domenica 30 gennaio 2011

PENNA ROSSA - 9° episodio

Ti ricordi dei miei quarant’anni? Il mio compleanno più doloroso? Dai, non è poi così difficile! Fai un piccolo sforzo, Davide, è stato pochi anni fa.
Pioveva, una pioggia settembrina che avrebbe potuto riservare una sorpresa, pensai. Un arcobaleno, pensai, e fu su quella speranza che si sovrappose la tua voce, impercettibile quasi, che diceva il mio nome.
Incerta se mi avessi chiamata o invocata, mi affacciai appena e ti trovai di spalle, fra una lingua di sole e la libreria.
Una sagoma scura e poco loquace. Una presenza così respingente che oggi mi domando perché mi lascio ancora accarezzare dalle tue mani che non conosco, perché non resisto alle tue braccia che non ho mai toccato – a mano aperta, palmo a palmo ti vorrei percorrere-. Perché ti guardo ancora ammirata?
Se allaccio le mani dietro la tua nuca forte e tu mi dici quelle frasi che solo io riesco a farti dire, -che solo io dico nella mente per tua bocca-, allora potrei lasciarmi anche andare, lo sai?
Lo sai.
Ma non è di questo che volevo dirti e non volevo manifestare ancora una volta la mia ossessione, ancora una volta ammettere che non sono guarita, che più mi allontano da te e più ti sento accanto.
Non voglio lasciare su questo file la prova di una passione insana e non volevo nemmeno parlarti delle suole delle tue scarpe sempre puntate sulla mia faccia. A proposito,  mi sono sempre domandata se riservi questa cortesia solo a me o anche ai tuoi simili-.
Dicevo dei miei quarant’anni, del pensiero di un arcobaleno cancellato dalla tua voce e dell’invito per una cena a due che non mi azzardai a fare dopo il tuo candido: la prossima donna con cui starò avrà meno di trentacinque anni.
Guardai in basso, ricordi?
Non volevo darti da leggere la mia espressione che sicuramente sarà stata così chiara da essere didascalica, rammaricata, delusa e di più ancora. Ricordo che la lama affilata attraversò il costato, perforò il polmone per fermare la sua corsa su una vertebra.
Tossii.
Freud mi guardò per poi rimettersi giù, il sopracciglio destro alzato, l’orecchio teso nella speranza di sentire una mia risposta. Sì, credo che anche il tuo cane ne ha abbastanza della tua mancanza di tatto.
Avrei dovuto dirti qualcosa invece me ne uscii con l’ultima ricerca sui suicidi di massa in Giappone –probabilmente una logica associazione di idee-, quando la sola cosa giusta da fare sarebbe stata alzarmi e andare via, correre a perdifiato verso un altrove qualunque, lontana.
Chiudere, tagliare, finirla con una storia senza senso che a provare a raccontarla uno nemmeno ci crede, una storia che io stessa stento a seguire e non oso nemmeno capire.


Comunque, oggi mi è capitata una cosa strana.
Ero su Corso Vittorio quando una donna mi ha preso il braccio. Mi ha fermata venendomi incontro, come se mi conoscesse da tempo, quasi avessimo un appuntamento.
E ho provato subito una gran pena per lei e, subito dopo, mi sono augurata una vecchiaia diversa per me, possibilmente priva di certi vuoti di memoria così pericolosi. Invece no, e mi sono ricreduta: la donna mi sorride e dice che mi trova bella, poi mi augura buona fortuna e infine aggiunge, avvicinandosi al mio orecchio, che con occhi così tristi si rischiano cattivi incontri.
Allora la curiosità mi ha vinta e le ho offerto un caffè e quando ha rifiutato le ho domandato se potevo accompagnarla da qualche parte: volevo capire.
Mi ha sorriso e subito abbiamo cominciato a camminare.
Raccontava la sua storia, triste e drammatica come molte e di tanto in tanto si fermava a osservarmi. Ho pensato alle fiabe, ho pensato che forse quella donna era una fata e che di lì a poco avrebbe tirato fuori dall’elegante pochette di coccodrillo un anello magico, una pozione, un filo qualunque da seguire con speranza.
Siamo arrivate a Ponte Sant’Angelo che parlavamo di figli, del perché non ne avevamo avuti e, lì, il silenzio del reciproco dolore ci ha separate, conducendo me al ricordo di un pomeriggio di sole e di un marito pressapochista e stupido, lei chissà dove e in compagnia di chi.


Sono forse i miei occhi tristi che non ti piacciono?
E’ colpa mia se ho guardato in faccia il dolore, se non fuggo la morte e nonostante ciò continuo a sognare?



Il cielo era diventato rosso fuoco ma Davide poté solo intuirlo riflesso nella finestra della piccola torre che aveva davanti a sé. Marina, invece, dal suo monolocale al secondo piano, su una strada piena di buche che d’improvviso si inabissa nella città vecchia, vide venature viola esplodere nell’arancione e nel rosa.
Pepe arrotolò la coda e danzò sulle zampe anteriori guantate di grigio. Marina sorrise per tutta quella grazia e si mise a mondare prezzemolo e cipolla.

venerdì 28 gennaio 2011

PENNA ROSSA - 8° episodio


Si svegliò di colpo e il sussulto improvviso trasformò in un urlo soffocato il pianto che l’aveva raggiunta nel sonno.
Le immagini trasmesse dal televisore le parvero una bestemmia, una violenza inaccettabile paragonate a ciò che aveva appena visto, sentito chiaramente eppure solo sognato.
Come in trance, avanzò fino alla finestra per guardare la vita scorrere via insieme al fiume; poi, si mise al computer.

Qualunque distanza ci separi, io ti sento Davide, ti vedo. Solo un attimo fa stavi appoggiato a un muro, le braccia incrociate sul petto, la testa reclinata appena. Stavolta mi hai vista, hai sorriso e hai continuato a guardarmi.
Era proprio il muro dell’Istituto quello che ho intravisto nel sogno? Quello del secondo cortile sempre affollato di motorini e biciclette, il muro  pieno di scritte in quel posto fitto di angoli bui. Lo sai che ogni volta ci guardavo nella speranza di vederti nell’ombra, in attesa di qualcosa, magari proprio di me?
Davide, ricordi quante volte ci siamo guardati negli occhi?
Io sì e potrei elencarle tutte, dipingerle se vuoi. Sapessi quante volte le ho riguardate, a occhi chiusi nel letto o sul tram, in treno.
La mia scena preferita è di quella volta che a Venezia mi ero seduta in fondo alla sala e tu, annoiato dal collega francese, ti mettesti in cerca di me per poi guardarmi severo e infine sorridere, all’improvviso complice.
O quel mattino di primavera, in aula magna!
E ricordi il giorno che venni a prenderti alle tre del mattino a Firenze perché avevi perso il treno e ti stava per assalire il panico? Ti ricordi che quella volta mi sfiorasti appena per poi cominciare a insultare la mia, a tuo avviso, profonda superficialità e sciatteria?

E Marina rise per quell’ossessione, ingiusta e ancora viva, che ogni giorno provava a strappare dalla memoria e dagli occhi per farla a pezzi.
Penelope mosse le orecchie grigie appena orlate di nero e, odorata l’aria, si dispose per il sonno, per quello strano dormiveglia che sa di contemplazione e di estasi.
Marina prese di nuovo a rimestare in quel sogno arrivato dal buio fitto come un lampo improvviso.


In quello stesso istante, Davide, preso da un senso di vuoto, scriveva su carta color champagne parole blu notte.
 Marina, è raro che io ricordi i sogni, lo sai, ma questa notte sei entrata nella mia testa come un'intuizione, come un lampo di genio insperato, come un’idea così brillante che acceca. Mi parlavi all’orecchio e io non sentivo parole, solo il tepore delle tue labbra e del tuo fiato sottile. Poi sei sparita all’improvviso, risucchiata in un pozzo oscuro. Indossavi un tailleur, quello che non mi stancavo mai di guardare mentre pensavo a come sfilartelo di dosso, quello grigio perla.
Rilesse la lettera e fece l’unico gesto sensato: accarezzò Freud. Poi mischiò del tabacco fra le dita e si domandò il perché di quella visione non richiesta.

Marina, che adesso teneva  fra le mani una tazza bollente di qualcosa, tornò allo scrittoio e aprì il terzo cassetto dall’alto, quello con intarsiate tre minuscole pansè.
A lungo lasciò giacere la mano accanto a una lettera di colore chiaro, ripiegata più volte.
Era lì che riponeva con cura i ricordi più tristi, compreso quello di un pomeriggio piovoso e lento a finire.
Pensò che l’inchiostro, un tempo rosso cupo, ora impallidito là dove la carta era rimasta piegata per anni, somigliava alla sua vita.
E anche la lettera, abbandonata per le prime settimane a vagare nella borsa, in seguito usata come segnalibro e segregata infine in quel cassetto buio, le ricordava la Marina di oggi, quella che grazie a un uomo si dimentica di sé e dei suoi talenti.

Caro Davide,sono tre mesi che ti chiamo dall’Inghilterra e ti fai negare.
Ti scrivo e non rispondi.
Sei così distratto da te stesso che non ricordi le scadenze di lavoro? Lo sai che abbiamo un contratto da rispettare? Io t’invio il materiale e tu lo cestini? Non rispondi? Quante domande, povero Davide.

Ricordò le parole che, distesa in un bagno caldo mentre la pioggia cadeva incessante e sottile, aveva rimesso in fila e ordinato più volte ma che dicevano altro, che giravano intorno.

Stewart è stato gentilissimo. Ha preso in affitto appartamenti confortevoli e mi ha guidata nel lavoro per gradi. Seguire Mr Freeman non è stato facile, lo sai che tiene conferenze ovunque ed è in odore di grossi premi; inoltre, lascia che te lo dica,  ha un carattere orribile.
Ti racconterò a voce tutti i particolari. Sono certa che ti divertirai.
Comunque, ho già pronte una trentina di cartelle ma immagino che almeno questo tu lo sappia nonostante continui a ignorarmi.
P.S. A volte mi domando perché  hai scelto me per le tue traduzioni. C’era Laura che mi pare avesse ottenuto un punteggio più alto del mio e comunque, è molto più affine alle tue zone di interesse. Sai anche che mi occupo di tecnologie, che amo leggere il presente e parlarne.
Comunque credo di aver fatto un buon lavoro.
Ti bacio come sempre.

Marina

Sotto c’erano alcuni numeri di telefono, appunti presi al volo, piccoli disegni e macchie varie a dissacrare l’oggetto di culto!
Quella fu la prima lettera che Marina non spedì.

Appena più in là, in linea d’aria assai poco distanti, finestre a sesto acuto filtravano la notte.
Illuminato dal display, lo sguardo di Davide era cupo. In attesa di una decisione qualunque, vide l’alba e stette in ascolto del suo cuore e del respiro asmatico di Freud. Infine, decise per un caffè.




sabato 22 gennaio 2011

PENNA ROSSA - 7° episodio

Invece la finestra dello studio di Davide dava su un ampio cortile.
Il palazzo, fortunata eredità della famiglia, si trovava nei pressi di Via dei Coronari e, nascosto, si svelava solo a chi fosse stato invitato.
Le finestre a sesto acuto sulla sinistra che, nella bella stagione, si occultavano tra i folti rampicanti, guardavano adesso come occhi avvolti nella cecità il cielo luminoso e terso.
Passando da lì, chiunque avrebbe potuto udire il rauco abbaiare di Freud, il vecchio maremmano di Davide che di tanto in tanto ululava al nulla, forse solo per tenersi in esercizio o per farsi notare.
Ed era da lì che Davide lanciava occhiate severe al mondo che, nel suo caso, si presentava pressoché disabitato e silenzioso.

Ricordi quando incrociai il mio sguardo al tuo e sembrò che non potessimo staccarci mai?
Sì, lo ricordi, non mentire.
Eravamo in Istituto, presentavo il saggio di Maffiotti e tu stavi appoggiata al muro, in cerca di chissà quali parole.
Ero diventato così bravo a evitarti che veramente si poteva credere che tu mi fossi indifferente ma quel giorno non ne fui proprio capace e ritornai su di te più e più volte mentre distrattamente sfogliavo le pagine del libro. Conteneva una preghiera il tuo sguardo, una supplica così sincera che non potei proprio fare a meno di amarti.
Ma perché mi costringi a parlare, perché devo piegarmi a usare parole che non hanno più senso per me, a ripercorrere strade che so bene essere chiuse, sbarrate, impraticabili ormai.
Credevo di essere stato chiaro, che fra noi non si dovesse più ricreare l’inganno, che non dovessi provare mai più la pena del distacco e della noia, della passione momentanea, dell’ingordigia del piacere e della fine di ogni attrazione.
Marina, ti prego, ne potrei anche morire.
Allontana da me ogni pensiero, ti prego.
Eppure so che il solo modo per ucciderti è prenderti, la sola maniera di allontanarti è amarti come vuoi tu, che è lo stesso di come voglio io: lentamente, al buio, misurando il tuo corpo fin nelle pieghe più nascoste, per ore.
Avrei voluto toccarti ogni volta che mi stavi nei pressi, silenziosa, profumata di sud, di sabbia e di mare eppure, ogni volta che le tue mani forti si avvicinavano, mi prendeva un senso di rabbia e di paura infantile e scappavo, e mi alzavo di scatto dalla scrivania –ricordi che una volta rovesciai il vaso con i fiori?-.
E in questo stesso istante lo so che ci sei, t’immagino infilata in una tuta, Pepe che ti guarda dalla poltrona rossa e fa le fusa, tu impegnata in chissà cosa, in cerca della maniera per distruggermi, per allontanarmi da te per sempre: ma non ce la fai.
Marina, Marina e milioni di volte Marina, vorrei dirti vieni qua da me, vorrei alzare il telefono che da stamattina guardo di continuo e dirti scappa, corri, sono qui, aspetto solo te, sei tu l’unica donna che abita i miei sogni e il mio desiderio appena risvegliato.
Ma so già a cosa andremmo incontro: il lento svelarsi dei miei difetti e dei tuoi, la confidenza che diventa ingombrante, l’intimità che a poco a poco si trasforma in fratellanza.

Si portò i palmi delle mani sugli occhi stanchi. Curvo, rimase a fissare il legno della robusta scrivania, le venature più chiare, i minuscoli nodi, le tarlature più e più volte chiuse dall’intervento dell’ebanista Piero.
Sconfitto da quella lunga assenza, assordato dal silenzio, andò alla libreria che si arrampicava fin su in alto e prese un volume che aprì sul frontespizio: Roma 17 Dicembre 2010, tua Marina.
Scorse le pagine fermandosi a leggere le frasi sottolineate, i commenti microscopici apposti sul lato e pianse silenziosamente, stretto nella sua incapacità di rischiare, di andare avanti o di ritornare sui suoi passi che, così decisi, le avevano voltato le spalle.



Foto: Bresson-Bike



venerdì 21 gennaio 2011

PENNA ROSSA - 6° episodio


Oggi pulizia annuale della libreria!
Non puoi saperlo, è vero, ma fra le tante ho anche la mania dell’ordine.
Quando mi dedico a questa delicata operazione, ho bisogno di una giornata intera. Un viaggio così impegnativo fra pagine che muovono emozioni, suggeriscono vie d’uscita e leniscono ferite a volte anche gravi, non si può liquidare in poche ore.
Ogni volta cambio criterio di archiviazione e questo è l’anno dei generi,  così ho relegato i testi di sociologia in alto, in modo che anche i tuoi libri, Davide, rimarranno nascosti alla mia vista, irraggiungibili.
Mi muovo fra pile di libri che occupano tutto lo spazio disponibile al suono di pianoforti e viole, è tradizione che la colonna sonora di questo flash back sia Schubert e faccio attenzione, mentre loro, instabili, attendono le mie cure.

Pepe si sente al sicuro e fa le fusa sulla sua poltrona, quella di velluto rosso che avrei dovuto buttare via anni fa ma che, da quando c’è lei, si è resa necessaria.
E io? Arriverà un giorno in cui anche io sarò necessaria? Non dire nulla, Davide, in fondo  conosco bene la risposta.
I libri si nascondono, forse lo sai. Oggi, per esempio,  ho ritrovato “Il Rosso e il Nero” archiviato sotto la lettera A.
A come amore?
A come Andrea che me l’aveva regalato?
I libri nascondono tesori inestimabili. Pensa che, alcuni anni fa, tra le pagine di uno Sciascia, ritrovai il numero di telefono di Isabel, te la ricordi?  E poi,  sottile come un’ostia, una lettera di Franco, quello che trovai a letto con un’altra e a tre mesi dalla data fissata per il nostro matrimonio.
Pazienza mi dissi, pare che anche Colette sia stata più volte tradita.
La macchia di nutella su “Orgoglio e Pregiudizio”, invece, è il mio primo trenta e lode mancato!
Un pezzo di pizza bianca farcita comprata in Via del Governo Vecchio e divorata insieme al pianto sulle scale della Chiesa a San Luigi dei Francesi che, chiusa per la pausa pranzo, mi negò anche la vista del Caravaggio: drammatico al punto giusto.
Nelle Memorie di Adriano ho trovato una margherita e tre non ti scordar di me: me li aveva infilati fra i capelli mio padre. Soffiava un forte vento di tramontana quel mattino in stazione, lui mi alzò con forza il bavero di un cappotto color miele e mi sussurrò in un orecchio la nostra parola magica. Non lo vidi più.
La data sul frontespizio non è così  importante, conosco bene la storia di ogni volume, così legata alla mia. Ricordo il colore del cielo, a che ritmo andava il mio cuore.
E ci passo le dita a lungo sulla carta che il tempo ha reso porosa, spessa, che il fumo di  mille sigarette ha ingiallito; la sabbia ancora intrappolata fra le pagine ondulate dal sale, i miei appunti e le mille sottolineature, le fotografie della mia vita.
Ed è per questo che ti ho sempre regalato i miei libri, quelli passati per le mie mani, affinché leggessi nel mio cuore attraverso segni, ascoltando parole di altri.
Ed è a pagina 90 di” Lettera al mio giudice” che campeggia invece una larga macchia di caffè: non potevo distogliere lo sguardo da quelle righe, dovevo andare avanti, scorrere assieme alla sua passione, arrivare al più presto alla fine per poi disperarmi di nostalgia e di dolore.

Un bagliore attraversò lo sguardo di Marina.
Guardò un paio di volte oltre la finestra il cielo azzurro, l’aria limpida e chiara.
Si tenne impegnata per alcuni minuti, accese un incenso dalla fragranza pastosa e scura, maschile, e vagò per la stanza in cerca di qualcosa.
Finalmente, in una scatola di latta nascosta sotto il lavabo, in cucina, e finita per sua mano sul fondo, trovò un ritaglio di giornale, una foto ritraeva Davide vincitore di qualcosa.
La guardò a lungo prima di farla a pezzi.
Tornò al panciuto scrittoio della nonna e accese una sigaretta, rilesse l’e mail un paio di volte e respirò a fondo prima di cestinarla.


martedì 11 gennaio 2011

Teresa e i nodi da sciogliere.

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Stavolta è arrivata prima lei e a me toccherà pagare il conto.
Per l’Epifania è tradizione scambiarci un regalino e per Terry ho scelto un bel libro di psicologia, uno di quei manuali da leggere in piedi su un tram, dove vengono dispensati inutili consigli su come evitare innamoramenti catastrofici.
Nulla avviene per caso, urliamo in coro fra baci e abbracci!  Infatti, il tema dell’incontro urgente al solito caffè in via del Babuino è la  nuova storia d’amore di Susanna, amica over quaranta e disperatamente single.
Di fronte a una fetta di torta al cioccolato si fa all’improvviso scura in viso: le ho detto che è meglio stia molto attenta... mormora Teresa fra una boccata e l’altra di una sigaretta elettronica che secondo lei l’aiuterà a smettere.
Quella s’innamora subito, e il quarantenne è pericoloso, subdolo! E allarga i grandi occhi luminosi come una bambina che abbia di fronte a sé un disastro apocalittico e aggiunge con espressione grave che a quell’età l’uomo è infido, bugiardo e ci prova con tutte!
Perché,  intervengo subito io in veste di grande esperta in materia di fallimenti sentimentali, torture psicologiche e intricati labirinti mentali, il cinquantenne sta a guardare?  Insisto sul fatto che non possiamo fare il processo alle intenzioni e che, comunque, almeno a mio avviso, ogni lasciata è persa!
Terry ci pensa su un attimo e, dopo aver ingoiato un paio di grossi bocconi di calorie, mi rilancia la palla cantilenando la sua teoria con accento del sud: ammesso e non concesso che tutto dovesse filare liscio - e muove le mani confusamente come a rappresentare la difficoltà che ciò avvenga- come la mettiamo se un domani il tizio volesse dei bambini?
Infine e alzando la voce sentenzia categorica: e come si sentirà fra dieci anni la mia cara amica Susanna quando lui sarà un aitante cinquantenne e lei avrà l’interno coscia flaccido?
E con questa immagine raccapricciante e il Barman che annuisce, sono costretta a segnare un punto a favore di Teresa che nel frattempo si rinvigorisce facendo a pezzi una seconda fetta di torta, questa volta alle mele.
Poi, abbassando la voce per evitare di rendere di nuovo partecipe dei fatti nostri il ragazzo al bancone che nel frattempo se la ride, mi si fa più vicina tanto che sento forte il suo inconfondibile profumo di cannella e sibila: il problema è che siamo destinate ad altri! E si chiude subito in se stessa tirandosi indietro contro il morbido schienale, come una Sibilla che abbia pronunciato infauste parole e resti in attesa di una buona risposta.
Ovviamente aspetta che io prosegua e così faccio, esprimendo un punto di domanda con la sola espressione del mio viso.
Ecco, riprende a ragionare,  il problema è che adesso sono i più giovani che ci guardano, sono loro che vanno in cerca dell’amore e che non sono stati ancora delusi, che prendono le storie così come vengono e che si lasciano travolgere dalla passione. E, messo un punto fermo, riprende il suo combattimento con la torta di mele.
In effetti, Teresa ha ragione anche se, le faccio subito notare, non sono molto incline a ragionare per luoghi comuni; comunque, di certe faccende bisogna pure dialogare.
Ed è proprio parlando che io e Teresa in questi anni abbiamo sviluppato ottimi anticorpi a certi tipi di uomo, quelli complicati, che portano in sé mille labirinti, i cintura nera di narcisismo e i medaglia d’oro di cinismo.
Perfetto Terry, e stavolta la provoco un po’ tirando fuori dal cilindro vecchie storie come la delusione avuta con Max non ancora trentenne o peggio con Daniele, il venticinquenne che, oltre a farle perdere tempo, le ha anche incasinato la vita - la verità è che amo vedere le sue guance morbide prendere fuoco e diventare un tutt’uno con i capelli che oggi ha domato, raccogliendoli in una coda bassa-.
Ma forse non basta e, quasi per vendicarmi delle notti passate ad ascoltare il  suo pianto, riprendo con il nutrito elenco di cavalieri senza macchia e molta paura che le hanno tolto energia e spazi mentali, gioia di vivere e stima in se stessa, tempo e opportunità di nuovi incontri.
Terry si è fatta piccina e, schiacciata da quei ricordi dolorosi, cerca di opporre scuse e fa di tutto per sorvolare su quelle storie che lei chiama “stupidi inciampi” ma che, lì per lì, sembrano passioni eterne e senza fine.
Il problema è che noi incontriamo solo uomini complicati, maschi dai mille nodi da sciogliere, uomini che se la tirano manco fossero femminucce al primo appuntamento, signori di ogni età che, in virtù della propria virilità e della nostra disponibilità, giocano come il gatto con il topo.
Cerco di scongiurare l’amarezza con una tazza di cioccolata ma già intravedo nei suoi occhi una luce diversa, si specchia nella vetrina che luccica di addobbi natalizi e mi fa – scusami cara ma ora scappo- e adesso sono io che spalanco gli occhi chiedendole una spiegazione.
- E’ passato adesso Paolo, mi dice infilando una vecchia pelliccia sintetica leopardata, te lo ricordi il quarantenne con il senso di colpa verso la prima moglie che mi disse ti chiamo domani e sparì nel nulla?- e si affretta a uscire dal Bar – Ti chiamo io più tardi!- e sparisce ingoiata dalla folla dei saldi invernali.
Il Barman guarda la mia espressione confusa, sorride e mi offre qualcosa di forte.




martedì 4 gennaio 2011

PENNA ROSSA 5° Episodio

Laura gli porse la carta da lettere e scomparve silenziosa.
Il Professore detestava scrivere al computer, lo faceva solo per gli articoli e le pubblicazioni, che comunque dettava, ma per le lettere e i messaggi personali continuava a usare la carta, quella con le sue tre iniziali in alto a destra, colore su colore.
Fino a un anno prima era Marina a occuparsene ed era suo anche il compito di riempire le stilografiche con i diversi inchiostri.
Pose il foglio sul tappetino di pelle e ci passò un paio di volte il palmo della mano, come per assicurarsi che non avesse pieghe, perché le parole non vi si nascondessero, esiliate in un punto invisibile di quella carta raffinata e sottile.
Si mise a contemplare l’ordine che regnava sulla scrivania in attesa del giusto incipit e, quando la frase compiuta si formò nella sua mente, svitò con calma la penna che a un suo ordine solcò il foglio appena ruvido.


  - “Promenade”, ricordo bene quel quadro, Marina, ricordo anche che fuori pioveva, che tu avevi un abito rosso e che ti dissi che avrei voluto fissare quell’istante nella mia memoria, per sempre-.
E si mise di nuovo a vagare con lo sguardo altrove e con la mente ancora più lontano.
Faceva caldo, c’era un’afa insopportabile quando la vide per la prima volta alcuni mesi prima del colloquio di lavoro.
In realtà aveva deciso di presenziare all’evento solo un giorno prima, le implicazioni sociologiche dei social network non facevano parte della sua sfera di interesse ma si convinse che forse c’era un motivo diverso per essere lì.
Marina lo conosceva da tempo, aveva studiato sui suoi libri e di lui possedeva anche i saggi introvabili, quelli che aveva scritto in Germania durante gli anni di specializzazione. Ma lei non lo vide, al contrario di Davide che rimase colpito dalla forza con cui la donna metteva in discussione la teoria del relatore, dalla chiarezza delle sue argomentazioni, dalla profonda ironia che permeava il suo ragionamento.
E quando tempo dopo se la ritrovò in studio, smarrita, improvvisamente fragile, decise di sperimentare su di lei qualcosa che nemmeno lui aveva ben chiaro in mente e che, solo adesso, riconosceva come un banale gioco di seduzione, una prova di forza e nulla più.
Non la chiamava in piena notte domandandole particolari intimi, non parlava un linguaggio osceno e non si dava da fare usando quelle immagini per il suo piacere carnale ma, ogni giorno, la provocava attraverso gesti invisibili, brevi occhiate, parole a un primo ascolto prive di peso. Sapeva che lei avrebbe colto quelle provocazioni, visto il potere che già esercitava su di lei, e sapeva anche che lui le avrebbe negate, ogni giorno.
Infatti un pomeriggio di Novembre le disse che quella reciproca attrazione non andava assecondata, che sarebbe stato pericoloso per entrambi, che era stanco, vecchio, che voleva riprendere la relazione con sua moglie e senza finzioni.
In basso, la donna nel suo abito bianco e nero dall’aria retrò lo aveva guardato.
Ti dispiace molto vero?-
Lei fu rapida nella risposta e si sentì anche sollevata, almeno in quel momento, visto che la relazione con un uomo di quel tipo le era parsa da subito troppo impegnativa seppur così seducente.
Non aveva mai conosciuto un uomo tanto egocentrico, autoreferenziale e innamorato di se stesso e delle proprie idee da disinteressarsi di quanto gli accadeva intorno. Così poco sensibile da ferirla di continuo.
In realtà non sapeva che quel negarsi non era che l’inizio di un gioco al massacro, evitabile.

Davide scosse la testa un paio di volte e si diede dell’idiota.
Perché una volta compresa la pericolosità di quella partita a due non l’aveva interrotta. Perché non riusciva più a dominare il piacere che provava nello scorgere in lei quell’espressione di dolore diffuso.
- Sei tu che sei andata oltre, che hai voluto vedere ciò che non c’era.
Non pensavo che un’amicizia potesse essere fraintesa. Stimo molto la tua intelligenza e so che capirai-.
Si alzò dalla scrivania e senza rileggere quelle poche righe affatto convincenti strinse il foglio in un pugno e lo lanciò nel cestino.
Davide sentiva chiaramente l’odore putrescente di cui parlava Marina: la fiamma che aveva reso arido il suo cuore bruciava ancora.
Ma sapeva bene che, una volta consumata, quella passione si sarebbe comunque risolta nella noia, nel già visto, in qualcosa di veramente triste, nel solito addio doloroso, molto più doloroso della rinuncia al desiderio che di giorno in giorno cresceva anziché spegnersi.
Doveva scriverle qualcosa.
Erano troppe settimane che intorno a lei si era fatto silenzio.

sabato 1 gennaio 2011

Teresa e il tempo che passa.

- così mai…così quasi mai…così sempre!-
E Teresa muove gli avambracci sottili e pieni di pendagli avanti e indietro sul bordo della tavola mostrandomi come, secondo la basilare buona educazione italica, vadano tenute le mani mentre si mangia.


E, mentre il bambino over five del tavolo accanto inzuppa indisturbato la pizza nel boccale di birra del padre, Teresa continua come in un mantra a ripetere -che modi…-
Ed è proprio durante le feste, a ridosso del capodanno, che Terry sente forte e presente il morso della nostalgia, che sente palpabile la distanza da un tempo ancora carico di buone maniere e di gesti simbolici.
Sua nonna, una donna altera dallo sguardo azzurro ghiaccio vestita Chanel, le ripeteva la stessa solfa ogni domenica e, dopo pranzo, mentre i cugini si scatenavano in giochi arditi, Teresa restava con lei ad apprendere le basi del vivere civile e, come si diceva allora, borghese.
Una pila di libri sulla testa, Terry, con grande soddisfazione della nonna dal nome floreale,  profumata Dior, passeggiava su e giù per il salone di casa, dritta come un fuso e gesticolando appena.
Ma non bastava. Per l’educazione di Teresa, la nipote più bella, seppur troppo minuta secondo i canoni di bellezza della nonna educata in un collegio svizzero, furono istituite lunghe sessioni al tavolo da tè, a quello da bridge, e la lettura settimanale di almeno un capitolo del libro delle ricette di cucina regionali.
Altre lezioni consistevano nell’imparare ad apparecchiare la tavola -conservando stretta la speranza di non doverlo mai fare in prima persona-, nella conversazione e nell’apprendimento dei differenti saluti. E quella fu per lei la più importante fra le lezioni: capire che alla base dei rapporti umani esiste una gerarchia dovuta in primo luogo al sesso e infine all’età.
E la piccola Teresa, i capelli rossi stretti in due spesse trecce, immaginava uomini di ogni fattezza, età e classe sociale avvicinarsi al suo tavolo e mutare espressione al solo vederla.
La scelta del corredo, poi, fu per la mia “rossa” amica che adesso raccontava felice di quel bon ton dimenticato, il modo perfetto per imparare tutto sui tessuti, i pizzi, gli orli, la giusta dimensione delle cifre da ricamare, il modo per piegare e riporre la biancheria di casa nei bauli e in valigia.
E fu così che la nonna dagli occhi di ghiaccio, che camminava come un uomo e di un uomo aveva la forza, aprì a Teresa le porte della raffinatezza mostrandole i bauli di famiglia e le storie che essi contenevano.
E da allora, da quella domenica di novembre piovosa e triste, iniziò la narrazione dei segreti delle donne, delle trame ordite per spezzare o favorire unioni, dei trucchi per tenersi un uomo. E tutte le storie finivano con un lungo bacio e un arrivederci, e tutte parlavano di promesse e lunghe assenze, di rossori e pudori infantili, come l’impegno del nonno Riccardo che, per un intero anno, si presentò alla stessa ora davanti alla sua porta, in attesa che qualcuno finalmente gli aprisse.
E il portacipria d’argento, e il pettinino di osso, e le piccole foto abbracciate a minuscole treccine, a nastrini di raso mangiati dal tempo, fragili come ostie e come ostie pieni di una sacralità senza tempo, legata alle radici e al sangue.

-Perché ti racconto questo?-
E prende tempo facendo cadere il tovagliolo e fingendo di raccoglierlo e, voltandosi in qua e in là come in cerca di qualcuno, Teresa asciuga una grossa lacrima che rapida solca il bordo del suo viso rotondo.
Si sa, è la nostalgia, dice guardandomi appena, o forse la consapevolezza che tutto passa e se ne va o forse, e qui sorride un poco, è solo raffreddore...