.
Son solo uomini Teresa, le ha sussurrato sul lago d’Ajala una leggera farfalla arancione, sono solo temporali passeggeri, le ha detto una nuvola paffuta come panna andando incontro alla sua amica. Guardati intorno e godi di questa bellezza, le ha detto una marmotta per niente impaurita, piciu… piciu… sii felice, le hanno cantato un quartetto di uccellini tra i boschi mentre il sole le infuocava i ricci.
Sul pullman, in gita tra paesaggi che non potrà dimenticare, le chiacchiere di due zitelle venete che circolando in quel dialetto così musicale, hanno sentenziato di quanto tutto si sia ritirato, persino “il batista” un tempo, quello andato, così attivo e più animale, meno corrotto dal lavoro cerebrale. E chissà dove sono andati a nascondersi gli Arlecchini allegri dai lunghi bastoni, in quale grotta i pastorelli vestiti di pelli, i montanari di poche parole che rischiano la vita per cogliere in vetta il più bel fiore.
Teresa torna in città con dentro gli occhi montagne di natura, e fra le mani un bel sasso a forma di cuore.
Che ti porti fortuna piccola amica, conservalo con cura e non pensare alla salita, per te vorrei una vita solo in discesa e forse arriverà quando capirai che la tua passione non è che una difesa, un muro alto e invalicabile che elimina dal tuo sguardo tutto ciò che non è puro amore.