mercoledì 24 novembre 2010

Un fascino sottile


Per prime vide le sue mani darsi da fare sul tavolino di quel caffè tra posacenere e giornali.
Le bastò guardarle muoversi su e giù quelle dita lunghe e sottili, fare un paio di giri come ballerine sulle punte e rilasciarsi all’improvviso stanche, per decidere di restare ancora lì.
Quelle dita che disegnavano una strada, mille possibilità d'essere o nessuna e rincorrevano, per calciare infine con forza degli innocenti chicchi di caffè, le impedirono di muoversi, di spostarsi da lì.
Aveva una giornata così vuota davanti a sé, che avrebbe potuto restare lì tutto il pomeriggio, la notte intera e il giorno dopo ancora, e solo per perdersi in quei gesti inutili e infine, dimenticarsi.
Quell’uomo aveva qualcosa di speciale: il cappotto un po’ lungo, i capelli disordinati, le rughe profonde a contraddire uno sguardo giovane, l’aria di chi osserva ogni minuto, ogni istante della vita per poi lasciarli andare via a mani aperte, come coriandoli, come chicchi di riso su una sposa, verso una direzione qualunque.
Un paio di quotidiani, una tazza di caffè e un sigaro spento come commensali, l’uomo dalle dita danzanti guardava al di là della piazza ma senza un direzione precisa e forse,  pensò la donna, senza nemmeno una ragione.
Non c’era il tempo a scandire quei gesti e nemmeno l’ombra di un pensiero da scacciare, magari inutile o fastidioso.
Quel pomeriggio Elsa aveva deciso di staccare alcuni assegni per i regali di Natale in una boutique di scarpe da uomo.
Come una bambola meccanica eseguiva quel compito ogni anno, grata alla vita di non doversi affannare a cercare ogni volta un regalo diverso, eppure era come se quel vento ostinato  avesse scombinato i suoi piani mettendo sul suo cammino quella creatura dallo sguardo assorto e le dita indaffarate.
Domandò un caffè americano e dell’acqua e si pose di nuovo a osservarlo mentre adesso parlava al cellulare e dava risposte brevi, come se quelle domande gli dessero noia, come se quella intromissione lo avesse distolto da pensieri più alti.
Il tempo di Elsa non era circoscritto, svolti gli scarsi doveri di madre e moglie, poteva affrontare il suo vuoto interiore andando in cerca di preziosi oggetti d’antiquariato, parlando con l’analista o leggendo libri di cui alla fine non ricordava nemmeno una parola.
Aveva perso il senso della sua personale missione sulla terra da molti anni ormai, ma se n’era fatta una ragione a forza di scuse e di  “vedremo poi” sempre dimenticati, e ora che l’uomo si era alzato per andare via, non poté fare a meno di andargli dietro, e senza una ragione, solo per occupare lo spazio che la separava dalla fine di quel giorno uguale a sempre.
L’uomo pagò con un mucchietto di monete che badò a disporre una sull’altra in ordine di grandezza, Elsa fece lo stesso lasciando una banconota da venti e dimenticando il resto: il lungo cappotto già svolazzava tra la folla che nel pomeriggio si accampa sotto la statua Giordano Bruno.
Riuscì a stargli dietro anche a Piazza Navona facendo lo slalom fra le bancarelle e i gruppi di turisti chiassosi.
Non si chiedeva dove stesse andando e perché, ma non aveva di meglio da fare e il tempo, da impiegare inutilmente, le pesava più dei pacchi regalo che già le segavano le dita.
Di fronte a una vetrina l’uomo si fermò a lungo e lo stesso fece lei, specchiandosi in quella di fronte.
Il vento cittadino, disordinato e costante in quel giorno invernale le diede uno strano senso di libertà, come quando ragazza saltava la scuola e andava per le vie del centro in cerca di piccole rarità, di abiti vintage, borsette anni quaranta, fermacapelli di strass, spille e gioielli fantasia.
Quando ripresero il cammino Elsa fu certa che quell’uomo l’avesse ormai notata tanto che, sempre più spesso rallentava il passo per darle modo di stargli dietro.
Il cuore finalmente batteva più forte esonerato per poche ore dalla noia, da quel quotidiano ovattato, vellutato e caldo come l’interno delle confezioni del gioielli che suo marito le lasciava sul cuscino al ritorno dai lunghi viaggi d’affari.
            A metà di via dei Coronari il lungo cappotto svoltò un angolo. Elsa si affrettò per paura di perderlo e senza avere il tempo di capire, reagire e urlare, si ritrovò l’ampia e generosa mano di lui sulla bocca e qualcosa di duro che le perforava il fianco facendole male.
- Molla la borsa stronza!-
 furono queste le uniche parole che Elsa udì prima di ritrovarsi in terra, circondata dai passanti e abbracciata a un'insolita emozione.

domenica 21 novembre 2010

Il Mercante


Odiava Milano.
Quella luna calante poi grande e sfuocata dava, ai suoi occhi miopi, un senso di solitudine ancora più profondo e caotico.

-Ecco, questa sarebbe una bella inquadratura, vieni qua... guarda da qui-
Un consiglio che sembrava più che altro un ordine perentorio, la raggiunse da dietro le spalle minute e subito dopo, una mano caldissima le avvolse la nuca-
- Lo vedi bambina che da qua la riprendi meglio? Certo, la luce non è il massimo ma con queste robe moderne ce la farai comunque- e il suo accento toscano rimbalzò sui tubi innocenti per disperdersi nel silenzio immobile delle due del mattino di un giorno feriale.
Luciana non riusciva proprio a catturare l’espressione intensa di quella notte e invece di stargli accanto per fermare le ultime ore di quello strano incontro, camminava rapida alcuni metri davanti a lui che procedeva lentamente guidato da altre visioni e da altri pensieri, diversi.
-Lu guarda che bello quel murales, questo è da foto- le disse fermandosi di colpo e Luciana gli disobbedì, andando dalla parte opposta a fotografare altro. L'uomo rise.

Quella sera Luciana si accompagnava ad una di quelle persone che s’incontrano raramente nella vita, di quelli in grado di fermare il tempo con la mano e ridurre le distanze lanciando ponti di parole, di progetti e di possibilità.
Era uno di quegli uomini che non ammettono rassegnazione o lamenti: un Mercante di sogni, uno di quelli che al mattino, aprendo gli occhi, ti accorgi che non c’è più e non saprai mai se sia stato un sogno, uno strano scherzo della mente o un viaggio da LSD - Ma tanto fa lo stesso- pensava la donna arrampicata su un ponteggio nel tentativo d’inquadrare qualcosa: la grande luna e l’ombra di lui assieme.
E sapeva di poter aspirare solo a quello, alla sua ombra.
Se quell’incontro fosse avvenuto solo pochi anni prima, avrebbe ululato dal dolore alla luce di quel destino ma oggi, sapeva bene che certi incontri non sono mai casuali e che quelle cicatrici e quei piccoli tagli che aveva sul corpo, quei segni un tantino lividi e doloranti, andavano protetti e custoditi il più a lungo possibile come unica prova della sua esistenza.
E riprese a seguire quell’ombra allungata, che adesso si muoveva sul muro e su quel dipinto scolorito, gesticolando nel racconto dell'ultimo viaggio a Singapore.

Lo aveva incontrato solo tre giorni prima, in Stazione Centrale. Appena scesa dal treno lui aveva apprezzato i suoi capelli ricci e morbidi chiedendole gentilmente di toccarli. Dopo un istante di incredulità quello le parve il primo sguardo umano dopo secoli di cecità, uno sguardo come il suo: sorpreso.
Poi le chiese cosa facesse a Milano e come se i suoi impegni non avessero alcuna importanza rispetto ai doni che lui le avrebbe elargito a piene mani: in breve Luciana si piegò a disdire Hotel e incontri di lavoro.
- Allora? Che cosa vuoi per cena? – le disse quando Luciana gli puntò addosso, incredula per la sua stessa decisione, gli occhi neri.

La cena fu a base di ostriche e champagne.
La donna confondeva il sapore del mare con il profumo di cannella, sandalo e canfora che il Mercante emanava dagli abiti dai colori orientali e dalla pelle scura e che adesso la guardava curioso, succhiare avidamente il prezioso mollusco mentre gli occhi acquosi di lei, gli stessi che lo avrebbero dissetato quella notte quando lui le avrebbe permesso di urlare e piangere, lo guardavano invece grati.
-Allora bambina si va da qualche parte?- e da quel momento avrebbero passato tre giorni e tre notti insieme, esplorandosi l’un l’altro senza una meta precisa, senza limiti e condizioni d'uso e Lu si sarebbe finalmente lasciata andare a quelle mani delicate di cui si fidava ciecamente senza pensare al dolore, conscia di quell’ulteriore abbandono.

Finalmente le parve che l’inquadratura fosse perfetta e scattò.
Rimase solo alcuni istanti ancora dietro l’obbiettivo, poi alzò lo sguardo.
Il Mercante non c’era più e così l’ombra che pochi istanti prima geticolava, riflessa sul Murales da una grande luna, sospesa su Milano.

Lu si voltò e si voltò ancora.
Anche la sua ombra non c'era più, e l'asfalto non rifletteva altro che la forma scura e allungata dei lampioni e delle fermate del tram.
E nemmeno la luna le rispose: Il Mercante, l'aveva portata via con sé, e per sempre.

TERESA e le altre.


Teresa ama molto le donne e le stima certamente più degli uomini.
Le preferisce per tanti di quei motivi che per farne l’elenco, dovrei usare almeno un paio di “fogli” in più, e non mi va.
Da un po’ di tempo però, la mia sensibile confidente si è accorta di uno strano fenomeno, quello delle amiche “sotto traccia”.
-Ma sì, ti dico che quelle mi chiedono l’amicizia solo per seguire le mie mosse, per capire con chi, fra i loro contatti, ho una relazione, una storia, una roba qualunque insomma!!!-
E accende una sigaretta, lo sento da come respira: è in affanno.
E riprende a raccontare storie di donne che frequentano, “sondano”, domandano, e frugano qua e là sezionando il suo profilo in cerca di prove!

Inizialmente mi pare assurdo e anche farsesco e, indelicatamente, scoppio a ridere sul touch screen del mio cellulare facendo andare Terry su tutte le furie!
- Perché sì…perché in realtà lo faccio anche io…- confessa abbassando la voce, vergognandosi, ne sono certa, come una ladra.
Cerco di spiegarle che a essere monitorati dai loro sguardi ansiosi, sono maschi liberi, o super impegnati e che, in entrambi i casi, vanno in cerca per il web di donne che sospirino per loro e senza neanche farci un granché.
Con maggior cautela del solito, conoscendo il carattere fragile di Terry, le spiego che queste “relazioni” 2.0 (e chiunque abbia un po’ di sale in zucca lo sa),  funzionano per lo più per gioco, invenzione e niente più.
Queste “liason” che durano giusto il tempo che un’altra gli “funzioni bene”, non sono che il solito sogno di un amore ideale e mai concretizzato che esiste nell’uomo e nella donna da sempre, e di cui avremo bisogno in eterno.
Anche se si “va giù duro”, magari con un paio di incontri orizzontali, la maggior parte delle volte rimarrà una bella immagine con cui andare a dormire, trasfigurare quello/a che ci dorme accanto e mascherare alla meglio la consueta espressione annoiata e stanca.
In qualunque altra parte della città, come sempre di fretta e  sotto la pioggia battente, Teresa prova a emettere degli esili “no” , e mentre cerco di farle entrare in testa che queste storie restano nell’ambito del divertimento, superando il muro del suono di Piazza Venezia nell’ora di punta-, l’amica salutista accende un’altra sigaretta.
Preparo l’affondo -Dovresti sapere che alla fine si rimane da soli, faccia a faccia con un quotidiano grigio e un pacco di speranze sempre più flebili sotto il braccio- e Teresa si distrae davanti a una vetrina ma io insisto, -E allora si sogna e si gioca, a seconda dell’umore, anche con uomini che alla prima e mail mettono le mani avanti, i soliti che lanciano sassi e nascondono la mano, quelli che ormai riconosciamo dall’odore, cattivo, inconcludente e sterile-.
Alla fine cedo alle sue insistenze e alla curiosità e decido di tentare l’esperimento per indagare anch’io, sotto traccia, quello che certe donne combinano in rete.
Presi su suo consiglio due o tre contatti piuttosto attivi, “piacioni” ma anche misteriosi,  mi metto al lavoro.
Per esperienza personale, a un uomo single, “professionista” e con un minimo di forza economica e intellettiva, basta molto poco per ottenere un buon “seguito” di vestali.
Farsi notare fra la folla di “gnocche” o presunte tali è un segreto, qualcosa che non si può insegnare, ma due o tre foto dallo sguardo languido da postare prima della richiesta di amicizia, una breve e mail (di un paio di righe e basta), e qualche “stato” ad hoc, basteranno per vederlo occhieggiare nella posta elettronica, generalmente breve e ambiguo.
In sintesi, nel giro di due giorni non mancano suoi commenti e mie “faccine” per far sì che un buon numero di signore fin lì disinteressate alla mia persona si facciano vive, complimentose e false.
Teresa aveva ragione, ma io mi domando che senso ha prendersela tanto per un’icona che non ha odore, per un uomo di cui non si conosce nemmeno la voce, per un’idea di relazione che non troverà mai riscontro nel reale.
Mi chiedo perché donne belle e nella propria età migliore,  intelligenti- almeno a parole- , si facciano abbracciare da brividi, per un lui di cui ignorano ogni cosa, persino i gusti e le paure. 
Perché perdere tempo dietro cacciatori di frodo e presunte amanti invece di leggere un buon libro,  passare un po’ di tempo a tu per tu con la propria solitudine, con le domande cui dobbiamo ancora rispondere, con i sogni che abbiamo chiuso nel cassetto -generalmente a causa di un uomo- e che forse sarebbe ora di riaprire.
Perché dobbiamo sempre andare alla ricerca di qualcuno per essere felici invece di coltivare durante il tempo libero ambizioni dimenticate o semplici passatempo sicuramente più costruttivi.
Certo gli incontri al buio divertono, le attese di un'e mail o di un invito danno brividi e accelerano il battito cardiaco ma a costo di effetti collaterali distruttivi e, almeno a dar credito a Teresa, decisamente evitabili.

domenica 14 novembre 2010

Gli unici colori

Le molliche di pane risiedevano sulla tovaglia nuova, a fiori, e quelli, erano gli unici colori che Marco riusciva a distinguere in quella confusione di stati emotivi.
E un'altra palletta di pane risuonò nel bicchiere che Marco usava come canestro.
Quell'insignificante e innocente tuffo della minuscola pallina nell'acqua, richiamò in lui lontani ricordi di vacanze estive in tenda, con gli amici, di tuffi pericolosi per farsi guardare dalle ragazze straniere, tante, bionde e dai fianchi generosi.

-Vieni di là? Ho preso un film.- Intonò in "Re naturale" Lisa e Marco vide solo le sue pantofole fuggire dietro lo stipite della porta inseguite dalla cinta della vestaglia, scolorita.

E senza rispondere ritornò alle sue molliche e ai suoi pensieri.
Non riusciva più a fare l'amore con lei, da mesi.
Non riusciva neanche a fare sesso, magari pensando a un'altra, come gli aveva consigliato un amico.
Non vedeva più nulla oltre i suoi fianchi ormai troppo larghi e poco attraenti, oltre quella vestaglia rattoppata e quasi indecente, oltre quegli occhi pieni di malinconia, quella bocca che negli anni aveva preso a sostituire dei passionali "ti amo" con dei silenziosi "ti lascio".

-E vattene và-
Disse a mezza bocca come se Lisa gli avesse appena comunicato la sua definitiva intenzione di andare via per sempre, e un'altra pallina di pane fu annegata nel bicchiere.
I suoi occhi neri, piccoli e astiosi, guardavano la mollica disfarsi nell'acqua, lasciando venire a galla filamenti biancastri come melma e putridume e pensò che così era la sua vita.
Così il suo matrimonio.

Sul divano a due Lisa fumava.
Lo schermo mandava immagini, ma i suoi grandi occhi verdi e appena rigati di matita, si perdevano fra gli scaffali capienti e i lunghi corridoi, in fantastiche ed economiche idee per rimettere a posto quel bivano squallido, buio e rumoroso e cercava di immaginarlo più confortevole e senza abbandonare l'idea di poter ricavare una piccola zona studio per lui, rinunciando, ancora una volta, ai saldi di fine stagione.
- Marco, tesoro? ... perchè domenica non facciamo un giro in qualche Centro Commerciale?-

Un "si" che sembrava l'ultimo anelito di vita di un moribondo, sibilò per la cucina raggiungendo Lisa che, gli occhi ancora su modelli Benno, Klobo e Solsta spense la sigaretta, si alzò per infilare il DVD e un -figurati- che sperava si confondesse con l'avvio del vidioregistratore risuonò chiaro ed eloquente rimbalzando fra i mobili in bambù fino al tavolo della cucina e alla nuova tovaglia a fiori, colorata.

Un lento, sillabato, interrogativo, sospettoso e quasi incredulo "che hai detto" partì allora dall'altra stanza colpendo Lisa alla schiena.

Ed era così che ogni sera, inizavano a consumare l'aria, era quello il gong d'inizio, quella la provocazione lanciata in centro campo.
-Marco dai, vieni che ci vediamo un film e andiamo a dormire- e si tirò su i capelli con il mollettone un tempo tempestato di strass, un tempo utilizzato per feste e uscite con amici, la ricrescita era inevitabile e doveva aspettare fine mese, pensò fra sè e sorrise poco convinta nel brutto specchio, dono di nozze di chissà quale parente male in arnese.

Marco era ormai a fine partita, 12 canestri su 15 tiri e le risate delle ragazze straniere già si perdevano fra lo sciabordio delle onde che lentamente si trasformava in quello ripetitivo e alienante della lavatrice.

-Lisa?-
-Eh?-

-Niente... adesso arrivo- 

sabato 13 novembre 2010

Homo Homini deus- considerazioni dall'oriente- Bali gennaio 2010

(dopo un anno la situazione è la stessa!)


Dopo una settimana dal volo di quindici ore che mi ha portata sulla linea dell’equatore, passati i primi giorni di smarrimento nel contare le banconote di grosso taglio, leggere e colorate e dopo aver imparato ad attraversare la strada senza farmi investire dai motorini indisciplinati, posso guardarmi attorno e riflettere.

Devo dire ad Ornella che verrà qui fra qualche giorno, di stare molto attenta perchè nelle bottiglie di vodka che si vedono a ogni angolo di strada, non c’è il suo amato liquore ma gasolio, perchè qui le pompe di benzina servono solo a prelevare il carburante per le auto e le migliaia di motorini e non per vendere souvenir e ingrassare i nostri piccoli obesi con merendine di multinazionali assassine.
Qui in oriente regna in qualche modo l’arte di fare le cose al meglio e presto per dedicarsi anche ad altro, come ai ripetuti rituali religiosi, o ad accovacciarsi in terra agli angoli delle strade per guardare il tempo che passa insieme alle orde di turisti alla ricerca del fascino esotico e della grazia divina che qui, possono acquistare a poco prezzo.
Mai mi sarei sognata di rivedere gruppi di ragazzi e anziani uniti dal suono di una chitarra dalle corde arruginite, dallo stare insieme senza alcun fine, solo per lasciare che il caldo umido si eclissi insieme al sole e che l’assordante canto delle rane che abitano le risaie e gli stagni vicini alle case, li accompagni fino all’alba del giorno dopo.

Percorrendo rapida le strade trafficate di Bali, le gambe strette in un sarong bianco, mi sono domandata perchè I balinesi sorridono sempre: hanno una vita semplice, hanno la vita che capiscono e che è loro congeniale senza nessuna velina o super maschi da imitare, non una vita diversa da emulare per forza e senza saperne la ragione, e senza volerlo veramente solo perchè non hanno alternative.
E mi domando se da noi è dalla scelta obbligata che nasce la frustrazione profonda e la violenza, dall’assenza completa del binario spirituale  e non religioso, che cresce dentro il buio che porta all’acolismo e alla violenza continua verso se stessi e gli altri.

I bagni qui sono nei giardini, si vive a tu per tu con i suoni e i colori della natura che serve, è funzionale e non ornamentale, qui tutto ciò che non è utile viene buttato via, il di più, venduto ai turisti e ai mercanti, agli schiavi del Dio denaro.

Chi è più libero?

Dopo una sola settimana di distanza da TV e giornali il mio viso si è disteso e mi è bastato venire su FB una sola volta e leggere le solite storie su salari ed elezioni regionali a farmi venire la nausea per il mio paese e per la mia città dove non puoi arrangiarti ma solo seguire le regole di un gioco sempre più complesso o soccombere miseramente.

Tutto nella vecchia Europa è fatto per intralciare il cammino dell’umano, tutto è studiato per dare ricchezza a chi già ce l’ha. L’Europa non sarà mai l’America, l’Europa porta in sè il DNA e il Karma dei grandi regni del passato, dei Borboni degli Asburgo, dei Torlonia e dei Borghese, siamo fermi al medioevo con i suoi Signori di palazzo e i suoi “bravi” che procurano, all’innominato di turno, giovani minorenni e cocaina mentre il popolo sempre più affamato chiede  di mangiare, sopravvivere.
Non chiudiamo gli occhi: le caste esistono e sono sempre più forti, sono la consuetudine naturale del regno oligarchico che chiamiamo erroneamente democrazia e alla cui vita e crescita ci illudiamo di partecipare.

Qui per esempio, sono solo gli occidentali a bere, loro, Indi o Musulmani sono lucidi e conducono la propria vita secondo i ritmi naturali, seguendo la tradizione che è sempre funzionale ma anche istruttiva e giusta, sono gli occidentali che fanno I viaggi del sesso e sempre gli occidentali che vendono loro la “merce”.
Siamo noi la metastasi del mondo, siamo noi il cancro del pianeta, qui anche I pipistrelli sono vegetariani.
Noi, con le nostre case piene di oggetti inutili, con la nostra testa sempre rivolta al passato, schiavi del mercato, schiavi del sesso e della pornografia ridotti a vivere al chiuso dietro piccole finestra da cui intravediamo pezzi sempre più piccoli di cielo privo di stelle e sempre più distante, noi che ci sacrifichiamo per una vita intera seguendo un abbaglio: il domani.
Il futuro dell’Europa, il futuro dei nostri giovani, il futuro del nostro pianeta, non è che una presa in giro per creare nuove regole e quindi nuovi apparati burocratici che diano da mangiare a quattro imbecilli che non hanno mai pensato all’importanza dell’altro da sé.

Sono cose cha sappiamo da sempre, ma guardando il nostro mondo da qui e per la prima volta dopo anni di ottimismo mi rendo conto che nulla potrà cambiare che moriremo nelle nostre piccole case pagate un mare di quattrini, moriremo per una sicurezza che 
non ha senso, moriremo senza sapere a chi rivolgerci nell’ultimo istante perchè abbiamo perso il lume della ragione e non sappiamo più dove è finita la nostra umanità.

venerdì 12 novembre 2010

PORTRAIT- POLAROID n°3: CLAUDIA Convergenze

("Polaroid" sono dei brevi racconti uniti però da un disegno più grande, una trama che non conosco ma si va delineando nel tempo. Lia è la dominante, foto Man Ray).

Una volta Lia aveva amato.
Guardandosi in una riga di specchio si sorprese per quella constatazione fuori luogo, inutile.
Anni prima, forse, si era invaghita proprio di quel tipo strano, quello che non le perdonava mai niente e che la riprendeva per certi suoi modi, di continuo, e spesso a ragione.
- Sei disordinata, noi hai la testa a posto, sei malata, tu hai bisogno di capire- le diceva.
- Come se qualcuno te lo avesse chiesto, come se io volessi qualcosa da te che non sia una semplice scopata- senza il coraggio di pronunciarle però quelle parole, conscia della possibilità che lui annuisse, sincero.
Forse era stato così che il suo cuore era diventato granito, era stato per quella mancanza di sincerità, per quell’atto di presunzione che si era ogni volta risvegliata alla realtà, come se qualcuno l’avesse colpita nello stomaco tanto a lungo da toglierle il respiro.
Guardò ancora una volta i suoi occhi di ghiaccio, si compiacque ovviamente per l’effetto di quei nuovi colpi di sole nei capelli, Filippo era stato straordinario stavolta, e li mosse ancora con leggeri colpi di spazzola.
Affondò le dita nel porta gioie per prendere come d’abitudine i suoi anelli da uomo e un paio di collane di pietre dure, quelle che fanno sempre effetto e che se proprio devi, le usi pure come arma da difesa, quando pescò qualcosa che proprio non ricordava: un pettinino di osso con intarsiata, in oro, una farfalla sottile.
Che strano trovare proprio in quel momento quell’oggetto che parlava di lui!
Glielo regalò la prima volta che s’incontrarono, la prima volta che fecero sesso e che forse, assai distrattamente, si amarono.
Lei lo sentiva che sarebbe stato un giorno speciale quello, lo aveva percepito da lontano e nello stomaco che si contraeva non certo per quel servizio fotografico di routine, come se il giorno dopo avesse dovuto sostenere un esame!
Si sentiva palpitare come quando aspettava l’esito del test di gravidanza, o quando tentò l’esame per la patente che infatti, non avrebbe superato mai.


-Mi scusi ma lei non può presentarsi così-
Lia sulle prime si sentì offesa, e stava per scendere le scale di corsa quando la stessa voce, ma questa volte morbida prese a dirle -vestita così intendevo...ma si è guardata allo specchio prima di uscire?-
Lia non si voltava, pensava solo che quell’uomo parlava d’altro e che forse aveva sbagliato piano perché nei suoi abiti non c’era nulla di strano.
- Signorina che fa? Entra oppure devo dedicarle un intero poema perché si decida?-.
Nello studio c’era una luce elettrica, guardò fuori, verso i grattacieli e il cielo era grigio.
Aveva deciso per un bianco e nero estremo, e lo aveva anche urlato ai collaboratori che rapidi, si davano da fare intorno al set, con lui che di continuo diceva loro cosa non andava.
La truccatrice era stata veramente una maga a farle sparire ogni traccia di occhiaie, mentre quell’uomo affatto magnanimo, non disdegnava di lanciarle occhiate furtive come se il suo corpo non avesse che una funzione.

E anche la pioggia che batteva sui vetri, rese quelle polaroid più drammatiche con Lia che pensava solo a come andare in fretta dall’altra parte della città, in motorino, su un altro set e con una paga ben più misera ma necessaria.

Quando stese la mano verso di lei per salutarla, non pensava che l’avrebbe portata alla bocca e nemmeno che la donna avrebbe accettato di rimanere lì
-Soltanto mezz’ora ...si chiama Lia vero? Allora vuoi? Ti dispiace se ti do del tu?-
Da quel “tu” a rimanere stesi con una canna in mano a guardare il soffitto bastò poco, e venne a entrambi naturale, ma che lui cominciasse a misurare il suo corpo e con dedizione e calma, non l’avrebbe immaginato mai.
Entrambi poi misurarono invece la stanza e ogni sedia e tavolo come se ci fosse tempo e fuori, la notte avesse ingoiato tutto il resto.
Generalmente, anche lontana dal set, gli ordini per lei erano sempre gli stessi: fai così, ferma lì, guardami dai, non guardarmi più.
Con quell’uomo invece, in quelle poche ore, non ci fu spazio che per parole gentili, regali e carezze al cuore in nome forse, di un sentire comune che Lia non conosceva.
Si videro per qualche tempo ancora, la costanza non era di casa e non potevano privare il mondo intero dei loro favori.
-Non avrò tempo per te Lia, io giro il mondo e tu hai bisogno di attenzioni, come una pianta rara-
Anche quella volta Lia ricacciò le parole in gola, anche quella volta la donna decise di tacere rassicurando l’uomo che non aveva bisogno certo del suo amore.



Infilò le collane su per la testa e si riavviò ancora una volta i capelli e cancellò con un colpo di cipria lo sguardo oscuro.

mercoledì 10 novembre 2010

PORTRAIT -LIA POLAROID n° 1 Il trasloco e l'umiliazione

L’appartamento era inondato di sole, i cassetti tracimavano una vita piena di ogni ben di Dio e di difficoltà. Cartoni, uno sull'altro, ingoiavano suppellettili e abiti insieme a ricordi e contrattempi.
Il banano gocciolava linfa e gli orologi a parete, di cui faceva collezione,  battevano in controtempo fra loro: segnavano tutti un’ora diversa perché per Lia il tempo non aveva importanza.
Aveva aperto il portone sapendo che quell’incontro sarebbe stato l’ultimo. Fermò, succhiando con forza, il sangue che usciva da un pezzo di pelle tirato via d'istinto, solo un bruciore intenso. Pensava che quella storia andasse chiusa e senza tante domande. Era diventata una consuetudine. 
Scrollò leggermente la testa e i capelli caddero sulle spalle magre.
Lasciò la porta socchiusa, scalciò con un destro elegante qualcosa che intralciava il suo cammino e svoltò a sinistra per la cucina. 

Questa volta il ragazzo la prese nell’ingresso, inaspettatamente, come piaceva a lei.
Lia aveva un profumo speciale, e mentre glielo sibilava all’orecchio, lei, incontrando il suo sguardo lucido, si domandò da quanto tempo fossero amanti.
Ricordava che quel giorno, le lunghe mani abbronzate del giovane tenevano con cura un volume, un catalogo su Hopper. 
«Ho appena visto la mostra a Milano!» gli aveva detto quel mattino, sempre in vena di comunicare con chiunque. A guardarlo con attenzione si sentì al cospetto di un capolavoro, come nei Santi di Caravaggio, gli occhi del ragazzo erano rivolti verso altezze supreme, destinato e piegato con dolore a verità sublimi.
E Lia, ancora adesso lo guardava incantata, sotto di lei, riflesso nello specchio che sul pavimento stava in attesa di essere incartato per una destinazione ancora imprecisata. 
Attenta, la donna seguiva le linee senza sbavature del ragazzo. Il naso dritto, lungo e importante, la carnagione scurissima che dava ancora più luce agli occhi chiari. Sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo di una serie infinita di incontri passionali ma sempre uguali.
«Ci vedremo ancora?»
E Lia trasformò prontamente la falsa promessa, in mugolii lunghi e intensi e si eclissò di nuovo in se stessa accompagnando il movimento dei fianchi con dei –sì- che si riferivano ad altro, distraendo così l'amante da quell’interrogativo inopportuno e dalla sua mancata risposta. 
Lia stava pensando, divagava!
Eppure non riusciva a immaginare la sua vita senza quella consuetudine, quella certezza, la stampella comoda di un corpo che abbraccia e non cattura, che tocca lievemente senza lasciare tracce indelebili, che non fruga violentemente nei pensieri e nell’anima.
Lo baciava come sempre con passione simulata, accarezzava il corpo sottile e nervoso solo per accerttarsi che nulla avesse scalfito quella bellezza, che nessuna cicatrice o graffio avesse tolto da quel corpo l’aspetto incorruttibile di sempre. 
E lo guardava, ancora. 
Nello specchio, in quella cornice, faceva l'elenco degli aspetti che lui non avrebbe mai notato: una velata mancanza di autostima, il carattere pigro, l’assenza di fiducia nel prossimo.
Le mani sottili e lunghe del giovane continuavano a fare il loro dovere mentre lei continuava a catturare fotogrammi e a scattare istantanee da attaccare su qualche parete della sua memoria, quella rimasta libera.
E più quegli occhi chiari la guardavano con intensità commovente, più Lia ripeteva a se stessa che quella volta serebbe stata l’ultima finché l’uomo si fermò portandola a sé in un abbraccio che voleva dire: non mi lasciare.
La donna rimase in ascolto -ecco il tram delle diciassette e trenta, le campane di Santa Maria Maggiore, quelli del piano di sotto che si chiedono da settimane la stessa cosa girandoci intorno...- e incontrò di nuovo il ragazzo nello specchio.
Lo vide questa volta umiliato dal suo distacco algido.
«Beh? Qual è il problema adesso?», e già si era alzata indossando qualcosa che giaceva ai suoi piedi, una tunica di garza scura che lasciava trasparire tutto ciò che faceva di lei una donna speciale.
«Allora?» gli domandò senza guardarlo, affaccendata fra capelli e il trucco, come si parla a un cane che ha sporcato in salone, un cane malato e anziano però, o un cane ferito. 
L’uomo non poté fare a meno di nascondere il viso fra le mani lunghe e scure.
«Ecco i ragazzi del trasloco!» e Lia scomparve con un paio di Jeans ancora alle caviglie e la sigaretta fra le labbra nervose.
«Lì, sul terzo ripiano della libreria c’è un libro per te. Poesie».
La voce, calda, aveva attraversato il corridoio ingombro di cartoni raggiungendolo, soffocata.
La sentì di nuovo mentre dava ordini e spiegava con calma ai ragazzi i dettagli del trasloco, poi la vide materializzarsi sulla porta, rivolta verso di lui ma sorridendo a se stessa nel vetro opaco di una finestra, aggiustando infine l’onda della frangia, la testa reclinata appena su un lato.
«Ci vediamo martedì mattina? Ti ho scritto il nuovo indirizzo sull’ultima pagina» e il braccio che tintinnava di bracciali gli indicò il libro che il ragazzo pigro non aveva nemmeno guardato.
Un inaspettato e aspro "non credo ci rivedremo ancora", lasciò la donna senza parole. 
Calmo, il ragazzo le si avvicinò e ancora le prese la nuca. 
Anche questa volta lei si mise in ascolto: e sentiva solo i ragazzi che spostavano cartoni e la vicina, nevrotica, che urlava.

domenica 7 novembre 2010

L'anniversario


Quando fermò la sua corsa a metà del grande viale alberato, Alessandra vide riflessi per primi i suoi orecchini.
Non era importante che quelle splendide gocce di acqua marina e brillanti le avesse scelte e acquistate lei stessa il giorno prima, firmando anche il biglietto a nome di lui.
Non era nemmeno così importante vederlo arrivare al ricevimento in disordine e a suo dire in ritardo a causa di una lunga riunione: aveva ancora addosso l’odore acre del sesso, ma anche quel particolare fu messo da parte.
Era stato altro che l'aveva resa cieca di rabbia, forse quel suo sorriso felice e un pò stupido.
Poi il finestrino di un’auto le restituì un’altra immagine, quella di uno sguardo assorto ma anche un poco inquieto, come di chi fa e rifà i conti di un resto sbagliato, incapace di ammettere una fatale distrazione, evitabile.
Si voltò verso la strada e pur di scappare da quell’espressione stupida fu sul punto di attraversarla senza guardare, come quando lasciava correre le sue lunghe telefonate fatte di brusii e risate sommesse, o le continue trasferte.
Una scia di automobili in corsa le sollevò appena la gonna turchese, giusto un lembo, quel tanto che bastò a farle riprendere la corsa, a farle capire che non sarebbe andata lontano, che sarebbe arrivata, come sempre diceva lui, solo alla fine dell’isolato.
Quella sera la cena l’aveva organizzata sua madre, lei non ne aveva voglia.
-Cosa fai eh? Annunciamo il nostro divorzio il giorno del nostro anniversario? Quest'anno dovevi evitarla- 
 le aveva detto il marito un settimana prima lanciando sul letto l’invito stampato di fresco, infastidito.

Non aveva cambiato idea si disse Alessandra, ma pensò anche che forse c’era tempo e prese a dire qualcosa mentre lui, senza aspettare risposta, uscì chiudendo la porta con calma, ma solo per buona educazione.
       Quella sera aveva trovato l' abito turchese già adagiato sul letto, come un morto in attesa di degna sepoltura, e il pacchetto degli orecchini lì accanto.
Davanti a sua madre aprì la busta – per una vita felice amore mio, insieme- era sempre la stessa frase, quella di vent’anni prima pronunciata sottovoce, urlata poi e taciuta adesso.
- Ma te la senti?- le aveva chiesto sua madre preoccupata da tutta quella calma, incredula di fronte a quel far finta di nulla e andare avanti.
Lei non rispose, scrollò le spalle magre e si infilò sotto la doccia bollente.
Impietrita sotto una la massa d’acqua pensava al viso di lei, a quella ragazza rotonda e assai bellina che lo aveva affabulato con l’idea di una relazione nuova, con i suoi giochini che fra una riunione e l’altra, fra un’assemblea e un brain storming avevano risvegliato il suo “cinquantenne” ormone stanco, incapace di rassegnarsi alla futura e certa impotenza senile.
Cancellò dal viso pianto e dolore cercando di tirare su gli angoli della bocca, delusi e imbronciati, e li nascose abilmente dietro in un ghigno di falsa gioia e uno sguardo più che meravigliato, incredulo.
Davanti allo specchio strinse più che poté la cintura alta attorno alla vita sottile e mise ai piedi le scarpe più giuste.

Correva ancora quando si accorse che l’auto della polizia le stava dietro e tirò fuori dalla tasca un grosso coltello: il sangue alla luce dei lampioni brillava di un rosso chiaro; pensò che forse era diventato un po’ anemico, che forse avrebbe dovuto rifare le analisi del sangue o che doveva ripetere la cura di ferro, la stessa di un paio d'anni prima.
Poi le vennero in mente gli ospiti che aveva abbandonato a tavola senza nemmeno salutare e le venne da domandarsi se non avesse scelto il momento sbagliato.
Pensò che forse avrebbe dovuto aspettare il dolce e infine si rimproverò per non avergli lasciato concludere la frase.
Guardò ancora i suoi occhi nel piccolo specchio da cipria e si domandò se non fosse il caso di domandargli scusa.

sabato 6 novembre 2010

Every breath you take


- Luca –
Quella voce impastata irruppe dal buio nella mente dell’uomo che stava nell’ombra, immobile, e si disperse lentamente nella stanza e a fatica tanto l’aria era densa e pastosa di odori e dubbi.
Ma Luca non aveva voglia di parlare e la verità era che non ricordava nemmeno il nome di quella donna e per quale motivo fosse ancora lì a infrangere quel solido silenzio con la sua voce acuta: forse si era addormentato.
La guardò con attenzione e le sorrise distrattamente. Gli occhi nocciola e i capelli di un biondo indefinito gli ricordavano una Simona o una Monica, anche se non capiva il perché di quell’assonanza.
Rollando una sigaretta rifletté sul fatto che di certo qualche Simona o Monica erano ben nascoste nelle pieghe della sua memoria opacizzata dalla birra e dalla fatica delle partite a calcetto del venerdì, per non parlare poi di quanto fosse complicato ricordare, ora che tanti mega bit della sua memoria erano stati occupati da anni di serie di campionato di A e B, dalle andate e dai ritorni, dalle Champions League e dalle Europa League.
E dal lavoro.
Il solito lavoro dove fatichi come un mulo per trovarti una volta l’anno in un villaggio vacanze con una cinquantina di salesman come te, alcuni più alcuni meno sfigati di te ma tutti, indistintamente, con una voglia assurda di dimenticare qualcosa a ogni costo.
Certo sì, era possibile dimenticare.
Di sicuro gli ricordava una Monica del liceo, la solita inarrivabile, la più in alto di tutte, quella che non ti togli dalla testa nemmeno quando arriva il vespone nuovo di zecca e nero come regalo per i diciotto anni.
Quante volte l’aveva sognata, e in che modo poi.
E voltò leggermente la testa regolare dalla mascella giusta per guardare la donna sconosciuta che restava distesa, lo sguardo assente, sicuramente fuori da li, oltre quel buio artificiale, distante da quella notte balorda e incosciente. 
- Chissà cosa penserà Giovanna- si chiedeva quella forse Simona o Monica, cercando anche lei dietro la coltre di suoni e colori della serata il bandolo della matassa.
- Sì, quei capelli sembravano oro - e Luca scostò la tenda pesante che impediva la vista del sole, che alto e luminosissimo li aspettava da ore, e ne ricordava adesso anche l’odore di quei capelli, ora che il sole li scaldava, lì sulla nuca, dove la peluria leggera nascondeva pudica la pelle leggermente brunita dal sole dell’estate appena passata.

-Luca…- e di nuovo dal buio una voce presente frantumò quello strano ricordo così lontano da non trovare alcuna ragione del perché fosse lì proprio quel mattino di Settembre. 
E guardò con attenzione quella tarda mattinata dalla luce calda ma già vicina ai pomeriggi oscuri dell’autunno quelli in cui ragazzo, si fermava sotto il tunnel della stazione o dietro il campo da calcio a baciare una ragazza, una qualunque da massacrare di richieste insistenti, da stancare fino a farla cedere per un’estasi che dura un minuto soltanto o poco più.
-Ti preparo un caffè- disse alla donna abbandonata sul letto, risvegliato dal fruscio di una foglia del ficus che dopo aver a lungo e lentamente ondeggiato nell’aria densa, era finita sul pavimento anche lei vittima di quel torpore.
Si avviò lento verso la cucina seguito dallo sguardo più attento degli occhi nocciola della donna che ripensava alla serata, alla nausea che non le dava la forza di alzarsi e al nome dell’uomo che le stava davanti -Luca?- e la domanda si fece, questa volta, assordante.
E Luca rimase immobile davanti al lavello pulito e lucido, attonito. Dal frigo lo guardavano  i mille magneti souvenir, l’odore della polvere di caffè di prima qualità aveva avuto il tempo di disperdersi nella piccola cucina ordinata, concedendosi qua e là fra le boccette ordinate e lucide degli aromi e dell’olio biologico, gli integratori alimentari e gli alimenti macrobiotici.
Gli occhi sottili dell’uomo che guardavano ancora di là dal vetro, ebbero un inaspettato moto profondo, impercettibile a occhio nudo.
Ora tutto produceva un rumore più significativo, anche il pensiero, e la voce della donna riecheggiavano nella mente rimbalzando fra i meandri della memoria, fra quei pochi mega ancora liberi dalla pesantezza e dal volume di tutta quella vacuità.
Luca mise la vecchia caffettiera della nonna sulla fiamma di quella cucina calda e posò di nuovo lo sguardo sul poco cielo che si ritagliava spazio fra i palazzi di un quartiere dormitorio alla periferia di Roma. Amava guardare il mondo attraverso i fasci di luce, fra i mille asteroidi del microcosmo che impazziti e rapidissimi, attraversano quel pezzo di apparenza soggettiva che chiamiamo realtà.

Quel punto interrogativo alla fine del suo nome aveva creato in lui una specie di spavento improvviso e quell’ordine così personale aveva dissipato ogni dubbio: non ricordava più cosa significasse sentire il nodo alla gola, provare l’ansia crescente dell’incontro, contare le ore e senza domandarsi il perché.
Ed era stanco di parlare con la “lei” di turno evitando di chiamarla per nome, lontano da lui il pensiero di chiamarla “tesoro” o “amore” lontano da lui qualunque pensiero che non fosse l’innato e sano desiderio maschile che al massimo della passione, in un uomo intelligente, non è che curiosità.
Ora che lei non lo guardava più, intontita dal ricordo ovattato di quella seduzione veloce fatta di pochi sguardi e una larga intesa al terzo calice di rosso opaco e pesante, lui la volle di nuovo: vederla così, disfatta e gonfia, calda e intrisa di umori lo fece eccitare.
Pregustando l’orgasmo mattutino, aspettò che uscisse il caffè.
Eliminò rapidamente la foto sbiadita di Monica la liceale dai capelli color miele e rimosse prontamente la nostalgia per l’amore ideale, tirò fuori dalla scatola un preservativo. La donna fu felice di mischiare il suo aroma di caffè con quello di Luca che sprofondava adesso abile e forte in quella solita leggerezza, fra i sospiri acuti di lei, i suoi capelli imbrigliati fra le dita e gli occhi nocciola nel buio a cercare ancora un perché.
Le note di una canzone che chissà perché gli dava tanta emozione frenavano il suo impeto maturo mentre la voce ripeteva –Every breath you take and every move you make Every bond you break Every step you take, I'll be watching you- 



venerdì 5 novembre 2010

Teresa e "gli sfigati"

Non è passata una settimana che Terry è di nuovo in ansia.
Quando mi telefona però fa sempre la vaga, non è mai diretta. Educatamente mi domanda come sto per poi dirigere il discorso su un argomento a caso.
Oggi, per esempio, ha esordito urlando da un chiassoso tram che questa moda non le piace, di quanto sia difficile trovare una gonna classica che cada bene, che detesta il bancomat perché lo stipendio finisce in un attimo, concludendo poi che non esce mai e sarebbe quindi una spesa inutile.
Siamo anche cadute dolorosamente sui soliti luoghi comuni, che la nostra dignità è stata calpestata, che anni e anni di lotte di piazza hanno portato solo alle quote rosa- preservazione della specie e piccolo contentino alle bambine di casa nostra-, che una donna è stata eletta per la prima volta a capo della CGIL e che nessuno ne parla, presi come sono dagli usi scostumati del nostro Presidente.
Poi ha rivangato la storia del tizio che l’ha mollata dopo “la seconda”, sottolineando, con penna rigorosamente rossa, quanto fermarsi all’apparenza sia sintomo di superficialità e infantilismo e che, in fondo, uno così è meglio dimenticarlo.
-la colpa è degli sfigati- ha detto poi con un tono diverso, sicuramente già con la sigaretta fra le dita in attesa di un altro autobus << è vero che alla fine mi sono innamorata solo di sfigati…>> e aveva già un nodo in gola, ne sono certa, e, mentre la sentivo che affannata correva dietro a qualcosa, ha dichiarato << Mi metto sempre con gli sfigati e va pure a finire che quelli s’innamorano>>!
A questo punto abbiamo dovuto aprire una parentesi così lunga che Teresa ha dovuto rinnovare la ricarica.
Mi domando spesso chi siano gli sfigati e, francamente, ho la sensazione di nuotare come sempre controcorrente come un grasso salmone.
Se per lei lo sfigato è quello che non ha soldi per portarla a cena in un ristorante degno del nuovo abito firmato, il tizio che a cinquant’anni vive di pura poesia o che inseguendo un’etica di altri tempi ha deciso di ripagare i suoi debiti materiali e non, se così fosse, io e Terry saremmo in disaccordo.
E da trota implacabile comincio a esplorare il suo punto di vista.
Purtroppo è così, Teresa, come molte donne, misura la sfiga non con il metro della realizzazione ma con quello della notorietà.
Forse è una di quelle che “posta” frasi contro Berlusconi ma che darebbe un piede per diventarne l’amante, una che ha la cattiva abitudine di credere ancora che un uomo importante potrebbe risolverle la vita, dimenticando che a una certa età lo stesso signore la lascerà per una ventenne.
Forse la mia amica è nata in una famiglia dove il primo requisito è la posizione sociale e lo stipendio, e che da sempre è cresciuta nell’idea che formarsi una famiglia sia lo scopo prioritario per una donna.
Di contro, per me che sono cresciuta nelle sedi fumose dei partiti di estrema sinistra, che ho provato più e più volte su di me l’umiliazione del tradimento, lo sfigato è indubbiamente l’uomo pragmatico che conta il tempo con l’agenda, che dimentica di salutare -così preso a rincorrere se stesso- e che divide i buoni e i cattivi secondo i favori ricevuti.
Lo sfigato è, a mio avviso, chi si crede immortale tanto da rimandare il piacere dell’attimo a un domani di fatto inesistente, è l’uomo che ha i piedi così per terra da non vedere al di là della punta delle sue scarpe fatte a mano.
Quello che non ti domanda mai come stai, così autoreferenziale da dimenticarti in autogrill, da scordarsi di quella mostra che volevi tanto vedere assieme.
Lo sfigato è quello che non sa che ti accontenteresti anche di una rosa o di vedere i suoi calzini nel cesto della biancheria e che tralascia ogni gesto gentile in attesa di un regalo che la sua lei non potrà scordare mai, di qualcosa che invece appaga solo lui.
Per me lo sfigato è il bugiardo, il millantatore, quello che per mirare sempre più in alto calpesta chiunque sbadatamente gli vada incontro; è l’opportunista, quello che dice “ti amo” e, appena ti volti, controlla l’ora.
Lo sfigato è il tizio che si fidanza con una bella donna solo per mostrarla agli altri, quello che racconta in giro di quante gliela danno, quello che evita la curiosità intellettuale come la peste pur di non perdere tempo, che accumula consensi a tutti i costi.
Se misurassi l’uomo in base al requisito dell’apparire, allora dovrei passare la mia vita sotto palazzo Grazioli, se poi ancora cercassi un uomo che mi sostiene, che mi accudisse e si prendesse cura di me, vorrebbe dire che la vita non mi ha insegnato proprio niente.
Penso che Teresa sia una come molte, una che mi rimanda indietro di cento anni, calpestando così tanta letteratura e storia e vita da farmi vergognare di essere una sua simile.
Ma non è l’unica.
Di donne così è piena la rete e il mondo.
Donne che cercano nel rapporto a due solo una stampella, che delegano a un altro la responsabilità della propria vita, che cercano fuori di sé la causa della carenza di autostima e di felicità.
Donne di questa specie farebbero bene ad applicare un po’ più di coerenza e a non far perdere tempo con inutili giri di parole a quei pochi meravigliosi sfigati che sorseggiano la vita con calma e guardano il corpo di una donna sapendo bene come darle di meglio.