sabato 26 maggio 2012

Senza riserve: la Cyber empatia

È vero, la rete è romantica.
In effetti, è facilissimo innamorarsi di parole, citazioni, del piglio particolarmente interessante che alcuni profili esprimono pur rimanendo immobili nelle loro icone. È un’illusione tenerissima quella che nasce da un’e mail inaspettata e che d’improvviso svela qualcosa, un nascente tumulto, un possibile svago, un amore in potenza.
Certo gli abitanti della rete di norma sono più diretti ma quelli non fanno testo, sono gli stessi che su un lungomare qualunque e con la luna piena, mentre tu cerchi di trovare la parola più giusta, t’invitano a casa loro per bere qualcosa. E voilà ecco che l’incanto si frantuma.
Perché sì, abbiamo bisogno di qualcosa di più, di prolungare l’attesa, di scontornare un disegno che conosciamo a memoria e che pur con modalità diverse e incanti più o meno forti, arriva a darci sempre la sensazione del”dejà vu”.
Sembra quasi un peccato incontrarsi dopo aver indugiato per notti intere su certe parole, dopo essersi avvolti dentro quel desiderio che è tutto nei punti di sospensione, negli spazi bianchi, nel non detto. D’altra parte i più grandi amori sono nati tra le parole, basti pensare a Paolo e Francesca, o all’amore non consumato di Dante per Beatrice e a ciò che ha prodotto: l’incanto per eccellenza.
L’amore “cristallizzato” come lo definiva Stendhal, è l’amore perfetto, quello che con cura e dedizione creiamo a nostro piacimento definendone i contorni e lasciando zone d’ombra, tante, tutte quelle in cui infilarci i nostri sogni, i desideri inespressi e le attese, tutte quelle che ci pare. Tanto l’icona è sempre lì. Ogni tanto cambia ma sicuramente ci mostrerà sempre il suo profilo migliore.
Va bene, siamo in un periodo di ravvedimento e di austerità.
Dopo la barbarie del sesso bunga bunga in tanti chiediamo più rigore nell’espressione di un sentimento che sembra anch’esso un po’ liso a causa dell’abuso che se n’è fatto. Vogliamo in tanti ridargli colore e forza e tutto l’incanto perduto.
La rete è perfetta per quest’operazione di restyling. Almeno così sembra.
Il 2.0 è un luogo in cui gli amanti s’incontrano e si rincorrono, si nascondono e si palesano.
Un post, uno “stato” o un “tweet” possono sancire l’inizio o il termine di una storia cyber romantica, un “mi piace” a un post insignificante è un chiaro segno di corteggiamento, quel riwittare continuo la possibilità che presto arriverà un messaggio diretto e chissà cos’altro. Per non parlare della musica, di quei brani dannosi quanto l'aspartame messi in bella mostra in bacheca e che nascondono richiami continui e sottotesti più significativi di mille sguardi.
È una possibilità continua, un innamoramento dal fiato corto, una vera pacchia per i moderni romantici.
La rete è perfetta per dar vita a quell’amore nascente, che come dice benissimo il genetista Edoardo Boncinelli, oggi più che mai ha bisogno di vezzi, paroline dolci, premure, attenzioni, scherzi innocenti, attese, piccole arrabbiature, riappacificazioni e gelosie.
Perché il sesso non è tutto, il sesso si consuma presto e noi, invece, vorremmo che quel brulichio pungente durasse “per sempre” o il più a lungo possibile. Il sesso nutre e consuma il nostro corpo ma noi, a forza d’ipotesi e possibilità, vogliamo stancare la nostra mente.
La rete è, in effetti, un diaframma perfetto per cautelarsi dalla noia.
Non c’è bisogno nemmeno di uscire e andare a cena fuori per ingelosirsi furiosamente: ci basta sapere che l’oggetto del nostro desiderio è on line e chissà con chi chatta, basta andare a spiare tutti i profili dei possibili rivali e scoprirne alcuni con certe affinità pericolose, basta contare quanti “mi piace” l’odiato antagonista immaginario ha osato clikkare sulla pagina del nostro amato.
Ma quanto dura?
Sicuramente certa gente malata -e io sto di diritto tra quelli più gravi-, tra i cacciatori d’illusioni più accaniti, tra i cyber romantici più fedeli, la rete offre la possibilità di idealizzare l’oggetto del desiderio e avere storie che possono durare anche degli anni.
Bisogna solo avere cura di cercare il soggetto più adatto, quello meno esplicito, più enigmatico e timido o semplicemente un po’ umorale e abbastanza impegnato nel lavoro -perché sparisca spesso- per costruire, dal nulla, una storia che ci terrà svegli per dei mesi.
Con le ipotesi che montiamo e smontiamo attorno a un rapporto univoco di questo genere si possono scrivere interi romanzi. Con tutte le mail che salviamo nella cartella delle “bozze”, e che per fortuna non abbiamo osato spedire, accumuliamo tanto materiale epistolare che de Laclos impallidirebbe.
Grazie a quello che Bauman chiama amore liquido, e che nasce dalla fragilità dei rapporti affettivi nel 2.0, grazie questo sentimento, che in definitiva non fa che rimandare di continuo la fine dell’illusione e rendere ancora più complicati i rapporti interpersonali, si può sopravvivere a qualunque vuoto affettivo, superare frustrazioni e lenire un bel po’ vecchie ferite e o fobie.
Stando romanticamente seduti dietro il monitor possiamo fingerci innamorati e sentirci paghi.
La rete è il caleidoscopio attraverso cui guardare la nostra vita così da nascondere o evitare di affrontare le nostre paure e il senso di inadeguatezza che invece, tanta libertà sessuale ha fatto nascere in molti di noi.
Donne orchesse non oseranno mai più mettere in ridicolo il diffusissimo e umano normodotato, quello pigro cui fare sesso non piace poi così tanto o la donna un po' grassotta, mai all'altezza di quelle meraviglie che si vedono in TV. Perché il sesso, e per fortuna, per molti non viene al primo posto.
Mostrarsi nella propria nudità, quella vera, non è da tutti.
E poi, la verità è che affrontare un incontro "one to one" è un vero casino.
Lì, senza citazioni o brani o foto da postare siamo a rischio infarto.
Faticoso persino pensarci.
Depilazioni, abiti, biancheria intima, massaggi, parrucchieri, psicoanalisti, amiche che chiamano, madri in ansia, dargliela subito o alla terza uscita, dargli tutto o solo una parte, aspettare e quanto, cosa dire, farlo salire, restare nel portone a pomiciare per un’ora o chissà che. Portarla a cena e dove, passare a prenderla o vedersi lì, andare al cinema o in un locale, fare i complimenti e quanti, metterle la mano sulla coscia o far finta di non tenerci troppo, aperitivo o dopo cena, centro o periferia, informale o elegante.
Per non parlare del rischio di contrarre malattie che, on line, è automaticamente azzerato.
È un delirio da adolescenti che non possiamo più permetterci quello delle barbare unioni dei corpi, un impegno che, con la rete, da adulti, in molti evitiamo volentieri di affrontare.
E così, si gira e si gira attorno al nulla. Un amore circolare che non arriva mai al centro.
Liberi d’inventare gesti e parole, esitazioni e assalti.
Ed è questo che ci tiene svegli, un lavorio continuo d’immaginazione che si scatena attorno a un’icona, a qualcuno che con i mezzi che ha, mostra al mondo il meglio di sé, e che a vederlo così, invece, in calzettoni e accappatoio che smanetta col computer sembra uguale identico al nostro ex, uguale identico a mille altri. Umano e niente più.
Basta una serata tra amiche per scrivere un intero trattato sui pro e i contro del cyber innamoramento. Ci sono storie che nascono e muoiono e senza che ci sia mai stato un incontro off line.
Siamo così distanti, ormai, che abbiamo dato vita a una sorta "cyber empatia" che ci fa amare e sentire l’altro anche attraverso i pixel. È vero, io sono fortemente convinta di questo, non lo posso provare, ma secondo me è possibile che l’uomo stia sviluppando un settimo senso, un senso in grado di superare la barriera del monitor, una facoltà mentale in grado di percepire il sentimento dell’altro anche attraverso grandi distanze.
L’amore si sente, lo dice anche Fossati.
Frequentato da molti, da tutti quelli che, in fondo, hanno una paura fottuta di amare e di dare senza riserve, l’amore romantico del 2.0, offre a molti un’opportunità in più per rimanere in attesa e illudersi di amare, evitando così la naturale fine di un’illusione adolescenziale e la nascita di qualcosa di più solido e magari, perché no, definitivo.

mercoledì 23 maggio 2012

Teresa, Cicco il gallo e il falso allarme

Ballata sul giornalismo d’oggi e le false piste. 



Se il gallo nella notte dà l’allarme nel pollaio,
il cane Bobo il lesto s'alza con furioso abbaio,
allora il buon massaro esce in accappatoio,
brandendo il fucile e il pesante attizzatoio
ma se non trova in giro la faina o il disonesto
tira al gallo il collo e ai polli dà anche il resto.


Milioni le parole dei twittanti mano lesta
che sparano parole e anatemi di protesta.
Isa mia cognata che di nascita è di destra
organizza un presidio e una maxinchiesta.
Aniello mio cugino che di nascita è imbecille
mette su un corteo a protezione delle anguille.


A fare un po’ di chiasso siamo proprio tutti bravi,
Perché poi tutto si sgonfia nelle vite degli ignavi,
ma crear quel maremoto che l’attenzione attiri,
su quanto i social media siano i più iperattivi,
andiam dietro al gallo Ciccio o a chi la dà più grossa
la notizia su chi è stato e a scavargli già la fossa.

E che bello lo spettacolo di gente che infieriva,
che combatte il malaffare ma è poi vendicativa,
che domanda che si abbia il killer tra le mani
per poterlo poi linciare e che il popol lo dilani.
A gran passi ritornando in un mondo primitivo
dove la condanna è solo un fatto soggettivo.

Non c’è occhio per occhio né dente per dente
la legge del taglione è un’assurdità avvilente.
Combattiamo ogni giorno gli accalappiacani
ma poi vogliamo avere il sangue sulle mani.
Ma qui mi par che siamo in una democrazia
dove la giustizia è lenta ma è l'unica via.

Ma inutile sorprendermi, la storia è un esempio
del popolo che s’eccita a guardar ardere l’empio,
a chi sta lì giù in piazza a battere le mani,
manco fosse il circo con ballerine e nani.
Basta darci da mangiare un buon capro espiatorio
che noi si scende in strada col nostro attizzatoio.

Respiriamo un poco calmi e abbassiamo il ditino,
anche il giornalista insigne che è pure cittadino,
che si eviti il casino del gallo Ciccio l’allarmista
che nella notte buia e scura fece l’esibizionista
che svegliò Bobo il cane che rispose con l’abbaio
che tirò giù dal suo letto, massaro e attizzatoio.

domenica 20 maggio 2012

Nella trappola dei social media.

Grazie a noi, Zuk diventa miliardario mentre noi, grazie a lui, perdiamo privacy e vita, tanta, troppa, e perdiamo anche baricentro, concentrazione e obiettivo. Perdiamo, e basta.
Perché a fare un’analisi sincera, a fare due conti veri, e non da tossico che imbroglia sui grammi di "roba" giornalieri, le ore passate sui social media sono veramente troppe. Sì, sono minuti, a volte solo secondi che rubo al mio lavoro, a una lettura che interrompo perdendo climax e segno, e solo per comunicare al mondo i 140 caratteri che mi piacciono di più, per tenerlo al corrente dei miei progressi e delle mie letture, come se gliene fregasse qualcosa, al mondo, di me e delle mie scoperte. Forse, di rimando invierà due righe da una poesia della Merini, e che l’abbia letta per intero, c’è anche da scommetterci.
Ma naturalmente questo dubbio facciamo bene a tenercelo per noi, visto che dietro l’icona chiunque può fingersi ciò che non è.
Ma una buona volta, almeno adesso che sembriamo così responsabili e civili, facciamo una prova, e mettiamoli assieme questi attimi rubati, contiamoli, e il risultato sarà ragguardevole, forse, in molti casi spaventoso.
Perché anziché stare a sentire l’emozione di un tramonto crescere e serrarci il respiro, invece di cercare di capire dove risiede e da dove arriva quel brivido, scattiamo una foto e la mettiamo lì. Invece di sentire l’acquolina che sale in bocca, a tavola, prendiamo il piatto e lo mettiamo lì, lo mostriamo al mondo e al mondo diciamo: lo vedi? Non sono abbastanza bravo anch’io?
E ogni “mi piace” ci dà l’illusione di avere qualcuno seduto alla nostra tavola deserta, e a ogni commento di approvazione, è come se qualcuno bussasse alla porta di casa dove pare manchi sempre qualcosa.

Ma cos’è che ci manca veramente, qual è il vuoto e quanto è profondo per giustificare il continuo e ossessivo aggiornamento di stato?
Questa "ammucchiata partecipativa", di cui parla il sociologo Geert Lovink che a dieci anni dal suo primo saggio lancia un secondo allarme con il libro "Ossessioni collettive", quanto ci farà male?
Quanto siamo stretti, piegati e piagati, nell’affermazione di un “sé” che non è più deciso dal talento vero e proprio ma solo dall’incontro giusto e da un paio di retweet che ci danno l’illusione di cambiarci la vita?
Non mi va di levarmi su in alto ed elargire consigli o poetiche soluzioni, non posso, so di non avere l’autorevolezza né il carattere per farlo e anche perché, io per prima, ci sto dentro fino al collo. Semplicemente, sono alcune settimane che mi ripeto che così non va.
Credo di aver mancato troppi tramonti negli ultimi tre anni, troppe torte fatte in casa e corse, e sicuramente molto di più. E ho perso anche la nozione del tempo.

Facebook è stata la finestra da cui mostrare al mondo che valevo qualcosa.
In un momento in cui tutto crollava, la mia azienda, il matrimonio, il mio futuro, è stata un’illusione che mi ha aiutata, sì, ma mi ha anche fatto perdere lucidità e tempo.
FB ci dà solo la possibilità di provare con un clic di essere presenti, e di valere qualcosa in più, anche se la nostra vita così com’è ci soddisfa poco, perché poi, si sa che ciò che conta veramente non è l’approvazione di un post, ma continua a essere, e così sarà sempre, e giustamente, il riscontro effettivo, l’effetto reale delle nostre azioni sul vivere quotidiano.
FB non mi consente di dissentire, è una società virtuale tutta votata al positivo che ci costringe a essere compassionevoli per forza, comunque assai poco distante da twitter, dove migliaia di persone fanno a gara per scrivere qualcosa che sia più cool, più giusto, più divertente o più amaro degli altri.
Ma cosa cambia nelle nostre vite? Cosa ci sarà di diverso domani a parte qualche follower in più? Cosa ci sarà di così diverso nel rapporto tra stato e cittadino.
Finora mi pare che non abbiamo ribaltato il sistema né affossato lo strapotere delle banche. Questo, è un dato di fatto.
Fino ad oggi, a parte il consumo delle parole, anche le più belle e inusuali, e i Koan più complessi della tradizione zen ridotti a battute, mi pare che non si siano fatti grandi passi in avanti.
È vero che il popolo del web organizza mobilitazioni, è vero che mostra solidarietà verso vittime innocenti e piange lacrime virtuali di fronte alle ingiustizie, ma succedeva anche prima e forse, l'effetto si consumava anche più lentamente.

Io confesso.
Sono stata presa nella rete, sono rimasta impigliata nelle maglie strettissime di questa falsa condivisione e al momento, mi pare che privandomene, il mondo rischierebbe di sparire all’improvviso ingoiato dai pixel.
Ma la verità, l’unica e tangibile, è che alla mia tavola siedono gli amici di sempre e che il mio blog riceve visite non da persone che cliccano “mi piace” ai miei post perché chi lo fa, compie atto di presenza, e basta. Come l’ospite invitato al vernissage che arriva imbellettato e solo per conoscere gente “che conta” e mangiare gratis al buffet. Chi condivide articoli senza nemmeno leggerli, non è troppo distante dal tizio che alla mia festa non vede l’ora di andarsene dopo aver bevuto cinque bicchieri di qualcosa ed essersi ingozzato di tartine.
Perché non siamo diventati più buoni, non siamo più impegnati socialmente, né più consapevoli.
La mia cultura e la mia consapevolezza vengono da lontano, da un mondo 0.0 e dalle ore che ho passato sui libri, e a teatro, e nei locali, ad ascoltare musica live. E anche quando siamo lì, oggi, tra la gente, nel mondo reale, mi domando perché continuiamo a sentirci in dovere di mettere al corrente il mondo su cosa facciamo, ciò che guardiamo, cosa mangiamo, chi vediamo.
È sempre un modo per affermarsi e mostrarsi, dimostrare a noi stessi, prima che agli altri, di essere ancora in vita.
Ci sentiamo vivi partecipando alle disgrazie altrui, ma sempre meno alle gioie e alle vittorie dell’altro, purtroppo, visto che questa realtà vive la frustrazione di un vero scollamento dal “friendly” cui siamo abituati on line, perché Zuk, ci ha dato l’illusione di poter giudicare chiunque e accedere ovunque quando poi, nella realtà, è sempre e solo la telefonata giusta che ci farà assumere da qualche parte o pubblicare da qualcuno.
Mi auguro soltanto, come ipotizza Lovink, che tra un po' sarà molto poco cool controllare di continuo il proprio smartphone in pubblico.

sabato 19 maggio 2012

Diario di Lola, diciottesimo giorno, contatti


Foto di Eugene Recuenco

A letto, dopo aver finto di guardare un film e di navigare un po’ sul web, ha provato a leggere qualcosa, anche se era distratto e spesso alzava lo sguardo nel vuoto e formulando chissà quali ipotesi annuiva e scuoteva la testa. Era un grosso libro, uno di quei romanzi da mille pagine tutta storia e niente poesia, una di quelle infinite saghe familiari tra lupi e vampiri, uno di quei fantasy che mi facevano arricciare il naso, che letto uno, letti tutti.
Ha spento la luce e io, rannicchiata nel suo sonno e nel suo respiro, ho provato per un po’ la sensazione di essere viva. Mi sono distesa sul suo corpo, troppo magro, e ho sentito i tendini rispondere involontariamente all’ansia e all’angoscia con brevi sussulti.
Per spingere il tempo in avanti, e ricacciare indietro le ombre che di notte si fanno moleste, ho percorso mille volte il profilo della stanza facendo la conta di mobili e cose.
L’armadio, il mio, che sembra crollare sotto il peso del tempo e degli abiti, troppi, ammucchiati in anni di scelte mai casuali. Quello di Max, dove camicie, pantaloni, biancheria e giacche, ipotizzavano, litigando tra loro, l’esito della sua decisione del mattino dopo, su chi avrebbe avuto l’onore di accarezzargli la pelle chiara.
Prenderà me!, diceva la giacca grigia al maglione blu notte, No, me!, le rispondeva quella di velluto a coste, più nuova, meno impegnativa, quella comprata in autunno, a Napoli, nei “Quartieri”, in una sartoria dove ci eravamo rifugiarti da un pomeriggio di pioggia incostante e dalla quale uscimmo con la testa confusa, con un foglietto di quaderno scarabocchiato e tre abiti da ritirare.
Le spazzole e le piccole toilette di legno mi guardavano come scolarette attente, in ordine di grandezza, dallo scrittoio rococò. Acquisto di mia suocera e del suo buon fiuto. Regalo di un mattino d’autunno che non seppi rifiutare, quando lo vidi lì, sulla porta, che pareva un orfanello ciccione e affamato accanto al tizio che l’aveva trasportato e che aspettava di entrare. L’ho preso con me e l’ho sempre trattato con amore, come gli altri, nutrito con oli essenziali, trattato con antitarli e lucidato a dovere, nonostante covassi per lui un odio sottile e a ogni intarsio e altorilievo, maledicevo la sua nascita e la sua provenienza. Così come le poltrone ottocento, due sorelle gemelle e pettegole, relegate in due angoli bui e distanti tra loro perché non parlassero di continuo, troppo piccine per sedersi comodamente, troppo ingombranti per non servire a nulla.
La mia vita è piena di “non voglio” evitati e di sorrisi forzati, messi su alla meglio ogni volta che preferivo avanzare a passi incerti verso un compromesso e l’indebolimento graduale della mia volontà. Destino di chi preferisce ubbidire, di chi opta per dei comodi e brevi “te l’avevo detto”, pronunciati magari a bassa voce, piuttosto che lottare perché il proprio gusto vinca su quello degli altri. Come quando Olimpia mi trascinava in giro per gli acquisti di stagione e sceglieva per me abiti che piacevano soltanto a lei, nonostante i miei ripetuti no e i musi lunghi che via via si facevano dei “ti farò vedere”, ripetuti tra i denti allo specchio del camerino, spietato, nel restituirmi un’immagine troppo magra e troppo alta per quella roba piena di fiocchetti e balze. Ma i troppi “vedrai che ti combino”, aguzzi, si sono rivelati un tranello, una corda ben tesa su cui sono inciampata ogni qualvolta ho scelto di vivere al contrario di come avrebbe fatto lei, mai, comunque, come avrei voluto io.
Forse albeggiava quando ho riconosciuto le sagome piccolissime e piene di curve delle bomboniere in bella vista sul comò.  Quella di Ambra che vive in perenne nausea da gravidanza, di Daniela che combatte l’ansia da prestazione e la competizione a forza di sedute di psicoanalisi e sopporta il marito, esigente e anaffettivo, a colpi di vibratore, e quella di Luciano, il povero Luciano che vive con una donna che non lo ama e ancora non lo sa.
Chissà se loro c’erano al mio funerale.
La collezione di fiabe sonore sono sempre lì, dalla prima all’ultima, quelli i miei libri, gli unici pezzi sulla libreria di vetro e ferro battuto, accanto alla porta. Sono le stesse fiabe di altre notti insonni, quando inseguivo nel deserto il principe Kamar ormai cieco e Alì Babà, cui speravo di offrirmi un giorno come schiava, pur di fuggire a tutto quel chiacchiericcio fitto e ostile, quando restavo in ascolto di certi discorsi, i loro, nella camera accanto.
Eppure ho fatto di tutto per sciogliere certi nodi.
Ho cercato ogni notte la mia voce tra tutta quella chincaglieria non mia, tra le bambole antiche di Olimpia, che di lassù, dal mio armadio già all’epoca sgangherato, mi guardavano, in attesa che dicessi loro qualcosa per animarsi, anche loro infelici, come gli spiriti quaggiù. E forse anche loro non sono che animelle perdute racchiuse in un corpo di cartapesta anziché in una tomba, in un guscio che le lascia al buio, nell’anima che ognuno di noi decide per loro, a tu per tu con nomi non propri, nella solitudine in cui anche io le abbandonavo. Troppo delicate per giocarci, troppo belle per essere gettate via, nascoste d’estate nel tronco cavo della quercia in giardino, in villa, in paese, al sud, dove prima o poi tornerò nel mio guscio di legno. Se non ci sono già.
Ho visto Max aprire gli occhi su di me.  Ma è stata solo una sensazione, una carezza sul cuore.
Era giorno, finalmente la vita riprendeva per lasciare che almeno tutto quel silenzio pieno di suoni d’oltretomba e di lamenti, si dileguasse.
Ha guardato l’orologio e ha ammesso, in un respiro ampio e vibrante, il dolore che dalla sera prima non l’aveva abbandonato e quello del giorno che veniva, e che si sarebbe sommato all’altro.
L’ho aspettato in cucina, accanto alla caffettiera muta.
Anche stavolta, Max ha scelto con cura tazzine e caffè.
Perché Max compra diverse tostature e aromi. È un feticista del caffè e io, una maniaca dei pezzi unici.
Per avere un servizio da sei di porcellane uniche e rare, ho mandato in frantumi sei servizi buoni.
Le follie di Lola, come le chiamava Max per provocarmi, quando sperava che io cedessi e gli raccontassi per filo e per segno il piacere provato nel permettermi il lusso di un gesto spregevole, disapprovato, un’infrazione alle regole imposte e terribilmente giuste.
Perché l’emozione di mandare in frantumi qualcosa di così prezioso, e solo per soddisfare un capriccio, è un lusso.
Il dire –no, non li regalo-, no non li metto in una cassa giù in cantina e guardare Olimpia assottigliare gli occhi e metter su un ghigno di disapprovazione, è stato un lusso. Lasciare che soffrisse davanti a quello scempio, lei, che già non si muoveva più, che quasi non parlava, è stato un lusso. Perché ogni tazzina calpestata, ogni piattino delicato e fragile su cui passavo punta e tacco, erano uno strappo in più a quel lenzuolo stretto che mi cingeva da anni.
Ogni suo tentativo di voltare la testa e abbassare lo sguardo davanti a quell’omicidio di piccoli capolavori artigianali, era la mia vendetta soddisfatta per i segni che ancora porto sulle braccia. Per il mio cuore indurito che per anni è servito solo a pompare sangue, inabile a provare piacere per le gioie semplici. O per una carezza.
Facevano tutti parte della sua maledetta collezione, quei pezzi che ora stanno lì, in bella mostra nel mobile bar anni cinquanta.
Il servizio di zia Luisa, conquistato da Olimpia a colpi di minacce e ricatti, quello azzurro cielo e madreperla appartenuto di Barbara, sua sorella, e che mia madre barattò con un misero funerale prendendo per il collo la famiglia, reduce da un tracollo finanziario. Gli altri servizi venivano da regali, regali che lei chiudeva a doppia mandata nel grande armadio in corridoio, il sancta sanctorum delle sue malefatte.
E chissà se Olimpia, nella sua demenza da morfina, sa che Lola si è persa e non sa più tornare, né come andare via per sempre o da quale porta uscire. Forse ha annuito appena quando Max gliel’ha detto, subito dopo, però, deve aver sorriso, quando Max si è voltato.
L’avrei voluta vedere listata a lutto come il giorno del funerale di papà, quando non poté fare a meno di venire accompagnata dal nuovo amante, un commerciante in tessuti del sud, un mezzo strozzino che andava a puttane e che ogni volta che rimaneva solo con me mi lanciava sguardi umidi e allungava la mano ossuta sul mio ginocchio in calzamaglia bianca.
Olimpia piangeva, lì davanti a tutti, senza vergogna, come fosse normale portarsi l’amante e non tenere la mano a sua figlia. Come se fosse normale lasciarmi da sola in quella grande casa, quella notte stessa, io e la mia bambola davanti al grande camino acceso e la cena pronta nel forno, con Maria che non riusciva a tenere gli occhi aperti per quanto il pianto li aveva gonfiati.
Quella notte lo sentii chiaramente passare e ripassare in corridoio, davanti alla mia stanza. Bussò anche, ne sono sicura, ma scelsi di pensare fosse il vento, la tramontana gelida che soffia da quelle parti a Febbraio, la stessa che aveva reso quel mattino luminoso, e chiarissimo il cielo sul suo corpo pallido e vestito a festa.
Olimpia tornò all’alba che ero ancora sveglia. Allora non sbagliai a immaginare la morte come un continuo errare in cerca di un’uscita.
Mi guardò appena mentre fingevo un sonno pesante rannicchiata sotto le coperte, e tornò ridendo sommessamente dal suo ospite che sicuramente la attendeva davanti al fuoco ormai spento con in mano un bicchiere di qualcosa.
Sentii il gelo della morte perforarmi la carne per molti giorni ancora, forse per dei mesi, e per molte notti ancora tenni gli occhi al soffitto in cerca di un perché.
Papà era uscito al mattino che sembrava proprio un giorno qualunque. Nella mia memoria è ancora lì, in piedi accanto alla vecchia cucina che sorseggia il caffè e mi guarda sopra la tazzina stringendo gli occhi, indeciso se sorridere alle mie trecce tirate alla meglio sulla testa o al gusto squisito del caffè di Maria che, soddisfatta, e con il grembiule tra le mani, lo guardava ogni giorno allo stesso modo, con affetto e compassione.
Una rapina, dissero i due tizi in divisa che suonarono alla porta alle undici di sera.
Nemmeno in quel momento tragico Olimpia si lasciò sfuggire l’occasione di farsi prendere tra le braccia da qualcuno, ma prima si strinse in vita la cintura di velluto viola dell’ampia vestaglia, per rendere la sua vita ancora più sottile, poi barcollò accostando la mano alla fronte e subito dopo allo stipite della porta.
È stata una rapina, scrissero i giornalisti, uniti nel lutto alla famiglia in vista, al gioielliere più stimato in città.
Che non fu così lo so solo oggi, e da poche ore. Che mio padre è stato giustiziato lo so da questo pomeriggio e che la vendetta ancora non è stata portata a termine, ora, è una certezza.
Però l’ho sempre sospettato visto che dal quel giorno, e ogni notte, l’ho sentito passeggiare su e giù per il corridoio, come faceva quando stava inutilmente in attesa del ritorno di Olimpia o di uno squillo.
È stata una rapina Lola, non puoi dare a me anche la responsabilità della morte di tuo padre. Me l’ha ripetuto ogni volta che per caso ci ritrovavamo al cimitero, lei carica di fiori da distribuire agli amanti che pretendeva fossero ancora suoi schiavi e che le dessero almeno numeri vincenti, io con un sottile fascio di lilium gialli.

Max, ha provato a cancellare dal viso l’amarezza sorridendo e facendo smorfie nello specchio mentre io lo guardavo seduta sulla vasca, come facevo tante volte. E anche stamattina avrei voluto che parlasse, che dicesse qualcosa, a me o a se stesso.
Qualcuno dice che la parola interiore opprime, e arringare lo spazio vuoto è uno sfogo, che parlare da soli fa l’effetto di un dialogo con il dio che si ha dentro. Pare lo facesse Socrate, Lutero e anch’io. Lo diceva mio padre, ma forse l’aveva scritto Victor Hugo prima di lui.
Ma Max non parla mai da solo.
Lui parla con le sue carte e i fogli di calcolo bisbigliando cifre. Io discuto, domando e mi rispondo, e spesso trovo soluzioni impensate.
Max è alla porta.
Questa notte, perché la paura si dissolva, ti dirò della donna del palazzo di fronte e di mio padre, di quella notte e della mano armata che me l’ha portato via, lui e il suo dolore da pagliaccio.
Adesso, voglio solo respirare un po’ di vita.







giovedì 17 maggio 2012

Tratto da "L'uomo che ride" di Victor Hugo

Questo è ciò che Ursus tiene sempre a mente, per non incorrere in nessun guaio. 

SODDISFAZIONI CHE DEVONO BASTARE A CHI NON HA NIENTE

Henri Auverquerque, conte di Grantham, il quale siede alla camera dei lord tra il conte di Jersey e il conte di Greenwich, ha centomila sterline di rendita.  È a Sua Signoria che appartiene Grantham-Terrace, un palazzo costruito interamente in marmo e celebre per quello che viene chiamato il labirinto dei corridoi, una curiosità in cui troviamo il corridoio color incarnato in marmo di Sarancolin, il corridoio bruno in lumachella di Astracan, il corridoio bianco in marmo di Lani, il corridoio nero in marmo di Alabanda, in corridoio grigio in marmo di Staremma, il corridoio giallo in marmo di Hesse, il corridoio verde in marmo del Tirolo, il corridoio rosso metà mischio di Boemia metà lumachella di Cordoba, il corridoio blu in turchino di Genova, violetto in granito di Catalogna, il corridoio a lutto, bianco e nero venato, in scisto di Muriviedro, il corridoio rosa in cipollino delle Alpi, il corridoio madreperla in lumachella di Nonette e il corridoio multicolore, detto corridoio cortigiano, in breccia arlecchina. 

(...)



Grimsthorf, nel Lincolnshire, con la sua lunga facciata interrotta da alte torrette in guisa di pali, i suoi parchi, i suoi stagni, le sue fagianaie, i suoi ocili, i suoi manti erbosi, le sue quinconce, i suoi viali, le sue fustaie, le sue aiuole tutte ricamate a quadri e losanghe di fiori, che somigliano a grandi tappeti, i suoi campi da corsa e il maestoso rondò dove le carrozze girano per entrare al castello, appartiene a Robert, conte di Lindsay, lord ereditario della foresta di Walham.

mercoledì 16 maggio 2012

La TV che vorrei


Rido da ieri per tutto questo parlare del programma di Fazio e Saviano in onda su La sette.
Rido perché in tanti, pur giudicandolo pieno zeppo di luoghi comuni, e prevedibile, credono che un prodotto del genere sia comunque valido, comunque meglio di certa robaccia che passano oggi in tivù che sia pubblica oppure no.
E la mia riflessione nasce proprio da questo, dagli spettatori 2.0 che anche quando non hanno voce in capitolo la alzano, e che sdoganano qualsiasi “dato di fatto” con un “mi piace” che nulla ha a che vedere con la realtà oggettiva. Ed è perciò che tutti quei mestieri che lasciano al gusto personale la facoltà di decidere se un’opera sia buona oppure no, stanno morendo.
Dove la “vendibilità” ha tolto di mezzo “le capacità”, troviamo solo storie banali o attorucoli, che per sembrare credibili, sussurrano battute e berciano come tacchini, senza lasciare, nella nostra memoria, alcuna traccia di sé.
Ma se non si hanno termini di paragone, un attore che non è granché o una trasmissione così e così, vanno bene comunque.
Per non incorrere nel rischio di vedere la trasmissione in questione, ho comprato, in offerta Feltrinelli a 9.90, un vecchio sceneggiato RAI, “Il Mulino del Po”. 
Diretto da Sandro Bolchi nel 1963 diede il via alla sua lunga carriera –parola ormai in disuso- con lavori del calibro de “I demoni” i “Fratelli Karamazov”, “Anna Karenina”, “Morte di un commesso viaggiatore” o “I promessi sposi”, che entravano nelle case di tutti gli italiani, in prima serata, e senza tanto chiasso.


Un tempo, non troppo lontano, il giudizio era oggettivo perché si mangiava pane e buon teatro. Chi non aveva voglia o capacità di leggere, poteva essere comunque spettatore, e non aveva scelta, di interpretazioni storiche e narrazioni di grandi scrittori.
Ma non solo.
A una produzione di quel tipo, allora, ci lavoravano centinaia di persone, dai macchinisti, agli attrezzisti, dalle sarte agli scenografi, dai ragazzi di bottega agli orchestrali e anche loro diventavano spettatori di un'arte persa per sempre.
Parliamo di un’epoca in cui la RAI bandiva concorsi pubblici, non lavorava in outsourcing e non comprava a peso d’oro programmi dove un solo individuo guadagna ciò che un tempo serviva a dar da mangiare a cento famiglie. Era il 1960.
Ma in mezzo, c’è stato un omicidio.
L’uccisione della professionalità e della competenza da parte dell’ignoranza e del pressapochismo.


Prima, il cuore della produzione, non erano il “nome” o la facile fama “da gossip” del protagonista, ma la sua bravura.
Il motore della produzione erano la professionalità degli attrezzisti, dei costumisti, dei direttori della fotografia, l’abilità e precisione dei montatori, che all’epoca lavoravano di taglierino e a cui l’errore, era fatale né più né meno che al chirurgo.
Girato tutto in studio, la pellicola non fa affidamento su effetti speciali ma alle parole di Bacchelli, autore della trilogia, e alle facce, alle espressioni e ai gesti.
Il lavoro di Bolchi è tutto in presa diretta e gli errori, dagli impercettibili inciampi nella recitazione, agli “occhi di bue” ben visibili in campo lungo -come nella prima carrellata della campagna di Russia-, ci regalano la possibilità di vederla la finzione, di sentire l’odore delle quinte appena dipinte, delle cantinelle e dei trucioli lasciati dagli scenografi. E certe ingenuità che lasciano trasparire il lavoro dell’uomo e la sua possibilità di fallire danno, a mio avviso, un’emozione ben più forte che qualsiasi effetto speciale, perfetto ma sempre uguale.
Certi “birignao” e appoggiature, e i melismi attoriali, che possono apparire eccessivi a un orecchio abituato al “doppiaggese”, ci insegnano quale sia stata, e fino a pochi anni fa, la tanto decantata “tecnica dell’attore”.

Gli interpreti di quelle produzioni, venivano presi a prestito dal teatro e non il contrario.
Allora, i protagonisti della TV di stato erano bestie da palcoscenico del calibro di Valeria Moriconi, Mariano Rigillo, Salvo Randone, Gastone Moschin, Elisabetta Pozzi, Ilaria Occhini, Ottavia Piccolo, Anna Proclemer, Giogio Albertazzi, Ave Ninchi, Lilla Brignone e mi scuso con gli altri che non cito perché sono veramente numerosi.
E a guardarli oggi sembrano proprio scesi da un altro pianeta, invece no, sono a un passo da noi, ma il guaio è che non li ricordiamo più, che il gusto si è fatto cattivo e non li si riconosce più.

Perché la vera recitazione vuole l’urlo, i colpi di glottide, la dizione perfetta, un’appoggiatura da cantanti lirici, sennò non si sente, non rende.
E non è una questione di gusto: se non ti sento, vuol dire che non sei un bravo attore, e basta. Se non capisco ciò che il personaggio era e diventerà, come Vallone che di episodio in episodio cambia pelle, muta espressione, sguardo, intenzione e non abito, allora sei un cane, e devi fare un altro lavoro.
Perché il teatro è fatto per ingigantire il gesto, renderlo unico e irripetibile, perché il gesto è la firma di chi  lo compie e vuole farsi ricordare, non è solo un’azione ripetuta perché così vuole la regia. Il teatro è ricerca e amplificazione dell’humus del personaggio, sennò passa sotto silenzio, non mette né toglie nulla a ciò che lo spettatore già sapeva e sentiva.
E il bello è, che certe forzature non vanno al discapito del realismo del personaggio, perché la nostra lingua, di fatto, è musicale, come insegnava Ronconi, le nostre appoggiature, nella realtà, danno significato alla parola e sono sorprendenti.
Basta chiudere gli occhi e ascoltare.
Nessuno nella realtà parla come gli interpreti dei telefilm, nessuno parla il cosiddetto “doppiaggese”. La voce contiene infinite sfumature e tonalità, e a parte chi studia Public Speaking, nessuno parla o gesticola sempre allo stesso modo.
La parola e il gesto scaturiscono da uno stato d’animo, dal clima, dallo stato di salute, dal tempo che c’è fuori e quindi dalla lettura e dall’analisi del testo. E tutti questi meravigliosi artigiani del tempo che fu, non avevano bisogno che la sceneggiatura li supportasse con interventi didascalici per farci capire chi interpretavano, bastava la postura, come Carraro, nella prima inquadratura. Lui è già il perfido Raguseo e anche se sulla porta è semi nascosto e in ombra, sappiamo bene cosa combinerà. 
A chi aveva “mestiere” bastava trovare una voce più o meno acuta, il profilo da porgere alla cinepresa, il ghigno, tenuto a volte per un’intera inquadratura, come Vallone quando in un attimo di follia uccide, o crede di uccidere, e rimane con lo sguardo fermo e immobile sul Po –che noi non vediamo- e per più di venti secondi, senza muovere un muscolo, senza variare di un millimetro l’espressione, indietreggia, con passo incerto, sorpreso da se stesso e spaventato.

Ed è sul mestiere perduto che mi preme porre l’accento, e sulla televisione, allora incline a premiare personalità attoriali e talenti musicali che crescevano e si formavano a forza di fatiche, di memoria, di buoni esempi, di prove estenuanti con registi perfezionisti e isterici, di battute ripetute all’infinito per un piano sequenza che durava dieci minuti. Come nella scena in cui Vallone e Carraro, si sfidano a braccio di ferro, magistrale sequenza in cui vincono la perfezione dei movimenti, pochi e ben studiati, il ritmo delle battute sulla musica, l’espressione tenuta, equilibrata, mai eccessiva né scarsa.
Ed è di fronte alla pienezza di quelle “prove d’attore”, che anche i più applauditi attori d’oggi impallidiscono miseramente, quando ci offrono personaggi scoloriti e poco incisivi, tragicamente generici e mortalmente noiosi.

In attesa di trovare il secondo Volume di questa meravigliosa produzione RAI, farò sicuramente a meno della TV a discapito dello share e a favore della mia capacità di giudizio, affinché io non debba mai ripiegare su ciò che è “meno peggio”.


martedì 15 maggio 2012

Teresa e il compromesso, il Viminale e la spesa.


Per tutti i Viminali!, Siam messi proprio bene,
se adesso è la TAV madre delle nostre pene,
“di ogni preoccupazion” dice invero la Ministra,
che mobilita l’esercito in divisa antisommossa.
Eppure io credevo che il male fosse altrove,
forse nella scomparsa del valore culturale.



-Oddio come abbiam fatto a non capirlo prima!-
mi ha detto Beppe al bar col sorriso da faina.
-Allora tutto è a posto, tutto bello che risolto!-
si sganascia Pino un tizio cui casa hanno tolto.
Ma sì allor possiamo tutti assieme festeggiare!
la fine di una crisi che non deve preoccupare.






Intanto la Minetti conserva il posto e lo stipendio,
e i tiggì ora la omaggiano assieme al suo bel taglio
perché si sa in Italia conta avere la notizia
e a noi accontentarci dei lifting della tizia.
Sedati i malumori per i più che si fan fuori
perché l’Istat assicura: non sono più di ieri.

Magari lo dovrebbero affermare a fine anno,
invece aggiungon beffa al grosso e serio danno.
Ma tanto ormai, si sa, noi siamo tutti manovrati
Visto che ci bombardano e ci han depauperati
del tempo di capire e dei giudizi equilibrati
del calmo ragionare e dei “credo” coltivati.

Un tempo si parlava per settimane e mesi
si discuteva assieme di questa e quella tesi
i Politici in bianco e nero sembravano pacati
almeno ci tenevan a non essere incriminati.
Oggi son così tante le notizie vere e urgenti
che sono appena uscite e già non son bollenti.

Ma sì, lo so che è inutile star qui a questionare,
questa è la mia epoca e ci devo anch’io restare.
Bando alle nostalgie, che anche quelli eran tempi
di bombe che celavano ben altri intendimenti,
è che infatti non capisco come voglian farci bere
la vecchia e conosciuta strategia del gran terrore.

Comunque io stasera preparo la super torta
per il mio bell’assessore e la sua ricca scorta.
Mi ha vista giù al mercato pesare la farina
mi ha detto –proprio lei cercavo signorina!-.
-Che mi offre un lavoro?- ho risposto libertina
-Magari, poi vedremo, mia bella malandrina-.

Ma in questi tempi duri ci si deve adeguare
e anch’io sono sicura non mi potrò pentire.
Certo devo farlo scientemente illanguidire
cuocere a fuoco lento per farlo innamorare:
forse un buon lavoro, magari da Assessore
potrò anch’io domani col talento conquistare.






sabato 12 maggio 2012

Acrobati


Da bambina volevo fare l’acrobata. Anche se il circo mi metteva addosso una tristezza infinita, l’idea di crescere in una famiglia così grande e di stare alla larga dai meccanismi nevrotici del piccolo nucleo in cui stavo crescendo, mi entusiasmava. E poi volevo vivere in una roulotte tutta mia e vestirmi di piume di struzzo e di paillettes anzi, avrei voluto affogarci in tutto quel luccichio esaltato dal rullo di tamburi.
Ero così minuta e agile che per far comprendere ai miei l’urgenza di quel desiderio, m’infilavo in ogni valigia che trovavo a portata di mano. Naturalmente, ci fu la volta in cui mi rinchiusi così bene che stavo per rimanerci, e tutto finì in un mezzo dramma, con mia madre che camminava su e giù per la stanza domandandomi da chi avessi preso, spandendo cenere dalla sigaretta, e mia sorella, che ridacchiava felice per la mia sconfitta.
Forse fu allora che nella mia mente s’insinuò il dubbio che fossi stata adottata.
Bella morte. Talento circense muore soffocato nella valigia di cuoio del nonno.
Comunque, quell’episodio non bastò a cancellare il mio sogno, e ogni volta che ai semafori, signorine in tutù distribuivano volantini del circo, incominciavo a nutrire la speranza di infilarmi in un baule dei loro, e ritrovarmi dall’altra parte del mondo, vestita di tulle e pronta per lanciarmi nel vuoto con un sorriso smagliante.
Col naso all’insù, seduta tra mia sorella interessata solo ai pop corn e mia madre che guardava di continuo l’orologio pregando che tutto finisse presto, mi domandavo come riuscissero, quelle signorine bellissime dagli occhi scintillanti, a volteggiare come trottole e a non perdere i sensi, e mi chiedevo anche se non fosse per amore che le loro mani, si agganciavano con quella sintonia alle mani del compagno di turno che si dondolava sull’altro trapezio. Magari quei due si odiavano, penso oggi, ma a quel tempo questa ipotesi non era contemplata.
Mi si svuotava lo stomaco a vederli dondolare a testa in giù in attesa del momento giusto per agganciarsi l’un l’altra, nel vuoto, così davanti a tutti.
Il mio problema è stato sempre quello: aspettare il momento giusto, o più semplicemente riconoscerlo, come adesso, che quando dimentico gli occhiali chiedo passaggi ai camionisti anziché fermare l’autobus di linea.
Eppure i tempi sono stati sempre la mia specialità.
Nella recitazione i tempi sono tutto. Il tempo di un’entrata in scena, di attacco di una battuta, di un movimento. Perché si può anche snocciolare una frase troppo rapidamente –e anche quella era una mia specialità- ma è l’attacco ciò che conta veramente. È lì che si nasconde il talento, nel tagliare la pausa nel momento esatto. L’arma segreta dell’attore sta nel bucare il silenzio proprio lì, nella giusta frazione di secondo, né prima né dopo. Ed è lì che si trova anche l’intensità, la verità della battuta, nel brivido, nell’impazienza frenata, nell’attesa. E quella roba non si insegna, né si legge su un foglio pentagrammato, si sa e basta. Sono strumenti del mestiere che non si possono comprare, si trovano nella pancia e nel coccige, come la presenza scenica. È la stessa cosa di quando sento che quello che ho davanti è un uomo speciale, e che mi ha già rubato il tempo a venire, forse tutto quello che mi rimane.
Una volta ho conosciuto un tizio che nella vita non aveva avuto che idee geniali, idee grandi e rivoluzionarie, e nemmeno le aveva rubate a qualcuno, erano solo sue, partorite da un testone riccio e messe in opera da mani grandissime e piene di cicatrici.
Mia madre non mi credette quando glielo raccontai. Mi disse, naturalmente con dolcezza affinché la delusione non fosse troppo aspra, che se quel signore aveva avuto idee geniali non doveva trovarsi lì, a un angolo di strada, vestito di abiti che sapevano di marciapiede e con un fiasco di vino mezzo vuoto e qualche cicca come unico avere.
Fu in quell’istante che compresi che genialità e realizzazione devono coincidere, altrimenti non sei niente.
Ma gli occhi di quel tizio, che aveva la sua casa di cartone proprio all’angolo di una grande banca dai gradini di marmo, avevano qualcosa di scintillante e indimenticabile, e non mi rassegnavo all’idea che la sua realizzazione fosse andata altrove, che si fosse persa e piangeva per strade sconosciute in cerca della genialità che le corrispondeva.
Sì, forse l’aveva perduta, pensavo, forse gli era passata accanto mentre era occupato a costruire la sua idea fantastica, e non l’aveva vista. Consumai giorni e settimane, a chiedermi se quella realizzazione avesse trovato un’altra idea con cui coincidere alla perfezione, come le mani degli acrobati, o se ancora vagava in cerca del tizio e del suo talento.

A quel tempo, quando mi dondolavo a testa in giù dal ramo del grande gelso, in attesa che il mio circo passasse, non avrei mai pensato che potesse esserci un’altra via. Non avrei mai ipotizzato, allora, che le realizzazioni si fabbricano in serie, si possono comprare o duplicare a piacere. A volte si incontrano a cena, casualmente, quando proprio non ci si pensa, altre volte si scambiano con ciò che si ha, che sia prezioso o meno non importa, e nemmeno importa a nessuno, se quella realizzazione ha da qualche parte un’idea geniale o un vero talento che le corrisponde alla perfezione, e che ancora la sta cercando. 

venerdì 11 maggio 2012

Diario di Lola, diciassettesimo giorno, abitudini



No, non mi abituerò mai a questo tempo immobile.
Tu ripeti il mio nome e non lasci che la memoria di questa esistenza, breve e inutile, sbiadisca. Impazzirò.
Ieri, Lalama mi ha accompagnata a casa in perfetto orario.
Alle quattro ero al portone.
Durante il tragitto, all’andata così pieno di tensione erotica, non sono riuscita nemmeno a guardarlo con la coda dell’occhio. Avevo paura che mi rivelasse il suo volto più vero: una maschera di sangue o carne putrescente.
Di tanto in tanto accennava, con tono pacato e gentile, il solito, al fatto che devo dare ascolto a lui e ritrovare la fiducia perduta perché nessun altro mi aiuterà  a venir fuori da questa assurda storia.
Ho annuito un paio di volte ma solo perché la smettesse di parlare e di trattare “la faccenda”, come la chiama lui, come fosse l’acquisto di un’auto usata.
Ha parcheggiato con calma e ha fatto rapidamente il giro della vecchia BMW per aprirmi lo sportello. Non gli ho dato la mano e ho lasciato che il suo affettuoso –ci vediamo- scivolasse tra auto e marciapiede.
Nemmeno ci ho provato a salutare il portinaio che si dava da fare a lucidare vetri e ottoni e sono salita su per le scale.
Ero al quarto piano quando ho sentito un pianto di donna. Accucciata su un gradino, una brunetta si teneva il viso tra le mani. Si lamentava come se quella fosse una consuetudine, come un’attrice che recita la parte senza espressioni né pathos, come al termine di un’estenuante tournèe davanti a un pubblico poco partecipe.
Sentendomi arrivare si è fatta da parte per lasciarmi passare, io, invece, mi sono fermata per chinarmi su di lei.
Lasciando il viso tra le mani piccole mi ha sgarbatamente urlato di andare via.
Non so se mi abituerò mai a tutto questo.
Sono così numerosi, troppi, i disperati che si aggirano smaniosi per le strade dei vivi in cerca di un’uscita.
Quando mi sono accucciata accanto a lei, il sangue ha cominciato a scorrerle sulle braccia sottili e tra i braccialetti di plastica colorata.
Le ho tolto le mani dal viso e due grandi occhi azzurro mare mi hanno guardata interrogativi.
Chi sei?, mi ha domandato, Non ti ho mai vista qui, e alzandosi si è ricomposta muovendo la gonna rosa confetto, da cui fuoriusciva un lembo inamidato della sottogonna bianco latte. Ai nostri piedi, il sangue aveva già formato una pozza amaranto.
Pare che tutti sappiano cosa mi sta succedendo visto che anche lei mi ha detto di fare attenzione, e me l’ha ripetuto un paio di volte, calcando le parole, con un’espressione seria, come se fossi una bambina che stenta a capire.
Poi ha avvicinato la mano insanguinata al mio viso per sistemarmi una ciocca ribelle dietro l’orecchio. Non ho fatto a tempo a domandarle altro perché subito si è voltata ed è scomparsa su per le scale.
Le ho urlato di tornare da me e poi ho lasciato che almeno la mia supplica la raggiungesse, prima di sedermi lì su un gradino in attesa del nulla.


La porta di casa era aperta.
Sul tappetino, il sacco della spazzatura e l’ombrello rosso aspettavano Milena che si affrettava a passare la cera sul parquet.
Sono rimasta lì a guardarla per un po’, mollemente appoggiata allo stipite come dopo una lunga giornata di lavoro, finché si è voltata ed è venuta verso di me annusando l’aria, ha chiuso la porta ed è rimasta imbambolata a cercare il perché di quella sensazione.
Si sentiva osservata.
Quasi in ipnosi è andata in salone e ha preso il vaso dei lilium. In cucina ha tagliato con cura i gambi, ha cambiato l’acqua e ha lasciato che un quarto di aspirina si sciogliesse nel vaso, il mio preferito, quello scelto da Olimpia per i Potus. Ha sistemato i lunghi steli con cura, esattamente come le avevo fatto vedere decine di volte domandandomi se avrebbe mai imparato.
Li ha riposti sul trespolo di bambù e osso vicino alla finestra, accanto alla mia foto, quella da cui sorrido al mondo.
Prima di vestirsi e scappare via, ha dato a un’occhiata frettolosa al salone e ha sistemato i cuscini del divano.
Generalmente restavamo a parlare sedute in cucina davanti a una tazza di caffè. Mi raccontava del marito senza lavoro e che faceva il cretino con tutte quelle che incontrava, e arrossiva ogni volta, allora cambiavo discorso, e ci soffermavamo sulle solite cose, quelle che affliggevano entrambe allo stesso modo, le noiose incombenze quotidiane e le rinunce, i gesti abituali, quelli che adesso, visti da questo pomeriggio in bianco e nero, mi sembrano irrinunciabili. Come le persone, e tutte le parole che avrei ancora da dire ma che non potrò mai far arrivare nemmeno sin lì, a un passo da me.
Tutto rimarrà così come l’ho lasciato: l’orlo che dovevo ricucire, la gonna nera che aspetta ancora sulla sedia ottocento, ripiegata con cura nella busta, l’orologio di Max che ho portato a riparare, l’abbonamento a teatro che avrei dovuto confermare una settimana prima di perdermi. E così sarà anche per gli appuntamenti che non ho rimandato e per le persone che inutilmente hanno atteso una chiamata e un perché.
Non potrò più rientrare in casa e lasciare le chiavi lì, sul comò, né aggiustarmi la frangia su un lato guardandomi allo specchio mentre mi sfilo il cappotto, lanciare da qualche parte scarpe e vestiti per infilarmi sotto la doccia, ungermi di crema, infilarmi calzettoni e tuta e accendere la radio per sdraiarmi sul divano con un libro. Noiose incombenze come fare la spesa, preparare per cena, o travasare l’olio, mi sembrano adesso vitali e irrinunciabili.
L’orologio ha suonato sei rintocchi.
Max chiama sempre alle sei per sentirmi e dirmi quando rientrerà. Nessuna sorpresa. È un abitudinario. Mi chiama per il saluto al volo prima dell’aperitivo con i colleghi, l’happy hour di cui sono sempre stata gelosa. Chiama per sapere se mi serve qualcosa, se ho voglia di stare in casa a guardare la tivvù o uscire. Chiama, anche se conosce già la risposta, lo fa per avere conferma che nulla è cambiato nell’ordine abituale delle cose.
Quello squillo che tante volte mi sembrava seccante, ora mi pare la cosa più preziosa al mondo. Quello squillo, e la sua voce, e lo scontato –ciao amore- ora potrei sentirlo di continuo senza stancarmi mai.
In bagno ho fatto qualche inutile tentativo di accendere la luce ma il muro sembrava molle come un budino appena sfornato.
Volevo passare in rassegna le mie cose, le creme che avevo comprato prima di svegliarmi a quel maledetto incrocio dai semafori spenti, in questo limbo infernale senza tempo. Volevo sentire le fragranze dei profumi, quello di Max, del suo sapone.

Passando davanti alla finestra ho visto la donna scomparsa che appena ha incontrato il mio sguardo si è animata, come la ragazza sulle scale e l’uomo all’autogrill.
Mi ha fatto cenno di aspettare ed è sparita per alcuni secondi. Quando è tornata, sul viso pallido aveva un’espressione allarmata e ha cominciato a dire lentamente qualcosa.
Sulle labbra sottili e livide ho letto un altro –stai attenta Lola-.
Conosce il mio nome.
Le ho subito domandato a cosa devo stare attenta e a chi, e come mai conosceva il mio nome. Quel gesticolare mi ha fatto sentire un po’ ridicola.
Lei ha abbassato la testa. Forse, come Lalama non poteva dirmi di più. Invece, ha sollevato lo sguardo con un’espressione rassegnata, e dopo essersi guardata attorno, ha confermato ciò che già temevo.
Devo stare alla larga da Vince, ha detto che le cose per me sono complicate, e che forse, è il caso che io vada da lei al più presto, al secondo piano del palazzo di fronte.
Chissà perché, come facevo con le amiche quando stavamo al telefono, appena ho sentito Max armeggiare alla porta, le ho fatto cenno che ci saremmo riviste ma che dovevo andare.
Chissà perché sono andata incontro a mio marito e istintivamente ho provato a baciarlo.
È rimasto fermo per qualche istante e poi, come se si fosse ricordato all’improvviso di qualcosa, si è voltato verso la porta e poi di nuovo nella mia direzione. Ma no, non era niente, una nuvola passeggera, una lieve carezza sul cuore.
Ha scrollato il soprabito bagnato di pioggia leggera e lo ha lanciato sulla piccola poltrona accanto al tavolino. Un’abitudine che mi faceva imbestialire.
In camera e si è spogliato con l’aria di chi sia sopravvissuto a un’estenuante giornata.
L’ho seguito in bagno e sono rimasta a guardarlo farsi la doccia. E stavo dietro di lui mentre davanti allo specchio percorreva le linee forti del viso per trovarsi stanco, e invecchiato.
È il dolore, amore mio. Ma io sono qui e non ti lascio Max, gli ho detto con un filo di voce, per paura che potesse sentirmi e morire di terrore.
Forse però lui mi sente comunque, perché ha aperto il mio profumo e dell’anta della specchiera ha preso uno a uno i vasetti di crema per aprirli con delicatezza avvicinandoli al naso sottile.
Quando ha spento la luce, è rimasto immobile nel buio per un po’ e poi ha appoggiato le mani al lavello e ha lasciato che il pianto lo scuotesse a lungo percuotendo la sua schiena, le spalle forti da nuotatore e tutto il suo metro e ottanta di carne. Allora mi sono adagiata su di lui, aderendo alla sua anima fragile. Assieme, abbiamo sentito le gambe che ci sostenevano a fatica, lui e la sua disperazione, io e la mia.
Ha pianto finché il telefono non ha squillato e lo ha lasciato squillare.
Poi è andato in cucina. Era già tutto pronto e ha dovuto soltanto mettere su un piatto dell’arrosto di tacchino e insalata poco condita, poi è andato di là, alla scrivania. Ci ha piantato sopra le braccia per restare ad ascoltare il silenzio e  quando gli è parso lo stesso di sempre, ha acceso il computer. Credo che aspetterà che il vecchio Mac muoia di morte naturale: gliel’ho regalato più di un Natale fa.
Max detesta la carne, ha un’indole vegetariana nonostante sia un bancario. Ne ha mangiato controvoglia due pezzi prima di far scivolare il piatto in fondo alla scrivania.
Mi sono seduta sul bracciolo della poltrona lì accanto e sono rimasta a guardarlo.
Ormai non ho più niente da fare e posso respirare il suo alito vitale e nutrirmi di ogni suo gesto, per non dimenticarlo, per poterlo cercare tra miliardi di altri gesti e ritrovarlo, quando sarò anch’io confusa tra l’umanità senza nome né memoria.
Le mani lunghe digitavano numeri su un foglio di calcolo per andare poi su e giù per il viso e tra i capelli troppo lunghi, di tanto in tanto digrignava i denti e stringeva gli occhi. Max li sbatte un paio di volte in sequenza, un tic nervoso che conosco bene e non so perché amo tanto.
Sembrava riflettere e spesso si perdeva altrove, osservava il medio leggermente storto, la fede all’anulare, la peluria chiara sulle nocche, le unghie -anche quelle troppo lunghe.
Ha messo in stop il computer e ha preso il quaderno nero e stilografica. Sulle pagine ho scorso alcune righe e la sua scrittura scomposta e infantile. Quasi su ogni rigo compariva il mio nome, tra alcuni “ospedale” e “neurologo”.  
Ha sbattuto di colpo i pugni sulla scrivania lasciando che la penna disegnasse qualcosa senza senso sul foglio bianco e sulla sua mano, poi, e ha cominciato a chiamare inutilmente il mio nome.



martedì 8 maggio 2012

Teresa e la fortuna inutilmente attesa


Parlare dei grillini e delle amministrative
del botto del PDL e delle varie alternative
mi pare assurdo e illogico e anche innaturale
dato che c’è il social con il suo tweet abituale
i blog e il bla bla bla, che già mi sta annoiando
ed i giudizi altrui che si vanno omologando.

E mentre mi sollazzo a sculacciar farina
a far sesso tra gli aromi da sola in cucina
mi viene illuminante la storia di zia Pina
che per giocare al Lotto cedette mia cugina
al cravattaro Beppe con la faccia da faina
che con i suoi giocatori usava vaselina.

C’è la pubblicità che impazza sui giornali
che poi sul dramma scrivon moralisti editoriali
che pensano che basti la raccomandazione
di far del gioco un uso regolamentare.
Ma sono 800mila i giocatori patologici
dei numeri assurdi e del tutto illogici.

Gli italiani sono fessi e anche un po’ infingardi
visto quanto spendono in numer di miliaridi.
Sono settantasei solo l’anno passato
non dica l’italiano che è stato salassato.
E si parla di miliardi spesi per il gioco
sarò impopolare ma non mi pare poco.

Ci sono sale gioco a ogni angolo di strada
così son più sicuri che ognun di noi ci cada.
Abbiamo un buon per cento di tizi abituali
che stanno ipnotizzati nei baretti rionali
li incontro al mattino quando faccio colazione
li rivedo a sera tarda nella stessa posizione.

Son tanti pensionati e cinquantenni casalinghe
che cedono al “dlin dlin” e alla subdole lusinghe
di quella macchinetta fatta per ipnotizzare
gli idioti che ci credon e si fan poi gambizzare
dal bastardo che gli ha offerto il centino a strozzo
e che in una settimana lo fa finir nel pozzo.

Forse ci vorrebbe una legge un po’ più seria
ma lo Stato ci guadagna e neanche una miseria.
Allora io invito i giornali più oculati
e tutti i siti web al sociale interessati
a rifiutare i banner e la pubblicità
di chi sfrutta debolezze sino all’illegalità.

E prego chi mi legge ed è un giocatore
ad uscir di casa e andare diritto dal dottore.
Ci sono centri adatti che servono a curare
chi da questa dipendenza si è fatto divorare.
Come la Rosetta, che per giocare al lotto
ha fatto col marito un brutto e grosso botto.

I colpi di fortuna sono i sogni del cretino
di chi rimane in fondo solo un ragazzino.
La fortuna è una roba che si deve guadagnare
la dea è anche bendata e non si fa accalappiare.
Come me che per trovare la rima infin più giusta
ho fatto impazzire il bianco d’uovo con la frusta.



lunedì 7 maggio 2012

Un numero "id"


Io me li ricordo bene gli anni del terrore, quelli in cui pioveva piombo e noi bambini non capivamo bene. E quegli anni li vediamo adesso al cinema e in tivvù e ancora non riusciamo a vederci chiaro perché l’analisi non è mai perfetta se ancora il ricordo brucia. È come quando guardiamo un’immagine troppo da vicino e non vediamo che figure distorte e colori sfuocati e contorni imprecisi.
Ma ci siamo, e ci sentiamo tutti in dovere anzi, in obbligo, di esprimerci e di partecipare al dire collettivo, alla rivolta virtuale dei tweet che rimarranno tali perché così è giusto, perché alla fine sono solo vocali e consonanti alla ricerca del pubblico consenso. Come quando parlo con qualcuno e capisco chiaramente che formula già la sua risposta, che cerca nella propria vita un ricordo più sensazionale del mio, un episodio che valga veramente la pena di raccontare.
Sono una persona ottimista. Il dna in partenza non mi voleva così ma poi ho scelto la felicità un po’ stupida alla nostalgia a tutti i costi, l’accontentarmi del poco che ho perché alla fine è tantissimo. Quando il dolore è stato bruciante, ho pensato fosse meglio dirmi che poteva andare peggio e che sto bene anziché benino, invece che insomma, o abbastanza.
Perché vivere è un casino ma è bellissimo, perché l’avvicendarsi delle stagioni mi fa sentire parte di questo universo bastardo, e mi basta.
Ma adesso mi pare di stare di fronte a un palazzo che brucia, a una torre gemella che sputa corpi come sacchi di sabbia. Sono di fronte a un muro di gomma completamente sordo alle quotidiane e misere fatiche, in una società che domanda sensazionalismo anziché verità. Recito davanti a un pubblico che chiede il volo senza rete e il sangue vero e che sia sempre più rosso perché ormai non basta più. Mi immergo ogni giorno in questa rete bastarda che vuole originalità a tutti i costi e che vorrebbe costringermi ad abdicare a me stessa, alla noia che sempre più spesso mi prende alla sprovvista, perché apparire, è più importante che essere e a un certo punto ci domandiamo chi siamo e non ci troviamo più. Abbiamo coperto tutti gli specchi di casa e ci siamo rifatti il look.  Affermare noi stessi è la quotidiana lotta, affermare noi stessi e compiacerci di quel piacere a qualcuno o ai molti che, di fatto, non esistono.
Chi potrà mai aiutarmi nel momento dell’abbandono e del bisogno, chi verrà a prendermi di notte su una strada buia e solitaria se dovessi perdere le chiavi di casa?
Incolonnati dietro la notizia, solo a quella che qualcuno vuole farci leggere, uno dietro l’altro chiamati a dire la nostra a voce alta, sempre più alta, perché c’è chiasso e altrimenti nessuno ci sente. In fila dietro un pifferaio Magico che nemmeno vediamo né sappiamo più chi sia, nei pressi di un burrone che non ci fa nemmeno paura tanto siamo presi dal seguire il passo dell’altro. Tutti così convinti del nostro punto di vista ridotto a una battuta, così persuasi del nostro valore da sentirci fieri e felici anche se la nostra vita è un casino e a guardarla così fa veramente pena. E anche se non siamo convinti di quella nostra idea, va bene così, purché piaccia, purché sia comprensibile e generi consensi.
Siamo ridotti a un numero di condivisioni e di retweet.
Ridotti al gusto degli altri.
Perché questo mondo liquido non corrisponde mai a ciò che c’è fuori.
Dove sono le espressioni sorridenti? Dove tutti questi raffinati seduttori, questi intellettuali dal cervello fino che leggo ogni giorno urlare la propria rabbia di inappagati e incompresi? Perché in tanti continuano a saltare il proprio turno, in tanti mettono l’auto in doppia fila, accettano la raccomandazione, passano la propria cartella clinica sopra le altre allungando un cinquantino, abbandonano il proprio cane, torturano gatti e mogli e domandano favori.
Dove sono, nella realtà, i paladini della buona educazione e dell’onestà e della buona scrittura e dell’opposizione al malgoverno. Dov’è tutto questo buon gusto condiviso se per strada non vedo che volgarità?
Dove sta tutta questa condivisione se poi le domande che contano sul serio non trovano mai risposta?
Siamo ridotti a pensarci come un “potenziale” inespresso, ma non è così. Noi siamo già, e ciò che siamo lo possiamo vedere riflesso nel monitor e non in quell’icona che ci rende migliori. Ciò che siamo sono tutte le risposte inevase e gli appuntamenti mancati, le decine di e mail cui volutamente ci scordiamo di rispondere, sono la falsa compassione nella quale finiamo per credere, sono l’adesione a grandi cause che alla fine rimangono nei pixel. Sono i 140 caratteri d’ironia sulla morte di un vecchio, che rimarrà nella storia, al contrario di  noi. Siamo il nostro maledetto conto in banca vuoto e non la decina di retweet, siamo la nostra coscienza, il pentimento autentico a tu per tu con le nostre malefatte. Noi siamo la moglie che non ci soddisfa più e il marito che di là fa finta di lavorare e invece scrive robe sconce a una che nemmeno conosce, siamo un lavoro di merda che ci costringe a pensare che questa non è che una prova generale e che presto, il nostro potenziale inespresso e la nostra vita, l’unica che valga la pena di raccontare, saranno sui giornali e sulla bocca di tutti. Ma questo ci serve solo a sedare dolore, insoddisfazione e frustrazione, a rimuovere l’amara consapevolezza che si svela nell’incubo, quella di non essere altro che un numero “id”.


mercoledì 2 maggio 2012

Diario di Lola, sedicesimo giorno, il risveglio

Foto di: Brooke Shaden


No, ti prego, non lasciarmi qui da sola.
Mi sono persa, ora lo so, e non troverò mai l’uscita senza la tua voce che mi parla.
Aspetta, ti prego. Lascia che ti dica ancora. Prima di alzarti e andartene da qualche parte, aiutami a ricordare ancora. Sei tu che tieni il filo che può condurmi fuori dal labirinto, solo le tue continue domande, il tuo –non addormentarti Lola- che da giorni, da settimane o forse mesi mi rimbomba nella testa, può aiutarmi a riaprire gli occhi veramente e uscire da questo stato di morte presunta.
Perché forse è così, non è vero?
Sento che può essere anche così, perché a questo punto è possibile tutto.


Comunque, stavo sulla porta, in silenzio, pietrificata. Non potevo far altro che guardarlo mentre finiva di raccogliere le sue cose, come qualunque uomo sazio dopo l’appuntamento clandestino.
La giacca, le sigarette, le chiavi dell’auto. E come qualsiasi uomo sazio mi guardava e non mi guardava, spiandomi per vedere quanto attaccamento ci fosse già in me, e quanto seccante sarebbe stato il prossimo abbandono.
E anche io, in quel momento non potevo che rifugiarmi in una presunta normalità e rimuovere le continue domande, lecite, che mi venivano in mente. Ma come fossi stata appena tradita, come avevo visto fare a mio padre, dovevo rimuovere quel pungolo dolente e fingere che tutto fosse come sempre, normale. Non potevo che fingere,  finché potevo, che io e Lalama, non fossimo che amanti sul punto di lasciarci con un “a presto” dei più naturali.
La mia educazione, la mia cultura, la ragione, non ci potevano stare a quella regia così demenziale. E il tempo scorreva fuori, muovendosi all’interno del quadrante della pendola ma dentro, mi stava addosso come un magma.
Anche i rumori erano densi. Era come se assieme ai rumori consueti se ne fossero aggiunti altri, alcuni più acuti e altri gravi, un basso continuo di onde sonore che m’impedivano di mettere in fila le idee.
Non sapevo bene neanche da dove cominciare a fargli domande.
E poi mi pareva tutto soltanto assurdo, no, grottesco. Come l’idea che a quel punto, potessi risalire in macchina, sistemare la gonna e la borsetta sulle ginocchia, per ritornare con lui verso casa, toccandogli magari, di tanto in tanto, la mano o il ginocchio con l’aria complice e un po’ colpevole che ha ogni amante.
Due fantasmi in auto. Due morti su una vecchia auto cigolante che curvano dolcemente assieme all’Aurelia, guardandosi di tanto in tanto negli occhi.
Cosa diavolo significava che ero morta?
Adesso, secondo Lalama, avrei dovuto credere di essere semplicemente... invisibile. Io, Lola, non ero nient’altro che quel che si dice un fantasma, un’anima che vaga tra qui e l’altrove.
E perché allora salire in auto?, continuavo a ripetermi. Perché mettermi a viaggiare entro il limite di velocità consentito dalla legge anziché volare, smaterializzarmi e ritrovarmi a casa, o al cimitero.
No, la mia razionalità non mi consentiva di credergli. Eppure tutto gli dava ragione. Ogni singolo tassello trovava finalmente il suo posto. Tutto ciò che fino a quel momento mi era parso fuori luogo, ora aveva una ragione: Max che non mi parla, piange e beve, Milena che non mi saluta, il portinaio, mia suocera che vuole mettere via i miei abiti...
Sì, era tutto giusto.
E tu?
Tu chi sei? E perché sei l’unico che riesco a sentire al di là di questo respiro affannoso che sento attorno, il solo che vedo come un raggio di luce trapassare questo grigio plumbeo e immobile che mi avvolge.
E Vince?
Vince è forse un Caronte moderno?, un’anima delegata a traghettare i più deboli, quelli che rimangono attaccati a questa terra e che da tutto questo vivere disperato non riescono proprio a distaccarsi?
Continuavo a ostinarmi a piangere lacrime asciutte mentre Lalama, seduto sugli scalini, mi guardava con aria di commiserazione. Mi sembrava di stare lì da ore ma sapevo che anche la nozione del tempo era sballata.
Il cielo era livido da sempre, da quando la prima volta mi ero risvegliata con il fiato corto, nel letto, accanto a Max, qualche giorno prima della vigilia di Natale.
Ora che ci penso non c’è mai più stato il giorno e la notte. Il mio tempo è stato scandito dal tempo di Max e dei vivi che si muovono accanto a me senza vedermi.

Parlami almeno, dimmi qualcosa!, ho detto a Lalama guardando i miei piedi nelle calze smagliate e macchiate di sangue e nelle scarpe sciupate e sporche -solo in quell’istante mi accorgevo di quei particolari, come se la realtà oggettiva si fosse palesata assieme alla consapevolezza. Anche la fibbia della scarpa destra era rotta, e il cinturino, spezzato.
Forse ho avuto un incidente, pensavo, forse sono rimasta appesa alle corde, attaccata al soffitto, durante una sessione, forse è stato lo stesso Max a picchiarmi selvaggiamente dopo aver scoperto chissà che cosa, ho domandato.
Vince continuava a emettere volute di fumo e a tossire nervosamente, poi si alzato per venirmi accanto.
Non posso dirti più nulla. Ho già parlato troppo. Più di quanto mi è stato consentito. Ha fatto una lunga pausa e mi ha guardato con profonda dolcezza.
Devi venire con me Lola. E basta. Devi soltanto abbandonare tutto e lasciarti andare.
Ma andare dove?, gli ho chiesto, Lasciarmi andare come?, ho insistito.
Non è più importante nemmeno che tu ricordi, Lola. Adesso che sai tutto devi solo seguirmi.
Gli ho detto che no, che volevo capire com’era successo, che dovevo rivedere Max e Olimpia...
Olimpia?, ha detto a quel punto, furente, interrompendo quel mio breve attimo di lucidità.
A cosa ti serve rivedere Olimpia?, ha continuato cercando di assumere un tono più calmo. Non ti è bastato tutto ciò che ha già combinato? Non è stato sufficiente rivedere la tua vita disastrata?, le scelte sbagliate? Le deviazioni obbligate che quella donna maledetta ti ha costretta a fare?
Lalama la conosce.
Chi sei Vince?, gli ho domandato, E perché mi pare di conoscerti già?
Vince adesso mi dava le spalle e sembrava più interessato all’architettura liberty della casa piuttosto che alle mie domande inquisitorie.
Ha lasciato che la mia furia si sfogasse contro un vaso, che naturalmente, e nonostante i colpi, rimaneva immobile sul sottile tre piedi di bambù e osso, come se le mie mani, adesso, non avessero più capacità di presa sul mondo.
Adesso andiamo via, mi ha detto prendendomi per il braccio mentre cercavo di capire come mai, soltanto adesso, anche gli oggetti si rifiutavano di obbedirmi.
Come un padre con una ragazzina testarda e capricciosa, Lalama ha cominciato a trascinarmi fuori prendendomi per un braccio.
E come una bambina nel negozio di giocattoli, io provavo a restare attaccata alla ringhiera, ma le sue mani sembravano aver ripreso una forza umana, e anche il suo sguardo non aveva niente di rassicurante.
Mi ha infilata in auto e ha chiuso lo sportello con violenza.
Per strada si è fermato a fare benzina.
Non potevo pensare a quell’assurdità e non ridere.
Poteva essere solo un incubo, pansavo, e provavo a rassicurarmi ripetendomi che di lì a poco mi sarei svegliata nel mio letto, accanto a Max e al suo respiro calmo quando vidi che l’uomo che ci serviva alla pompa di benzina, aveva uno squarcio nel petto. Del sangue, una linea perfetta di sangue nerastro, seguiva il taglio al centro della camicia, sul petto: si pugnala da sotto in su, se si vuole uccidere sul serio, mi sono sorpresa a pensare.
Allora esiste un mondo parallelo fatto di anime morte?, pensavo scuotendo la testa. E per giunta è un mondo in cui le anime sono condannate per l’eternità a fare la stessa vita di sempre.
Non potevo non ridere. Ridere sonoramente come alla fine di una buona barzelletta.
No... tutta questa storia è peggio di un incubo, peggio di qualsiasi splatter. Questa roba che sto vivendo è peggio di qualsiasi stramaledetta idea ci si possa fare dell’al di là.
Allora sono scesa dall’auto per entrare in autogrill.

Guardavo le persone mangiare in piedi qualcosa e guardare vagamente gli scaffali attorno. Le automobiline e le bambole, quelle che tante volte anch’io mi ero soffermata a guardare con una certa nostalgia, o soltanto così, per perdere tempo e sgranchirsi le gambe. Mi avvicinavo alla gente fin quasi a sentirne il respiro: allora qualcuno si scuoteva in un brivido leggero, qualcun altro cambiava espressione, come raggelato da un antico e brutto ricordo.
Solo un bimbo, nella carrozzina, ha cominciato a sorridermi e quando anch’io ho iniziato a fare gesti e facce buffe, mi ha indicato con il dito paffuto, davanti alla mamma che guardava verso di me e non vedeva che il vuoto.
La tizia che stava alla cassa, una bionda alta che avrà avuto vent’anni sembrava ignorarmi. Mi sono passate davanti almeno dieci persone finché un uomo mi ha sorriso garbatamente da dietro il bancone. Aveva un buco sulla fronte, esattamente al centro della fronte ampia. I capelli, erano ancora pieni di sangue raggrumato. Mi ha sorriso chiedendomi se avessi bisogno di qualcosa, se per caso mi fossi persa.
Ero quasi felice di poter parlare con qualcuno che non fosse Vince, ma quando ho provato a domandargli cosa gli fosse successo e come si usciva da lì, ha cantilenato la stessa domanda, con la stessa identica intonazione: ha bisogno di qualcosa? Per caso si è persa?
Sembrava uno di quei maledetti aggeggi elettronici che ripetono all’infinito canzoncine di Natale.
Lalama mi ha riportata in auto.
Mi sono risvegliata, sì, ma questo è l’inferno.