mercoledì 29 agosto 2012

La mia Barbie viveva in una comune






La Mattel crea modelli di Barbie che rappresentino ogni bambina. Ma è sempre e comunque il desiderio di far rientrare ognuno in una categoria che spinge le multinazionali a differenziare i prodotti. Non vogliono “accontentare” il cliente, ma ingabbiarlo affinché rimanga nella sua scatola di cartone con il nome e la tipologia bene in vista.
La differenza è sottile ma c’è, perché il diavolo è sempre nei particolari.
Il fatto è che i bambini sono sufficientemente capaci di ingabbiarsi o differenziarsi in modo da creare il proprio percorso oltre i modelli imposti adattandosi, invece, a quelli assai diversi che vedono –e troppe volte subiscono- nella vita adulta. E lo fanno nonostante l’educazione, perché alla fine, quel che un bambino guarda è sempre tutto ciò che l’adulto gli vuole nascondere.

Dopo che mia nonna, fiera di aver studiato in un collegio svizzero, mi aveva costretta per delle ore, fissandomi muta con i suoi occhi di ghiaccio, a camminare per il salone con pesanti volumi sulla testa e a imparare le regole del bon ton, non vista e all’ultimo piano della grande villa appena fuori città, costruivo il mio futuro incerto nella stanza dei giochi.
Perché la mia fantasia si sviluppasse adeguatamente, i miei, pur cedendo all’acquisto delle Barbie, avevano bandito tutti i gadget della famigliola Mattel, come la grande casa, la roulotte, la tenda da campeggio, la cucina, la motocicletta e l’auto rosa -da qui la mia avversione per questo colore-.

L’enciclopedia Britannica, che grazie ai suoi volumi eleganti mi aveva consentito di mettere su per la mia favorita un residence extralusso con tanto di giardino e piscina –una bacinella azzurra mi pareva più che adatta-, mi fu presto sottratta. Il mio gruppo di Barbie fu quindi costretto a domandare un mutuo costosissimo per vivere sotto il tetto de “L’uomo senza qualità”, Einaudi, copertina rigida color canna da zucchero.
Vissero felici per alcuni mesi finché, anche quel condominio, più piccolo ma giusto per lo status sociale delle mie amiche, fu riportato all’uso originale e impilato questa volta nello scaffale più alto della libreria.
Non mi rimasero che “I quindici”.

Gli appartamenti erano così piccoli e angusti che decisi di farne una comune.
Le mie piccole donnine bivaccavano pigramente tutto il giorno, e non avendo fornelli, compravano pizze e panini al bar all’angolo. Fu lì che la mia Barbie Hawaiana, a causa di un attacco di bulimia notturna, conobbe Skipper e con lei iniziò una relazione.
Presto, ognuna di loro prese possesso della personalità più giusta. Ad alcune tagliai i capelli per relegarle a ruoli maschili o di semplici cameriere, altre dirigevano giornali e altre ancora sospiravano alla ricerca dell’uomo più giusto, quel Ken biondo e dal sorriso stupido che guardavamo assieme attraverso la vetrina di “Baby Park”.
Nella comune –eravamo negli anni settanta- la vita scorreva quieta nonostante i litigi continui: l’ansia da rendimento di Barbie filosofa che a ogni esame aveva crisi acetonemiche, di Barbie uomo con crisi d’identità, di Barbie cameriera che faceva vertenze sindacali e che a ogni sentenza a suo favore s’impossessava degli abiti delle altre, per non parlare delle questioni razziali che affliggevano Barbie africana, relegata al ruolo di ballerina di ultima fila.

Ma quella quiete non poteva durare troppo a lungo, infatti, durante una festa di carnevale, vinsi un poderoso Big Jim.
Era diverso, aveva un fascino davvero speciale e soprattutto stava in piedi. E per me quello fu il vero miracolo perché le Barbie, sempre sulle punte come le Geishe, trovavano quiete solo sedute o distese.
Dunque fu amore a prima vista e organizzammo una grande festa a base di tequila. All’alba decisi per una retata, e Barbie brigatista, trovata in possesso di volantini rivoluzionari, fu messa in galera.
Sarebbe stata liberata mesi dopo da Barbie avvocato ma dopo aver conosciuto, tra quelle grigie pareti, l’amore per Barbie guardia giudiziaria, e aver scritto l’autobiografia della sua vita e che sarebbe diventata libro dell’anno.

Un solo Big Jim aveva creato uno squilibrio enorme, certo aveva un mucchio di qualità irrinunciabili, ma quello che era un pacifico gineceo si era trasformato in un harem.
Così, in un battito di ciglia.
Era forte, sorrideva sempre, non gli sarebbero mai cascati i capelli e aveva braccia pieghevoli adattissime per fare certa roba e nonostante le mie Barbie rimanessero sempre un po’ algide ai suoi arrembaggi passionali. Nonostante gli sforzi –e non chiedetemi come fossi venuta a conoscenza di certe cose-, non riuscivano mai a mettere in pratica certe posizioni e nemmeno a limonare come si vedeva nei film.
Pur destinato inizialmente a Skipper -affetta da ansia di abbandono- il mio Big Jim si dava da fare un po’ con tutte.

Nella comune l’aria era irrespirabile. Serpi covate in seno tramavano velenosi inganni.
Serviva una leader.
L’eletta, in abito bianco di pizzo, arrivò nel gruppo a Natale, assieme al suo Ken: era Barbie sposa con braccia pieghevoli.
Dopo avere ascoltato le calde raccomandazioni che non le dilaniassi l’abito e non le tagliassi i capelli, riuscimmo a stare a tu per tu.
Diventò la mia favorita, la più intelligente e l’unica in grado di guidare il gruppo. Trasgredì subito al ruolo per cui era stata creata –come me agli ordini di nonna-, e lasciato Ken dalle braccia rigide alle amiche, infilò una minigonna rossa e si fidanzò con Big Jim.
Ken, depresso, si mise con Skipper e fu denunciato da una Barbie maschio per abuso di minore. Al Processo fu salvato da Barbie attrice che testimoniò in suo favore.
Uscito di galera, uno spazio della stanza era riservato alle fantasiose architetture dell’ospedale, del manicomio, del Tribunale e della prigione, pensò bene di vendicarsi.

Ma la genia dei Big Jim era cresciuta: tra regali spontanei e pianti davanti alla vetrina del negozio e scioperi della fame, ero riuscita a mettere assieme altri maschi tracagnotti.
Con un Ken e quattro Big Jim riuscii a riportare la pace nella comune. Certo, di tanto in tanto si litigava ancora, ma con l’abolizione della monogamia fu pace fatta.
Le mie Barbie non hanno mai guidato un’auto e nemmeno io.
Si sono sposate più volte e non hanno avuto bambini.
Sicuramente si sono divertite tantissimo, hanno girato il mondo e hanno conosciuto presto lo sguardo diffidente delle altre Barbie che, ben inquadrate nelle loro casette rosa, tra piscina rosa, macchina rosa e cavallo rosa, non le invitavano nemmeno per un tè.

(Foto: Foto: http://www.bonsai.tv/wide-foto/barbie-serial-killer/barbie-serial-killer-005/)



sabato 25 agosto 2012

Sul tradimento e altre ipotesi fantastiche



Pencils by Jim Lee and inks by Scott Williams

Amo l’uomo sorprendente. Il super eroe che rischia di frantumarsi contro un grattacielo per guardarmi.
Che abbia poche virtù ma autentiche. L’amore per le orchidee e la pazienza nel coltivarle, l’hobby di collezionare versi, di impararli a memoria e non declamarli.
Il solitario che non ha bisogno di conferme.
Peculiarità che si distaccano dal solito parlare di romanzi e nemmeno commentarli perché in realtà non li ha letti, come troppe volte mi è successo di vedere nel suo sorridente e preoccupato –l’ho letto troppo tempo fa, adesso non ricordo- e voltar pagina in fretta.

L’uomo che parla troppo dell’amore e di se stesso mi disgusta. Quello che pensa che il suo sia l’unico punto di vista è ottuso. Il moralista che per adeguarsi ai tempi finge di essere un libertino si tradisce presto. Appena tre ore dopo, a letto, con lo sguardo imbarazzato di chi certe robe così non le ha mai fatte.
L’uomo che amo è pieno di bug di sistema dentro un corpo forte e non muscoloso.  Mi tocca riavviarlo più volte perché ragioni e metta i file nelle cartelle giuste.
Però, infila i calzini nel cesto della biancheria e al mattino, come me, ama raccontarmi i suoi sogni e fino in fondo. Li riporta su un quaderno che tiene accanto al letto e che io non aprirò nemmeno alla sua morte.
E ogni volta che lo incontro e gli dormo accanto, prego di non dover mai scoprire l’altra faccia, quella del bambino deficiente che non capisce come mai io abbia scoperto l’astuto inganno.

Perché il tradimento ha sempre la stessa faccia: quella della sua stupidità e della mia fiducia in me stessa.
Ha il ritmo del balbettio acuto e la puzza del sudore che gli cola anche sulla fronte e dello sperma lì, sulle lenzuola e ancora fresco.
Il tradimento ha il sorriso malcelato del solito –oh dio, mi dispiace davvero io non volevo farlo-.
Ha sempre la stessa ambiguità nello sguardo: non sa se preoccuparsi di più perché da domani dovrà pagare per intero l’affitto o peggio, cercare un altro appartamento –e trovarlo in centro e a questo prezzo sarà arduo-.
Così somigliante a quell’altro e all’altro ancora nel vagare per la stanza muovendosi a caso in cerca di ottime scuse, la rassegnazione allo schiaffo e all’ingiuria –sì, sì, picchiami pure, uccidimi, purché tutto finisca- .
Purché tutto finisca e io non sappia mai perché l’ha fatto, perché si è scopato proprio la più volgare e l’ha anche portata nel mio letto.
Non perché cucino troppo sano e senza burro, perché ho la fissa per la pulizia e per l’ordine, l’ossessione per il manicure e per i massaggi, per i mercatini delle pulci. Non perché non “gli ho fatto figli”, perché detesto sua madre e non gli piaccio più con i capelli corti. Non perché ho tre gatti.
Gira a vuoto come un imbecille. Mi porge ora un bicchiere di qualcosa di forte ora acqua, non fa che dire esattamente tutto ciò che speravo di non dover sentire: è la scelta dei vocaboli giusti che gli manca, i troppi film di cassetta che ha visto, i libri gialli, il cervello che è in pappa perché pensa alla stronzetta che ho appena mandato via a calci in culo e che in realtà gli sta più a cuore di me, che adesso, sconvolta, mi tengo la testa tra le mani perché non si scuota troppo.
Perché non vede l’ora che io mi calmi per chiamarla, e inventa scuse per andare in bagno e inviarle messaggi.

E il tradimento ha anche la mia faccia.
Quella che negli ultimi tre mesi lo ha ascoltato parlare di lei e ha rimosso. Che non ci credeva viste le troppe cose in comune.
Che ha accolto la confessione buttata lì tra i barattoli di passata di pomodoro, al supermercato, mentre mi guardava con in mano i peperoni. Tra le scatole di detersivo: era distratto, lo sa che non ho mai amato quello liquido.

Io sto sulla poltrona accanto all’armadio in attesa che dica altro anche se servirà a poco o niente. È già lontano, in autostrada per un romantico fine settimana con la biondina ventenne, esattamente dove siamo stati sei anni fa. Perché deve cancellare l’originale con la copia e perché quando sarà lì, le parlerà solo di me e del mio fiuto eccezionale, della mia capacità di comprensione e della mia creatività. Mai non del mio culo altruista e generoso che è poi l’unica ragione per cui mi ha voluta.

Mi ha propinato la serie a puntate del suo desiderio, puerile e vile cercava di assicurarsi il perdono ancor prima di cadere nel peccato.
Perché il tradimento è sempre annunciato: dal ritardo per cena, dal cambio di finestre sul monitor appena entro nella stanza, dal cellulare sempre nascosto da qualche parte e da quello nuovo, quello che –miracolo- l’azienda si è finalmente decisa a concedergli.

Peccato amore mio, non sai cosa ti sei perso.
A sapere della nuova passioncella e delle tue fughe notturne non avrei perso tempo. Perché arrabbiarmi se sono mesi che ci addormentiamo presto per non sfiorare l’argomento. Perché urlare se io per prima ho storie con altri.
Per il mio super eroe mi sarei vestita da wonder woman e avrei scelto i video più hot da guardare assieme.
Avrei organizzato una festa a sorpresa, io, te, e la nostra biondina che esce dalla torta.


mercoledì 22 agosto 2012

Intermezzo romantico di un’urgenza pomeridiana


Appuntamento a Fiumicino
(Racconto)
Foto di: DANIELE DEBERNARDI 

Quella sarebbe stata la quarta partenza in un mese.
Marina, pur di levarsi di mente quell’ipotesi orrenda, da tempo portava gli abiti del marito in lavanderia. Il terrore che nel controllare le tasche, un biglietto ben ripiegato, un post it colore pastello con grafia post adolescenziale potesse finire nelle sue mani, vinceva ogni resistenza razionale.
Era la sua furia incontrollata che la sorprendeva ogni volta, quel fingere sempre che non fosse vero niente e invece serrare i pugni per lanciarsi piena di rabbia su quella bestia di uomo.
Solo quando riusciva a metterselo sotto i piedi quel narcisismo maschile incontrollato, stava meglio. E lo umiliava, tirando fuori l’unico argomento in grado di privarlo, appena un po’, di quella virilità che andava distribuendo in giro da anni: la sua forza economica, il potere sociale di suo padre e il suo nome.
Con il “chi cazzo sei senza di me” di chiusura, Marina si sentiva più leggera, ma solo dopo le scuse rinnovate, il pianto e l’abbraccio, il ridere assieme convulso tra lacrime e senso di colpa e al termine di un orgasmo doloroso e sempre più breve, la donna riusciva a calmarsi veramente.
Tutte le volte lo lasciava nel letto e andava a farsi un bagno caldo.
Era felice di sentirlo di là e immobile, di non vederlo trafficare nemmeno con il portatile e quel maledetto I Pad, per un po’ lontano dai social media pieni di occasioni del cazzo.
Le trovava quasi tutte lì.
Disponibili anche per week end non impegnativi.
Se fosse mai riuscita a violare le password del marito, sarebbe morta di dolore prima di saltargli al collo.

In quel bagno perfettamente alla moda e perfettamente lucido, Marina scioglieva il nodo della cintura facendo scivolare via la vestaglia sottile. Ogni volta guardava il suo corpo infantile e troppo magro e si diceva che l’indomani avrebbe prenotato dei massaggi: l’unica opportunità che qualcuno la accarezzasse a lungo e con cura.
Poi, nell’acqua profumata di sali dai nomi esotici, tracciava una linea perfetta e metteva in fila i pro e i contro. Razionalmente, come le avevano insegnato madre e nonna, quando bambina ascoltava le loro conversazioni sulle arti magiche di riprendersi un uomo.
Ci aveva sempre creduto nel suo matrimonio bello e importante.
Mostrarlo alle amiche –che Matteo seduceva ogni volta - alle zie, alle colleghe.
Organizzare cene e costruirgli la carriera, dargli consigli su gusti e modi che un ex cantante rock di periferia proprio non conosceva.
Suo marito era bello, era perfetto per la sua vita e per la casa discografica di suo padre.
Sempre politicamente in linea con tutti, mai sfacciato e pieno di guizzi creativi e buone maniere.
Marina amava la gentilezza che scaturiva dal cuore e non dall’obbligo, e forse era stato proprio il suo atteggiamento attento verso l’umanità che l’aveva sempre piegata al perdono. L’altra faccia della propensione al tradimento.
Sarebbe partito per Londra il giorno dopo.
Come da rito decennale l’avrebbe accompagnato lei spostando appuntamenti di lavoro e saltando palestra e psicoterapia.
Anche se quel breve viaggio in aeroporto era una consuetudine che non si poteva interrompere così, senza una vera ragione, Marina avrebbe tanto voluto evitarlo.
Aveva una premonizione, uno strano brivido interiore.
O forse è la solita paura irrazionale, provò a pensare prima di finire di preparare la valigia e andare a cena.


Le mani larghe di Franco stringevano il volante. Di tanto in tanto lanciava occhiate eloquenti alla nuova compagna.
Nuova e passionale, Sonia l’aveva conosciuta durante un inutile Meeting sulla Comunicazione. L’intesa era stata magnifica e l’intenzione di approfondire quella relazione superava la paura del solito risveglio nell’incubo della consuetudine.
A cinquant’anni e con una carriera di quel tipo poteva anche permettersi di rilassarsi un po’. E poi non ne poteva più delle recriminazioni di sua madre e dello sguardo nostalgico che lanciava alla vista di ogni bambino che vedeva per strada o in televisione.
Sonia gli sembrava una ragazza per bene.
Così la voleva, senza troppi grilli per la testa e normale. Le donne troppo intelligenti o troppo ricche o troppo qualunque cosa non gli erano mai piaciute se non per fine settimana intensi per locali e a letto.
Era concentrato prima di tutto su se stesso, avere accanto chi mettesse in dubbio punti fermi e di arrivo era una possibilità scartata da sempre.
Sonia era giusta.
Anche quella gonnellina pieghettata a fiori, appena sopra al ginocchio, i capelli lisci e ordinati, la fronte ampia sullo sguardo mansueto. Anche le unghie corte e mai dipinte di colori accesi, come rossetto e trucco.
Gentile, mediamente colta, silenziosa.
Una donna perfetta da esibire senza dover tenere gli occhi troppo aperti.
E poi piaceva a sua madre e tanto bastava. Ne aveva fin sopra i capelli -pochi- di storie complicate che non lo facevano dormire, di donne passionali e poco lucide, di disquisizioni insopportabili sul senso della relazione.
Si sarebbero sposati entro l’anno.
Rassicurante e rassicurato, le passò una mano sulla coscia. Lei sorrise.
Sarebbe stato bello andare a Londra assieme ma assai più salutare qualche giorno di distacco.


L’aeroporto faceva sempre lo stesso effetto a Marina.
Le metteva addosso la tristezza di quando bambina lasciava la mano del padre rassegnata alle giornate di inquietudine e a quel prepararsi di sua madre al solito ritorno caotico e violento.
Si chiama coazione a ripetere, confermò a se stessa lanciando uno sguardo al tabellone delle partenze e all’orologio da uomo che teneva al polso destro.
Attraverso i tradimenti di Matteo provava a giustificare tutto il dolore che i suoi occhi bambini avevano guardato. Così le aveva detto l’analista.
Rassegnata alla condanna, lasciò la mano di Matteo e rimase a guardare una coppia pochi metri più in là.
Lei era leziosa in modo insopportabile. Anche il modo di guardare il suo uomo le sembrava fasullo. Una del genere “santa appesa alla parete” in cerca di un buon partito.
E ce n’erano. Eccome. Tra le sue amiche almeno una decina.
La falsità di quella ragazza si esprimeva nel cambio repentino di espressione di cui lui, però, non sembrava accorgersi.
Si conoscevano da poco. Lo capiva dalle braccia conserte dell’uomo e dal gesticolare dimostrativo di lei che faceva tintinnare braccialetti e collane.

«Ti penserò»
«Anch’io, tanto. Tieni il telefono vicino, nel caso avessi paura».
Franco si eccitava fisicamente a quella fragilità infantile. L’abbraccio forte durò più di qualche istante e così il bacio sulla bocca. Attese finché lei, e i suoi sonagli, e la gonna fiorita non scomparvero nel grigio aeroportuale.

«Matteo, cerca di non spegnere quel cazzo di coso».
Matteo si passò una mano sulla fronte ma evitò di dirle ciò che gli premeva: le solite bugie.
«Guarda che c’è anche Bonifazi. Evita di portarti le troiette alle cene ufficiali perché tempo tre minuti lo saprò anch’io».
Sospirò e strinse le labbra «Se proprio ti scappa, pagala» e si mise ben dritta sulle gambe, felice di quell’arrivederci crudelmente pragmatico.
Lui le passò il braccio sulle spalle, le sfiorò le labbra, e a passo svelto andò verso il Gate.

«Stronzo!»
«Dice a me?» si sorprese Franco in un misto di colpevolezza e risentimento.
«No, mi scusi... » Marina rise debolmente e scosse la testa. «Il caldo, la confusione, certe storie... sa... posso offrirle un caffè?».
«Non c’è bisogno... ma... beh, sì, ne prenderei uno volentieri».
Franco le cedette il passo e si avviarono alle scale mobili.

L’urgenza di piangere travolse Marina alla vista di quel petto ampio su cui appoggiare la testa. Franco pensò subito alle tracce di trucco che vi sarebbero rimaste impresse, ma ricordandosi del cambio che da sempre teneva in ufficio, incoraggiò la sconosciuta accarezzandole la testa riccia.
Camminarono un po’ senza direzione. Le lacrime di lei nei grandi occhi chiari si confondevano a parole e storie che sembravano non esaurirsi mai. Ma pazienza, pensava Franco, non aveva appuntamenti.
Dopo il caffè e ancora un lungo e quieto parlare, e lo scusarsi e il raccontarsi ancora, si diressero al parcheggio.

«Che ne dice di un fuori programma al mare».
Marina gli dedicò un sorriso spontaneo e infantile.
«Però dammi del tu» aggiunse salendo sull’auto di lui.

Si scambiarono pietanze, brindarono a tutto il meglio che da lì in poi avrebbero goduto e al deserto che li circondava. Il sole autunnale si avviava al tramonto.
Erano soli.
Il vecchio cameriere dalla “r” francese e i modi gentili faceva la settimana enigmistica tre tavoli più in là e il giovane, del tutto distante dalla realtà, si dava da fare con un gioco elettronico e guardava Maria De Filippi in tivvù.

Marina e Franco non parlavano più.
Adesso lei sapeva che la premonizione irrazionale era quell’incontro.
Lui conosceva bene l’urgenza che adesso aveva nei pantaloni.
Un rivolo di vino rosso solcò il suo mento ruvido di barba pomeridiana.
Marina si alzò, lentamente fece il giro del tavolo, si chinò e saziò la sua sete passandogli la lingua sul mento sino alle labbra forti.
Franco non pensò nemmeno un attimo a Sonia e al cellulare che squillava. Pagò il conto che già gli tremavano le gambe.
Uscirono dal ristorante tenendosi per mano.


martedì 21 agosto 2012

La deriva di Twitter


Il mondo è vasto e multiforme, ma nemmeno tanto, e i social media, e posso dire purtroppo, sono lo specchio della realtà, a volte parziale ma pur sempre effettiva.
Qualcosa sta cambiando fuori e dentro il mio Mac.
L’aggressività aumenta a dismisura e pare che il solo fatto di avere facoltà di parola faccia sentire buona parte di umanità in credito di opportunità e di insulti.
Insultano sui giornali, su Feisbuc, per strada.
Sui quotidiani on line leggo dei commenti da far accapponare la pelle. I webmaster sono costretti a mettere filtri per non vedere i propri giornalisti lapidati pubblicamente per aver scritto una verità o azzardato un’ipotesi. E solo per invidia, perché due anni fa qualcuno si è svegliato in vena di fare il giornalista e perché tutti quelli che stanno dall’altra parte del vetro, si sa, sono dei raccomandati e basta.
Insultano se per caso fai notare a qualcuno che va contromano.
Come quando, picchiata in strada e aiutata dalla folla, la vittima difende il suo carnefice scagliandosi su chi l’ha difesa, succede, eccome.
Siamo diversi.
Comunque twitter sta cambiando e la sua trasformazione si è palesata durante questo agosto rovente di anticicloni e perturbazioni dai nomi fantastici e su cui a lungo si è tuittato.
Anche la meteorologia si adegua ai tempi.

Un tantino diffidente, l’account su tuitter l’avevo aperto mesi fa.
Ero affezionata al mondo ovattato di feisbuc, all’universo del consenso obbligato, degli autoscatti, dei cani randagi, dei gattini finti, dei “ciao chi sei” e dei “buongiorno mondo”.
Inoltre, il mio maestro ed ex datore di lavoro, Roberto Cotroneo, fuggito molti mesi fa da FB, scriveva sul suo blog dei post così sublimi sull’uso di twitter e il suo senso filosofico, sul linguaggio e sui modi da usare da sentirmi quasi intimidita e inadeguata a questo nuovo mondo pieno d’intellettuali e giornalisti. Mi pareva si trattasse più di una lezione di semiotica che di un social media.
Aperto l’account sono rimasta a guardare.
Il giudizio positivo del mio amico scrittore dipende forse dal fatto che ha quasi diecimila follower e meno di trenta following? Che la sua finestra è aperta su un cortile pieno di magnolie e gelsomini con poca gente e tutta ben educata? È logico che poi giustifichi persino “l’intellettuale di Voghera” e il citazionista dato che nemmeno li vede.

A casa mia non farei mai entrare una che si chiama “masturfantasy” o roba del genere, e che la prima cosa che mi ha domandato stamattina è se e quanto mi piace masturbarmi, e che vista la mia risposta, ha smesso di seguirmi.
Come se l’avessi fatta accomodare nel mio bel salotto liberty, mi avesse domandato del tè, e al mio educato “mi spiace bevo solo caffè” se ne fosse andata senza salutare e sbattendo la porta.
Strano che non mi abbia anche insultata. Però potrebbe sempre farlo dopo la lettura di questo post.
Vorrei tanto sbagliarmi, ma mi sa che tuitter Italia sia giunto alla deriva.
A differenza di qualche settimana fa vedo moltissimi account con due, trecento follower e due, trecento following.
E questo dice molto.
Dice che da oggi, per i "commons", vige la legge del do ut des.
Racconta che il cyber opinionista, il narratore di colazioni, pranzi e ruttini del nipote, il fotografo di spiagge affollate e brutte, di sentieri di montagna e della casa al paesello, il pensionato, disoccupato, professionista o urlatore, non ti segue se non seguito a sua volta.

La bellezza e la caratteristica rivoluzionaria di twitter sta proprio nella mancanza di obbligo di reciprocità. È un po’ il manifesto dell’umiltà –termine in disuso-, il riportare le cose ad avere un senso: io sono un personaggio conosciuto e tu no. Che sia a ragione o a torto è comunque un dato di fatto e anche se pieno di bile conviene che te ne faccia una ragione.
Funziona, o dovrebbe, che leggi un tuit interessante, perlustri le poche info presenti sul profilo e provi a vedere come va. Se quella persona ti piace continui a seguirla anche se lei non ti segue, se poi ti piace un casino o ti serve conoscerla per lavorare o flirtare, cerchi il modo più intelligente per farti notare. Essere seguiti o essere letti non è un diritto. Lo fai perché è un giornalista, un intellettuale (pseudo o reale è sempre complicato da capire attraverso un monitor) ma comunque, come in una festa affollata, cerchi e magari lo trovi, un modo per attaccare discorso.
Non puoi pretendere di restare in un angolo buio e che qualcuno t’inviti a ballare solo perché stai lì.
Le regole comunque sono e dovrebbero restare queste: evitare i saluti collettivi –che io cestino immediatamente e ai quali non rispondo- i post banali sul caldo, la pioggia e la neve, i “chi sei” tanto per perdere tempo, quando basta dare un’occhiata al profilo o domandarlo a google. Evitare di entrare nel merito di affermazioni dal sapore poetico, rintuzzare di continuo le battute e le opinioni -che tali sono e dovrebbero restare-, soverchiare con la propria le voce quella degli altri. Evitare i FF (Forward Friday) al lunedì o al sabato.
Se sei un cafone con famiglia chiassosa al seguito, non posso impedirti di guardarmi, però posso evitare di interloquire con te.
Non risponderti.
Ignorarti.
Invece, da un po’ di settimane a questa parte, il neofita di twitter ti insulta anche se non gli rispondi.
Infatti, il molestatore viene proprio da FB, dove da mesi non ho più riscontri di lavoro né umani.
Si clikka sui post senza leggerli -non tutti sanno che esistono modi legali per sapere chi viene realmente sul blog-. Commentano articoli senza sapere di cosa si parla, tanto basta il titolo, come da bambini bastavano le figure. La maggior parte degli utenti di FB potrebbe condividere un articolo pro pedofilia senza nemmeno saperlo.
Ma naturalmente guai a dirlo.
Ci sono i negazionisti diplomati e i difensori della facoltà di parola a tutti i costi. Quelli che con la scusa della “persona e la legge” giustificano anche il più efferato delitto.
Pazienza se quella frase è stata rubata, se quel tuit lo leggo per la centesima volta e mi sento in piena demenza senile, non importa se si parla di un autore senza averlo letto e si pretende anche di avere ragione.
Lo stesso temo stia accadendo su twitter.
Che l’insensatezza e la banalità si stanno diffondendo come un virus letale. Che la filosofia viene ingoiata e digerita e riproposta come propria.
Che le regole vengono cambiate e se non si ha un pensiero raffinato e in grado di riassumere idee complesse in 140 caratteri, pazienza, si scrivono post a puntate.
Un’urgenza può concludersi nella toilette di un aeroporto o aver bisogno di una vita intera per esaurirsi. Perché non tutte le esistenze hanno diritto di essere narrate né di essere seguite.


domenica 19 agosto 2012

Teresa invidiosa.


Nell’era del buonismo solo la rabbia paga.
















Che invidia che mi fa la tizia qui di sotto
che proprio ieri l’altro ha vinto un terno al lotto.
La racchia che ha sposato un ricco avvocato
e adesso passa e spassa e non fa più un bucato.
Odio i fortunati, i felici e i vittoriosi,
li guardo e mi riempio di tic e di nevrosi.

Lo so che non sta bene e dovrei dissimulare,
ma proprio non sto zitta e devo denunciare.
Il culo di quel tizio che scrive assai banale
eppure vende libri come fossero un giornale.
Quella che ha iniziato a scriver ieri l’altro
e incontra pure un editor figo e anche scaltro.

Non posso digerire Nannetta la fioraia
che canta tutto il giorno e sembra così gaia,
non so come riesca a mangiare cioccolata
e a restare asciutta proprio come quando è nata.
Invidio chi non pensa e crede alle minchiate
che sparate ogni giorno voi che governate.

Invidio chi si beve la storia delle tasse
come causa storica di questa nostra empasse.
Chi pensa che bevendo coca cola zero
non ingrasserà nemmeno di un sol chilo.
Chi si rifà le tette per essere più figa
che così terrà il marito fedele e pure in riga.

Invidio chi ha un lavoro ed è raccomandato
eppure in cuor suo pensa d’esser fortunato.
Chi crede che studiando e ottenendo la sua lode
sarà presto giudicato come si compete.
Chi s’illude che oggi la vera competenza
sia qualcosa di cui non si può fare senza.

Non si può sopportare chi crede nel futuro,
ormai sono vent’anni che sgobbo e tengo duro!
Odio Pino il fabbro e le sue massime banali
perché davanti a dio non siamo tutti uguali.
Guardo Fiamma in moto e la sua borsa griffata
cui poco o niente importa se Gino l’ha rubata.

È ora di finirla con tutto sto buonismo
bisogna esser fieri del sano nepotismo.
Cos’è questa morale, questa strana vergogna,
tanto mai nessuno sarà mai messo alla gogna.
Invidio chi riesce a scriver libri vincenti
che raccontano bugie e storie inesistenti.

Basta col realismo! Vogliamo sognare!
E allora metto giù qualcosa di banale,
-ma non è il tuo registro non è questa la tua voce!-
urla la mia coscienza con un che di feroce.
-Stai zitta per favore e lasciami fare!-
meglio soffrire ancora e ancora invidiare?

La calma ovattata e l’odor dell’opulenza,
una vita tranquilla e una falsa coscienza,
il motoscafo in mare e la mansarda a Parigi
il fidanzato ricco e con gli occhi grigi,
il potersi affrancare da uomini e famiglia,
cucinare solo dolci e togliermi ogni voglia.





venerdì 17 agosto 2012

#Top Bugie


Foto di: TKLIWI NIHILISCI


A fare un giro tra le TOP BUGIE di twitter, tutte frasi già sentite e banali, anche le mie, ho la netta sensazione che siamo vicinissimi a sovvertire l’inganno.
Scorrendo certi “tuit” così consapevoli mi pare ci si trovi tutti a un passo dalla Buddhità. 
Invece ci mettiamo a ridere, guardiamo il nostro limite e lo scansiamo con maestria, come se essere consapevoli bastasse a guarire e a renderci felici.
Sono bugie. Piccole e innocenti. Scappatoie sensate a un momento d’imbarazzo, un modo come un altro per prendere tempo, per decidere con calma.
Le dico per strada, in ascensore, in bagno a tu per tu con lo specchio.


Voglio difenderti, meriti di meglio!, e magari ci credo pure mentre con lo sguardo vado già in cerca d’altro, mentre scorro gli sms della nuova fiamma e non vedo l’ora di scaricare questo che sa di noia e di serate al Pub.
Fosse soltanto un’altra perdita di tempo.
Invece sono e mail, telefonate e spiegazioni inutili in un bar tra un appuntamento e l’altro. Sono pianti, minacce e smentite, parole che scavano un fondo di dispiacere che si accumula a dispiacere e a rimpianto.

Domani smetto. Smetto di fumare, di bere, smetto di mangiare.
E al mattino ci provo pure. Esco da casa senza il pacchetto di camel ma vedo soltanto gente che fuma, tutto il mondo è felice e io no. Il mio pensiero resta lì finché sulla soglia del tabacchi ho già rinnovato la promessa che domani o al massimo lunedì andrò a scalare. Quando ho già il pacchetto tra le dita e pago la tabaccaia complice, mi ripeto che non se ne può proprio più ma che oggi non ce la posso fare.
Alla seconda sigaretta -ho percorso un po’ d’isolati a passo svelto- sono arrivata alla conclusione che si muore più di disoccupazione che di cancro. Guardo i platani ondeggiare al vento di maestrale, sorrido soddisfatta per la buona scusa e me ne faccio un’altra.

Ma certo che mi ricordo di te.
No, non è così, la verità è che sono distratta e poco fisionomista, che delle persone ricordo espressioni e non fatti, particolari sfuggenti che rivelano nevrosi, il timbro di voce e la cadenza, il modo di guardare, di atteggiare corpo e braccia, di intendere altro, di divagare attorno al nulla in assenza di fatti interessanti da raccontare.
Farei meglio a dirlo una buona volta anziché perdere tempo a cercare nella memoria la tua faccia e il tuo nome, il dove, quando e perché che poi non ha mai importanza.

Sì, sì, ti ascolto, e intanto guardo l’orologio fingendo un tic irrinunciabile, sgambetto rapidamente tra la gente e cerco un giusto appiglio per cambiare discorso: quel pullover in vetrina ti starebbe proprio bene!, sai, Giovanni si è sposato, oggi ho uno strano mal di testa.
Quanto sarebbe più proficuo alla nostra amicizia pronunciare invece un –non ne posso più dei tuoi borbottii sull’ultimo che ti ha lasciato, delle tue analisi “post storia” che distruggono quel poco che avete in comune e che dovrebbe restare dentro di te e non sezionato chirurgicamente. Non voglio più sentire delle scopate sensazionali quando il ricordo di quella penetrazione al buio dovrebbe essere il sale della tua vita, un pensiero che ti possa scaldare mentre cerchi lavoro, quando la frustrazione bussa con forza al portone di casa.
Ecco cosa dovrei dire.
Lasciala lì, ti prego, la speranza tradita è la forza che ti aiuterà a non soffrire ancora. Ti prego, basta, non sprecarla in parole.
Invece tu continui a parlare e a dirmi di te e del tizio che ti ha lasciata.

Dimmi la verità, ti giuro che non m’incazzo.
Ma preferisco non sapere e illudermi che questa sia la mia isola anziché una prigione, una condizione di asfissia costante che m’impedisce di pensare, di progredire e crescere nelle ambizioni, libera di camminare a piedi nudi nel parco e di continuare a sognare.

Youporn? Mai sentito.
E appena esci a fare la spesa corro a derubarmi di quel poco di energia che mi è rimasta, al buio riduco il già breve fremito in colpa, poi corro in bagno a lavarmi e accendo tutte le luci.
Eppure mi fingo un’amante perfetta, tua fedele, tua sposa.

Sì, hai proprio ragione!
Invece dovrei dirti che sei uno stronzo e un fascista, e anche snob, e non ho fatto che compiacerti per guadagnare rapidamente la tua fiducia e il tuo rispetto. Perché ho bisogno di lavorare e per farlo venderei qualunque cosa: la verità per prima.

Mento per pigrizia e distrazione. Perché è più comodo. Perché tanto oggi come oggi è meglio così. Mento perché mi lascino vivere, perché a dire la verità si muore, a mettere il dito nella piaga si rischia d’infettare la ferita e di dover tagliare di netto una falsa relazione, significa restare più soli. Dire la verità significa non essere pubblicati e insultati perché sconci, perché amorali.
Mento perché sono debole, perché ci giro attorno e ho paura che la mia verità possa procurare dolore a qualcuno.
Perché non mi va di dare spiegazioni.
Perché semplicemente ho fatto una cazzata, ho detto una cosa per un’altra ma intendevo giocare, e insisto: ti giuro che è così, è vero.

Sarebbe fantastico conoscere l’effetto ed evitare la causa, anche se a guardarla bene, la causa, quella scopata casuale e il barattolo di nutella sul secondo scaffale a destra, in cucina, hanno in sé tutta l’essenza di una perdita di tempo e di un errore.
Ma dire di no è sempre più difficile che mentire.
Continuare a bere è più facile che smettere.
Scendo a compromessi con le mie debolezze ogni giorno e ci rido sopra. È divertente dar fondo tutti assieme alla propria virtù.
L’etica stropicciata non ha alcun senso, anzi, è soltanto l’insulto che conta, il linguaggio troppo personale e incomprensibile di qualcuno che vanta debolezze e cade in deliquio per la trasgressione originale e la menzogna che sa di presa in giro.

No, non è un problema smettere di scrivere adesso e correggere una bozza noiosissima #topbugie.
Buona giornata e buone bugie.

giovedì 9 agosto 2012

Il Principe, il cavallo e il calice avvelenato.


Riflessione sulla realtà e l'immaginazione.



Speravo di sentirlo svanire nella foresta nera, e per sempre, il nitrire e il calciare festoso del suo cavallo bianco.
Invece sta sempre lì che continua a dirmi: ci sono, esisto, sei tu che non mi vedi, tu che non mi hai incontrato.
Parlo dell’idea del principe azzurro e del suo coraggio.
Della definitiva salvezza dai bucati, dal disordine, dalla spesa e i tre per due, dalla ricerca di un lavoro e di un domani meno incerto, dalla minima e vitale realizzazione di un’idea che coviamo sin da bambine.
Parlo di quello che mi fa dimenticare per un attimo la rata del mutuo e quella di Equitalia, della lavatrice e del condominio, le bollette e il dentista, e soprattutto di lui, il marito, fidanzato o amico che ogni volta, a tavola, al cinema o a letto, si aggrappa alle mie poche certezze per strapparmele di dosso.
No, non ce la farò mai.
Soprattutto non sono una donna forte, e se anche lo fossi, non vorrei mai che per questo m’infilassero tra le gambe certi attributi maschili antiestetici e notevolmente pelosi, come unico segno distintivo di coraggio e valore.
Non so se sia mai esistito un tipo di uomo come quello che alla fine del film sale di corsa le scale anti incendio con in mano un mazzo di fiori, un grande sorriso sulle labbra e una vita miliardaria piena d’amore. Almeno io e le mie amiche non l’abbiamo mai incontrato. E mai abbiamo raccattato per strada o in un ristorante chic, quello che compra la casa editrice dove lavoro e solo per proteggermi e occuparsi di me, nonostante io voglia, o finga con tutta me stessa, di voler conquistare la mia sacrosanta autonomia e farmi un gran culo per fare carriera.

So benissimo che questo post farà sbottare anche i miei lettori -e lettrici- più gentili e dal giudizio pacato, ma sono abituata all’insulto e preferisco evitare di nascondermi dietro un dito e risolvere un problema che mi affligge sin dalla nascita.
È che nonostante la storia, la mia e quella di intere generazioni, abbia affermato il contrario, continuo a essere perseguitata da un’idea di un uomo che non c’è.
E non lo faccio apposta.
Perché ancora oggi, nel 2012, l’editoria (e scusate se giro il coltello nella piaga), il cinema, e i giornali si ostinano a propormi, come un piatto di peperoni che va su e giù e proprio non posso digerire, l’idea di questo benedetto maschio forte, onesto, sincero, fedele e soprattutto, maledettamente ricco.
E se in tante vogliono ancora concedersi un sogno, e i numeri delle vendite di certi best seller lo dimostrano, io vorrei invece delle storie oneste.
Perché è terribile il contrasto tra la realtà, la mia e di tantissime care amiche, e quella di certe storie.

È inutile che le femministe più agguerrite tuonino –per il nostro bene- di abbandonare certe idee. Per quanto ci si provi e per quanto la realtà confermi ogni giorno che il nostro destino sarà quello di farci carico del doppio delle responsabilità, lavoro, famiglia ed equilibrio psico fisico del maschio in perenne crisi d’identità, o di mezza età, lo scalpitare degli zoccoli del suo cavallo non si allontanerà mai.
Oggi i Principi sono diversi da quelli in tutina azzurra delle fiabe. Li hanno costruiti meno belli di Richard Gere, non sono ufficiali che si fanno carico delle proprie responsabilità, sono magari più anziani, hanno il “culo moscio” e sono più che liftati, ma rappresentano comunque un’idea di generosità e romanticismo che fa sì che ci si ritrovi, senza aver fatto nulla di più di quanto già facciamo, ad avere un vitalizio e le prime pagine dei giornali.
Sono magari intellettuali, direttori di famose testate giornalistiche o parlamentari, che potrebbero cambiare la nostra esistenza con un solo clic e la telefonata giusta.

Questo succede perché non siamo mai riuscite a ottenere pieni poteri, perché siamo ancora smembrate tra un’indole maledettamente servile (i numeri sul sadomaso lo confermano) e un sacrosanto desiderio di comando. Tra una falsa generosità verso le nostre simili e un’invidia che ci si mangia se solo sono più belle o creative o più sagaci di noi.
Perché non ho mai visto su FB uomini che si auto ritraggono ogni giorno e in mille atteggiamenti ammiccanti, pochissimi quelli che aspettano la nave di Ulisse per cantare ammalianti il proprio desiderio disatteso, la delusione di un sogno perennemente infranto, la stanchezza di dover preparare menù diversi ogni giorno e di inviare curriculum che non trovano risposta.
Ho la sensazione nettissima, a giudicare da ciò che vedo, che siamo ancora tutte lì con la canna da pesca e la rete in mano a lanciare esche in cerca del pesce più grosso (scusate la metafora).
È come se si trattasse di un dna immutabile, di un atteggiamento animalesco, di un comportamento spontaneo che disattende tutti i nostri migliori propositi, e che in un attimo distrugge le mille parole dette e scritte sulla nostra beneamata autonomia e sul nostro indiscutibile valore, e che mai e poi mai ammetteremo di avere anche tra le gambe e di usarlo al meglio e in ogni occasione possibile. Come la realtà, di fatto, conferma.


Ammettiamo pure che non ci siamo spostate un attimo da lì, che corriamo contro il tempo e le prime rughe, che siamo incazzate nere e che vorremmo qualcosa di più.
Per farne uno buono ce ne vogliono tre; Il mio uomo si chiama Ansiolin; Pensavo mi risolvesse la vita e invece mi sono trovata a lavorare il doppio; Quando ti sembra il migliore nasconde sempre una sorpresa, eccetera eccetera.
Ma allora chi è il responsabile di questo sfacelo.
Noi che paghiamo un Gigolò mille e passa euro e che nemmeno abbiamo il coraggio di ordinargli di farsi trovare in bagno e con i calzoni alle caviglie o loro, che fanno finta di poterci regalare il mondo intero e che poi nascondono le proprie debolezze –tante, naturali e giuste per carità- nel cesto dei panni sporchi?
Si finge.
Continuiamo a recitare sempre la stessa fiaba.
Scendiamo in Piazza a gridare “se non ora quando” ma poi, se anche la matematica non è un’opinione, corriamo in libreria per versar lacrime su una storiella tra le più prevedibili e romantiche.
Dirigiamo giornali, aziende, siamo in politica e pubblichiamo romanzi ma quasi sempre grazie a qualcuno, un uomo, quello che il potere ce l’ha. Che sia il padre, il fratello, il marito o l’amante non importa, è importante ammettere che non ci siamo mai spostate da lì.
Sarebbe quindi onesto e di gran lunga più costruttivo respirare a fondo, allargare le braccia, riprendere i nostri pesantissimi pacchi della spesa e dirci che siamo incazzate più che un po’ per averci creduto, e per esserci lasciate convincere che l’intelligenza seduce più di un push up.


domenica 5 agosto 2012

L’incontro con Josiane


Tratto da “L’uomo che ride” di Victor Hugo.

Al di là della bellezza di questo romanzo della maturità di Hugo, e da cui ho estrapolato questi brani, una sorta di monologo visto che l'interlocutore non interviene mai, direi che questo è anche un esempio molto chiaro di ciò che s'intende per amore estremo, e che nulla ha a che vedere con certe fantasie basse e veramente poco "estreme". Qui c'è lirismo e passione, impossibilità di fare a meno della mostruosità e del dolore.
 Le immagini, invece, sono tratte dal film "L'uomo che ride" girato da Paul Leni nel 1928.

«Dal momento che sei qui, vuol dire che così dev’essere. Non voglio saperne di più. C’è qualcuno lassù, o laggiù, che ci spinge uno verso l’altra. Fidanzamento dello Sfige e d’Arora. Fidanzamento sfrenato fuori da ogni legge! Il giorno in cui ti ho visto, ho detto “È lui. Lo riconosco, è il mostro dei miei sogni. Sarà mio”. Il destino va aiutato. Per questo ti ho scritto. Solo una domanda, Gwynplaine: credi alla predestinazione? Io ci credo, da quando ho letto il sogno di Scipione in Cicerone. Ma guarda, non l’avevo notato, un abito da gentiluomo. Tu vestito da signore. Perché no? Sei un saltimbanco. Ragione di più. Un guitto val bene un Lord. Del resto cosa sono i Lord? Dei clown. Sei nobile di statura e molto ben fatto. È inaudito che tu sia qui. Quando sei arrivato? Da quanto tempo sei lì?Mi hai visto nuda? Sono bella non è vero? Stavo per fare il bagno. Oh! Ti amo. Hai letto la mia lettera! L’hai letta da solo? O te l’hanno letta? Sai leggere? Devi essere ignorante. Io ti faccio delle domande, ma tu non rispondermi. Non amo il suono della tua voce. È dolce. Una creatura incomparabile come te non dovrebbe parlare, dovrebbe ringhiare. Hai un canto armonioso. Lo odio. È la sola cosa di te che non mi piace. Tutto il resto è formidabile, tutto il resto è superbo. In India saresti un dio. Sei nato con quel riso spaventoso sulla faccia? No, vero? Senza dubbio si tratta di una mutilazione penale. Voglio sperare che tu abbia commesso qualche crimine. Vieni tra le mie braccia.»
(...)

«Vicino a te mi sento degradata, che gioia!  Com’è insipido essere altezza. Io sono augusta, niente di più faticoso. Decadere è riposante, Sono così satura di rispetto che ho bisogno di disprezzo. Noi siamo tutte un po’ stravaganti, a cominciare da Venere, Cleopatra, e le signore de Chevreuse e de Longgueville, e io per finire. Ti mostrerò a tutti, lo prometto. Ecco una passioncella che provocherà un’ammaccatura alla reale famiglia degli Stuart a cui appartengo. Ah! Respiro! Ho trovato l’uscita. Sono fuori dalla maestà. Essere declassata significa essere libera. Rompere tutto, sfidare tutto, fare tutto, disfare tutto, questo è vivere. Ascolta, ti amo.»
(...)

«Ti amo non solo perché sei deforme, ma perché sei abbietto. Amo il mostro e amo l’istrione. Un amante umiliato, schernito, grottesco, orribile, esposto alle risa su quella gogna chiamata teatro, tutto questo ha un gusto straordinario. È come addentare il frutto dell’abisso. Un amante infamante, che cosa squisita. Affondare i denti nella mela dell’inferno, non del paradiso, ecco ciò che mi tenta, è questa la mia fame e la mia sete, e io sono questa Eva. Le Eva del baratro, tu, probabilmente, senza saperlo, sei un demone. Mi sono tenuta in serbo per una maschera di sogno. Tu sei un burattino di cui uno spettro tiene i fili. Tu sei la visione del grande riso infernale. Tu sei il signore che aspettavo. Mi occorreva un amore come quelli di Medea e delle Canidie. Ero sicura che mi sarebbe capitata una di quelle immense avventure notturne. Tu sei quello che volevo. Ti dico un sacco di cose che tu, forse, fai fatica a capire. Gwynplaine, nessuno mi ha posseduta, io mi do a te pura come la brace ardente. Evidentemente tu non mi credi, ma se sapessi quanto mi è indifferente!»
(...)

«Silenzio! Io ti contemplo. Gwynpleine io sono l’immacolata sfrenata. Sono la vestale baccante. Nessun uomo mi ha conosciuta, e potrei essere Pizia a Delfi e avere sotto il mio tallone nudo il tripode di bronzo in cui, i sacerdoti, coi gomiti appoggiati alla pelle di Pitone, bisbigliano domande al dio invisibile. Il mio cuore è di pietra, ma somiglia a quei sassi misteriosi che il mare fa rotolare ai piedi dello scoglio di Huntly Nabb, alla foce della Thees, e nei quali, spaccandoli, si trova un serpente. Quel serpente è il mio amore. Amore onnipotente, poiché ti ha fatto venire.».
(...)

«Vedi, Gwynplaine, sognare è creare. Un desiderio è un richiamo. Costruire una chimera significa provocare la realtà. L’ombra onnipotente e terribile non si lascia sfidare. Ci soddisfa. Eccoti. Oserò perdermi? Sì. Oserò essere la tua amante, la tua concubina, la tua schiava, cosa tua? Con gioia. Gwynplaine, io sono la donna. La donna è argilla che desidera essere fango. Ho bisogno di disprezzarmi: dà più gusto all’orgoglio. La bassezza è la lega della grandezza. Niente si amalgama meglio. Disprezzami, tu che sei disprezzato. Lo svilimento sotto lo svilimento, che voluttà! Il doppio fiore dell’ignominia! Lo colgo. Calpestami! Mi amerai meglio. Io lo so. E sai perché ti idolatro? Perché ti disprezzo. Tu sei così inferiore a me che ti metto sopra un altare. Mescolare l’alto col basso è il caos, e il caos mi piace. Tutto inizia e finisce col caos. E cos’è il caos? Un’immensa sozzura. E, con questa sozzura, Dio ha fatto la luce e, con questa fogna, Dio ha fatto il mondo. Tu non sai fino a che punto io sono perversa. Metti un astro nel fango, quella sono io.»
(...)

« Gwynplaine, noi siamo fatti l’uno per l’altra. Il mostro che tu sei esteriormente, io lo sono dentro di me. Di qui il mio amore. Capriccio, e sia. Che cos’è l’uragano? Un capriccio. C’è tra noi un’affinità siderale, apparteniamo entrambi alla notte, tu per il tuo viso, io per l’intelligenza. Tu mi crei a tua volta. Arrivi ed ecco la mia anima esteriorizzata. Non la conoscevo. È sorprendente. La tua vicinanza, da me che sono una dea, fa uscire l’idra. Tu mi riveli la mia vera natura. Tu mi fai scoprire me stessa. Vedi come ti somiglio? Guarda in me come in uno specchio. Il tuo volto è la mia anima. Non sapevo di essere così terribile. Anch’io dunque sono un mostro! Oh Gwynplaine, tu mi liberi dalla noia.»