lunedì 27 giugno 2011

In Italia è proibito non bere


Se il venerdì sera è impossibile girare per Londra in auto, e uscire da Canterbury fu quasi un’impresa dato l’alto numero di uomini e donne che già alle quattro del pomeriggio barcollavano per strada e non erano in grado di darmi indicazioni, in Italia la situazione non è diversa.
Che il vino faccia bene, un solo bicchiere a pasto, non lo metto in dubbio ma i dati statistici parlano di un consumo procapite assai elevato.
Ma non è questo l’oggetto in discussione, ognuno è libero di ingrassare il proprio fegato come più gli piace.
Che poi si rifiuti, per ignoranza s’intende, la legalizzazione delle cosiddette “droghe leggere” e di contro si tolleri l’atteggiamento scorretto nei confronti dell’alcol comincia, però, a darmi molto fastidio.
Non parliamo delle pubblicità con belle fighe che ballano su tacchi vertiginosi e su automobili di lusso inneggiando a una dolciastra bevanda arancione, e nemmeno delle centinaia di spot un po’ tutti uguali dal menzognero binomio alcol/sesso che nella realtà produce impotenza e anorgasmia.
Se il Monopolio di Stato e i Garanti vari non fanno niente, non sarò certo io a poter smuovere le acque.
Fra l’altro chi investe, ammazza e fugge è generalmente fatto di alcol e cocaina, il fumo di certe sostanze produce sonnolenza, l’alcol, di contro, fa sentire invincibili e forti ed è quasi un luogo comune vedere l’ubriaco che insiste a voler stare al volante. Ma poi esistono le statistiche che già parlano chiaro non c’è bisogno di spendere altre parole.
Sono anni che vivo l’esperienza di rifiutare alcol e di dover rispondere gentilmente a continue insistenze che, con l’andare del tempo, si sono fatte per me insopportabili.
È chiaro che se io urlassi «sono un’alcolista e non bevo da sette anni!» nessuno continuerebbe e mettermi il vino sotto il naso, o se mi dichiarassi musulmana chiunque eviterebbe di insistere quasi fossi una bambina ribelle alle nostrane usanze, ma sono forse anche questioni private che non tutti amano sbandierare al tavolo della pizzeria o al ristorante dell’albergo.
Quindi, se il povero alcolista di turno, che grazie a sacrifici sovrumani con o senza l’aiuto di terzi si è tolto la maledetta scimmia dalla schiena, decide di andare in vacanza o al ristorante, subito si trova a combattere con le solite insistenze.
Eh ma con il pesce!
Eh ma per il compleanno!
Eh ma per capodanno!
Su, dai per Natale fai uno strappo!
Dai che è il battesimo di Giulia!
Dai che festeggiamo le nozze d’oro!
È Pasqua e con la colomba ci sta bene il limoncello!
Lo vuoi il centerbe della nonna?
Una bella birra fresca?
Di analcolico hanno solo coca cola lo vuoi un prosecchino?
E non finisce qui.

Molte volte mi è capitato di sentire e leggere dichiarazioni che mi mandano il sangue alla testa, del tipo che delle persone che non bevono è meglio non fidarsi, che bere solo acqua fa male e che chi non beve alcolici perde molto della vita.
Ho cercato inutilmente di far cancellare gruppi su Facebook, frequentati per lo più da ragazzini, che inneggiavano alla sbronza, eppure la Tv e i media ci bombardano di talk show quando si tratta di riempire vuoti o quando c’è stato l’ennesimo suicidio di massa del sabato sera.
Ci dovrebbero essere leggi che proibiscono ai minori di acquistare alcolici ma credo che nessuno le applichi visti gli ultimi dati sulle ragazzine anoressiche e alcolizzate.
E io, oltre a trovare in tutto ciò una forte contraddizione, mi sento anche indignata e offesa.
Come fa un adulto a dire che non si fida di chi non beve alcolici? Quanto sale ha in zucca?
Lascio a voi la risposta.
Lascio all’intelligenza di chi mi legge la facoltà di continuare a insistere se qualcuno rifiuta il suo stramaledetto bicchiere di prosecco!

Gli alcolisti rifiutano anche un mon cherì perché anche un innocuo cioccolatino potrebbe riaccendere in solo attimo la voglia e il bisogno smodato di bere di nuovo. E così le ciliegie sotto spirito, le pesche al maraschino, le castagne al vino, il babà e tutti i dolci in cui sia contenuta anche una sola goccia di alcol.
Basti pensare che “il bagnarsi le labbra” per fare un piacere a voi, per la vostra buona fortuna del compleanno o dell'anniversario, potrebbe significare il riaprirsi di ferite dolorose, un nuovo inizio che determina la fine, il continuo senso di colpa e di quel sentirsi in una gabbia che non ha uscite.

Non è un dovere dell’alcolista fare outing, è dovere e buona educazione di chi è a tavola di non insistere.

sabato 25 giugno 2011

l'isola d'Ischia: Teresa alle terme- prima parte


Che Terry non sapesse organizzare viaggi è questione nota a molti.
Ricordo quando volle andare in Indonesia e riuscì a perdere il volo per Denpasar in uno degli aeroporti più organizzati della Malaysia o quando, in partenza per l’Inghilterra fu presa da una crisi di panico che la bloccò a terra abbracciata alla valigia e a un giovane pilota marcatamente gay.
Da allora, e per non continuare a perdere premi promozione, la sua unica possibilità di vedere il mondo è viaggiare con i gruppi organizzati ma stavolta, pare che abbia preso una grossa, enorme fregatura o anche un granchio, volendo rimanere in tema.
Ah Terry, riesco a vederti con la borsa di paglia al braccio, cappello e valigia, rossa in viso per il sole cocente e per la pressione alle stelle!
Già al meeting point davanti alla stazione a Terry pare di trovarsi in un ospizio o in una sala d’aspetto d’ospedale.
Il capo, il più giovane del gruppo, è un graduato di qualcosa in pensione elegante e orbo da un occhio, affascinante forse per la benda che sa tanto di pirata o magnate dell’industria ma l’occhio, come mi scrive per e mail, non l’ha perduto in battaglia ma a causa di un cazzotto della moglie.
In gran parte, l’allegra comitiva in viaggio per l’isola del Tirreno, la lussureggiante Ischia, è composta, come si può ben immaginare, da donne.
Terry, che in principio ha creduto di aver sbagliato gruppo, ha presto la conferma di quello che sarà il suo destino, quando il suo nome risuona nel silenzio della controra per la stazione semideserta.
Fatto l’appello, ci si sorride fra il sospettoso, l’ostile e il cordiale e, con sottogesti ben congegnati, già si formano piccole fazioni.
Le tre insegnati di scuola media ridono rumorosamente di qualcosa mostrando una dentatura niente affatto omogenea e una familiarità così antica da renderle uguali in tutto. La Professoressa di filosofia, persona di levatura diversa, è evidente, visto il quotidiano giustizialista e il grande libro che tiene sotto il braccio, sembra invece vittima dell’instancabile chiacchiericcio di una bionda gradevole di aspetto tranne quando inveisce, la bocca sempre piena di qualcosa, contri i tagli del governo e i prezzi troppo alti.
Quello che tutti chiamano il Professore è un uomo vittima della propria codardia che arriva al bus trascinando un buon numero di bagagli, mentre sua moglie, il cellulare all’orecchio, gli intima di andare più in fretta e di non “fare come sempre”.
E mentre Terry sta per piangere, pensando alle cinque ore di viaggio e ai sei giorni di convivenza da passare con l’improbabile compagnia, lo vede scendere dall’autobus: è bellissimo. Che poi certi cattivi pensieri superati i quaranta siano quasi da manuale fa un po’ luogo comune lo so, ma a vedere certi bicipiti è anche vero che si perde un po’ tutte la ragione! Se poi il petto largo, sotto la classica canotta bianca stile grande firma, emette tutto di un fiato un ”facimm ambress che qui il tempo è denaro e già ce ne sta poco e tengo un’altra trentina di nonnetti da trasportare a Procida ah…ah…ah…!!!” allora il quadro della situazione risulterà perfetto.
Già me la vedo Teresa allungargli laute mance, farsi massaggiare dall’acqua termale passandosi la lingua sulle labbra o guardarlo di sotto in su, mentre saltella verso la cabina –chiusa- della doccia.
E poi la luna, si sa, da quelle parti può fare brutti scherzi, anche se non è rossa e la carne è debole, specialmente la sua: e i gelsomini stordiscono, l’acqua è ferrosa e il mare sbuffa di vulcanici vapori, improvvisi e cocenti assai.
La mia amica prenderà fuoco rapidamente, mi ha scritto che forse non tutto è perduto, che andrà ogni mattina alle terme e che il tizio in questione, l’isolano verace, non ha la fede al dito quest’ultimo, definito in uno dei tanti nel post scriptum capace e forte.

Che poi assomigli a un uomo vero, quasi ideale, con l’occhio tenebroso e il fisicaccio, le mani grandi e la risata autentica e gioviale, credo basti a farmi preoccupare e stare in ansia.
Da tempo è stanca dei giochi mentali di certi intellettuali, di quelli che si strofinano al proprio ego notte e dì, gli stessi dell’ultima tendenza molto radical chic. Fatto sta che Antonio, autista e nostromo di una minuscola ma molto romantica barchetta, la nota subito fra bastoni e stampelle, dentiere e pappagalli, e sui suoi vertiginosi tacchi a spillo, armata di tecnologie all’avanguardia e piena di sorrisi accattivanti, saluta sorridente e ammicca anche.
Il giovane isolano nato sotto l’influenza di vulcano avrà forse anche lui pietra lavica al posto del cuore?
Continua...

martedì 14 giugno 2011

Teresa e il compleanno della sua migliore amica.


Stanotte non mi ha telefonato per raccontarmi dell’ennesimo fallimento amoroso, del costume da bagno che è diventato troppo stretto, dell’abito firmato comprato al mercatino o dell’allegro flirt che si è rivelato assai noioso.
È sempre la prima a cantarmi la canzone d’auguri a volume insopportabile, corredata da risate sovracute e piccoli strilletti.
Oggi, dopo il mare, sarò costretta a lasciare che mi tiri le orecchie con forza, perché Terry è incisiva in tutto, dovrò lasciare che le candeline le metta proprio tutte, non una di meno sulla grande torta che da tre giorni per me sta preparando.
Stasera verrà con me a fare il terzo incomodo e mettere le dita sulla candela e mangerà dal mio piatto ostriche e cozze e ruberà la mia croccante paranza, fumerà due tiri d’erba per stare ancora un po’ più allegra e ci seguirà fin sulla spiaggia per guardare la luna.
Stasera con me ci saranno anche Justine e le sue battute sessiste ma anche Marina che piange di continuo perché il suo egocentrico intellettuale non ha intenzione di cedere.
Ma è solo Terry che per me organizza feste a sorpresa, quelle in stile americano con i palloncini, e gli invitati più improbabili, che mette in scena le celebrazioni che detesto da sempre e che adesso, visto l’alto numero di candeline, fuggo come la peste.
Per questo compleanno mi auguro che Terry finisca a lavorare per un buon settimanale, al posto di certa posta del cuore improbabile e poco interessante, spesso scritta da uomini o donne stanche e che, dell’amore, di certo amore liquido, non sanno proprio niente.
Mi auguro che Terry partorisca molti bimbi e tutti sani, grassottelli come lei e pieni di gioia di vivere: i miei nipoti, i miei bambini virtuali.
Ma già ieri ho avuto un grande regalo, e mi auguro che, presto, certa gentaglia rimanga a governare in casa propria e non noi gente per bene, noi che ci facciamo un “culo così” per campare e che a quest’età ancora non sappiamo se riusciremo a morire in pace nel nostro letto o in uno squallido ospizio.
E chissà che faccia farà la mia migliore amica quando vedrà l’anello nuovo che porto al dito, quello che l’uomo che mi ama mi ha regalato perché diventi la sua sposa: in tailleur rosso, finalmente, salirò le scale del comune, come le spose indiane, piena di colori.
Ho avuto già molti regali, ho attorno a me tutti i miei ricordi più cari, i pomeriggi con Celeste a ridere di questa vita assurda che lei ha perso troppo presto e che io non so più come gestire.
Teresa mi riempirà di strani cappelli e costumi anni cinquanta e mi lascerà addosso il suo odore di cannella e quella vitalità che mai si stanca, l’ottimismo che io le ho regalato e che tanto mi appartiene, affinché mai niente di terreno e troppo umano ci possa turbare.
Teresa è ciò che io non ho tempo di essere, lei vive per me la vita che non ho più la capacità né la voglia di fare: così frivola e piena di vitalità infantile e che io, così impegnata a cercare di campare bene, devo ormai, per sempre, tralasciare.
Buon Compleanno a tutti i mercuriani ma anche a chi non sopporta certa prosa “lutulenta”, grazie per gli auguri a chi mi conosce bene e a chi mi ha vista solo in quest’icona, grazie a chi continua a incoraggiarmi con sincerità e vero affetto.
Grazie a Teresa che è così paziente da aspettare che io trovi la mia vera voce e una buona opportunità editoriale.

domenica 12 giugno 2011

Le cose


Da oggi ho una vera scrivania su cui lavorare e ora sto seduta, finalmente comoda, su una poltrona ergonomica e stabile.
Anche il mio Buddha da oggi non traballa più, e lo guardo dalla posizione più giusta: il sottile tavolino di bambù con sopra la campana grande, dal suono ampio, grave, come la mia voce, fiori e rami di eucalipto ai lati.
Il letto è ora rivolto verso il punto cardinale giusto, così il sangue circola meglio, le idee fluiscono e i sogni, forse, si faranno vita vera. Profuma di paglia e di riso il mio tatami e il futon è quello giusto per la mia schiena, quello che va bene per rotolarcisi sopra e farci tutte le cose che mi piacciono tanto. Il Feng Shui raccomanda che nessuno specchio rifletta il letto, si rischia che la coppia raddoppi. L’ho fatto per vent’anni, come una cretina per anni ho rispettato la tradizione e non è servito a niente, stavolta ne ho appesi cinque, così avrò ampia scelta.
Le campane tubolari suonano al primo accenno di vento che qui al mare non è raro.
Adesso il mio studio è in ombra, alzando lo sguardo non vedo più i colori di prima ma sento il canto degli stessi uccelli notturni e del mare e poi, qui c’è mio padre che mi guarda da una cornice da due lire, ma non importa, l’importante è che sorrida seduto in quello scompartimento assolato, mentre viaggia verso Nizza un mattino di una vita fa.
Sul terrazzino di questa stanza non c’è abbastanza luce per le piante che amo, per i cactus dai fiori fucsia e l’aloe che mi rallegra con l'arancione. Cercherò felci interessanti, piante d’aria che sembrano testoline spettinate, che fanno figli di continuo.
Da oggi ho tutti i miei libri accanto, sulla sinistra, dalla parte del cuore. Li ho riposti un po’ a casaccio e ho sofferto per non averli aperti, non aver scorso qua e là un paragrafo, tre righe appena.
Da qui vedo L’educazione sentimentale e la Cerosa di Parma, Il diario di Sally Mara e Lo scherzo. Vedo Il Teatro di Corneille, Nostra Signora dei turchi, Il Candido. Sì, non hanno un ordine e poi sono troppi i volumi che vorrei accanto, davanti, quelli che vorrei prendere allungando appena il braccio.
È troppo tempo che non tocco la mia vita, le cose importanti che mi porto dietro da sempre, e sono emozionata, felice.
Nella scatola di latta, quella azzurra che bambina usavo per i giochi e adolescente per i rossetti, ora è perfetta per il lucido da scarpa e le spazzoline di varie misure, per le lettere d’amore ormai è troppo piccola e poi, si usa l’e mail. Di certe storie non resterà più traccia e nemmeno di chi le ha scritte, digitate; fra duecento anni non si saprà nulla della personalità dei due o più amanti, della loro cultura, omologati anche nelle capacità espressive, nei mezzi, nel tratto per tutti uguale: Times di solito, Helvetica per i più originali.
Nei cartoni che puzzano di container e di carta di giornale e di polvere, ho ritrovato anche la statuetta di Shiva intagliata a mano -regalo inaspettato da un uomo creduto lontano- sta bene lì, accanto al comodino ottocento della nonna, in contrasto, come le campane, intonate invece ai miei stati d’animo.
E anche gli incensi, e i diffusori, e le essenze hanno trovato il loro posto, così come la piuma di fagiano che mia sorella mi ha regalato nella campagna del Kent, assieme a uno sguardo aperto, e all’augurio di una vita felice.
I giochi, i miei dadi magici e le carte francesi hanno raggiunto le sue fiches collezionate per mesi in vista di un poker che non abbiamo organizzato mai.
La rosa di Gerico -che sadicamente non ho mai immerso nell’acqua- mi guarda da un piccolo cassetto dello scrittoio, domani la lascerò rivivere per poche ore prima che si secchi di nuovo, in attesa di un mio gesto di pietà.
Gli specchi, in cui mi guardo di tanto in tanto mentre scrivo, quello inglese con la cornice di rame, il piccolo portacipria che mi regalò Celeste sulla sinistra. Alle mie spalle, in alto, il ritratto che mi fece Valeria a casa di nonna, nei rari momenti in cui dormiva, in cui non rivolgeva gli occhi al cielo pregando il suo cuore forte di abbandonarla una volta per tutte.
Le cartoline delle mostre, De Chirico finalmente a vista, Matisse.
Le candele colorate, tante, che misurano da sempre il tempo del mio amore.

martedì 7 giugno 2011

Tangenziale


Già in piedi alle sei del mattino, Laura si guarda in cerca di un’espressione meno afflitta.
Ma quella che ha è l’unica, almeno in quel momento.
La donna, al sesto piano di un palazzo a un passo dalla tangenziale, fra tre ore dovrà stare in camice al fianco del Dottore, quello stronzo che guadagna il quadruplo di lei, quello puntuale che nemmeno sono le nove e già taglia e tampona.
Consuete disparità umane.
Di quel giorno, non riesce proprio a vedere la fine, strano, perché il suo destino lo vede sempre chiaramente, scritto a caratteri cubitali nel suo dna: una gabbia dalla quale non potrà uscire mai.
E quel futuro calcato sulla sua pelle chiara è sempre lo stesso, da quindici anni. Come un livido, come una cicatrice.
Tira su la maledetta ciocca troppo lunga che in parte le copre la fronte troppo alta, e tira su anche gli angoli della bocca, pare che sorrida, ma è solo un movimento involontario. Il sorriso, l’ha lasciato sull’altare il giorno delle nozze, dimenticato assieme all’accrocco di fiori economico, nauseante e pacchiano.

È pesante il respiro dell’uomo che ora dorme di là e quel giorno le stava accanto in chiesa, una chiesa che di qualunque aveva anche il nome, una concezione immacolata o un’assunzione, poco importa, almeno adesso. E quel respiro, che assomiglia più a un rantolo, le dà il ritmo e una ragione in più per fare in fretta.
Cerca di immaginare che giorno sarà. Le finestre del palazzo di fronte riflettono un cielo maledettamente chiaro, luminoso anche da lì. Non doveva esserci il sole, quel giorno l’aveva sempre immaginato buio, in ombra.
Accende il televisore ultrapiatto, lo fa ogni mattina, è un’abitudine, ma è troppo grande per quella cucina stretta e buia, per quella vita senza spiragli da cui guardare, verso cui andare, fra quattro mura ultraleggere che sembrano cartone quando senti il vicino che tira la catena del cesso e che rutta –capita!-.
Non crede ancora che sia successo proprio a lei che non ha più nemmeno l’età giusta per darla via a un buon prezzo, e che, forse, se anche l’avesse, nemmeno sarebbe così furba da darla via a quello giusto!
E pensa, Laura pensa che deve fare il caffè e che quella giornata è nata storta per quanto buio fitto vede davanti a sé e per quanto sole c’è fuori.
Mette l’acqua e il filtro, il caffè ha sempre un buon profumo, anche in una casa come quella, anche se è la quarta volta in un mese che si è rotto l’ascensore, anche se quello, di là, respira come un trattore.
Quando accende il gas, Laura è già alla conclusione che stasera troverà il tempo per farsi un bagno bollente e mettere lo smalto mentre quello guarda l’anticipo di serie A.
Una gioia per lei, che può evitare di parlare, di mettere in fila tre frasi sensate per dire che va tutto bene quando invece non è vero niente.
E speriamo pure che vince, che così poi sta tranquillo per una settimana, e magari la porta pure da qualche parte, in un centro commerciale, che lì si sta freschi e ci va pure il fratello, così se ne stanno tranquilli a parlare.
E tiene, fra le dita, coltello e biscotto, e ci mette un sacco di burro: che magari gli si alza pure il colesterolo e magari muore!
Si morde le labbra eppure sorride, in piedi, e con quell’idea in testa.
Quella che le viene tutti i giorni, appena aperti gli occhi.
Aspetta che esca il caffè, e domanda al tempo che si fermi solo un attimo, per lasciarla pensare a cosa si prova a fare il gesto finale, quello che proprio non si può dire, quello che quando lo guardi in tv, ci ridi sopra perché è solo finzione!
Quei particolari li ha già ripetuti troppe volte in mente, anche a bassa voce, sotto la doccia, quando quello dorme, come una preghiera, come un salmo, notte e giorno, sempre. Ai piedi, Laura ha pantofole vecchie ma in testa un solo obiettivo.
Lui dorme dove il buio è ancora più fitto, in quella stanza dove il sole non c’è mai, e porca puttana si è smagliata la calza!
E il rantolo dell’uomo nel letto si è fatto più breve.
Cerca qualcosa da mettere, qualcosa di comodo e poco appariscente, il solito jeans e la maglia nera, quella aderente.
Lascia stare il caffè che è uscito, chi se ne frega, lo berrà freddo.
Da una rapida occhiata ai chilometri che ha davanti, in piedi a quella cazzo di poltrona da dentista, davanti allo spettacolo poco edificante di una bocca spalancata e facce contorte: un’umanità sofferente e brutta.
Lasciamo perdere il rientro! E ha già in mano la soluzione al problema: fanculo alle conseguenze, fanculo ai pregiudizi, fanculo a tutti, e siede in cucina. Adesso ha accanto a sé una piccola valigia.
Quando impugna la stilografica del marito, quella della Laurea che avrebbe l’inchiostro secco non fosse stato per lei, che ci faceva la settimana enigmistica fra un semaforo e l’altro. Laura sente il traffico farsi più denso, e l’odore pungente delle polveri sottili.
Scrive qualcosa, ha fretta, guarda il caffè ormai freddo e le idee sono di nuovo confuse: il tempo è finito.
Prende la valigia rossa, è così vecchia perché Laura non viaggia, così leggera perché i suoi sogni si sono fatti sottili.
Pensa che quell’uomo non sa nemmeno allacciarsi le scarpe da solo. Che quell’uomo, da solo, non vivrà.
Sta ancora in piedi sulla soglia della porta, incerta, non sa nemmeno dove andare, rinchiusa da anni in un rapporto a due che non sopporta più la vista degli altri, il paragone con vite, forse, meno infelici e meno grigie.
Lui la chiama che Laura ha già il piede fuori dalla porta, il sinistro, quello del cuore e del dito dove portava l’anello.
Al secondo -vaffanculo - di quel farabutto, urlato che ancora sta nel letto, e la donna ha il sinistro sulla frizione.
Quando quel grosso maiale, in piedi in cucina, grattandosi l’uccello, arriva all’ultima riga, Laura è ferma all’Autogrill e domanda il pieno.

sabato 4 giugno 2011

40 k e 40 J: il viandante e colei che vuol capire


Questa notte, mentre attraversavo ad alta velocità mezzo mondo, fra i monsoni che mi hanno spinta fin qui e mi hanno fatto intuire quanto sia facile e possibile scomparire per sempre lassù fra le nuvole, ho fatto un nuovo incontro.
L’avevo già notato in fila al ceck inn, mentre si guardava intorno come la tessera di un puzzle che non trova il giusto incastro, un tramonto che si presenta all’alba o un pezzo di avocado in una macedonia di fragole e banane.

Una turista, di sicuro con la vista corta e il cervello "in pappa", rivolgendosi al marito di certo concorde quasi urla- ma quello che farà? Viaggerà nel vano bagagli?- e allora la curiosità mi scuote dalla tristezza degli addii e degli arrivederci: lo guardo con più attenzione.
Stupita mi avvicino a lui con cautela, come a un animale sconosciuto e ostile: indossa l’odore della strada e chissà da quanto tempo porta quei pantaloni di velluto neri, inadatti all’equatore e sporchi.
Passaporto e biglietto nel taschino di una giacca blu lisa e scolorita, si mette in fila solo quando i fumatori più accaniti, compresa la scrivente, hanno trascorso gli ultimi minuti utili nella “funking smoking room” che, piena di portacenere colmi di cicche, relegata nell’ultimo gate e nascosta, ci impedisce anche di comunicare, ingoiati da una nebbia spessa e puzzolente di catrame e nicotina.

Posto 40 K –e speriamo di non avere nessuno accanto- invece 40 J eccolo lì, lo vedo da lontano proprio accanto alla mia poltrona: posto finestrino, la cintura già allacciata al corpo magro insieme alla barba ingiallita e lunghissima, dorata, come i capelli che gli arrivavano sottili, al fondo schiena.
Mi siedo accanto a lui che subito mi rivolge uno sguardo complice di benvenuto e dopo un po’, come d’abitudine, corrompo una hostess per avere uno spazio più ampio anche se, lo ammetto, mi dispiace allontanarmi da quel campo magnetico così forte. Ma la mia curiosità viene subito premiata e la hostess mi fa sedere nei posti centrali sempre fila 40 –bene, da qui potrò dormire e osservarlo mentre sono sveglia-
Mentre i motori si preparano a partire rinuncio alla mia preghiera rituale del decollo e nella mente mi si affastellano un mare di domande e immagini, oceani di ipotesi e suggestioni fantastiche colorate dal ciano e dal giallo intenso, dal magenta e dal bianco e interrotte da un - ma tu chi sei- quasi in controtempo ai nostri sguardi che adesso s’incrociano di continuo.
Primo giro delle hostess e il mio Guru cortesemente rifiuta il solito succo colorato d’arancione ed ecco che finalmente scorgo le sue mani tenute fin qui per lo più occultate nelle maniche del maglione: eccole lì lunghe e affusolate, le unghie pulite.
Sorrido ancora e lui ancora mi risponde.
L’iride è di un azzurro quasi trasparente. E’ sicuro, l’uomo non beve e comunque è sano, almeno a giudicare dall’aspetto generale del suo organo visivo, almeno per quanto mi è dato di sapere.
E comunque non importa, adesso non riesco nemmeno a dargli un’età e nonostante Michael Douglas faccia del suo meglio, nel piccolo schermo non riesco a non vedere, con la coda dell’occhio, il mio profilo rivolto ancora e di continuo verso il sedile 40 J.
Al decollo l’ho visto ridere di cuore, in silenzio e per pochi istanti, lo sguardo al di là di tutto e, un gentile –No thanks- dopo l’altro rivolti al personale di bordo, arriviamo a metà del volo che l’uomo non ha bevuto nemmeno un goccio d’acqua, non ha mangiato un chicco di riso e non si è mai alzato dalla sua poltrona.
La rinuncia e la privazione sono l’eccezione, la bulimia e l'opulenza la regola.
Le hostess sono in agitazione, mi chiedono di parlare con lui e io ci provo ma l’uomo, interrogato gentilmente, non fa che sorridere e ripetermi –no thanks-
Uno Yogi in aeroplano? Un principe che rinuncia ai suoi beni per cercare per il mondo quattro verità sicuramente nobili? Un Lord che ha perduto la memoria e che finalmente ritrovato viene spedito nel suo castello con un foglio di via? O forse un assassino pentito che va a consegnarsi alla giustizia dell’uomo non trovando alcun conforto in quella di Dio?

A tre quarti del viaggio non si fa che parlare di lui sottovoce e con la massima ammirazione, anche alcuni passeggeri mi chiedono timidamente notizie quasi io fossi il suo editor o agente letterario o addirittura il suo autore e potessi cambiarne la storia o il carattere, omologandolo a noi comuni mortali, affaccendati con le confezioni in plastica di quel cibo puzzolente e con i telecomandi delle scomode poltrone.
E l’uomo china leggermente la testa e dorme, ma solo io potrò vederlo, leggermente voltato verso il finestrino, asciugare discretamente con le dita lacrime spesse e silenziose: forse è uno come me che ha solo sbagliato, uno che cerca un senso più reale, che vuole vivere giorno per giorno perché sa che la morte ci coglie sempre di sorpresa e talvolta anche sul più bello.
Al termine del viaggio lo seguo ancora, al controllo passaporti aspetto che lo lascino passare, sono pronta a difenderlo e a intervenire qualunque cosa accada.
-Voglio vedere che bagaglio hai, chi ti aspetta e dove vai-
Arrivato silenzioso un carico di giapponesi in mascherina e pieni di bagagli a mano lo perdo, inforco gli occhiali e lo cerco disperatamente fin nel bagno “uomini”: il mio Guru è sparito nel nulla, il mio viandante magico è stato ingoiato in un solo istante dalla folla mangiato, come spesso accade, dalle gente.
E' sparito, so di certo che non l'ho sognato.
Sono riuscita ad attraversare i monsoni lasciando che il mio respiro rimanesse calmo confondendomi nel suo sguardo azzurro umano più del solito.
Umanità e basta e forse, a volte, e per fortuna sempre più spesso, un non so che di fratellanza che mi tiene in vita facendomi sentire meno sola, così disperatamente incapace di smettere di pensare e porre sempre tutto in discussione.