giovedì 28 marzo 2013

Deriva #23 Deriva della seduzione: il cinquantenne



Prima parte... 


Perché il chiosatore non sprechi inutili commenti –che tra l’altro mi fanno perdere tempo con altrettante inutili risposte- faccio presente che le seguenti opinioni, storie e fatti, sono personalissimi punti di vista, frutto di costante osservazione della realtà. Inoltre, ed è bene sottolinearlo ogni volta e con doppio tratto blu, le mie opinioni non riguardano certamente il 100% della popolazione maschile, ma la parte di essa che io ho conosciuto. Nel caso vi sentiate colpiti personalmente da uno di questi ritratti, e crediate di essere voi uno degli uomini presi a modello per questa breve e ironica #deriva, state sereni: è proprio così. Ma non farò mai il vostro nome.

Le dinamiche sono sempre le stesse e anche i personaggi.
C’è l’attempato romanticone, l’uomo gentile e premuroso che si è preso la cotta adolescenziale e non ti molla più, che ti rincorre su FB, su Google plus e su qualunque social esistente nella speranza di non si sa bene cosa visto che, alla fine, al punto saliente non arriva mai.
C’è il cinquantenne di successo che plana di profilo in profilo tra avvenenti trenta-quaranta-cinquantenni di spessore e da cui sa, che prima o poi, potrà ottenere qualcosa e senza troppo impegno.
C’è il trenta - quarantenne, in pre pre crisi di mezza età, che ci prova giusto per un po’ e poi si ritira in buon ordine consapevole che:
a        a)    La Signora in questione, che brandisce con esperienza sarcasmo e appuntita ironia, difficilmente si mostrerà a lui così come mamma l’ha fatta senza che ci sia una “base” solida su cui avviare la “liaison digital”.
b        b) Se anche ci riuscisse, sarà difficile non farsi coinvolgere e, poiché la vita è già complicata, il lavoro manca e i figli crescono, preferirà rinunciare o avventurarsi in una più sbrigativa chattata hard core.


E infine c’è il ventenne, che se la sbriga in un singolo DM e poi, giustamente, scappa.

Andrea Camilleri, mio ex insegnante di recitazione, amico e maestro, me l’aveva detto chiaro e tondo che il mio destino sarebbe stato d’interpretare Mirandolina a vita. Al massimo, aveva puntualizzato ridendo sadicamente, farai personaggi drammatici di nascita mitteleuropea alle prese con mariti dall’ego prorompente: così è stato, e non solo sulla scena.
Sapevo anche che il mio karma di donna ragionevole mi avrebbe costretto a dipanare le numerose nevrosi del maschio che, una volta riconosciuta in me la virtù della forza, mi avrebbe scaricato addosso.
Mai e poi mai mi sono illusa che mi sarebbe stato servito del tè nel bel salotto arredato da un costoso interior designer all’ultimo piano del palazzo ottocento di via dei Condotti: troppo semplice.
Ma ritrovarmi in un Vaudeville -tra i più divertenti certo- dove però già dalla PIC e dal tono dei tuit, so quale sarà la battuta d’inizio e quella in chiusura di sipario... Clap clap clap... applausi, ma nessuna sorpresa.
Come sono prevedibili certi personaggi!
Così, in questa commedia dal gusto parigino che è la mia TL, mi diverto a stare dabbasso, nel grande ingresso tinteggiato di colori chiari, a guardare manovre di seduzione, che de Laclos potrebbe anche impallidire. Sempre da qui, distesa sulla dormeuse e con l’iPad in mano, osservo abbordaggi, li subisco, e li provoco.
D’altra parte cosa c’è di più divertente che sedurre?

L’abbordaggio di Mr “x”.
La notte è il momento più giusto per farsi sorprendere dal Signore in questione, quello che svolazza con sicumera tra un profilo e l’altro alla ricerca –mai spasmodica- di trenta/quaranta/cinquantenni dalla testa funzionante (e non solo).
È lui quello che abbiamo adocchiato già da alcune settimane svolazzando a nostra volta attorno al suo account con quieti “Ola”, sorrisini e rituit.
E’ interessante, e per molte ragioni che non sono né la tartaruga addominale –il maschio italiano perde tonicità dai quaranta se non prima- e neppure l’indole romantica.

All’una di notte, quando la luce fioca dell’elegante abtjour d’epoca illumina le sue mani vissute e ben curate, appoggiate sulla scrivania anch’essa d’epoca, e mentre la consorte dorme tra morbidi guanciali, il cinquantenne alfa approfondisce i fatti del giorno leggendo tutto il leggibile: sull’altra finestra twitter, sull’altra FB e sull’altra... beh, fate un po’ voi.
Se il Signore non è un “x” qualunque, non si esporrà mai al pubblico sguardo: ma basterà un brano postato ad arte in TL o sulla bacheca, un sospiro tuittato senza troppa energia ma con esperto tempismo, perché l’esca risulti appetibile.
Un brano anni settanta di Mina, per esempio, Fossati va bene tutto, Paoli anche, del jazz molto soft è ottimo, ma sarà sempre Paolo Conte che farà del radical chic in cachemire (ma dell’intellettuale in genere) un uomo pronto a qualsiasi imprudenza.

Ecco partire il DM fatale: “Cosa fai ancora sveglia?”.
In un tuit così breve ci sono le seguenti domande:
                  - Sei a letto sola?
          . Sei a letto sola e nuda?
          . Dove e con chi vorresti essere adesso?

Secondo la quantità di sostanze benefiche messe in circolo nel suo corpo (adrenalina, endorfina, serotonina...) e della risposta che le dita della Signora digiterà con la dovuta calma, si avrà un abbordaggio di successo.

Scrivere qualcosa che faccia supporre un “sì”, ma non abbastanza, che alluda, ma non troppo. Esattamente come la camicia da notte che lui stesso m’immagina addosso.
Perché il Mr “x” in carriera è furbo, e se sposato starà anche molto attento.
Se politicamente moderato farà finta di cascare dalle nuvole, se di sinistra farà il superficiale, se di destra ci tratterà con sadico distacco.
Per un maschio alfa con potere acclarto, la seduzione deve essere appena più rapida della sua capacità di rendersi conto di ciò che accade.
Lanciare il sasso e nascondere la mano come fa lui sarebbe la tecnica più giusta.
Mai concedergli troppo: mai più su del bordo della sottoveste, come direbbe la mia saggia nonna.

Il maschio è notoriamente lento a capire, o è pigro, spesso un tantino vigliacco. Non ama il rifiuto, è vanesio.
Perché comprenda l’invito è necessario che la donna esponga cartelli con una freccia –grande-che indichino la camera da letto.
Bisogna agire d’istinto, perché è normalmente anche sensibile, ma mai con la tipica generosità d’impulso dei brani in questione appena postati in TL.
Se arriva alla richiesta di foto, non esultate, no, potrebbe essere un inizio, sì, ma anche la fine.

(continua...) 

sabato 23 marzo 2013

Amici per la pelle




(Foto di: Elena Oganesyan)

Mentre si preparava a quell’insolita uscita infrasettimanale, pensava che non ci sarebbe stato nulla di strano se li avesse incontrati tutti e due, assieme. Se, insomma, a quel benedetto appuntamento al buio ci fossero andati entrambi.
Anche attraverso i pixel era evidente che i due uomini avevano un legame speciale.
In realtà a lei piaceva l’avvocato ma era stato il commercialista a braccarla a ogni singolo tuit. Era anche evidente che poi, uno l’aveva ceduta all’altro: più timido, meno brillante, meno bello. Forse gli aveva fatto leggere anche le sue mail più hot mostrandogli, magari per convincerlo, e forse commentandole ridendo, le foto più che sconce che nel lungo periodo di frequentazione lei gli aveva inviato. Due mesi di messaggi costanti sono quasi un matrimonio, si disse la donna ripensando a quelle immagini hard.
Provò un senso di vergogna.
Ripensò a un’estate rovente, alla grande comitiva che frequentava lì al mare, ai ragazzi che si passavano voce su quella che ci stava, raccontandosi nel dettaglio fin dove la tizia si era spinta, affibbiando a ognuna di loro inequivocabili nomignoli.
Brutta razza, pensò, e scosse la testa augurandosi che fosse almeno in via d’estinzione.
Seduta sul letto e avvolta nel telo da bagno, si mise a formulare ipotesi, e guardando il cassetto pieno di biancheria di classe, pensò di evitare qualunque accoppiata vincente. Niente reggicalze, nessuna culottes particolarmente trasparente. Non era nemmeno andata dall’estetista.
La realtà era negli ultimi mesi aveva preso soltanto molte buche: quello che ha la moglie gelosa, quello che si scopre improvvisamente fedele, quello che alla fine si nega, e basta.
Ogni volta per lei si trattava di fare mille manovre pericolose: fuga dall’ufficio almeno un’ora prima, corsa dal parrucchiere e depilazione dolorosa, e infine la lunga preparazione davanti allo specchio per ingraziarsi gli dei.
Rise gettandosi all’indietro sul grande letto rifatto con cura e tra i suoi amati peluche, una quantità enorme di peluche che raccoglievano da sempre le sue confidenze più intime, ascoltavano i suoi sospiri più amari e asciugavano una buona quantità di lacrime.

Ma sì. Erano due anni che al termine di mesi e mesi di messaggi e mezze scopate su skype, era costretta a sorbirsi cene noiose e dopo cena imbarazzanti. Quasi tutti, e non ne aveva incontrati pochi, credevano che il racconto particolareggiato delle proprie frustrazioni lavorative e amorose, potesse servire a creare il giusto pathos per un dopocena spumeggiante e che, ovviamente, naufragava ogni volta in un nulla di fatto. Alcuni rimandavano l’assalto adolescenziale fin dopo la mezzanotte, quando arrivavano sotto il suo portone, tanto per non doversi nemmeno scomodare a prenotare un albergo o l’appartamentino dell’amico single. Gli altri, la maggior parte, chiudevano con un “ci vediamo” e scomparivano nel nulla.
Che cosa cercavano?
In fondo era una di quelle donne che in molti si voltavano a guardare con interesse quando di sabato pomeriggio andava a far spese o in giro per Musei. Una quarantenne elegante, autonoma, priva di pregiudizi: aperta.
Per evitare equivoci la sua disponibilità non era così evidente on line: nickname e foto professionali e mai una battuta sopra le righe.  Erano sempre loro che si spingevano oltre la reply, che entravano in confidenza con DM che trasudavano passione.
Mezza nuda sul letto, aveva voglia d’inventarla lei una buona scusa: emicrania improvvisa causa maltempo. Oppure... mia madre mi ha fatto un’improvvisata, perdonami.

I due maschi liquidi, che di lì a due ore avrebbe incontrato in carne e ossa, erano cresciuti assieme. Stesso palazzo, padri colleghi di lavoro, feste comandate e settimane bianche in condivisione così come le vacanze nel grande camper e i fine settimana nelle città d’arte.
Solo la scelta dell’università li aveva divisi per unirli poi nel lavoro: uno si occupava di diritto aziendale e l’altro aveva ereditato lo studio di commercialista dal padre. 
Donne e abiti, invece, se li scambiavano volentieri. Così almeno le avevano fatto capire. Era forse per questo motivo che alla soglia dei cinquanta nessuno dei due aveva ancora messo su famiglia nonostante le rimostranze dei padri, entrambi anziani, entrambi vedovi, entrambi tifosi della Roma con abbonamento annuale nel portafogli, entrambi legati alla vecchia destra “missina”.
Dovevano formare un quadretto davvero insolito la domenica a pranzo o al club, dove avevano il doppio a tennis con campo prenotato per le quattro.
Era convinta parlassero anche all’unisono, come gemelli.

Sì, nessuno le toglieva dalla mente l’idea che si era fatta della situazione cui andava incontro giuliva come un’oca: l’avrebbero accolta in due, e in due, a casa di uno o dell’altro e, dopo un paio di bicchieri l’avrebbero coinvolta in giochetti sporchi.
Ci avrebbe scommesso metà del suo stipendio.
Certo che guardare la faccenda da lì, da quel letto e al termine di quella una grigia e noiosa, non ci sarebbe stato proprio nulla di male.
A quando risaliva l’ultima volta in cui aveva sperimentato quel genere di menage? Forse doveva tornare con la mente fino al periodo del liceo, rimandare il nastro indietro fino a sentire i Talking Heads batterle nelle vene, per trovare serate veramente divertenti, storie vissute in totale spensieratezza, prive della presenza ingombrante di tutti quei “come” e soprattutto dei “perché” che oggi, invece, metteva tristemente in fila come se fossero determinanti per la riuscita di una relazione.
Perché è single, perché ha un buon lavoro, perché ha una casa.
Calcoli e strategie che alla fine portavano a pessimi risultati, a incontri con maschi capaci solo di perdersi in un bicchier d’acqua o di portarne a secchiate al proprio mulino con risultati mediocri.
Nevrosi, tic, paure, mani messe avanti, storie passate così maledettamente presenti da infilarsi tra loro ancor prima di un bacio passionale o di un petting un po’ più adulto in un vicolo buio.
Ogni volta che incontrava qualcuno on line, ci costruiva così tanti sogni sopra per poi lasciarli frantumare in un colpo solo al solo vederli lisciati come scolaretti il primo giorno di scuola. Perché di un altro è l’energia che ci colpisce, ciò che traspare è l’humus interiore. L’altro ci deve incuriosire come la copertina un libro, che quando poi lo prendi in mano e lo soppesi si mostra consistente eppure leggero, e se lo apri, è soffice e così profumato che lo devi comprare a tutti i costi. Invece, i suoi incontri erano sempre stati orribili raccolte di fascicoli, volumi rilegati alla meglio, pieni di pagine mancanti -se non interi argomenti. Pesanti e scomodi.

La donna si rimise su per guardarsi nello specchio, prese i capelli tra le mani e li legò in una coda bassa, infilò un paio di jeans e un maglione a collo alto. Un filo di trucco. Niente scarpe nuove comprate augurandosi in un incontro veramente gustoso. Le scarpe da ginnastica, invece, erano perfette per una fuga in piena notte per il centro di Milano, casomai i due avessero assaltato la fortezza senza il dovuto rispetto.
Eppure, anche adesso, per strada e nel traffico serale del mercoledì, la donna immaginava qualcosa di veramente hard core: due maschi fisicamente simili e abbastanza virili la palpavano senza sosta nell’ingresso dell’appartamento in questione. Denti forti mordevano e labbra succhiavano, barbe incolte graffiavano, mani potenti -quattro e sicuramente grandi- stringevano e accarezzavano su e giù solo per rallegrare fino all’alba il suo animo triste di single.
Cosa poteva domandare di più?, pensava camminando a passo veloce per le strade deserte, attraversando le piazze, tra i palazzi ottocento illuminati, e silenziosi di quiete ottobrina. Voleva forse un matrimonio? Voleva una relazione stabile con un tizio che di lì a poche settimane avrebbe certamente abbandonato abiti e calzini per il suo lungo e ordinatissimo corridoio da single? Voleva un uomo ogni sera sotto casa sua, e alle otto in punto, che domandava un piatto di pasta? Uno che le propinasse ogni benedetto giorno noiosi problemi d’ufficio? Un tizio con cui organizzare le vacanze e che magari odiava il mare e le avrebbe propinato la montagna durante l’unica settimana in cui piove a dirotto? Voleva dover abbandonare le pomeridiane al Piccolo Teatro a favore di psichedelici action movie in 3D e con popcorn?
Voleva solo una serata diversa e divertente da passare con due sconosciuti, maschi e adulti.
Così pensava camminando sotto i portici quando il cellulare vibrò.
“Preso in contropiede da una riunione di lavoro, stanotte ti racconto per mail”.
Alzò lo sguardo dal cellulare e guardò il nulla, poi si diresse a passi lunghi verso il Pub all’angolo: magari, tra i vivi, avrebbe incontrato qualcuno.

venerdì 22 marzo 2013

Salve, sono un'alcolista e non bevo da otto anni



Sono rimasta colpita per il gran numero di mail ricevute dopo aver postato la mia storia di alcolista.
Di norma preferisco che siano i miei personaggi a raccontare i propri orrori interiori, ma so anche che un racconto – testimonianza fa un altro effetto: allora è vero, allora se ne può uscire!, è stata la risposta di molti.
È di oggi la notizia di una tredicenne finita in coma etilico e in pericolo di vita: non posso fingere che il problema non mi riguardi più.

Non sono un medico e non sono mai stata a una riunione degli Alcolisti Anonimi, ma so che ho cercato di smettere da subito, fin da quando ancora ragazzina rubavo il vino dalla damigiana che poi annacquavo perché mia madre non si accorgesse del mio problema.
Sono sempre stata brava a dissimulare la sbronza, la vita itinerante da attrice mi ha poi consentito di unirmi a compagnie che bevevano quanto e più di me e di dimenticare il problema.
Quando ho capito di aver toccato il fondo avevo una sola via d’uscita: smettere. Mi sono detta che se non ce l’avessi fatta quella sera ci avrei riprovato il giorno dopo e ancora l’altro, e così è stato finché ho smesso.
Bisogna ammettere di essere alcolisti per primi a se stessi, e senza vergogna, poi alla famiglia e agli amici.
L’alcolismo non è un vizio, è una malattia.
In tanti mi hanno domandato se un giorno sarà possibile bere qualcosa, così per festeggiare l’ultimo dell’anno o che so, un’importante ricorrenza. Io, come tanti esperti, credo proprio di no, siamo nati alcolisti non bevitori occasionali. Bere, ci piace da morire. Anche adesso, e dopo otto anni, se vedo una birra gelata, mi prende una gran voglia di buttarla giù di un fiato: eppure resisto anche nei Pub londinesi.
No, non si può bere occasionalmente, credo anzi che sia fondamentale continuare a dichiararsi alcolisti e farlo pubblicamente. Non ci si deve vergognare di una debolezza e si possono aiutare gli altri testimoniando la propria vittoria sulla dipendenza; anche il vecchio zio che da lì, dal fondo tavolata pasquale, ci ha guardato con invidia rifiutare più di un maledetto bicchiere.

Si chiama “circolo vizioso” il cerchio che il fondo del bicchiere disegna sul bancone del bar e che, normalmente, noi alcolisti ci ritroviamo a guardare moltiplicarsi, per quel vezzo di poggiarlo e riportarlo alla bocca di continuo e per la voglia che ci prende, dopo il secondo bicchiere, di ordinarne un terzo, un quarto e così via.
Mi hanno insegnato che l’alcolismo è un fondo da non toccare, ma soltanto adesso che sono sobria so quanto sia intollerabile vedere qualcuno che barcolla e straparla, e riconosco, in tutta quella confusione, l’inutile tentativo di superare una sofferenza attuale o un antico dolore.
Io sono arrivata a quella confusione e anche oltre. Come chiunque beva ho fatto e detto cose di cui, ancora oggi e dopo anni, mi vergogno.
Perché il “circolo vizioso” non è che senso di colpa.
Chi non beve non conosce la vergogna che si prova al ricordo di certe nottate. Parenti che accorrono alla festa dove l’alcolista balla nuda sui tavoli, mariti che si consolano nell’altra stanza con una qualunque mentre la signora è impegnata a svuotare bicchieri altrui lasciati qua e là sul mobilio di casa, figli che preferiscono fare un giro on line pur di non sentire la solita barzelletta biascicata per la centesima volta.
Si chiama vergogna quella che il giorno dopo, spinge l’alcolista a entrare di nuovo nel bar.


Perché da effetto il bere diventa l’unica causa dei nostri problemi.
Beviamo per sanare insicurezze, tamponare dolori, rimarginare ferite poi, però, dimentichiamo il perché abbiamo iniziato, e quando per caso ci guardiamo in una vetrina senza riconoscere il nostro corpo ormai trasfigurato, l’alcol occupa già tutta la nostra esistenza.
Ci sono i bevitori del fine settimana, che contano i giorni e lasciano che il tempo passi il più rapidamente possibile affinché arrivi il venerdì assieme a una scusa plausibile. Ci sono gli alcolisti serali, che fanno lo stesso con la propria giornata dimenticando tutto, tralasciando gran parte dei propri doveri, distratti dall’ansia di arrivare all’aperitivo e dissetarsi con roba forte. Ci sono le casalinghe, che bevono già dal mattino, ben protette dalle mura domestiche e in fuga dalla frustrazione che le insegue dal giorno delle nozze.
Quando si sta nel mezzo del circolo vizioso non si riesce più a vedere la bellezza che c’è al di là di esso.
Guardando il mondo girare attorno alla disistima di sé non si può vedere oltre il muro di vergogna che da soli abbiamo innalzato: per i capelli tagliati a zero una sera di qualche giorno fa, per lo schiaffo dato in un moto di gelosia del tutto irrazionale, per quella strada a senso unico presa alla massima velocità e per il verso sbagliato.

Tutta l’esistenza viene organizzata in funzione della bottiglia.
Si decide di andare a cena da amici se sono generosi nelle mescite e se no, ci si porta dietro una buona dose con la scusa dell’occasione speciale. Anche le amicizie sono asservite al dio Bumba.
Bere in compagnia è meglio, restare sino alle sei del mattino a raccontarsi cazzate e solo per quel goccio in più è più piacevole che restarsene ipnotizzati davanti a Ghezzi e film in giapponese e senza sottotitoli. A un certo punto si diventa dei veri esperti in “cose mai viste”.
Perfino lo specchio diventa clemente: anche lui si ubriaca delle nostre scuse banali, delle giustificazioni e dei buoni propositi, anche lui vede nel gonfiore un che di positivo.

Anche la famiglia non vede, e se vede partecipa di buon grado alla recita: è Natale, la ragazza l’ha lasciato, il lavoro non si trova. Ci sono troppe buone scuse per non vedere il dramma. Ci sono mille motivi per rimuovere.
Il nostro tempo è scandito dai sorsi, la pendola dell’alcolista si muove assieme all’ossessione di bere, e una volta col bicchiere in mano, si ferma.
Perché lì al bancone del bar diventiamo tutti giganti.
Improvvisamente tutto è chiaro e lampante, la nostra debolezza e il lerciume sono da addebitare solo all’altro: a quella stronza che ci ha lasciato, al Natale di merda, ai raccomandati che ci rubano il posto di lavoro. Tutto si aggiusta quando si sta seduti in vineria con il gomito appoggiato al bancone, ma il giorno dopo la vita tornerà a metterci davanti allo specchio e ci domanderà di mostrargli la lingua.
Quando lo feci io, quel mattino di otto anni fa, mi dissi che se non avessi smesso sarei morta prestissimo. Di alcol si muore e di alcol si uccide.

venerdì 15 marzo 2013

Deriva #22 Chincaglieria

Ci sono due modi per presentarsi alla festa su nell’attico di via dei Condotti, sempre ammesso che ci si voglia andare, nessuno è obbligato e ognuno può rimanere legato alle proprie abitudini, cattive o buone che siano. Comunque, se vi arrivasse l’invito a un Party ai piani alti, potrete scegliere di spendere tutto il vostro stipendio (ammesso che l’abbiate e sperando che basti) per comprare a saldo un abitino firmato e fare la questua tra i parenti per mettere assieme più oro possibile, oppure, affidandovi al vostro buon gusto, potreste decidere di andare per negozi dell’usato in cerca di capi originali.
Parliamo quindi di autoreferenzialità e di ego smisurato. È ovvio che la strada meno rischiosa sarebbe di omologarsi al jeans firmato e alla camicetta nude look, se mi vesto con uno Chanel anni sessanta, invece, rischio che qualcuno dei camerieri in livrea mi sbatta la porta in faccia.
Alla fine cosa conta veramente? Che io mi senta a mio agio quando il signore inglese dalle scarpe inglesi e dall’inglese incomprensibile mi si avvicinerà per presentarsi o che, specchiandomi in uno dei sobri pendagli di platino della padrona di casa, mi sorprenda boccheggiante come un pesce fuor d’acqua? Tra una biografia forzatamente divertente, che stride con una quantità sorprendente di "buongiorno", e un semplice e grigiastro uomo qualunque, io scelgo sicuramente il secondo: essere consapevoli della propria normalità è già una vittoria rispetto a fingersi qualcun altro. (E per quanto riguarda la questione “normalità e giudizi” vi consiglio la #deriva 18).
Quando, recalcitrante verso la mondanità, mi sono dovuta presentare davanti alla porta blindata dell’attico, sapevo già che non avrei potuto competere con acque marine grandi quanto delle noci grandi e tempestate di diamanti purissimi, e anziché mettere al collo tutto l’oro che avevo in casa, ho scelto una parure fantasia Made in Dior di mia nonna: unica e originale.
Cerchiamo di essere sempre noi stessi.
Se qualcuno non ti segue, è perché non gli piaci abbastanza o perché gli piaci troppo.

Ci sono diversi generi di tuitteri. Tanti, sono quelli che s’iscrivono per attrarre un buon numero di “follouer”, e sono blogger, scrittori, fotografi, Aziende, case Editrici eccetera, altri desiderano fare nuove amicizie e confrontarsi sulla nostra ridicola attualità. Ma non solo: alla fine si parla sempre di tuitter, e una buona percentuale di utenti non fa che spettegolare sulle abitudini altrui, come d’altra parte faccio io con queste #derive.
Un paio di giorni fa mi sono scontrata con una tizia che parlava di “leccaculo”a proposito di chi fa complimenti alle tuitstar per ottenere rituit.
Personalmente, e al contrario di ciò che molti hanno dichiarato sulla mia TL, non credo che avere molti o pochi follouer sia un dato secondario. Fosse così, non leggerei anatemi quotidiani sui defollou inaspettati, brindisi per il raggiungimento dei tremila inseguitori o la tristissima conta giornaliera di chi ci ha seguiti e chi no. Non lanceremmo decine di accuse al vetriolo verso chi si rituitta vicendevolmente, o su chi cancella dalla TL interazioni sgradevoli o critiche aspre -a proposto io, sono una di quelli. Se, come tanti dichiarano, fosse così indifferente il numero di persone che ci seguono, non scorrerei decine e decine di tuit che raccontano di comportamenti “mafiosi” che mirano solo all’accumulo di follouer, di #FF sottobanco e Blogger che pubblicizzano altri Blogger.
Non facciamo i bambini: twitter è un gioco e in un gioco i punti sono importanti!
Suona stonato al mio orecchio sensibile e diffido da chi tuona digitando: assolutamente no, non sono qui per avere più follouer. Eh, no, non ti credo visto che poco tempo fa mi hai fatto notare che eravamo arrivati a mille follouer contemporaneamente e che tu, adesso, ne hai circa quattromila.
Ciò che desideriamo, sia che si metta in primo piano il lato B o delle labbra carnose, è soltanto l’approvazione degli altri, del pubblico, e il pubblico, si sa, applaude solo se si è credibili.

È vero che le interazioni creano maggiore collante tra i profili, e anche credibilità (io mi rapporto direttamente con qualcuno per sapere chi è) ma è anche vero che un’affettività esagerata, certi “tvb” e milioni di baci, tante dichiarazioni di stima e mielosi complimenti, cadono nel nulla se non suffragati dalla costanza, dal famoso rituit e possibilmente da più di un incontro off line. E al di là del fatto che l’amicizia si misura concretamente nei momenti di gioia o di bisogno e fuori dal web, credo che la “cyberempatia” sia un sentimento del tutto unidirezionale: siamo noi che cerchiamo amore e lo riversiamo su chiunque ci mostri simpatia.
Ho un elenco lunghissimo di persone che per mesi mi hanno menzionata e applaudita e, lautamente ricambiate, sono poi sparite nel nulla: olè.
Ma non solo, ho avuto contatti con profili che hanno finto pubblicamente di volersi prodigare per me, domandandomi anche il curriculum da far visionare a chissà chi per poi defollouarmi al primo diverbio in TL. Allora dico: attenzione, dietro ogni Picture c’è un essere umano e una vita vera. C’è qualche imbecille, come la sottoscritta, che se fosse stata meno sensibile, oggi non sarebbe nemmeno disoccupata.
Cerchiamo di non essere così emotivamente coinvolti dalle storie che leggiamo e, prima di dichiararci affettivamente coinvolti, misuriamo con attenzione l’oggetto del nostro amore, magari, come succede nel 90% dei casi, non è che un fuoco fatuo e chincaglieria senza valore.

Perché quindi accusare gli altri di essere “accumulatori compulsivi” di consenso e con tanto accanimento? Facciamo come le donnette che segnano a dito la più bella del paese? A parte l’uso del termine “compulsivo” che in termini di usura fa il paio con “bipolare”, mi domando perché prima di tuittare disprezzo, non guardiamo come siamo messi noi “in fondo in fondo”? Io lo faccio, e riesco anche a dirmi che sono un’inguaribile invidiosa. Se l’accusa di voler accumulare follouer mi arriva da una pseudo tuitstar (il profilo che ha maggiore scarto numerico tra follouing e follouer) mi viene semplicemente da ridere.
Perché nascondere la vera finalità di questa giornaliera perdita di tempo e dichiarare che siamo qui soltanto per conoscere belle anime? E inoltre, se sono su un social network dove la stragrande maggioranza dei profili è anonima, che genere di conoscenza posso avere dell’altro se non conosco neppure il suo nome.
Tuitter è un mezzo potente per comunicare ma è anche un portatore sano di perdite di tempo, amori usa e getta, dichiarazioni d’amicizia sopra le righe e troppe personalità da manuale che tuittano banalità. Proviamo almeno a usarlo con la massima onestà e con le migliori intenzioni, magari, evitando tutta questa ipocrisia.


lunedì 11 marzo 2013

Chiamata urgente


«Allora? Come sta il mio piccolo e grasso malatino?» disse la donna sfilandosi il soprabito bagnato di pioggia, poi, si mise in ascolto. Niente, a parte l’incessante ronzio degli elettrodomestici e il ticchettio della pendola, non le parve di sentire altro rumore.
Accesa la luce dell’ingresso e sfilato con cura un cappello da uomo, rimise a posto le forcine che erano sfuggite dai capelli troppo lisci e si passò un velo di cipria sul viso.
«Allora?», disse specchiandosi e portando la voce da contralto verso la luce che brillava in fondo al corridoio buio.
«Che hai?» ripeté stavolta con una voce infantile, «se il mio maialino mi ha chiamata con urgenza e con quella vocina triste triste, significa che stavolta è proprio grave!» e sorrise mentre con fare sicuro scostava tende e spalancava persiane.
«Huuummm...» mugolò una voce maschile.
«Allora ci sei?» disse lei sorridendo.
«Huuummm... sto male... sto malissimo... » disse la voce evidentemente soffocata dalle coperte.
«Adesso vediamo... dici sempre così. Spero che stavolta il mio malato grave non mi abbia scomodato inutilmente», e seduta sul bracciolo di una bella Frau lucida e rossiccia, si chinò per allacciare alla caviglia un paio di scarpe nere dai tacchi che sembravano perforare il legno del pavimento per quanto erano sottili. Nel frattempo si era tolta anche la giacca e adesso, sfilando la gonna, scoprì una sobria guepiere nera.
Si chinò di nuovo abbracciando con entrambe le mani la caviglia per salire sino all’allacciatura del reggicalze. Ripeté l’operazione sull’altra gamba ed espirò a fondo prima di rimettersi sul viso un’espressione compassionevole e commossa. Poi, con lentezza estenuante ma badando a far risuonare i tacchi sul pavimento di legno, percorse il lungo corridoio per fermarsi davanti alla porta da cui proveniva la luce.

«Finalmente... » disse una voce maschile assonnata.
«Finalmente?» rispose lei con un accento vagamente severo e riprese «Fino a prova contraria, ossia fino a quando non la pianterai di telefonarmi a ore impossibili per frignare come un imbecille, l’unica che può pretendere qualcosa, caro maialino indecente, sono io».
E appoggiò la schiena e le natiche rotonde e sode allo stipite della porta.
«Che male ho fatto nella vita, eh?» gli disse con espressione seria dopo aver incrociato le braccia sul petto.
La voce non rispose. Si era nascosto sotto le coperte, forse, oppure aveva messo su un’espressione buffa visto che adesso la donna sorrideva un tantino fuori parte.
«Non credere di impietosirmi. Fuori piove a dirotto e io avevo altre cose da fare!».
Dalla stanza non si udì risposta.
La donna si spostò al centro della porta, in piena luce.
«Sei bellissima», disse l’uomo con un accento drammatico, come se quella bellezza gli avesse fatto venire in mente tutta la propria inutilità.
«Mettiti in ginocchio» ordinò restando ferma con le mani sui fianchi.
«Scendi dal letto e vieni qui» e indicò la punta delle sue scarpe lucidissime.
«Qui», ripeté bonaria. «Da bravo, striscia fino ai miei piedi lurido maiale, e saluta la Padrona come si deve».
Dall’interno della camera si udì del trambusto. L’uomo doveva aver fatto cadere qualcosa ma lei, dopo aver mormorato un umiliante «quanto sei imbranato» scosse la testa e si rimise dritta.

«Come si saluta la Padrona? Te l’ho detto tante di quelle volte che non dovrei nemmeno più impartirtelo quest’ordine», e si passò una mano tra i capelli, lanciando uno sguardo spazientito verso il centro della stanza dove l’uomo, evidentemente, camminava carponi verso di lei.
«Da bravo...» gli disse con un sorriso incoraggiante e l’uomo, di cui ora s’intravedeva la testa lucida, prese la scarpa tra le mani e, tra infantili mugolii, tirò fuori la lingua per passarla con cura su tutta la sua lunghezza.
«Che cosa è successo? Perché non sei al lavoro?» ma lui non rispose.
«Eh?... Non ho sentito». L’uomo in effetti non avevo detto nulla e teneva lo sguardo sul pavimento.
«Togli subito le tue manacce dalla mie scarpe», l’uomo eseguì.
«Adesso apri per bene le mani... così... una accanto all’altra... bravo!», e dovette imprimere una certa forza perché il tacco, puntato al centro esatto della mano ben aperta, penetrasse nella carne morbida.
L’uomo fece una smorfia di autentico dolore ma non emise fiato.
«Guarda qui!» l’incalzò la Padrona «Guarda! Guardami, imbecille!» e l’uomo, rimanendo immobile alzò verso l’alto gli occhi piccoli e scuri che sembravano quelli di un tenero topolino, mentre la dominante, con le dita spostava la culottes leggera per mostragli lo spettacolo esclusivo e a distanza ravvicinata.
«Ti ho detto di muoverti?» e senza lasciargli il tempo di rispondere, impresse il tacco appuntito al centro della fronte ampia del maschio che, in quel pigiama a righe orizzontali sembrava una strana specie di animale. Una specie protetta, forse, o in via di estinzione.
«Lo senti il profumo, eh?».
L’uomo grugnì appena, incerto sul da farsi, se mostrare il giusto entusiasmo o fingersi ancora pentito.
«Annusa, dai porcellino, annusa bene e grugnisci» e sorrise ancor prima che lui iniziasse a deliziarla con un balletto così gioioso che se avesse avuto la coda avrebbe scodinzolato, e se avesse avuto orecchie lunghe e pelose le avrebbe mosse senza ritegno come un cane che abbia sentito arrivare il padrone.

«Bravo, bravo il mio porcellino educato» e la donna seminuda si piegò sulle gambe lunghe e magre fino ad arrivare al faccione tondo dell’uomo e dirgli tra le labbra, e in rapida successione, alcuni «porco, maiale e pervertito» pieni di promesse.
«Dai, adesso vai sul letto» gli ordinò senza particolari espressioni, come chi deve sbrigare rapidamente una faccenda per poi passare ad altro.
E l’uomo scomparve assieme al suo pigiama seguito dalla donna e dai suoi tacchi spaventosi.
«Perché non sei al lavoro?».
Lui emise un grugnito e poi un lungo gemito.
La camera da letto era in penombra e in disordine. Dalle persiane socchiuse un grigio plumbeo impediva al tempo di scorrere e allo spazio di dilatarsi.
Sui mobili, decine di cornici con foto di famiglia li guardavano sorprese per quel darsi da fare con corde e frustini, tra decine di arnesi di diverse forme e dai colori sgargianti tirati fuori con foga dal comodino accanto al grande letto.
Finché non si udirono che balbettii e sospiri, e un andare su e giù di carne umida e bollente, risuonare di palmi aperti, lamenti sommessi e più forti, alcuni cupi e altri gioiosi, tantissimi “sì”, molti “dai” e “ancora”, balbettanti “se continui così mi farai morire” e drammatici e sinceri “rimani così, ti prego”. Infine, il preoccupato annuncio di lui, un ansioso “sto per venire” che non era una richiesta ma un’affermazione certa cui seguì, comunque, il rassincurante e femminile “anch’io”.

«Ti amo», disse la voce maschile al termine del rumorosissimo orgasmo.
«Vai tu a prendere la bambina a scuola?», disse la donna ancora affannata.
«Ho consiglio di amministrazione alle quindici... ».
«Allora chiamo in ufficio e dico che ti è salita la febbre: vado io».
«Tesoro?»
«Sì?» rispose lei.
«Stasera siamo a cena dai tuoi».

venerdì 8 marzo 2013

8 Marzo. L'assenso.


Foto di: H. Cartier Bresson

Stava sempre in attesa di un ordine. Così, anche quel mattino grigio scuro nel cielo, si era voltata verso di lui alla ricerca del solito assenso. Lui la guardò appena e le diede un colpetto secco e doloroso sulla mano piccola, accompagnato da un “cammina” e un successivo “muoviti” tra i più umilianti. Poi ridacchiò andando in cerca di uno sguardo complice, ma anche l’impiegato che gli stava davanti fece finta di niente.

«Cammina» fece di nuovo il maschio alfa strappandole di mano il modulo di richiesta di prelievo appena firmato.
«Cretina» disse infine a quella mezza femmina, come la chiamava davanti a tutti, davanti ad amici e parenti, suoi e di lei. Come l’aveva chiamata dal giorno del matrimonio quando lei, ballando, gli pestò un piede.
L’impiegato contò il denaro e lo passò attraverso la feritoia senza mai alzare dal desk lo sguardo imbarazzato.
Il marito infilò la mano all’interno del cappotto elegante per estrarre il portafogli che un po’ gli assomigliava, lucido e gonfio che pareva potesse scoppiare da un istante all’altro. Ci infilò dentro la spessa mazzetta, tenendo tra due dita un paio di banconote che mise poi nella mano della moglie e, senza mai rivolgerle lo sguardo, fece la stessa cosa con alcuni spiccioli tirati via dalle tasche.
«Cammina, vai a casa», le disse dopo aver sorriso al cassiere, accompagnandola verso l’uscita.

Vide il marito scomparire dietro l’angolo e pensò che con un cielo così grigio poteva lasciarsi morire anche all’istante, e rimase sul marciapiede senza sapere quale direzione prendere.
Con quei cento euro poteva andare dal parrucchiere o per saldi sul Corso.
Ma aveva voglia di camminare, andare lontano, dove nessuno la conosceva, dove nessuno potesse segnare a dito la sua sfortuna: povera donna.
I lividi però non li aveva in faccia, non li aveva sulle gambe o sulla schiena. Non aveva lividi sul collo magro, attorno agli occhi grandi e chiarissimi.
E come si raccontano certe cose? Come fai a fartele periziare certe ferite che stanno altrove? Che non si vedono?, si diceva attraversando la strada con passo distratto, quello di chi mentre mette un piede avanti all’altro sperando che un camion in corsa la investa per toglierle anche la preoccupazione di cosa fare in quell’ora di libertà.
Come poteva dirlo a sua madre. A che pro raccontarle tutta la malinconia che tingeva di grigio anche le giornate più belle.
È la vita, sono le difficoltà. È l’abitudine che diventa tedio. Il ripetersi giornalmente che domani...che tra un po’, che...
Tanto tra un anno sarà ancora lì. Ancora più magra e scontenta. La bocca rassegnata alla smorfia di disgusto che non va più via. 
Perché le premesse sono sempre diverse e forse, lo sono per entrambi, si disse per giustificare, come al solito, tutto quel “non amore” che pareva essere quasi il collante della loro unione.

Adesso che attraversava il grande Parco e viste le mimose in fiore, si ricordò che era l’otto marzo.
Certo, doveva andare a fare la spesa, preparare il pranzo e andare a prendere i ragazzi. Ma un’ora poteva anche ricavarla e magari, per fare più in fretta, più tardi avrebbe cercato un taxi.
Prese al volo il primo autobus che andava verso il centro del Parco e verso la collina.
Già dopo quella breve corsa si sentì sollevata. Voleva andare al Parco dei divertimenti dove da bambina l’accompagnava il padre- perché c’è sempre un padre amatissimo dietro scelte avventate o troppo caute.
Guardò ancora il cielo. Stava per piovere, sì, ma aveva l’ombrello, pensò standosene in piedi vicino alla porta automatica dell’autobus semideserto e tutta rossa in viso per quella breve corsa.
Scese a una fermata prima per affacciarsi al belvedere. Abitava lì da sempre ma erano almeno dieci anni che non ci andava più né sola né in compagnia.
Le amiche a un certo punto si fanno distanti.
Quando la conversazione diventa un monologo di tormento si comincia evitare qualunque incontro.

Suo padre la prendeva in braccio per farla sporgere. Lei rideva ogni volta indicandogli le colline e i paesi che credeva di riconoscere e dove abitavano amichette o lontani parenti. Rideva anche quando lui giocava al tiro a l bersaglio e non faceva mai centro. E anche quando mangiavano lo zucchero filato, rideva. Era felice, e basta.
Anche adesso, stretta nel cappotto verde petrolio e con il cappello di lana calcato sulla testa, rideva.
E non diede nemmeno un’occhiata all’orologio.
Calciando pietruzze si avviò verso l’alta cancellata del Luna Park, sulla strada sterrata, tra i cespugli di lavanda e i noccioli, tra gli allori umidi di pioggia. I passi assennati nelle scarpe basse evitavano pozzanghere e gli occhi incontravano di tanto in tanto il grigio fumo del cielo. C’era silenzio. Ognuno era immerso in un’occupazione e altrove, e lei, da sola e senza meta.
Le passò un motivetto per la testa e si mise a cantare, un breve accenno che si disperse nell’aria. Glielo dicevano tutti che aveva una bella voce.
Tanto ce l’avrebbe fatta andando un po’ di corsa, tra un po’, si disse, guardando sbadatamente l’ora.
Appena mezz’ora soltanto. Pensava. E si avventurò oltre il cancello, su un vialetto ancora più stretto e fangoso e sino alla piccola discesa.
Da quel punto vedeva già l’ottovolante rosso e la grande ruota, quella del primo bacio, il solito, quello da copione. Il bacio con l’adolescente peggiore, quello con gli ormoni a duemila e le mani che andavano dappertutto.
Come da copione. Appunto.

La sua vita era stata prevedibile come quella di tante, come un film commovente, come un fotoromanzo, quelli che da bambina leggeva di nascosto dalla madre dopo averli sottratti alla donna a servizio. Lei, la ragazza a servizio intero si chiamava Amelia, si sposò che era quasi una ragazzina: tornata al paesello per una vacanza più lunga fu messa incinta dal solito cugino di un cugino lontano. Anche lui violento e ubriacone. Come il padre e come il nonno. Come suo marito, il tizio che le aveva promesso paradisi perduti e che oltre quaranta chili aveva messo su sogni megalomani e un’aria da play boy. Lui.
E la donna rise di nuovo e stavolta fino a piegarsi in due, rise con gli allori e i noccioli di tutto quel sacrificio inutile, delle parole mai pronunciate e di quel sacrosanto e mai scritto “vado via e fottiti”, da lasciargli stavolta su un biglietto, in bella mostra sul tavolino dell'ingresso.
Perché alla fine ci si rassegna, e basta.
Perché il lavoro non c’è, perché ci sono i figli, la famiglia e le eredità, le convenzioni, l’affetto, la compassione, la comprensione.
Vai via e fottiti, pensò. E solo a sentirsela ronzare per la testa quella frase le sembrò inadeguata, ridicola nella sua bocca che aveva sempre taciuto ogni umiliazione. 
Perché alla fine i tradimenti hanno mille nomi. E la galera è una casetta lucida e senza sbarre alle finestre.
Ma quello era il giorno perfetto perché le giostre, normalmente ferme a quell’ora, si mettessero a girare solo per lei.  Un 8 marzo grigio per festeggiare la sua esistenza eroica e sconosciuta a tutti.


martedì 5 marzo 2013

Deriva #21 Il guardone digitale


Sì, ce ne sono un’infinità di cui nessuno parla e che nessuno cita: nessuno si accorge della loro presenza.
Perché se ci pensiamo bene, i guardoni digitali sono un esercito enorme. Intendo i timidi, gli sguardi taciturni che ci spiano dal buio dei pixel e che sono numerosi quanto i frequentatori della Salaria e di tutte le consolari messe assieme, e forse più dei tizi che il sabato sera girano per i quartieri a luci rosse di tutta Europa.
Sto parlando di uomini e donne che non si manifestano, che non amano le interazioni, che evitano con cura i DM e se ne stanno lì, nascosti dietro la loro icona per mesi e anche per anni.

Se hai fiuto e ti piace vagare per le TL altrui li riconosci dal numero dei tuit e dal fatto che l’ultimo risale a otto mesi fa. E se un tempo pensavo fossero account abbandonati, oggi so con certezza che non è così. Perché ne ho tenuti d’occhio un paio: follouano all’impazzata, non pretendono follou back, e di sé non mostrano nemmeno il naso. Silenziosi e solitari prendono nota di ogni tuit digitato, defollou dichiarato o lite più o meno furiosa avvenuta sulla TL. E mentre alcuni resteranno (credo) per sempre nell’ombra, altri si manifesteranno con uscite sorprendenti e, improvvisamente, metteranno in elenco ogni nostra contraddizione e misfatto.
Giuro.
A me è già successo con uno dei miei primi follouer. Un tizio che stanco della mia “supponenza”, mi ha bloccata per poi, con mia grande sorpresa, affacciarsi sulla mia TL e dichiarare, quasi mostrasse a tutti la foto del mio lato “B” accuse del tipo: ah, hai cancellato 250 tuit... ah, hai defollouato circa 40 tizi ma che non tuittavano da almeno due mesi... hai dato il follou back a 10 tuitstar.

Ecco, su quest’ultima accusa, per esempio, il guardone digitale ha sbagliato di grosso.
Nelle ultime settimane sono stata follouata da numerosi profili pieni di follouer e molto “pierciati”, ragazze dall’aspetto di meteorine, dai capelli con taglio super trendy e ragazzi che il venerdì sera s’incontrano nei locali più alla moda del centro, e che da lì tuittano un’infinità di sciocchezze e cui, mi pare ovvio, non ho dato il follou back.
A che pro seguire persone così distanti da me in fatto di gusti? Io che vesto vintage, che avrei preferito nascere nel 1910, che non ho auto né patente, che amo uomini grassi e pelati, che viaggio da anni per il mondo e sempre a ricarico di qualche strano rappresentante del genere umano e che parlo di “decrescita felice” perché dovrei seguire account “grandi firme” che si raccontano del tipo di “french” fatto alle unghie come se fosse la trama di un romanzo? Dico ciò per sottolineare ancora una volta che il follou back non ha senso se non si ha nulla in comune. È stupido sorbirsi migliaia di frasi infelici nella speranza di un RT verso persone che comunque non apprezzeranno il nostro spirito.

Comunque, l’altro giorno, affacciandomi sulla spalla bella larga di un mio caro amico ex pallavolista (huuummm...) l’ho visto intento sull’I Pad a scorrere TL.
Ma che fai?, Gli ho domandato passandogli le labbra sul collo maschio.
Ma che fai?, sei su tuitter e non mi segui? Gli ho chiesto, piccata che non mi avesse ancora cercata bello come si ritrova.
Non ha risposto rivolgendomi però, dopo la lunga pausa, uno sguardo colpevole.
Ha un nickname da castigamatti e una collezione di donnine tra i follouers che ho dovuto farmi la doppia croce sul petto (spingendolo bene in fuori) giurando che non avrei aperto bocca con la sua signora che di là, in cucina, si dava da fare attorno a una grande frittata.
(Ah... Miché...).

È anche lui un “illucchettato”, genere che francamente continuo a non capire. Eh sì, perché se già sei fornito di nickname e mostri una la foto di un figo anonimo presa dal web, se nascondi i tuoi cinquant’anni e il fisico da tiratore di barzellette, che bisogno hai di mettere il lucchetto?
Difficilmente tua moglie ti riconoscerà dietro lo sguardo assassino che hai scelto per la tua PIC e quei centoquaranta caratteri da super eroe che digiti con tanta veemenza.
Sta di fatto che, come nei locali, anche alla famosa festa nell’attico di via dei Condotti ci sono ospiti che si limitano a guardare, ad ascoltare conversazioni altrui senza intromettersi mai, e a contare i drink che beviamo o quante tartine buttiamo giù. Anzi, #twitter è il non luogo dei guardoni per antonomasia.
Non credo che chi ha ventimila follouer e solo cento follouing non si metta a spiare sulle TL di sconosciuti. Io, per esempio, vado a leggere abitualmente profili di persone che mai e poi mai –e solo per principio- seguirò: quelli, pochi grazie a dio (stupidi, ignobili, ignoranti, maleducati, arroganti) che non mi hanno voluta. Pensate quindi, che siate anonimi oppure no, che ci sono occhi puntati su di noi, persone che magari conosciamo, nostro marito, il nostro ex, l’uomo che mai si è dichiarato e mai lo farà, che di noi sanno quanto tuittiamo, cosa e con chi.

Questo aspetto, gli occhi nel buio dei tanti che non interagisco mai, m’impensierisce. Spesso mi capita di parlare con amici che presi dall’entusiasmo di un incontro dal vivo e nella foga dei racconti di una vita trascorsa distanti mettono qua e là dei “sì, ti ho letta”, “sì, lo so”, “ah, già è vero...” che mi lasciano di stucco.
Ma come “ah, già è vero?”. Come lo sai? E se mi hai letta perché non ti sei congratulato?, Perché non mi hai risposto?

Perché molti dei nostri tuit vengono tralasciati? E cosa pensano tutti quelli che li vedono scorrere sulla TL e scivolare solitari verso un passato digitale, sul nastro trasportatore dei nostri attimi, senza muovere un dito? Perché non ci aiutano se siamo in difficoltà durante una discussione? Alcuni godono di quella sconfitta pubblica? E se ci amano, soffrono in silenzio?
Molti giudizi vengono espressi con caustici tuit generici sparati nei pixel: capita a tutti di denigrare non apertamente qualcuno facendo riferimenti “puramente casuali” a un tuit appena letto.
Perché è dannatamente sottile il piacere che si prova nel pensare: si accorgerà che parlo di lui?, Se la prenderà a male?, Mi affronterà con un “dici a me?” -peraltro digitato spesso e sadicamente dall’autrice del presente post. Ma gli altri? I follouer che non seguiamo cosa dicono alle nostre spalle?

Questo, è un lato oscuro che le twitstar, forse, non hanno valutato.