domenica 28 dicembre 2014

Tra emoticon e fiamme. Benvenuti all'inferno.

A vedervi da qui sembrate così saggi che ci si domanda perché tanto livore. E perdonatemi se per una volta me ne tiro fuori, mi tiro fuori dal mucchio come non faccio mai, lasciando stare la seconda persona plurale. 
Ma a leggervi ogni giorno ci si chiede anche quando e se dormiate, e dove sono, dove li avete nascosti, soprattutto, i figli meravigliosi che, sui vostri perfetti post, esaltate.
Dove i mariti, dove le madri, dove sta la sacra famiglia, di cui però sui social vi prendete gioco in continuazione e che usate per fare battute, ma che sicuramente vi passa i denari per fare la spesa.
Dove si trovano, dove avete nascosto i profondi interessi di cui parlate, se vi leggo ogni giorno sempre uguali, identici a voi stessi, come ragazzini ai banchi delle elementari perfettamente integrati nel personaggio che qualcuno vi ha affibbiato alla nascita. Certi di ciò che siete, anzi fieri. Non come me che ancora mi domando se non abbia sbagliato tutto.
Oppure il personaggio creato è proprio un altro ed è ancora meglio. Stesso piglio riconoscibile anche se cambiaste nickname. Anche se cambiaste foto. Cosa che fate in continuazione, mai stanchi di vedervi in faccia la faccia di un altro, o per lo meno migliorata coi filtri, nonostante le vostre battaglie quotidiane per l’autenticità, e la semplicità, e la verità.

Mi domando se questa non sia una prigione.
Una condanna.
L’autentico inferno.
Se questa gara ad agguantare consensi non sia una condanna eterna.
Un bagno quotidiano nella banalità che fa audience. Nell’interazione ipocrita.
Un’eternità da passare tra emoticon e fiamme.

Forse siete voi quelli che camminano con gli occhi al cellulare, la propria donna a fianco che digita qualcosa (o l’uomo tanto fa lo stesso, non cambia). Siete voi, forse, quelli che ho visto al bar sul lago tre giorni or sono, vi tenevate per mano, chattando con quella libera ognuno per conto proprio.
Perdendovi il tramonto.
Risvegliandovi l’un l’altra con una secca gomitata, soltanto per uno scatto da postare immediatamente.

A leggervi mi domando come mai, se siete così bravi, avete scelto di restar chiusi nel PC a digitare il nulla, a scrivere saggezze sull’ipocrisia diffusa e la cattiveria del prossimo. Come se prima di voi nessuno ci avesse insegnato un cazzo.
Perché non siete volati verso destinazioni più giuste per la vostra indole?
Perché non avete studiato per diventare ballerini di flamenco, cantanti, attori, illusionisti? Perché non avete fatto i maghi, sì, per cambiarlo con un solo colpo di bacchetta il destino disgraziato di un matrimonio del cazzo, di un lavoro che non trovate, di un’autonomia per la quale nemmeno lottate più.
Si apre il PC e si dimentica ogni cosa.
Ogni retweet sembra dirci quanto valiamo.
Ogni follower ci racconta un successo.


Perché la vita di molti è tutta qui.
Cinquantamila follower e un cazzo da dire.
Tremila selfie e una faccia qualunque, anche in costume carnevalesco.
Tra un sito di citazioni e la rassegna stampa giornaliera, se tutto va bene.
Perché non si possono sfornare stronzate tutto il giorno se si ha qualcosa da fare.
Mai una lettura, se non per fotografare la copertina, mai una gita al parco con la bambina, o comunque sì, ma sempre col cellulare.
E l’altalena diventa il mare, il piccolo parco è una foresta, la gente intorno a voi rappresenta la società intera, il tizio che vi sta seduto di fronte è uno che sta lì a guardare proprio voi, combinazione, e che chissà cosa combinerà, tanto perché ne possiate scrivere, perché riusciate a inventare una storiella in centoquaranta caratteri che faccia ridere almeno gli altri, quelli che vi leggono e che forse vi credono pure.  

Una vita eccezionale di cui molti si credono in possesso e che si svolge nella grigia quotidianità di un’esistenza magra di soddisfazioni e piena di talent show. E che non domanda più di cambiare, che non scende in Piazza, se non per avere un buon argomento da digitare.
Il salto lo farete anche voi, statene certi.
Anche voi potrete cambiare, idea, donna, paese, lavoro, casa, e smatphone.


martedì 23 dicembre 2014

Natale 2014

Se lo  avessi saputo allora che mi avreste lasciata non avrei fatto tante storie, non mi sarei ribellata con tanta convinzione alle tradizioni nonnesche che, nonostante fossimo tutti cresciuti, continuavano a essere il nostro appuntamento fisso prima del cenone, quando già la città era deserta. Un ricatto al quale cedevo ogni anno meno volentieri, ormai presa dalla mia vita adulta, rivolta al futuro, distratta da altro, da tutto ciò che non mi sembrava scontato, come il vostro amore, che proprio non credevo avrei perduto.
Sarebbe stato tutto diverso se non ve ne foste andati, troppo rapidamente, a distanza di pochi anni uno dall’altro, e senza domandare il permesso. Non avrei fatto mai certi passi, mi avreste dissuasa da certe follie e ce l’avreste fatta. Ci vedevate lungo, avevate tutta l’esperienza che a me mancava.
Oggi darei qualsiasi cosa per vederci ancora tutti lì riuniti, al settimo piano, in Piazza Garibaldi. Oggi, mi farei seppellire ben volentieri sotto un carico di tardivi di “ te l’avevamo detto”, pur di riabbracciarvi ancora.

La preparazione convulsa, i regali sulla porta, la frutta secca, gli accordi disaccordati e ripresi tra i mille drin drin del rotellone grigio, che io speravo ogni volta fosse l’emerito imbecille di cui m’innamoravo a far squillare. Un cretino qualunque, ogni anno diverso e sempre uguale. Un’inutile distrazione da ciò che per sempre vale, da ciò che ancora oggi mi serve da lezione. Perché nella vita ho avuto fortuna, perché mi avete amata e viziata così tanto che mi mancate ancora, che ancora vi sento vicini, così tanto vicini che mi domando perché, invece, non parliate.

E non che tu, nonno, venissi ad aprirmi la porta così elegante soltanto perché la vigilia di Natale, e nemmeno mi accoglievi dall’ingresso padronale perché era un giorno di festa. Credo anzi di non averti mai visto in disordine, mai senza pantaloni grigio fumo d’ordinanza, panciotto e giacca da camera, nemmeno nei momenti più tragici ti ricordo discinto, quasi che dignità ed eleganza e rispetto fossero qualcosa da dispensare a tutti, fosse pure la nipote sbullonata con velleità di attrice di ritorno dalla capitale.
Ma allora non lo capivo. Per me eravate i nonni e basta, nati nonni, già esperti e canuti, mai stati bambini, mai ragazzi, mai perduti, come mi sentivo io, allora, al principio della mia corsa a perdifiato. Ed è sempre troppo tardi per capire che nulla ci viene regalato, che mi eravate stati dati soltanto in prestito, che avrei dovuto farmi raccontare tutto allora, che mi sarei dovuta stringere a voi ogni volta che capitava, che me lo chiedevate con lo sguardo, con un sorriso, con una mortale stretta al gomito.

Nonna in cucina, in pantofole dorate e sorriso scintillante, in ritardo come sempre per colpa di qualcun altro, danzavi tra vincotto e cartellate. Papà, che per tradizione ti stava dietro facendoti perdere altro tempo e che più il tempo passava inutilmente, più ti prendeva in giro.
A ciondolare ogni anno dall’albero, gli angioletti avevano perso i deboli capelli biondi, ogni anno un po’ più scoloriti, ma sempre bellissimi, erano quelli, una certezza che mi rigiravo ogni volta tra le dita e che avevano su di me lo stesso fascino di quando ero bambina. Anche la vostra casa sempre uguale, come l’ordine delle preghiere a Gesù bambino che da voi nasceva con eccezionale anticipo, e le risate, che il nonno non sentiva e nonna assecondava, e le gomitate tra cugini, una volta tanto complici, ordinati e in fila sotto il maestoso albero di Natale.
È Natale, scambiamoci il segno di pace, dicevi guardandoci con severità mal recitata.
Adesso, non posso far altro che guardavi io, chiusi nelle cornici sul comò che, uno per volta e senza preavviso, avete occupato.


giovedì 11 dicembre 2014

Cronache

Al paese e in città, quando non c’era il web, si stava in finestra a guardar passare la processione, la sposa con il corteo strombazzante e il carro funebre trainato da cavalli col pennacchio. Casomai all’epoca non fossimo ancora nati, ce lo ricorda Vasco Pratolini nel suo “Cronache di Poveri amanti”, nel quale la “Signora” di Via del Corno è deus ex machina e punto di vista della narrazione. Di lassù, per voce della sua cameriera che le riferisce quanto accade nel quartiere, vede e provvede, di lassù, la Signora giudica.
Oggi non è cambiato niente. La nostra Time Line, i canali televisivi che seguiamo e i quotidiani che leggiamo, è il paese nel quale decidiamo di vivere, più o meno reazionario, più o meno distante dalle nostre opinioni, più o meno giustizialista.

Dal nostro tacco dodici, odierna affermazione dell’essere donna, ci scandalizziamo per le storie del tempo che fu, quando la sposa in bianco veniva lapidata in Piazza se scoperta impura, o rischiava di non poter più vedere i propri figli per aver chiesto il divorzio. Eppure, leggendo i commenti feroci sui social network, ma anche i titoli sensazionalistici dei telegiornali sulla vicenda del piccolo Loris in particolare ma in generale su ogni vicenda accade, mi pare che non siamo andati tanto più in là.
Togliendo di mezzo l’idea troglodita che una donna debba necessariamente riprodursi per essere completa e felice, e che perciò la facoltà di scelta sia ancor oggi del tutto estranea al nostro genere, mi spaventa la facilità di giudizio che anima questi piccoli borghi infelici che sono le Time Line dei social network.

Ogni volta che qualcuno è messo alla gogna, si leva il coro dei duri e puri e ogni volta, il popolo dei giustizialisti non vede al di là del proprio naso e della propria straordinaria esperienza di vita per giudicare l’altro.
E nella mia ingenuità mi domando come sia possibile non restare qualche volta a guardare, e basta, senza esprimere giudizi, senza scagliare la pietra, oggi chiamata smartphone, di cui le nostre mani sono sempre armate. Perché affermare se stessi in rapporto all’altro, come se il proprio esempio fosse l’unico metro di paragone per giudicare le azioni degli altri. Poiché IO non lo farei mai, non posso, non dico giustificare, ma nemmeno capire il gesto altrui.
Riportiamo tutto al nostro piccolo e meschino universo. E lo facciamo per ogni cosa ci capiti sotto gli occhi, che sia una legge o un fatto di cronaca non cambia, il meccanismo, quello di riportare ogni cosa alla propria esperienza è lontanissimo dall’idea di tolleranza delle diversità. Lontanissimo soprattutto dall’idea d’infinito e di eternità. Non quella di Dio, cui personalmente non credo, ma della Storia, di cui siamo solo comparse, costrette per lo più a scene di massa.

Un tempo si usava la Bibbia come termine di paragone, un librone che conteneva una quantità di fatti, rimaneggiati e sicuramente riadattati, ma che potevano servire a scoraggiare o guidare i compaesani nel prendere decisioni. C’erano i Vangeli usati come guida contro le ingiustizie terrene, insomma c’erano binari da seguire, una scia di buonsenso da fiutare prima di farsi un’idea della casella entro cui infilare il colpevole, o la vittima.
E forse serviva, la guida alla tolleranza, alla carità e alla compassione, serviva a chi non aveva mezzi per ritrovare il senso delle cose, la cultura per leggere le fitte trame dell’esistenza, il caso, che non esiste e va interpretato e letto per essere compreso, mai subito, mai incolpato, tanto per levarci di dosso un’altra responsabilità.
Mi dispiace vedere che per innalzarsi dalla propria vita dolorosa, e troppo spesso non corrispondente a ciò che speravamo di diventare, dobbiamo calpestare gli altri, che siano colpevoli o meno, lo ripeto, non ha importanza.
Qualcuno mi dice che ognuno elabora il dolore a modo suo. Ecco, il dolore andrebbe elaborato in solitudine, in silenzio, non additando presunti colpevoli come mostri. Perché odio alimenta altro odio, e non l’ho detto io. Il dispiacere potrebbe trasformarsi in compassione, l’empatia diventare pianto, o perché no, preghiera.
Soltanto i supereroi non hanno dubbi. E i semidei hanno sempre un tallone scoperto.




mercoledì 10 dicembre 2014

Se non ti vedo non esisti


Che le distanze si siano accorciate è soltanto un’illusione ottica, una visione assai parziale. Oggi l’informazione frammentata e superficiale non deriva quasi mai da una speculazione, da un’indagine filosofica che ha bisogno di tempo, da un ragionamento che chiede una conclusione logica, e così, sarà presto dimenticata. È nel soggetto che deve nascere la domanda, ed è nella ricerca della risposta che sta la conoscenza. Dal desiderio, dallo sforzo per raggiungere la conclusione, sta la crescita di un individuo.
E invece gli input arrivano da ciò che mi colpisce quando scorro il monitor, che m’incuriosisce, quasi mai da una richiesta interiore. Lascio che immagini di cani torturati o di donne nude colpiscano la mia mente influenzandola, ma quasi mai per mia volontà.

Leggo rileggo decine di volte gli stessi post, le stesse informazioni, occupo lo spazio bianco del mio pensiero di roba inutile. Impiego gran parte della mia mente, e del mio tempo, senza usarla veramente, ottengo risposte a domande che non ho mai formulato, guardo persone che nemmeno per strada incrocerei mai, che mai attirerebbero la mia attenzione, diverse nei gusti, lontane geograficamente, di generazioni troppo distanti dalla mia. Leggo opinioni che mai avrei letto, punti di vista che non m’interessano, occupo lo spazio della mia memoria con dissertazioni inutili.
L’invidia, che normalmente non provo, nasce spontanea alla notizia di un successo a mio avviso immeritato e di cui mai avrei saputo fossi rimasta off line.

Ed ecco il tempo si restringe. Che mi pare io debba fare tutto in fretta. E tutto il tempo che in un altro tempo avrei dedicato a un’attività manuale, come mettere a posto la cantina o giocare con le gatte, non c’è più. E se anche lo trovassi, il tempo per guardare nei cartoni e ritrovare il passato tra le foto di famiglia, non sarebbe più un tempo intimo e riflessivo, disteso, sarebbe comunque degno di condivisione e quindi esibito, non più il tempo lungo della contemplazione di un cielo stellato ad alta quota, della domanda su Dio e l’infinito, sull’eternità e sulla morte, ma un tempo da mettere in scena, da mostrare, nemmeno da condividere per il desiderio di comunicare.
Tutte le nostre attività riportate compulsivamente on line, sono il risultato di un autentico bisogno di dire qualcosa o del desiderio di apparire?
Scelgo di vestirmi in un certo modo perché mi piace veramente o perché qualcuno potrebbe fotografarmi e mettere on line la mia faccia?

Invece di scappare resto on line. Attaccata a un “fuori” che contiene informazioni false, foto ritoccate, biografie confezionate con buon gusto ma che a ben guardare contengono poco. In cerca dell’eccezionalità e della battutona guardo il reale allo scopo di esibirlo, scarto così informazioni che potrebbero anche tornarmi utili ma non sono divertenti da postare, mi soffermo a fotografare il ridicolo e non ciò che veramente mi piace. Mi adatto, mi uniformo al gusto degli altri, abbasso il livello –o lo alzo secondo il punto di partenza di ognuno-, anche senza volerlo, per piacere e compiacere gli altri.

Gli altri, gli amici virtuali li scelgo e li amo in base alla stima che mi testimoniano on line pur sapendo che, come spesso faccio io, clikkeranno il tasto “mi piace” soltanto per seguire il gregge, per compiacermi o per ottenere a loro volta un “like”.
Però resto, perché come scrive il saggio Bauman, i social network sono il “sostituto povero della celebrità”, e non se ne viene fuori, perché se gli altri non mi vedono, io non esisto.
Ma per chi?
Chi sono questi che mi guardano e mi seguono?
Siamo tutti più vicini ma è soltanto un’illusione. Gli amici che ho ignorato per anni e che grazie ai social ho ritrovato, a distanza di pochi mesi ho ripreso a ignorarli. Gli amici nuovi, invece, non so proprio chi siano. Non li conosco.
Gli amici nuovi con i quali credo di scambiare più che qualche opinione, incontrandoli per strada non li riconoscerei.
Siamo in un deserto d’individualismo. Siamo lontanissimi gli uni dagli altri, estranei e per lo più nemici, non per volontà ma per condizione.