sabato 26 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 13° episodio


Da quella sera, quando sono venuta a cercare la tua ombra o un’idea di te, lì in alto, dietro le finestre a sesto acuto del tuo studio, è già passato un mese.
Nel frattempo mio fratello è stato da me per un paio di settimane e qualche giorno, domandandomi di continuo come stessi e propinandomi medicine e calmanti di cui non credo di aver bisogno.
Ho solo bisogno di te, Davide.
Ma non posso nemmeno dirtelo.
Ho provato a chiamare il tuo vecchio numero una, due, tre volte: mi piace l’idea di torturarmi nella speranza che sia ancora la tua voce che risponde e, anche se subito delusa, è troppo forte l’emozione dell’attesa per proibirmi di farlo.
Al contrario del tuo, il mio cuore non è abbastanza forte.
Ho cercato, ho provato con tutta me stessa a dimenticarti e farmene una ragione, ma negli ultimi mesi sento così forte la tua presenza accanto che a volte credo di non essere poi così pazza e che, forse, a pochi metri di distanza da me, in linea d’aria, anche tu soffri per la mia mancanza, e anche tu vivi di rimpianti.
Mi domando cosa sarebbe successo se ti avessi preso la mano, se l’avessi accarezzata con l’amore che provo per te quando mi sei distante, con lo sguardo sincero, quello che vedo di me adesso, nello specchio.
Mi avresti comunque respinta, lo so.
Sono nove mesi, Davide, nove mesi e otto giorni che non sento la tua voce. Sono stata così brava da distruggere tutti i file audio delle tue conferenze, tutte le foto, i ritagli di giornale che con cura ho archiviato negli anni. I libri, li ho nascosti in alto. Eppure, l’idea di te è sempre presente.
E’ sempre lì il rumoroso tarlo che mi parla di te e del mio amore grande che tu hai respinto.
E i ricordi, tanti, si affollano alla mente senza preavviso: un suono particolare, la leggera brezza all’imbrunire, il silenzio delle strade la domenica mattina quando passando sotto casa citofonavi per salire “un momento” e invece restavamo a parlare per delle ore di te e del tuo continuo affanno.
Ti amo senza soluzione, Davide, anche se mi proibisco di farlo.
Andando via, mio fratello mi ha pregato ancora una volta di starti lontana e di non avvicinarmi alla tua casa, a tua moglie o a Laura, e lo ha fatto con accento commosso, con un’espressione in viso mai vista.
Ma è come se invece di spegnersi, l’idea di te si fosse fatta accecante, come se, a pochi metri di distanza, tu non facessi che ripetere il mio nome come un mantra.


In quell’imbrunire opaco di nuvole e gas di scarico, Davide accese la pipa e rivolse lo sguardo qua e là nella stanza in penombra: lì la scrivania ordinata, la libreria , il caminetto acceso, Freud che di tanto in tanto muove un sopracciglio.
Si alzò e camminò lentamente per lo studio; poi, diede ordine a Laura di portare cappotto e cappello.
Scese le scale con calma, come quando faceva “due passi” nel tardo pomeriggio, giusto per salutare un po’ di gente, per godersi Roma in mezzo agli altri.
Così percorse tutto il vicolo buio e freddo, parte di via dei Coronari per poi svoltare a destra.
E si trovò sotto casa di Marina.
Guardò verso le finestre accese e sentì della musica provenire dal suo appartamento.
Volle immaginarla attorcigliata nella poltrona rossa e abbracciata a Pepe e a un maglione morbido, volle immaginarla nuda sotto il maglione e calda, volle pensare al suo sguardo triste e disperato, agli occhi che le si facevano grandi e lucidi quando lui le iniettava, all’improvviso, una falsa speranza.
Quante volte si era detto che sarebbe bastato un niente per scoprire se quello lì fosse vero amore o una passione passeggera come tante. E invece, niente, e si era negato quella scoperta, convinto che tanto sarebbe arsa rapidamente, che anche quel legame all’apparenza coinvolgente non fosse che una perdita di tempo e un azzardo.
E così aveva preferito lasciarla sospesa nel vuoto di una mancata risposta, darle della pazza e della nevrotica quando lei gli diceva, guardando in basso, che sentiva che per lui quel sentimento era lo stesso.
Come sarebbe stato se avesse ceduto? Se si fosse lasciato andare a quel lungo abbraccio? E se fosse stata lei, la sola a poter lenire le sue ferite secolari, a colorare le pareti del suo odio sottile per il mondo, la sfiducia verso i suoi simili così radicata e forte?

La vibrazione del cellulare lo scosse da quelle domande che ora, nascosto nell’ombra, l’assalivano.
A passo svelto si diresse verso casa.
Marina, abbracciata a se stessa e al quel costante dolore, guardò verso la finestra: il buio aveva ingoiato ogni colore.

(Foto: Mimmo Jodice)

La Collezionista.


Era il solstizio d'autunno il periodo in cui Anna metteva in ordine e spolverava la sua collezione.
Con cura tirava via dalle cornici a giorno, tutte della stessa dimensione, le foto in bianco e nero e a colori della sua preziosa e del tutto originale collezione e, se fino a pochi anni prima la teneva nascosta a occhi estranei, adesso ne andava così fiera da aver disposto quella specie di "reliquiario" sulla parete centrale dell’elegante salone in Via dei Gracchi.
Tutti, quando ne parlava, si lanciavano in dissertazioni sul bello oggettivo ma che finivano, inevitabilmente, nel concludersi in un –Ah... però!- meravigliato e sincero di fronte a quella fila di cornici.
Perché non ci si poteva non sbalordire di fronte a quell'assurda collezione.
Aveva cominciato quella raccolta alle elementari e, precisamente, durante la terza settimana di scuola quando il primo di loro si fece avanti e lo vide arrossire a un suo sguardo casuale.
Anna era la più bella della classe, forse la più bella del plesso elementare inferiore, tanto che alcuni già scrivevano per lei frasi d'amore e poesie sgrammaticate sulle porte azzurre dei piccoli bagni al primo piano.
E fu proprio da quel mercoledì di un Ottobre tiepido, sotto un salice malato, che proprio non poté fare a meno di considerare la timidezza e il difetto, ma anche il balbettio o l’eccessiva magrezza, come una dote ai suoi occhi irrinunciabile.
Lauro, così si chiamava il primo pezzo della collezione, le si avvicinò con tutto il garbo e la dolcezza che un'anima triste e sola poteva contenere in sé: di statura modesta e magrissimo, portava occhiali dalle lenti così spesse che di lui si vedevano solo due larghi e luccicanti occhi neri e Dio, o chi per lui, aveva pensato di completare l'opera aggiungendo a quegli occhi un tantino troppo distanti una consistente deviazione degli assi visivi.
In classe, e per difendersi dalla derisione costante di quella massa di anime crudeli, Lauro sedeva al primo banco, vicino alla maestra. Durante la ricreazione, invece, consumava la merenda accanto alla guardiola della bidella, non osando scendere in cortile dove sapeva che di sicuro gli sarebbe capitato qualcosa di molto spiacevole.
E Anna, tornata a casa carica di regali e puerili biglietti d'amore, dedicò da quel giorno in poi, a Lauro e a quelli che l’avrebbero seguito, ogni suo pensiero e carezza.
Non si saprà mai che fine facessero poi quei ragazzini, una volta scattata la foto, una volta intrappolati in quella inaspettata relazione, di certo c’è che da quel giorno, e nonostante le facce sorprese dei compagni di classe, Anna sedette accanto a lui al primo banco, prendendogli, di tanto in tanto, la mano molle e un tantino umidiccia.
Più tardi, al liceo, e più avanti ancora, la vita le diede ragione e, quando ascoltava i racconti di amori tempestosi, di corna e tradimenti si rafforzava in lei la convinzione di aver fatto la scelta più giusta.
Al di là della mancanza di armonia, delle asimmetrie e dei colori sbiaditi, Anna cercava uomini che contenessero in sé anche nevrosi, ossessioni e comportamenti compulsivi tali che fosse veramente difficile per loro trovare riparo altrove.
La sensibilità di alcuni e la dolcezza che s’insinuava in ogni loro gesto o sguardo portava Anna fin quasi al pianto, a una commozione così profonda che mai in vita sua si sarebbe sognata di far loro un torto.
-di quale amore e dedizione può essere capace una creatura così fragile!- pensava ogni volta che ne incontrava uno.
Questa, l’ossessione che da quel mercoledì tiepido, sotto un salice malato, l’aveva abbracciata.


E anche quello era un mercoledì! Se ne ricordò solo dopo aver sbattuto la porta dell’aula, dopo aver percorso a passo svelto il lungo corridoio dell’università, dopo aver sceso di corsa le scale.

Solo dopo un caffè lungo, macchiato e amaro, fu in grado di riprendere un passo normale, il suo, quello tipico di una donna piuttosto bella, sicura di sé, alta il giusto, mora, dai tratti tipici della donna del sud, il passo di chi sa come farsi guardare, di come ipnotizzare chiunque con il dondolio morbido dei suoi fianchi e di quell’abito verde smeraldo.
Anna, quel giorno, avrebbe voluto mettere fine alla sua ricerca. Arrivata a trent’anni, stava per mettere le mani sul pezzo più raro di quella strana collezione quando, dalle labbra piccole e sottili del Professore di statistica, un –no, mi dispiace- secco e perentorio frantumò il suo sogno.
All’ingresso dell’aula ventinove della facoltà di Matematica quelle tre parole separate da una pausa e da un breve sorriso, comunque timido e sottotono, misero fine a quell’hobby così poco consueto.
Si allontanò dall’Università a passo svelto domandandosi il perché di quel rifiuto, svoltato l’angolo scomparve fra l’umanità, una sagoma verde smeraldo confusa fra la gente.

martedì 22 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 12° episodio

Sono tornata a Roma da alcuni giorni e di nuovo il tuo nome risuona nei pochi spazi vuoti del mio tempo.
Cosa voglio da te. Cosa ho mai desiderato. Cosa ho visto in una creatura così, uno che di fronte a tanto amore ha deciso che no, non si poteva fare.
E poi perché? 
Te lo sei mai chiesto, fra un impegno e l’altro, fra una lezione e una conferenza?
Pensavi magari chissà quale impegno, a una passione amorosa bulimica, a una perdita di tempo! Io non chiedevo niente, nessun viaggio a Parigi, Davide, nessuno smeraldo.
Con te, di tanto in tanto, avrei voluto passeggiare per le strade del centro, sotto braccio, come due vecchi amici che si sanno leggere dentro. Con te, amore mio, in visita a una mostra o un museo, vincendo così anche le mie paure, l'ansia che mi prende se guardo troppo il bello. 
Ti avrei invitato a cena, a casa da me, con tutto quel che segue, se segue.
E sogno, immagino l’attesa del tuo arrivo, le candele, gli incensi, i preparativi soliti per rendere tutto perfetto, per un nuovo inizio, una nuova fine.


Ho imparato a cucinare l’arista al latte, questo non lo sai, e faccio sì che nel lavello non rimangano mai residui di cibo –ricordo ancora quando licenziasti la povera Maria per un'invisibile foglia di prezzemolo rimasta lì per distrazione-. Quando cucino la pasta al forno, bado di fare le polpettine piccolissime, come piacciono a te. 
Dicevi sempre che preferivi cenare in casa, che il cibo cucinato con amore ha il sapore della pelle di chi lo ha toccato.
Avrei voluto massaggiarti le spalle, sempre contratte e doloranti, lo so, passarti le mani sulla testa, fra i capelli, e tirar via tutti i pensieri cattivi, le noie, i dubbi sull’esistenza e sull’amore che ancora ti turbano.
Con te avrei voluto parlare, nel buio, fra le carezze, nel tuo respiro.
Ascoltare i tuoi racconti, nel buio, sul tuo cuore.
Quanto invidio la tua capacità di affabulare, e le lunghe pause, e le domande retoriche fatte ad arte alla  grande platea, al momento giusto, fino a spezzare la tensione di un momento. L’ironia che scatena una risata collettiva, quella che ti aspetti e che deve arrivare proprio lì, in quel punto esatto.
Avrei voluto contribuire alla tua felicità, essere la giusta componente, l’ingrediente più appropriato al tuo gusto: questo il mio dono.
Camminare accanto a te, in silenzio.
Ricordi quella volta a Praga? Riflessi in quello specchio, sembravamo giusti assieme anzi, perfetti.
Mi concedesti anche un ritardo clamoroso e, scese le scale di quel piccolo albergo, non potesti fare a meno di rubare una rosa: è in un cassetto, quello dei ricordi dolorosi, quello che sai, l’unico chiuso a chiave. Sai bene quale. 
E quanto ti diede fastidio non poter vedere cosa c’era dentro! Ricordi?
- Marina, fammi vedere!- e non ti saresti mai aspettato un mio rifiuto, quel giorno che avevo
la febbre alta, quando arrivasti inaspettato dopo avermi annunciato che avresti mandato il tuo medico. Non ci potevo credere, vedendoti nell’ombra, sulla porta, pervaso da un’espressione sconosciuta di docilità e compassione.
Davide, ho scoperto delle rughe sul mio viso, sono piccole lo so, ma presto mi devasteranno.
Avrei voluto le tue carezze per una volta sola e dopo, te lo giuro, mi sarei disciolta per sempre in un ricordo.
Invece, ti sei comportato da maestro, hai mantenuto la parola e, negandoti, mi hai ridotta in catene.
Ma era forse questo che volevi?

Si fermò a lungo a scorrere quelle righe, poi si alzò e, preso cappotto e sciarpa, scese le scale di corsa, come se avesse dimenticato qualcosa di importante o dovesse comprare il pane un minuto prima della chiusura dei negozi.
Percorse il vicolo freddo e si fermò davanti al cortile della casa di Davide.
Accese una sigaretta e si appoggiò al muro finché vide la luce calda dello studio e si nascose dietro l’angolo, il cuore che faceva fatica a correre dietro all’emozione.
E volle immaginarlo  in giacca da camera, prima, nel suo cachemire preferito, poi, quello color canna da zucchero che dava risalto al suo incarnato scuro.
Volle vederlo con il solito libro in mano, l’ultimo saggio di Bauman, per esempio, o il “Libro Rosso” appena ristampato.
Immaginò anche la sua espressione annoiata, stanca per la lunga giornata, per la nuova assistente che ancora non sa come lui esige vedere impaginate le parole, le sue, con che tipo di caratteri e dimensioni.
Lo vide lanciare occhiate un po’ dovunque alla ricerca di un’imperfezione, di un ordine non eseguito,  di qualcosa di cattivo da dire.
Marina, riascoltò il suono della sua voce sempre sottotono, come se il mondo intero non meritasse di udire quelle parole piene di senso.
Davide, ripensò alla sua creatura fragile, a quella donna che a causa della sua falsa indifferenza aveva quasi perso la ragione.
Guardò a lungo fuori, verso l’angolo buio da cui Marina lo spiava.


giovedì 17 febbraio 2011

Teresa e ... quelli che spariscono!



Non avevo mai visto la sua nuova casa. Chiamo un paio di volte e mi urla di andare “di qua”.
Un buon profumo mi guida verso la cucina.
Terry, in grembiule ovviamente rosa, mette in tavola un vassoio pieno di biscotti fumanti.
- E’un Tè speciale, giapponese, leggero e profumato!- e mi invita a sedere.
Mi porge la zuccheriera – quella che doveva andare con il servizio di piatti ma che in mancanza di nozze rimane a casa dei nonni!- e tira fuori degli zuccherini colorati.
C’è un alberello di natale verde, una cuore rosso, una bimba rosa e un bimbo azzurro. A me porge generosamente un cuore e mi schiocca un bacio sulla guancia, lei, afferrato per un braccino il minuscolo rappresentante del genere maschile, lo tiene fra l’indice e il pollice sospeso sulla tazza fumante, mi guarda e, con un’espressione veramente sadica lo lascia precipitare nel tè bollente.
- tu lo hai più visto?- mi fa – io no!- e si rannicchia sulla comoda poltroncina di vimini.
In cucina, per me, il tempo si ferma.
Se poi è come questa: le tendine bianche, le luci basse, e che profuma di biscotti ancora caldi, è normale che mi lasci andare a discorsi triti e ritriti, che mi rilassi nell’ascolto e nell’enunciazione di luoghi comuni, di fatti noti e grazie ai quali di continuo ci diamo ragione e ci ridiamo su.
Certo che ci ridiamo su! Non siamo mai così affrante, o pallide, e nemmeno deluse più di tanto quando ricordiamo le storie d’amore cui siamo sopravvissute.
E ridiamo anche di certi difetti o peculiarità, queste ultime visibili a occhio nudo, mentre i primi, ben nascosti.
-La questione è che questi spariscono anche se non gliela dai!- e di nuovo si rannicchia abbracciando le ginocchia e assaggia il risultato del suo lavoro, croccante e saporito.
Io invece, aspetto il racconto.
E’ chiaro che certi tipi li incontra soprattutto su questi maledetti e irrinunciabili social network, quando si mostra un pochino più che disponibile il che, purtroppo, accade spesso.
La maggior parte delle volte poi, si tratta di tipi che pescano a strascico, non dei metodici della canna da pesca – e su questo Terry e io abbiamo una buona teoria-.
E il modo migliore per fare incazzare una donna, per lasciarle un brutto ricordo, peggio di una macchia d'olio sull’abito nuovo, è quello di sparire dalla circolazione, e senza dare spiegazioni.
La storia è questa: un tizio, uno che se la tira il giusto, uno di che non sembra proprio piatto, uno con un minimo di pieno interiore, incuriosito dagli stati di Teresa, dalle sue foto e anche dalla sua procacità, la invita a pranzo.
Lui, regolarmente sposato, uomo affascinante ma per una volta -e grazie a Dio!- che ha voglia di cominciare la conoscenza non dalle tette ma dalle parole, dall’energia, dallo spirito e dall’intelligenza,la guarda negli occhi per l'intera durata del pranzo.
E per la prima volta dopo anni, forse per la prima volta in assoluto, Terry si trova di fronte a una magia: un uomo interessato più a lei che a se stesso, alla sua creatività nascosta, alle sue potenzialità, al talento.
Davanti alla Metro poi, si scambiano gli auguri e lui, spontaneamente – la mano di Terry ancora nelle sue- la lascia con un caldo e sorridente: ripeteremo presto e anche meglio.
E Terry già immagina l’appuntamento serale in un ristorante chic del centro. L’abito già ce l’ha.
Passa il Natale, il Capodanno, l’Epifania e arrivati a carnevale, Terry gli invia una e mail.
Nessuna risposta.
Dai, forse è all’estero le dico rassicurante.
Che motivo avrebbe uno per dirti che vi sareste rivisti “presto e meglio” se invece non ne ha nessuna intenzione.
In cucina si fa silenzio.
Io tiro fuori i miei “desaparecidos” e le dimostro quanto anche la mia lista sia piuttosto nutrita!
E così ci mettiamo a rivangare vecchie storie, quella del fotografo cubano fichissimo che prima dell’appuntamento, e quando già Teresa era sul treno per Milano, le mandò un sms dicendo che la sua ex fidanzata si era buttata dal sesto piano incinta di lui. Ma anche quella di Paolo, il belloccio artistoide che quando usciva con lei guardava con occhi concupiscenti il tizio al tavolo accanto, o Gianni, il biondo, quello che mandò all’appuntamento suo fratello gemello.
Ma Terry non sa, o fa finta, che difficilmente un uomo dice la verità, e anche se loro lo chiamano “tatto” si tratta solo di vigliaccheria.
Se non gli piaci proprio –perché diversamente “una botta” te la danno comunque-, il tizio in questione potrebbe dire la verità ingentilendola un pochino o, come si faceva prima del 2.0, potrebbe inventare delle buone scuse, magari anche fantasiose.
E invece no.
Adesso, con tutta questa “carne al fuoco”, certi signori non si preoccupano nemmeno di dare il ben servito: ti eliminano dagli amici e basta!.
Un bel giorno ti svegli e quello con cui sei uscita la sera prima semplicemente non c’è più, e se lo cerchi per avere spiegazioni si nega, e se insisti, diventi pure una stalker.
Basterebbe un semplice –no, grazie-!
Datemi torto se continuo a sostenere che su un’isola deserta ci andrei solo con la mia migliore amica: non lascia disordine, profuma di cannella, è morbida e sincera e cucina biscotti buonissimi.

lunedì 14 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 11° episodio





E’ incredibile!
Anche se mi allontano - non so se lo sai ma adesso sto più spesso a Bologna che qui a pochi passi da te- mi capita di incontrare amici comuni e di avere tue notizie. E il bello è che non domando mai niente a nessuno, sono loro che cominciano a elencarmi i tuoi spostamenti e le novità degli ultimi tempi, e lo fanno con tenerezza, con un che di compassione nello sguardo e tutti, nessuno escluso, sottolineano più e più volte che non hai altre relazioni.
E non capisco perché.
Io e te siamo mai stati amanti? O forse sì?
Ieri, per esempio, al Caffè letterario vicino Garbatella, mi sono imbattuta in tuo fratello e, per tutta la sera, non ha fatto che dirmi di te.
Ho saputo che andrai presto in Russia per un giro di conferenze e che non sai dove mettere le mani e da dove cominciare. Sono contenta, almeno avrai un buon motivo per rimpiangermi.
Mi ha detto anche che sei sempre più insopportabile, mi ha raccontato di Natale, e che non hai voluto vedere nessuno tranne le tue figlie e che poi non hai fatto che lamentarti perché nessuno era passato a farti gli auguri!


Comunque, non volevo parlare di te ma raccontarti piuttosto della mia nuova vicina over cinquanta collezionista di gatti e strane cianfrusaglie. No, non è vero, neanche di questo volevo parlarti e lo sai.
Sono sei mesi, otto giorni e dodici ore che evito casa tua, che faccio mille giri pur di non passare per il vicolo scuro e freddo che porta da te.
Adesso non vado più neanche al Bar in Piazza del Fico, ogni volta mi domandavano di te e ogni volta non sapevo cosa rispondere!
Un’amica mi ha detto che sono pazza, che le mie sono solo supposizioni e che tu hai ben altro per la testa e forse è vero, anzi, è proprio così ma vorrei sentirlo dire da te.
E lei dice anche che quello che sento non è che una proiezione e che devo trasferirmi, andare magari a Bologna, per sempre o almeno fino a quando non mi sarà passata.
Mi dice che il mio non è più amore ma qualcosa che ha a che vedere con un delirio di onnipotenza incapace di accettare il tuo distacco volontario.
Ora sei nei guai perché non trovi nessuno che ti conosca quanto me, che di te ho perlustrato le zone più oscure, forse sconosciute anche a te.
Ti ricordi quando mettesti in piedi lo studio sul feticismo e non volevi riconoscere la tua ossessione maniacale per la biancheria intima? Ti brillavano gli occhi e ti scomponevi tutto, non riuscivi più a stare seduto e ti toccavi di continuo la barba, come ti ho visto fare mille volte quando, raramente, ti capitava di provare imbarazzo. Mi liquidavi così rapidamente quando ti mostravo le foto più indicative e significanti per il nostro lavoro, che ho sempre pensato che volessi guardarle da solo.
Lo sai che da quel momento non ho fatto che indossare culotte di seta?
Sì, lo sai.
A volte, mi capita di pensare che da qualche parte, sotto la mia scrivania o nel bagno, avessi posizionato delle telecamere perché ogni volta che indossavo della biancheria dozzinale, mi guardavi severamente e quasi non mi rivolgevi la parola.
Che idee mi vengono in mente!
Ma tanto, certe cose le hai dimenticate. Sapessi quante volte al giorno devo ripetere a me stessa che certe cose non sono mai successe.
Mia madre dice che devo pensare questo. Che devo ricominciare da cinque anni fa, quando decisi di ripartire da zero, di fare un figlio, di trovare una persona giusta, coraggiosa e leale con cui trascorrere una vita noiosa e piatta.
Mio fratello, poverino, continua a chiamarmi tutte le sere, ho la sensazione che queste telefonate servano a rassicurare più lui che me.


Sono sei mesi otto giorni, undici ore e trenata minuti che non guardo nel tuo cortile verso le finestre sempre buie del tuo studio, che non sento Freud abbaiare, che non sento le mie gambe tremare prima della fuga, necessaria.
A proposito, puoi anche andare a cenare all’osteria a vicolo di Parione, tanto non vado più nemmeno lì, e sempre per lo stesso motivo: come sta il Professore? Vuole che prepariamo la pajata al Professore? Sinorì ma com’è che non viene più col Professore?
Il piccolo “beniamino” che ho sottratto al tuo umore e alla tua indifferenza è cresciuto. Ieri gli ho cambiato vaso e l’ho concimato per bene. Anche la piccola felce si è ripresa, quella povera pianta che dicevi di odiare solo perché ordinaria, a tuo avviso, e priva di fascino.


Pepe era finita sullo scrittoio e adesso passeggiava sulla tastiera evitando così a Marina di cancellare quelle righe inutili.
Si sentiva come uno che guida contromano in autostrada e a velocità sostenuta. Non c’era più niente che potesse significare altro se non distacco e abbandono, e non era da lei quell’atteggiamento ostinato, quell’umiliazione giornaliera, quell’amore idealizzato e dai contorni vaghi.
La domenica non c’erano nemmeno i rumori della strada a tenerle compagnia, tutto era silenzio, solo le fusa di Pepe e il cuore che di tanto in tanto si gonfiava nel petto erano la prova del suo essere presente e viva.






giovedì 10 febbraio 2011

Teresa e la dignità delle donne.


- Tu ci vai alla manifestazione per la dignità delle donne?-
Terry ha infilato la testa in un grande baule dal quale tira fuori alla rinfusa scatole e buste, vecchi peluche e bambole e, alla fine, brandisce vittoriosa un piccolo ombrello rosso in legno e seta.
- Ecco!- e lo apre nonostante le mie proteste -Adesso sì, penso che ci andrò-.
Beh, certo con l’ombrello rosso che ci ripara dal moralismo possiamo scendere in piazza anche io e Teresa che per l’occasione sfilerà in gran tenuta vintage.
Mi porge una fetta di torta al cioccolato e, fiera, mi mostra un paio di storici anfibi londinesi ritrovati chissà dove.
-Pensi che da vecchia li indosserò ancora?-
- Certo- le rispondo, - purché non siano proibiti nell’ospizio dove siamo destinate-
- Eh già...-
e la visione di due vecchie amiche davanti al televisore di una tristissima casa di cura convenzionata ci riduce al silenzio.
-Tu lo sai che nella vita può anche capitare di fare marchette no?-
- Ma tu non hai mai avuto bisogno di fare marchette...-
Vero, Terry non ha mai avuto questa necessità, e per fortuna, ma se anche ne avesse fatte molte –a quanto ne so, le è capitato quando era molto giovane e sempre nella speranza di conquistare qualche vecchio porco e di fare carriera-, non ci troverei nulla di strano.
La questione non è in chi fa marchette, anzi, francamente, stimo molto di più chi le fa e non lo nasconde piuttosto che le signore che hanno fatto matrimoni di convenienza e magari ricoprono oggi ruoli di potere grazie al marito.
Il problema è che la storia non cambia e che l’Italia è un paese misogino, un paese che crede ancora che siamo inaffidabili, creative in natura e non in letteratura, abili nell’ordire trame ma non joint venture, fantastiche nell’educare figli ma non nel dirigere il personale di un’azienda.
E non basta una donna a capo della CGIL!
Ce ne vorrebbero milioni di donne al potere per non incorrere più in ricatti sessuali o, peggio ancora, nell’essere relegate a fare fotocopie.
- Parità un cazzo!- sbotta la mia amica.
E’ vero, è proprio così.
Poco tempo fa, non ricordo in quale libreria, mi sorpresi nel guardare a bocca aperta uno scaffale su cui c’era scritto “letteratura femminile”. Pensavo si trattasse di romanzi rosa, da sempre destinati a noi e, invece no, si trattava di libri scritti da donne e che raccontavano di donne. Tralasciando il solito discorso sull’editoria a pagamento, di cui abbiamo le tasche piene, e nella speranza che la moda finisca al più presto, ammetto che quella distinzione mi ha fatto male. E l’idea di finire su quello scaffale mi ha fatto venire i brividi.
Siamo tornate indietro invece di andare avanti e siamo ancora al vecchio concetto della “sistemazione”, ancora con il fucile imbracciato nell’attesa che il “tordo” di turno si posi sul ramo per poterlo impallinare a dovere e, grazie al suo stipendio, sopravvivere.
In fondo, cosa c’è di diverso in questo atteggiamento rispetto a chi, in modo professionale, percepisce denaro per delle prestazioni sessuali?
Niente, anzi, direi che le donne che si prostituiscono hanno più tempo libero e non devono sorbirsi il misogino di turno a colazione, pranzo e cena.
Per lo meno sono autonome!
Credo che le ultime indagini Istat la dicano lunga sulla questione femminile in Italia, le donne non lavorano e non cercano lavoro, ed è quest’ultimo dato che mi preoccupa di più e la colpa non è solo della CULtura imperante dell’ultimo ventennio, era così anche prima.
E’ sempre stato così.
Le donne di partito negli anni settanta, schiacciate dal moralismo della sinistra e che per fare carriera dovevano in primo luogo essere fisicamente all’altezza: possibilmente poco avvenenti (per non essere offensiva), e dall’aspetto di suore laiche, moralmente irreprensibili e diplomatiche, generalmente comunque sposate a un uomo di partito (lasciando da parte rare "mosche bianche").
Attrici, cantanti soubrette... Ma stiamo scherzando? Dobbiamo fare l’elenco e raccontare le storie di ognuna di noi e delle battaglie perse e degli sguardi concupiscenti o di indifferenza?
Dei matrimoni di convenienza?
La verità è che siamo ancora a pagina 100 di un romanzo della Austen ma ancora meno consapevoli della nostra condizione.
Una contro l’altra alla conquista del maschio di turno! Che orrore!
Perché se sei bella, semplicemente carina o sexy, e per disgrazia sei anche intelligente, risulti automaticamente pericolosa, e lo sei per gli uomini di potere, per le mogli degli uomini di potere, per le segretarie degli uomini di potere, per le amanti degli uomini di potere!
Una donna bella è guardata a vista da tutti, è chiacchierata e deve dimostrare di continuo di essere all’altezza del ruolo che ricopre –lasciando da parte, s’intende, la questione della leadership di certi ministeri nell’attuale oligarchia italiota-.
Se hai le carte giuste, ti conviene prendere al laccio qualcuno e fargli almeno tre figli per assicurarti gli alimenti, se invece hai la disgrazia di non poterne fare, e magari perché per quarant’anni sei stata occupata a dimostrare il tuo valore, non solo sei una donna a metà, ma ti annuncio che io e Terry saremo felici di farti posto sul divano della nostra futura casa di cura convenzionata!
Riparate sotto l’ombrello rosso io e Terry scenderemo in Piazza a Roma ma, comunque, piene di se e piene di ma...
La storia non cambierà.

domenica 6 febbraio 2011

Teresa e il pressapochista snob


- Sai...- mi dice mentre mangia un gelato artigianale e di quelli enormi pieni di panna
- Alla fine siamo solo ciò che rappresentiamo anzi, peggio...- e si ferma a cercare qualcosa sulla linea dell’orizzonte - alla fine siamo come ci rappresentiamo...-
Non capisco, oggi Terry è stranamente giù di tono, come una canzone che hai sempre ascoltato in maggiore e improvvisamente senti triste, malinconica.
Allora mi racconta quello che le è successo.
-Non sopporto i millantatori ecco! E non sopporto chi è in grado di vendere un cestino di vimini per un pezzo di antiquariato-
Beh...diciamo che il paragone l’ho ingentilito io, visto che il suo non è proponibile in questa sede.
Mi racconta tutto come sempre mangiandosi le parole e parlando in fretta, come se quel concetto potesse all’improvviso sfuggirle di mente, e adesso capisco cosa intende.
In realtà detesta certo provincialismo e più ancora questa nuova società nella quale vince chi racconta più cazzate, chi millanta amicizie altolocate –meglio se discutibili talvolta, e volgari- e chi da risalto a qualsiasi sciocchezza gli sia capitata nella vita.
Accade così che un Tizio che per caso incontra un Caio famoso in un bar, diventi il suo migliore amico e che Sempronio che per una volta che è stato a Cortina, magari solo di passaggio, forse solo al casello autostradale, parli delle sue vacanze annuali al “Cristallo” dove un pernottamento costa la metà del suo stipendio.
Insomma si parla di provinciali e di falsi snob.
Un pochino mi sento in colpa a essere così classista, eppure come non darle ragione?
Perché dobbiamo coprirci di ipocrisia anche quando parliamo fra noi? Allora prendo coraggio e ammetto che è vero, che anche io non sopporto più questo sovraffollamento, questo stare stretti l’uno all’altro in un mucchio sulla linea di partenza.
Ormai non ci sono più distinzioni, nessuno guarda più alle reali attitudini, alle vere passioni, al talento, alle competenze, al curriculum, e il solo modo che si ha per distinguersi e uscire dalla massa, è fare qualcosa di illecito, sporco e illegale. O di raccontare di te, e di ciò che in realtà non sei.
- E su questo discorso è meglio stendere un velo pietoso- mi dice tirando fuori il suo quotidiano spiegazzato.
Lei, che proviene da una ricca famiglia del sud e che da bambina vestiva solo abiti Chloè e Saint Laurent certi tipi li riconosce da lontano.
-Sai – mi dice stringendo gli occhi in cerca di un esemplare presente fra la folla sul Lungomare –Hai presente quelli che leggono due o tre libri sullo zen e fanno tre lezioni di Tai Chi e si sentono dei Guru viventi?-
Sì, i pressapochisti li ho ben presenti rispondo, me ne capitano ogni giorno sotto gli occhi, sono quelli che vendono le pellicce all’equatore e i frigoriferi al polo nord.
- Esatto!-
 E  finalmente Teresa chiude gli occhi mentre la lingua s'intrufola nella punta del cono doppia panna.
Sono quelli che ti chiamano per dirti che volevano sentirti ma che stanno andando di corsa a un appuntamento con tal dei tali...quelli che ti telefonano dicendo che gli è partita la chiamata per sbaglio e devono chiudere perché stanno andando sul retro palco del 1° Maggio, quelli che comprano abiti di marca all’outlet e te li spacciano per nuovi, quelli che scrivono poesiole sul diario e dicono di essere romanzieri, quelli che fanno parte della compagnia della parrocchia e sono attori, quelli che leggono i retro di copertina e conoscono l’opera omnia di Sciascia, quelli che hanno una bella voce ed è stato offerto loro di fare i doppiatori...
Io credo, le dico, che è un problema legato all’autenticità e alla classe.
- Già, la classe...-
- La classe è una qualità innata che nessun corso ti potrà insegnare...- e si pulisce le labbra con un fazzoletto di lino bianco dal ricamo discreto e fatto a mano.
E Teresa inizia a parlarmi delle persone in possesso, a suo parere, della vera classe.
Una volta le capitò di conoscere l’amministratore delegato di una SpA, ma di una di quelle vere, una di quelle dove l’impiegato di livello più basso guadagna tre stipendi dei miei, e mi racconta che quando andò a prenderlo in aeroporto non lo riconobbe. Non l’aveva mai visto è vero, ma lo immaginava vestito di firme e con una bella ventiquattrore luccicante e invece, il capitano d’impresa vestiva semplicemente, forse anche un po’ sciatto!
E mi dice di un gioielliere, uno di quelli che si chiama come le sue boutique, come i suoi gioielli, come i suoi alberghi e come i suoi titoli in borsa -sempre in attivo- e che nella tenuta di campagna -una delle tante- non faceva che svuotare posacenere e offrire bevande agli ospiti.
E poi mi raccontò di una delle donne più ricche di Francia che negli anni settanta andava a passare le vacanze estive nella sua villa perché solo lì diceva, lontana dal tourbillonne mondano della Ville Lumiere, si sentiva in vacanza.
- Ma scusa Terry, ma perché quando li incontri che raccontano balle al bar non li sbugiardi? Almeno ti togli lo sfizio di fargli fare una brutta figura davanti a tutti! -
La mia amica sorride andando all’attacco di un pacchetto di caramelle gommose alla frutta e mi dice – perché nell’elenco delle peculiarità del pressapochista snob, ho dimenticato di dire che generalmente non lascia parlare gli altri!!!-

sabato 5 febbraio 2011

Quel tocco così speciale.





-Stasera i famo neri!-
Ma una seconda ondata di pendolari le impedì di ascoltare la risposta dell’altro giovane che dando pugni sul braccio all’amico, sembrava avvalorare la stessa ipotesi di vittoria.
Maria camminava dritta nel suo metro e settanta e arrivò a casa che aveva ancora mezz’ora di tempo.
Fece subito una doccia bollente e s’infilò nella tuta giusta per la serata poi infornò la pizza  di patate, preparata la sera prima, e si piazzò davanti al televisore.
Si guardò intorno per constatare che tutto fosse a portata di mano, stappò una birra gelata e aprì un pacchetto di patatine.
Suo marito era sul camion in viaggio per l’Europa e come di consueto lei avrebbe dovuto guardare la partita per lui. Eh sì, perché la donna portava fortuna alla squadra del marito e questo l’aveva scoperto quando mesi prima e per la terza domenica consecutiva, la squadra del cuore aveva segnato al solo passaggio di Maria davanti alla tv.
Lei non aveva mai pensato al calcio anzi, ne era da sempre una fiera  oppositrice, detestava quella distrazione nazional popolare che le portava via Vito per quell’unica giornata di riposo.
Quel maledetto rincorrere la palla che per vent’anni aveva ostacolato le sue gite fuori porta e la passeggiata per il Corso era da sempre il suo ultimo pensiero.
Ma fu da allora, da quell’intuizione folgorante che il marito, dopo averla ignorata per gli ultimi dieci anni, iniziò a portarla con sé allo stadio e a volerla accanto sul divano due posti della tavernetta del villino che ora, partiti i figli per il Belgio, sembrava fin troppo vuota e silenziosa.
Maria partiva infreddolita alle 06:32 per andare a fare le pulizie da alcune signore nella capitale, lavoretti ricavati parlando sulla corriera con le ragazze rumene che a plotoni, ogni giorno, partivano per andare al lavoro.
Il suo unico rimpianto infatti, la sua unica nostalgia in quella vita terrena così semplice ed essenziale era di quando lavorava in villa a Casal Palocco come donna a servizio intero.
Lì, dove incontrò Vito che faceva l’autista e di cui si innamorò perdutamente nel suo completo nero da lavoro, passò gli anni più felici della sua esistenza, prima che il politico DC si trasferisse in gran fretta al nord lasciandoli dopo le nozze senza un impiego e senza liquidazione.
Maria non aveva mai chiesto troppo, il suo orizzonte era limitato ai figli e a una serenità familiare che sa di domeniche attorno al camino, di pasta al forno e di gite al mare a ferragosto, ne più né meno.
Non aveva grilli per la testa Maria, soprattutto adesso che aveva superato i quaranta e nonostante fosse una ancora bella  non badava proprio più a ciò che le accadeva intorno e sentiva anche troppo ampia la distanza che si era fatta fra sé e il resto dell’umanità.
Lei, che quando guardava i tiggì scuoteva la testa e si rifugiava in cucina.
Grazie al diploma di scuola inferiore teneva i conti di casa e non aveva mai disdegnato la lettura, quella da edicola e da romanzo rosa va bene, ma pur sempre lettura.
Con le sue eroine belle e bionde Maria viaggiava nel tempo, in ricchi castelli o nei mar dei Caraibi, in crociera con uomini bellissimi che alla fine cedevano sempre all’amore dimostrandosi generosi e ricchissimi. Ma tutta quella vita sfolgorante e romantica non le creava nessuna avversità per lo strofinaccio e il secchio, nessuna frustrazione e nessuna invidia per le donne che vedeva sempre belle anche a settant’anni mentre lei si scopriva ogni giorno un nuovo solco sul viso.
Nulla la spostava dal convincimento che Vito, e la sua pancia prominente,  Vito, e la sua mancanza di tatto, Vito, e la sua incapacità di sognare, fosse l’uomo giusto per lei.
Si sentiva appagata. Aveva fatto il suo dovere e aveva la certezza che i tre figli che lavoravano come autisti in Belgio e avevano messo su famiglia, li avrebbero sostenuti nella vecchiaia e che  nulla avrebbe potuto  scalfire quella solidità interiore.
Anche il marito che veniva dai campi del Sud ancora non capiva bene in che razza di mondo si fosse trasformato quello che credeva dominato dalla legge di Dio e dalla sua collera verso chi l’avesse sfidato.
Finché quella strana inquietudine cominciò a impossessarsi di lei e della sua semplice vita.
E quella, era una serata veramente speciale. Non era la stessa cosa di quando guardava la partita con il marito, in quel caso comunque doveva fingere, trattenersi e far finta di essere distratta.
Perché in realtà, e mai l’avrebbe confessato a essere vivente, il calcio era diventato qualcosa di più per lei che una semplice casualità.
Infatti, dal giorno che Vito la portò recalcitrante a vedere una disputa dal vivo, un derby, da quel giorno, fra la folla della tribuna Monte Mario, per Maria il calcio era diventata una perversione.
Lei che non sapeva nemmeno cosa fosse il centro campo, iniziò a riconoscere i fuori gioco e i falli  e a esprimersi con un linguaggio che nulla aveva a che vedere con le eroine dei suoi romanzi rosa.
A inizio mese, Maria controllava si nascosto l’agenda del marito augurandosi di trovare viaggi nei fine settimana.
Perché da quella domenica, Maria non aveva più saltato un solo appuntamento calcistico, e avrebbe fatto ormai qualsiasi cosa pur sentire il tocco armonioso del piede sulla palla.
Quello “stoc” così caldo e potente la emozionava più un film con Richard Gere, quello “stoc” del piede che risuonava sul pallone di cuoio arrivava alle orecchie di Maria come un timido “ti amo” sussurrato fra le lenzuola.


giovedì 3 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 10° episodio

Oggi è arrivata una goccia e il vaso è traboccato! E’ caduto anzi, e si è rotto.

Scrivere quelle poche parole le era costata fatica e così decise di cancellarle subito e di stappare una birra. Una dolce e fresca bottiglia di birra doppio malto, giusto per sentire la testa girare, il coraggio scaldare il sangue.

Questa mattina, non erano neanche le nove quando mi è venuta voglia di passeggiare sul Lungotevere. Ci abito davanti ma era dagli anni della laurea che non ci passavo tanto tempo, al sole, da sola. Ho portato con me un libro, uno di quelli che apri a caso e ti da una mano, una risposta, e che prevede il destino, il mio, e lo stato d’animo più autentico.
E ce ne sono di libri sacri! Lo sai. Vediamo se indovini!
Ne abbiamo aperti tanti insieme, quando ancora sopportavi la mia vista, quando ti servivo per tenere in ordine l’ufficio, i documenti, l’agenda, quando ti ero utile per scrivere i tuoi articoli, per aggiornare il blog, rispondere ai tuoi studenti, alle tue ex amanti.
Quindi, stavo lì, l’adagio di Albinoni a enfatizzare la pace che già sentivo dentro, stavo lì che avrei anche potuto morire dalla gioia ma anche vivere senza ostacoli, senza la tua immagine imponente a impedirmi una visione più oggettiva della vita e di me stessa.
Vedevo il mondo girarmi attorno a una velocità diversa dal solito o forse, era l’assenza del pensiero di te a fare spazio al resto del mondo: la luce, lo sciabordio dell’acqua, una voce di donna.
Ma è bastata una lieve distrazione e un elegante impermeabile indossato da un uomo dalla tua stessa corporatura che tutto è tornato a una cadenza sincopata e il mio respiro si è fatto corto, di nuovo.
Allora le solite immagini hanno iniziato a scorrere: la tua sagoma sempre oscurata da qualcosa, la voce che penetra quel buio solo di tanto in tanto, solo per dissentire. La tua figura dalle spalle non dritte, la schiena un po’ curva, incombente.
E poi il ricordo di un pomeriggio ancora freddo ma già luminoso, un pomeriggio di quelli che adolescente vivevo come il preludio al dolce martirio dell’estate, in attesa di consumare inutilmente il mio tempo nell’amore.
E tu sei mai stato bambino? Mi viene da ridere se provo a immaginarti: studiavo sui tuoi libri che tu avevi già più di quarant’anni! Per me hai da sempre i baffi e il pizzetto e te ne stai in posa su un retro di copertina in bianco e nero.
Non ti amo, Davide, sei così pieno di difetti che ho finito per odiarti.
E’ solo che cerco di capire, di dare una spiegazione anche a ciò che non si vede, come quel pomeriggio di fine inverno già dolciastro.

La vibrazione del cellulare la riportò a casa.
Marina riprese la sua espressione normale, la fronte le si spianò all’improvviso e ricordò di dare da mangiare a Pepe.

Davide, di ritorno dal mercato rionale dove era stato in cerca di rarità culinarie, si sfilò l’impermeabile che Laura prontamente si offrì di riporre.
Non salutò nemmeno Freud che scodinzolava alla sua vista solo per abitudine, ormai solo per dovere, e subito domandò a Laura per quale motivo non ci fossero fiori sulla sua scrivania.
Con un semplice cenno della mano e un’aria vagamente disgustata sul viso, impedì a Laura di dargli spiegazioni e sedette accanto al camino. Freud non si mosse dalla sua posizione, conosceva il suo padrone e certi pomeriggi di instabilità umorale.

Ed ero lì sulla terrazza, quella della cucina dove non amavi uscire perché fredda, e inospitale, e io stavo lì nella speranza che mi venisse in aiuto un’idea per il tuo articolo, stavo lì per non sentire il tuo respiro, il borbottio costante che rivolgevi alla vita per te sempre così banale.
Ma tu, nascosto nel buio mi guardavi. Perché? 
A un certo punto mi voltai, ricordi? Ti vidi ma non ebbi il coraggio di chiederti –che vuoi?-.
Me lo domando di continuo, e se metto in fila tutti gli avvenimenti di questi cinque lunghissimi anni, mi do sola una risposta ...

La tastiera smise di ticchettare e l’e mail finì nel cestino.
Davide, accanto alla libreria, sfogliava il carteggio tra Freud e Lou Salomè, un altro regalo di Marina.
E l’aveva vista, quella mattina, seduta a guardare il fiume, da sola.
Roma non è forse una grande città? Perché ho guardato in basso? E perché ho visto proprio lei?
Freud odorò l’aria e sbadigliò rumorosamente: l’odore di soffritto era arrivato fin lì.
Il sole intanto, abbandonò le sue finestre per raggiungere quelle di Marina, poco più in là, e il fiume, che di lì a poco avrebbe brillato.