mercoledì 26 dicembre 2012

Deriva #12 Questione di ISMI: sessismi, nervosismi, estremismi

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“Hai qualcosa contro le puttane o usi le parole a cazzo? #senzapolemica”.
Ecco cosa mi è stato gentilmente indirizzato il giorno della vigilia di Natale da qualcuno  di cui ignoravo l’esistenza, senza il quale stavo da dio, con cui non ho mai scambiato un carattere e che nemmeno ha provato ad alleggerire il tuit con mezza emoticon (;), :D).
Naturalmente anonimo, non so se uomo o donna e sicuramente inopportuno, l’account è stato prontamente bannato. Ho più volte affermato che avrei evitato la polemica con anonimi e ho semplicemente tenuto fede a una promessa. Offeso/a dal BAN, il tuittero è andato a riferire il mio orribile misfatto ad amici comuni, usanza sì assai infantile “quello mi ha bannatoooo ta ta terooo”.
L’evitabile diatriba è nata dopo che ho chiesto di rituittare un mio post che parlava di sadomasochismo e che, ancora una volta e per il bene di molti, andava contro la tendenza comune a pubblicizzarlo come pratica “soft” nata dai romanzi rosa estivi e di fatto non contemplata negli ambienti sadomaso né dagli “Esperti” che, casomai dovessero tenere tra le mani una verginella in vena di romanticherie sfumate, rischierebbero di farle del male. Ero più imbestialita che mai perché dichiarare su un sito per giovanissimi che “il sadico è colui che ti guida in un percorso di piacere e non attraverso il dolore” è una di quelle “puttanate” grosse quanto il mondo oltre che assai pericolosa.
Oi oi oi… mai l’avessi scritto. Nel giro di venticinque secondi, forse a causa del nervosismo mattutino o dell’arrivo del santo Natale, mi è stato infilato il dito inquisitore nell’occhio. Nonostante la mia quotidiana difesa delle sex worker, la mia amicizia con molte di loro, i racconti dove spesso le mie protagoniste si fanno pagare –per amore, bisogno o semplice curiosità e piacere-, la figlia del femminismo più aggressivo e ignorante, se avesse potuto mi avrebbe mangiata viva. Poco importa se sono donna e predicatrice della “sorellanza” per un triste destino sono stata pubblicamente umiliata e derisa.
Anziché occuparsi del vero problema, ossia che nonostante la questione del “sessismo linguistico” sia antichissima tanto da essere stata sollevata la prima volta da Rosa Luxemburg, per pigrizia e abitudine si tende a lasciare al maschile tutte le cariche di prestigio ricoperte da donne, si attacca qualcuno perché usa un termine proprio e di uso comune: puttanata.
Chi mi ha aggredita forse non sa che la questione del “linguaggio” sessista non contempla la cancellazione di questo sostantivo, ma l’eliminazione della supremazia di sostantivi maschili a dispetto di quelli femminili. Prego quindi, prima di scagliarsi contro qualcuno, di verificare cosa riporta il dizionario.
A uso e consumo dell’account aggressivo e di altri, riporto diligente la definizione Treccani. Puttanata s. f. [der. di puttana], volg. – Azione da puttana; solo in senso fig., azione disonesta, sleale, o anche solo sciocca, maldestra, oppure cosa di scarsissimo valore, spec. con riferimento a pubblicazioni e spettacoli: che p.questo film! (o questa commedia!questo romanzo!).
Definire un articolo “puttanata” rientra quindi in un uso più che corretto della lingua italiana ed è eventualmente l’account in questione che dovrebbe approfondire la questione di “Lingua e sessismo”.

Essere sessisti significa giudicare la capacità e l’attività di un essere umano attraverso l’appartenenza a un genere piuttosto che a un altro. Combattere il sessismo attraverso un uso meno discriminante del linguaggio significa demolire l’egemonia delle forme maschili dal sistema linguistico comune.
Secondo l’account in questione, invece, anche gli spaghetti alla puttanesca andrebbero banditi dalle tavole degli italiani e tutti i maschi incarcerati e condannati per direttissima ai lavori forzati per ogni sculacciata accompagnata da frasi del tipo “sei la mia puttana” o “bella troia fatti scopare” sussurrati alla propria compagna consenziente.
Se, come sostiene Alma Sabatini nel saggio del 1993 “Il sessismo nella lingua italiana”, partendo dal linguaggio si possono correggere usi e “scostumi” lesivi per la donna, non è certo con l’aggressione indiscriminata che esso si può correggere. Nel mio caso ci rimango male, ci penso e rispondo, nel caso di qualunque cittadino veramente misogino, un atteggiamento così può sortire effetti decisamente contrari.
In questi ultimi anni abbiamo fatto molti passi avanti –a parte che nell’atteggiamento aggressivo tra donna e donna- dopo gli ultimi omicidi –troppi, efferati e incomprensibili- la scrittrice Michela Murgia ha invitato colleghi, giornalisti e creativi a dare il giusto peso alle parole eliminando qualsiasi immagine inviti ad associare l’amore o la seduzione alla morte.
Noi Common dovremmo invece provare, se proprio non cerchiamo la lite a tutti costi, ad avere un approccio meno ostile, a leggere tra le righe e soprattutto a valutare il soggetto scrivente. Se proprio siamo nervosi mettiamo i polsi sotto l’acqua gelata. Perché capisco la difesa delle sex worker ma se dovessimo cedere all’estremismo come l’account vorrebbe, dovremmo quindi eliminare anche termini come “cazzata” o “bestialità”. Non sono forse offensivi nei confronti del maschio o degli animali?
Siamo alla #deriva. 
Come ho scritto più volte avere facoltà di parola non significa dover necessariamente farne uso, non sempre una certa idea è condivisa da tutti e se inquadrare qualcuno attraverso stereotipi è sbagliato, discriminarlo è sbagliato, chiamare le cose con il proprio nome, non lo è.


sabato 22 dicembre 2012

THE RED LIST #Maria


Suo marito non la guarda più dal giorno delle nozze, o forse di ritorno dal viaggio, quando nemmeno l’aiutò con il bagaglio a mano. Lo vide avviarsi sul tapis roulant senza più voltarsi indietro.
Rimossa del tutto l’immagine di un uomo piccolo e ignorante, pieno di sé e bulimico, arrogante e volgare.
I loro due bambini, però, sono “i suoi”, soprattutto quando vanno male a scuola, quando creano problemi e quando piangono.
La casa, invece, cinque vani a Testaccio che valgono una fortuna e che lei ha portato in dote, è di entrambi.
Rimossa l’idea di venderla e mandarlo a quel paese, di farsi tre vani altrove e vivere di rendita, di rimettersi a lavorare e vincere.
La laurea in giurisprudenza è stata appesa nello sgabuzzino, (a che te serve!).

A quarantatré anni Maria si sente già maledettamente vecchia.
Colpa delle neo laureate in minigonna che Giovanni assume ogni sei mesi: il tempo medio di sedurle e passarle al collega.
Eppure, aveva giurato a se stessa che mai e poi mai avrebbe fatto finta di niente, che mai avrebbe voltato la testa dall’altra parte né si sarebbe fatta calpestare.
Così scrive ancora sul suo diario e sulle migliaia di file, che ordinati sul desktop, infila in un blog dal sapore autentico, ma anonimo, che prende il nome dalla maledetta canzone ballata su una pista sovraffollata di un villaggio vacanze, cui seguì la consegna dell’anello, una veretta dozzinale, e la proposta di lui fatta come si conviene: in ginocchio, sotto le stelle.

La sua ambizione è di scrivere un romanzo, e in rete, su twitter, il suo profilo è quello di una donna selvaggia e consumata.
Perladilabuan ha come sfondo un’orchidea tra le più rare, nella PIC le sue spalle nude e magre, fa battute sarcastiche e la sua ricetta di vita è quella del “qui e ora” praticato solo nella sua testa durante le lunghe serate in solitaria davanti alla tivvù in cui si nutre di talk show da commentare argutamente in rete.
In realtà le sue opinioni variano secondo chi ha deciso di sedurre.
Predilige giornalisti più o meno famosi, anchorman o uomini politici di spicco e non con cui arriva a scambiarsi intense dichiarazioni in DM, e che abbandona non appena le domandano qualcosa in più.
Rimossa del tutto l'idea di far capitolare qualcuno, di giocare d'astuzia e far sì che le domandi un appuntamento altrove.
Posta foto che una volta al mese si fa fare da un vecchio amico, Maurizio, e che si accontenta di godere di quel po’ di carne in più che lei gli mostra.

Ha gambe superlative e un corpo da ragazza.
La frustrazione, infatti, la scarica in palestra due volte a settimana e a lezione di ballo, dove accompagnata dal solito Maurizio, sfoggia abiti da tanguera e capelli biondissimi che tinge in casa.
La sua vita sarebbe perfetta non fosse per quella voglia maledetta di rifarla daccapo, di pensare il meno possibile a com’è e di dedicarsi a come sarebbe stata se avesse detto di no.
No all’altare, alla laurea nello sgabuzzino, alla suocera in casa, al pingue mensile che faticosamente ottiene da Giovanni e che deve rendicontare su fogli calcolo da consegnare al ventisette del mese.

Eppure, a guardarla al braccio di lui sembrerebbe felice.
Nessuno immagina che dietro quel sorriso perfetto si nasconde la ricetta di una felicità chimica scritta dal medico di base, di qualche martini all’ora di pranzo e di una fottuta voglia di andare via.
Ed è di quel domani di libertà che Maria si nutre ogni sera, quando anziché domandarsi “dove e con chi sei”, sfoglia le pagine del suo diario bugiardo, pieno di cuori tracciati con precisione e dipinti rosso intenso.
Un domani che immagina accanto a qualcuno che non la diminuisca ogni giorno, che non le dica “cha vai facendo” quando indossa qualcosa di più sexy, che non sbotti in umilianti “ma sei pazza!” quando lei gli si lancia addosso con entusiasmo: grazie a un DM focoso dello pseudo intellettuale di turno, del politico di serie C, del vecchio poeta di campagna, del vignaiolo che scrive e mail dal sapore romantico a tutte le over quaranta che incontra in rete.

Al mattino c’è il suo profilo pieno di follower che le dà la forza per preparare i ragazzi e portarli a scuola, ci sono gli editoriali da leggere e rituittare, da sottolineare e citare da mostrare come prova della propria esistenza un po’ meno amara e che l’aiutano a compiere gesti uguali da sempre e che si ripeteranno così all’infinito.
Pazienza se alle 21:00 nemmeno le domanderà “come stai”.
Maria, abbraccerà il cuscino e manderà giù un buon calmante, l’unico clemente, il solo in grado di darle un sonno di pace.

giovedì 20 dicembre 2012

Deriva #12 L'imbarazzo della risposta imbecille

Okkei, non rispondono.
E neanche io.
È che talvolta mi trovo in imbarazzo. Certe risposte mi lasciano in standby e non so proprio se replicare o andare oltre facendo finta che quel tuit, che non posso cancellare ma che non c’entra granché con la mia affermazione, non sia presente sulla TL.
Ad esempio, preferisco un RT anziché una risposta che ribadisce ciò che ho appena pensato e scritto, come fanno i politici dei Talk Show che ogni volta ripetono ciò che il tizio all'opposizione ha appena affermato e che uno si domanda ma perché non fanno un partito assieme visto che non c'è nessun contrasto.

Non amo lasciare qualcuno senza risposta –sono una che in fila alla Posta si trova a fare carte con l’ottantenne in vena di confessioni- ma qui su Twitter mi trovo spesso nella condizione di fermare il mio dito sul tasto “invio”.
Lo so, non dite niente, non rispondere è cafone ed è una di quelle robe che nelle tuitstar mi lasciano a bocca spalancata. Ma qui è un po’ come in Editoria, ognuno pensa di aver scritto un capolavoro e il rifiuto è pressoché impensabile, almeno all’inizio, prima di capire che la faccenda è governata da ben altre dinamiche... ma questa è un’altra storia.

Insomma, se in Editoria nemmeno inviano più la mail di default, la tuitstar risponde solo se insultata –e non sempre. Certo, ha anche le sue buone ragioni, soprattutto se ventimila rompiballe fanno domande idiote o cercano di interagire a tutti i costi.
Avete mai spiato le TL delle rockstar? Di quelle vere? Pensate sia possibile interagire con i propri fan?
Laddove non sono fake direi proprio di no.
Perché se alla festa c’è il personaggio di turno son tutti lì a porgere bicchieri, saluti e complimenti, e andarsene dopo mezz’ora non è per la “star” un modo per far notare la propria assenza, ma una necessità che nasce dall’assillo: sentirsi contare anche i bulbi piliferi del naso non fa piacere a nessuno.
Ognuno pensa di avere diritto a una risposta ma se la risposta rischia di essere offensiva allora il silenzio diventa d’oro.

E poi si ricade sempre nell’errore del “farsi notare”: se la tuitstar con ventimila follower mi risponde significa che potrei acquisire almeno un paio di inseguitori in più.
Che tristezza.
Perché?, dite di no?, siamo veramente convinti che non ci siano certi calcoli dietro la rispostina acuta, la battuta sferzante e il complimento umido?
E si sente. Uhhh... se si sente! Come per un romanzo ripassato all’ottanta per cento dall’editor esperto e che manca di autenticità.
Poi ci si riduce come su FB dove il “mi piace”, presente sotto ogni stramaledetto commento
(sennò non mi vuoi bene, sennò non mi stimi, sennò non mi hai letto), ha perso completamente di senso.

“Domandare è lecito e rispondere è cortesia” direbbe la mia nonnina vestita Chanel.
Ma credo proprio che su twitter l’interazione non sia sempre necessaria. E soprattutto credo sia giusto battere la lingua al palato dieci volte prima di farlo.
Leggere attentamente un tuit è il minimo, spesso leggo risposte che c’entrano veramente poco con l’affermazione digitata dal proprietario del profilo. E soprattutto, quando si tratta di frasi di tipo personale e dal sapore poetico, non mi pare nemmeno lecito esprimere il proprio punto di vista.

Inoltre, se già non ti follouo significa che non desidero sentirmi obbligato a interagire: per cui poche storie e piantatela di fare i piagnoni.
La modalità di comunicazione one2many, non deve piegarsi a nessun obbligo di risposta, salvo che la tuitstar, che ha diecimila follower e cento follouing, non voglia fingersi democratica e non solo rispondere a chiunque, ma lasciare in TL tutti i tuit scherzosi generosamente elargiti.
La “stellina” è un altro modo che certe "dive" democratiche hanno per sdebitarsi: per gratitudine o simpatia o semplicemente per mettere fine a un botta e risposta che “mannaggia a me e quando l’ho cominciato”.

Ma se la risposta di default, soprattutto in un momento di crisi, dovrebbe essere d’obbligo in azienda, pena il licenziamento in tronco dell’addetto alla segreteria: perché se anche non si può assumere, ignorare una “gentile offerta” di collaborazione determina nel mittente disoccupato una frustrazione crescente che alla millesima mancata risposta può trasformarsi in depressione, non è così nei social media dove spesso –non sempre per carità- i tuit sono provocazioni gratuite o inutile piaggeria.
Anche la mail, inviata sulla casella di posta personale, non ha obbligo di risposta. Se mi invii la locandina all’evento, se m’invii un manoscritto senza domandarmi se posso o voglio leggerlo, se m’invii auguri natalizi assieme a una mailing list di mille sconosciuti, se ti ho già detto che non mi va d’incontrarti e di conoscerti, se continui a scrivermi orrendi poemi, non meriti nessuna risposta.

Se nel mondo zero punto zero tacere significava acconsentire, oggi è ciò che è: t’ignoro.
Punto e basta.
A voi defollouare con un clik pieno di stizza.

mercoledì 19 dicembre 2012

TERESA e... il NATALE e il gran SATRAPO


‘Sto mese di dicembre è anche un po’ sfigato
non bastava il Natale e il portafogli vuoto.
Ci mancavano anche i Maya e B. che torna in campo
e la nostra economia non avrà proprio più scampo.
E dopo un anno intero di salasso a nome Monti
arriva il Cavaliere che vuol scombinare i conti.

Ma sì torniamo indietro, torniamo alla lira!
Lo slogan mi par giusto a convincere l’Elvira,
ma anche la Ninetta che conserva la sua foto
zio Dino e la Giuseppa per i quali è un vero mito.
Lasciatelo un po’ stare il nostro Berlusconi
si sa che sono i giudici a esser truffatori.

E alcuni mesi dopo che il popolo italiano
ha urlato slogan forti tutti contro il nano
e sotto al Quirinale si sperava per il meglio
ecco che ritorna ancor più duro sveglio.
Liftato e inceronato lui è pronto a dar battaglia
e per quella cacciata vuole render la pariglia.


















Ma poi lo si sapeva che a far vincere Bersani
sarebbe ritornato con il circo e i ballerini.
Or io mi sento proprio in una storia del Boccaccio
che dopo il male estremo arriva anche il peggio.
Dovremo sorbettarci di B. tutti gli effetti
quelli secondari che son proprio i più brutti.

I balletti e le quadriglie sono già ricominciate
le riserve non son sciolte ma le carte sono date.
E se l’Europa ci guardava con occhio diffidente
non so cosa accadrà se facciam finta di niente.
Bersani è felice di proporre il suo bel motto
“lui se ne deve andare sennò facciamo il botto”.

Ma il mio pensiero va a chi rischia la sue pelle
a Pannella che del carcer vuol risolver la querelle.
Non solo ma dichiaro da ora che il mio voto
andrà a quel partito che ha fatto ciò che è noto.
Son solo i radicali che han lottato fino in fondo
perché quel tal diritto fosse scritto chiaro e tondo.

Ecco perché Terry ha lasciato la cucina
le ricette di Natale e la torta di zia Pina.
C’è di nuovo l’emergenza di chi non sa pensare
e crede alle parole del pagliaccio più geniale.
Dobbiamo lavorare e cominciar daccapo
per difender la nazione dal buffone gran satrapo.



sabato 15 dicembre 2012

Deriva #11 L'onta della menzione rituittata


La transumanza da faccialibro è pressoché ultimata. A testimonianza di ciò la nevicata della scorsa settimana che ha portato finti gattini sui caloriferi, neve e alberi di natale. Ma anche gli "ho fame", "ho mangiato come un porco", "che bel riposino" e così via.
Premetto, perché in tanti mi domandano post all’acido muriatico ma molti se ne sentono offesi, che non sono dio -un peccato visto che sarei molto più generosa e tollerante- e che di “buonisti” sono già piene le librerie. E sottolineo, che se scrivo in prima persona plurale è perché non mi estrometto dal giudizio anzi, ci sto nel mezzo. Evitiamo quindi bizzarre ansie da prestazione, come tale S. che mi lascia mi blocca e mi rifolloua a giorni alterni, e vogliamoci bene.

Dalla mia prima deriva sono passati quattro mesi e sempre più numerosi sono i post che si lanciano in ardite disamine sul social media più famoso al mondo ma che poi si limitano a una critica qua –senza far nomi per carità- e un po’ di livore là. Sempre più numerose le feroci e generiche sentenze in seconda persona plurale, e il “ciò che odio di più” sempre uguale a se stesso.

Il mio punto di vista sulle miserie e sulle consolazioni fugaci, su questa vita galera che ci costringe a non pensare per quanto ci tiene impegnati a sopravvivere, non è un punto di vista privilegiato. Sto in basso, almeno adesso, visto che la vita mi ha dato più volte la possibilità di ascendere e precipitare quasi si divertisse a darmi e togliermi tutto dalle mani e sul più bello.
Il mondo che vedo è in bianco e nero, ma è mio, e chi preferisce sentirsi dire che va tutto bene mi detesterà dal primo rigo e non è obbligato né a seguirmi e tantomeno a leggermi.
Non m’interessa parlare di ciò è positivo, quello lo conosciamo, lo sappiamo già, e per me è noioso è stucchevole quanto un telefilm RAI in prima serata, e per tornare all’esempio della festa, mi ha sempre incuriosito di più il ragazzino taciturno dal naso importante piuttosto che il belloccio amato da tutte.
E Twitter, pieno di personaggi speciali, spie e veleni, non è che un lucido specchio della realtà fatta di belle persone e di un’umanità meschina, che è quella che a buon diritto rientra nelle mie “derive”.

Lo sguardo sulle cose e il mio vissuto, giuro assai disgraziato, amaro e fottutamente pericoloso, mi dice che l’ipocrisia del “mi piace” è qui.
Perché lo dico?
Perché ho un blog e un contatore. Perché esistono strumenti gratuiti che mi consentono di sapere –a grandi linee- chi visita il blog, legge un determinato post e persino quanto ci mette a farlo.
Ecco spiegato il perché della mia ostilità verso uno strumento che nasce come “segnalibro” e “post it” ma che viene usato dai feisbucchiani neotuitteri solo come falsa interazione. Una leccatina rapida che dice “sono qui non mi defolloware”. Per i neofiti parlo della "stellina”.

C’è animosità, c’è astio e sempre meno generosità nel rituit. Uno “gne gne” che sa tanto di delirio d’onnipotenza e d’infantile invidia per i giocattoli altrui.
Qualche battutina è fisiologica. Ma se i DM potessero paralare resteremmo di sasso per quanto il pettegolezzo corre veloce, e giuro che l’andazzo è quello di una classe di prima elementare.
Per non parlare di chi spande veleno e bile su chi riceve rituit e menzioni e ha un contatore che va veloce.
Merito dei follower ma forse anche di chi scrive, no?
Del successo degli altri, se meritato, ho imparato a essere felice e a pensare con entusiasmo alla riuscita di qualcuno. Se la felicità altrui vi fa tanto male, dovreste sforzarvi almeno di ignorarla.

I primi tempi in cui guardavo con occhi stupiti tuitteri famosi difendersi dalle aggressioni dei common –per la maggior parte blogger e pubblicatori- mi sentivo chiaramente dalla parte degli ultimi: Perché sì, Perché basta, Perché siete vanesi, Perché rituittare una menzione è cafone, Perché è come dire “vedi quanto sono figo?”, Perché avete scassato visto che già state in televisione, Perché “levati di mezzo che mi fai ombra”.
Ma qualcuno soccombe.
Perché a rileggere certe discussioni, e per dirla tutta andando anche a spiare il pulpito dal quale la predica arriva, la ragione, va alla tuitstar di turno.
La bile, fa male solo a chi la produce.

La menzione è vista solo dal ricevente.
A tal proposito vi ricordo la figuraccia della tizia del sole 24h che s’infuriò con un utente incolpandolo di usarla come “wall” di visibilità.
La menzione somiglia a una recensione breve e io, che nasco da due attività importanti del PIL italiano, e lo ripeto, sono qui per “vendermi”, anziché rituittare il mio post vi rituitto una menzione garbata e sincera.
Allora? Cosa c’è di male?
Inoltre, agli indigesti e furibondi difensori della modestia –e riguardate cosa scrivete di voi stessi prima di infilarmi il dito nell’occhio-, suggerisco di dare un’occhiata seria al mercato. Sono talmente tante le novità letterarie che oggi già non leggo più di un libro uscito appena una settimana fa.
Quindi calmini, perché a tuittare la vostra continua disapprovazione, e senza fare nomi, rischiate solo di essere a buon diritto inseriti nella schiera invidiosi. L’etica e la morale mettiamola altrove, per esempio nell’ammettere che qualcuno scrive meglio di noi.

L’autopromozione mi fa orrore ma è necessaria. Trovo ipocrita far finta di stare su twitter per questioni di socializzazione, quando poi vi offendete se nessuno vi legge. Preferisco la sincerità –e grazie al cielo non manca- di chi pubblicamente dichiara i propri intenti.
Ed è anche chiaro -e mi pare folle doverlo scrivere ma qui se ometti qualcosa subito rimbrottano- che il rapporto umano si instaura anche grazie ai post che scrivo.
Tutta questa ipocrisia è della stessa pasta di quelle che darebbero un braccio per darla a quello giusto e che poi sputano veleno su chi LA mette su piazza in modo esplicito.
Credo quindi che con cautela e testa non ci sia niente di male a rituittare menzioni, che lo faccia la tuitstar e a maggior ragione il “nessuno” di turno come me.
La rete è abbastanza grande per contenere sincerità e fini mentitori.
Per cui, se non vi garba, aria. Esiste un Social media nato apposta per l’ipocrisia e si chiama FB.

giovedì 13 dicembre 2012

THE RED LIST #Anna


“Le persone che hanno subito un danno sono pericolose”, questa la citazione della Hart che Anna ha trascritto sul suo profilo twitter ed è la stessa che, più o meno ogni due/tre settimane, posta come stato su FB.
Anna ha profili da cinica in bianco e nero.
Accarezza un’idea di maschio poco praticabile se non mettendone un paio assieme.
Ha avuto poche storie vere e tutte importanti, tutte a distanza e tutte così mentali che di quegli uomini ricorda a malapena la voce.
Sicuramente devono avere una bella testa!, si ostina a dichiarare ogni volta che lamenta la mancanza di “materia prima”, durante le serate tra amiche, quando attorno a un tavolo e tra non poche bottiglie elencano, raccontano, disfano e sezionano le numerose storie passate e presenti.
Ogni volta però, tra esplosivi “lo amo” e depressi “lo detesto”, si accordano sull’idea che i maschi non sono più quelli di una volta. E ridono.

Anna, la sua faccia ce la mette tutta on line.
E per il fatto che è un’attrice, o almeno ci prova, si permette il lusso di personificare certi stereotipi così amati dai registi nostrani, quelli che una volta indossati, difficilmente riuscirà a scrollarsi di dosso.
Rassegnata a ruoli drammatici tra Strindberg, Wedekind e Ibsen,  si è messa comoda nella parte di donna velatamente vendicativa e piena di eccessi –alcol, fumo, sesso-, incline all’amore masochista e un po’ lacrimoso. Ma va bene così: sono come tu mi vuoi, canticchia nella doccia. 

Vecchi attori ormai inabili a qualsiasi uso, a parte quello di farle conoscere registi, sono tra i suoi carnefici preferiti. Spera anche di sposarne uno, chissà, un giorno. Pensa che senza sesso, che viene a noia, potrà contare su una certa tranquillità, una bella casa in centro e una buona eredità o almeno la pensione di reversibilità.
Ma questo calcolo lo fa sottovoce, perché di tanto in tanto sì,  le sfugge, ma lo mette via in fretta, come i preservativi usati con i coetanei  e sparsi ovunque in camera da letto.
Comunque, grazie a FB può evitare di dover andare in teatro a stanarli, star lì a far “anticamerino” per un’ora, dover spendere i soldi per la cena, disperdere le competitor dando loro l’indirizzo sbagliato del ristorante e dare spintoni per accaparrarsi il posto accanto al primo attore.

Oggi, grazie alle tecnologie, cui anche i più tradizionalisti frequentatori di palcoscenici si sono piegati, Anna riesce a fare centro anche due volte l’anno.
Certo non fa mai i conti con la propensione alla caccia, che l’anziano munito di Viagra e Cialis, ancora conserva.
Anna è giovane, non è in grado di mettere in conto, che nemmeno troppo in fondo certi uomini sono difficili da manipolare e che di certo non sono on line per trovare la perfetta Isabelle o Desdemona. Ma sarà per quell’odore di teatro che gli si è attaccato alla pelle, per il loro modo di guardare –così diretto da uccidere al primo assaggio-, per la voce, che poi dimentica, ma che fa tanto Jago e Hamlet, che Anna, nonostante il cinismo esposto in foto e sulla bacheca, ci casca sempre.

Perché s’immedesima talmente nella parte che finisce per crederci fino in fondo.
Sui social media poi, i vecchi attori sono irresistibili.
Ora dotati di portatile, gli attempati intellettuali della prosa chattano che è una bellezza, un po’ lenti nel digitare ma corposi, come il buon vino invecchiato.
Tirano fuori, nel bel mezzo della notte, e magari un po’ brilli, vecchie foto dei trionfi giovanili e lunghi monologhi, che pazientemente hanno trascritto per lei, che di là dal monitor, in pigiama e niente affatto felice di dover perdere sonno, legge o ascolta su skype.

La domanda di ricevere la solita robina in più, la richiesta piccante ci sta tutta, non appartiene più solo all’impiegato libero dal controllo della moglie ma anche a loro, i libertini in estinzione, gli attori con la “A” maiuscola che ancora si ostinano a vivere senza televisore e a mangiare solo cibo biologico.
Certi tizi che sanno di vecchia colonia inglese e di cuoio e dai capelli radi ma ostinatamente tinti, ci vanno a nozze con la tecnologia, sprizzano poesia da tutti i pori e dietro ogni icona trovano una sorpresa. E Anna, bruna magrolina dallo sguardo azzurro, tra le tante è la più generosa.

Finora non è riuscita a ottenere granché.
Qualche provino, sì, una buona scrittura, no.
Si sbatte ogni giorno dietro il bancone del bar, rincorre turni di doppiaggio piegandosi a umilianti “brusii”, e rincorre la sua fortuna sul web.
Lei ci crede veramente nel suo futuro da attrice, ancora non sa che i suoi anni migliori passeranno in un soffio e che così, se non farà i conti con una vera storia, da quel “danno” non guarirà mai più.

domenica 9 dicembre 2012

Deriva #10 Amore alla deriva


“Mi sono innamorata di nuovo. Meno male che dura una decina di mail, 20 DM e 4 foto. Quasi quanto un video breve su Youporn #Romantica”.

Questo tuit –non per farne un vanto ma per prendere lo spunto- è stato rituittato a iosa, il che vuol dire che la questione è spinosa, che succede anche questo, che l’argomento è condiviso, e il mio cinismo pure.
Perché c’è poco da inzuccherare e infiocchettare: l’amore su twitter non è che una semplice e immediata via di fuga. Nessuna condivisione di intenti, di argomenti e idee, alla fine ciò che cerchiamo non è che un brivido intenso che vada al di là della comunicazione di Equitalia o dell’avviso di pagamento per i lavori di condominio.
Come cani da tartufo annusiamo tra milioni l'icona che ci darà l’intensa fretta di levarci tutti di torno per poterci dedicare all’effimero, al messaggio privato e alle foto, che l’ultima/o, ci ha inviato a sua volta di nascosto e tra sinceri e intensissimi tumulti.

L’amore alla deriva non è quello che abbiamo in casa, quello è resistente a tutto, anche alle follie che, tra i pochi capelli, il cinquantenne dal nickname da Superman e la foto di quand'era ragazzo, si è messo in testa.
L’amore alla deriva è una compagnia cui raccontare l’indicibile, di quella volta che tirasti su una trota gigante, di quando ancora mettevi gli sci ai piedi e di quando avevi un corpo ben messo.
Al momento vogliamo soltanto ciò che tutti chiamano amore, e basta, e che esuli –per carità- dalla famiglia e dagli amici, che ci conoscono bene, difetti inclusi, che sono tanti.

L’amore alla deriva è distante da quello onnipresente della sacra famiglia che pure abbiamo, anche se facciamo finta di niente, mentre giustifichiamo a noi stessi, e a grandi linee, tra gli scaffali del supermarket, l’inciampo del cuore e il breve e inutile sollazzo.
Vogliamo una distrazione che ci tolga dal casino di responsabilità che ci siamo ritrovati addosso e che, anche se per poco, ci fa sentire come siamo dentro veramente o come vorremmo ancora essere.
Come quella volta al mare di chissà quanti anni fa, con una lei per poco ancora ammirata dal tuo maschio coraggio e un “tu” pieno di nobili speranze, quando sotto la luna i violini suonavano intonati e ti sembrava di poter arrivare sino in fondo.

Siamo diventati campioni del tuit di nascosto, tra carciofi violetti e zucchine, mentre la nostra signora sceglie pomodori ultimo prezzo e candeggina, eccoci di nuovo romantici paladini -con dita tremanti- della cyberfuga da due minuti e trentacinque secondi: ti voglio, io pure. E basta.
Siamo bugiardi e anche temerari quando il coniuge ci arriva alle spalle, e di soppiatto, e l’ansia ci fa perdere di vista macrocomandi e testa, e per coprire il monitor -e la pischella che ci guarda con il dito in bocca- non possiamo che inventarci qualcosa, un impeto di passione inaspettato, un romantico “Amo’ che ne diresti di una pizza”.

Dietro il dito che crediamo ci possa rendere invisibili, urliamo scuse banali, l'autoritario “sto controllando la posta”, l’abituale “sono in bagno amore”, il permissivo “arrivo tesoro comincia a mangiare” quando dalla cucina, sempre quella da quindici anni, la moglie urla –o il marito di turno dal divano- “e che cazzo... ancora stai a tuità?”.
E a quel punto, e nonostante la voce ci giunga come un chiaro segno di ostilità, di sospetto e di chiara allusione a un’illecita attività, torniamo al nostro quotidiano e in sala da pranzo con in faccia un sorriso un po’ idiota e nel cuore la certezza che al più presto saremo on line.

Insensata e ridicola qualunque linea difensiva.
L’ansia di guardare ogni tre secondi se è arrivato un DM va ben al di là dell’accumulo ossessivo di follouers.
Milioni le esche più o meno ghiotte: foto, tuit, menzioni più o meno umide, bio, PIC del profilo e tutte le robe che sappiamo usare.
Sedurre on line è semplice come lasciar scivolare il fazzoletto accanto al tacco della nostra scarpa e guardarlo mentre si china fino a terra per raccoglierlo con eleganza.
Il dopo già si sa.
Il dopo si svolge nella nostra stanza privata, quella che se non siamo bravi a cancellare presto, e anche dalla posta, prima o poi la dolce metà scoprirà. Sono mail corpose o brevi richieste: quelle foto, quelle frasi, la tua bocca...

I pesci sono piccoli e molto grossi.
Quelli dal palato sensibile e i dozzinali, cui basta il labbrone e una frase spinta, un bicipite e una frase maschia.
C’è la timida per il timido, la poetessa per il poeta, la diavolessa per l’angelo vendicatore.
Basta una frase seguita da punti sospensivi sempre densi di reconditi significati, qualcosa che lasci intravedere il desiderio, l’infelicità e l’incompiutezza di una vita tutta ostacoli, e subito il cuore si fa morbido e incline al sussurro.

Tutto si colora di rosa e quel tuit diventa leggero per andare esattamente dove deve: all’intenzione temeraria di fuggire a questo primo pomeriggio scuro e triste di dicembre, dai bambini da prendere a danza e a pallavolo, dalla spesa da fare al discount e alla lista dimenticata in ufficio, dal lavoro che non si trova.
I semafori, all’improvviso benedetti, ci danno tempo di leggere e rispondere, di accarezzare per pochi istanti ancora la Pic di quel profilo che abbiamo già sognato tre volte, che non incontreremo mai ma che amiamo come un adolescente con ormone in subbuglio.
E va bene anche così, non sempre si può avere un gelato artigianale.
Dura poco, dura niente.
Non ha odore, non ha pelle.
Va bene il surrogato, va bene ciò che resta, va bene l’immagine che ho di lui e quella che lui, di me, si porta a letto. Tutto, sì, purché ci batta ancora il cuore in petto.

giovedì 6 dicembre 2012

Morirò con i miei anfibi ai piedi



Da bambina pensavo che crescendo sarei diventata come mia madre e mia nonna.
Non contavo su una vaga somiglianza, no, credevo che di loro avrei preso tutto, che madri e nonne, insomma, fossero di forma e carattere prestabilito.
Di mia mamma avrei messo le scarpe con la zeppa –e fin qui ci siamo pure- , la stessa pettinatura cotonata alta e gli abiti lunghi e pieni di spacchi strabilianti. Pensavo che come lei sarei andata a ballare ogni settimana, che avrei guidato una cinquecento gialla e fatto tutte quelle cose che mi parevano piene di senso.
Di mia nonna, invece, avrei avuto i capelli grigio turchini e indossato tailleur di gran marca dai colori un po’ smorti, solo, con qualche guizzo nel foulard dalla stampa floreale.

In quel vagare per la campagna in cerca di avventure mettevo in fila risposte poco plausibili a  domande sempre più incredibili.
La crescita non era prevista, mi beavo all’idea che sarei rimasta per sempre bambina o che al massimo, un giorno mi sarei svegliata già adulta con occhi dipinti di blu e un profumo dolciastro addosso, e forse anche un marito lì, da qualche parte.
Non avrei mai immaginato che a un certo punto, senza preavviso e durante i compiti pomeridiani, qualcosa sarebbe esploso sul mio petto e che minuscoli e dolorosissimi rigonfiamenti avrebbero iniziato a tirare la pelle, come se da dentro qualcuno che non ero io volesse uscire e sostituirsi a me per sempre.

L’attesa e il fastidio di quella muta finì com’era iniziata.
Anch’io avrei avuto presto una faccia emaciata e pallida e un’ottima scusa per restarmene a letto, per essere nervosa e intrattabile e degna di rispetto come mia sorella prima di me.
Avevo già nostalgia delle corse in bicicletta e dei cavalli, degli infiniti pomeriggi in cui vagavo per la campagna in cerca di niente, della noia e delle storie raccontate al primo animaletto di passaggio e mi guardavo attorno per capire quel nuovo universo.

Schiva, come se qualcuno mi avesse già mostrato le oscenità di cui sono capaci gli umani, sapevo che per salvarmi avrei dovuto darmela a gambe. Per questo ancora oggi percorro molti chilometri ogni giorno, per tenermi in esercizio e sempre pronta alla fuga.
Pensavo che se un giorno la mia vita non avesse avuto più alcun senso mi sarei caricata lo zaino in spalla per arrivare a piedi sino al Polo Nord.
Nel mio zaino, infatti, c’era sempre un kit di primo soccorso, c’erano il rossetto e la matita nera, c’era il diario con lucchetto e la carta telefonica.

Gli orchi se ne stavano all’uscita di scuola ad aspettare le piccole in ritardo.
Ma io li conoscevo bene e correvo forte.
Li fregavo ogni volta quei fottutissimi maiali dalla lingua lunga e dalle mani larghe.
Ma volevo scarpe più grosse per colpirli esattamente al posto giusto e lasciarli in terra. Ci volevano anfibi originali dalla punta di ferro, quelli che portavano i ragazzi più grandi a Piazza Umberto. Ci voleva una roba potente per la ragazzina solitaria e un po’ matta cui piaceva starsene da sola e girare per le pinete deserte.
Per una che saltava la scuola così spesso per andare al mare ci voleva roba seria per difendersi dal solitario avventore, da quello che visto che c’è ci deve provare, anche se ha solo dodici anni chi se ne importa: se sta lì e da sola tanto basta, vuol dire che se l’è cercata.

Non ci potevo credere quando da Londra arrivò il pacco.
Un trentacinque impossibile da trovare e invece, quel ragazzetto dall'aspetto inaffidabile ce l’aveva fatta. 
Nemmeno ricordo il suo nome, so solo che quando durante il cambio d'ora, in corridoio, avevo tirato fuori dal chiodo il denaro stropicciato, gli avevo anche detto addio.
Addio a quei tre pezzi da cinquantamila messi via con fatica, detratti alla paghetta settimanale e stipati nel vocabolario che a poco serviva se non a nascondere progetti di fuga all’estero e cartine.
Invece, eccoli lì i miei anfibi dal rinforzo di ferro.


Dopo aver fatto giuramento di amore eterno, li lasciai sul comodino per guardarli un attimo ancora prima di chiudere gli occhi, per sentire l’odore della pelle dura e sognarmi vincitrice.
Per anni hanno ritmato i miei passi ribelli e anche la notte più buia non faceva paura.
Hanno ballato e camminato con me per le strade del mondo. Hanno atteso nei camerini di decine di città.
Inseparabili, ancora oggi mi guardano dalla scarpiera. Un pezzo di me, una parte selvaggia e diffidente che mi ha salvato la vita.
Gli anni sono passati e io ho ancora l’indole e il cuore della darketta amica del peggiore della scuola.
Sono rimasta una che per caso, talento, paura, o fottutissima necessità, corre ancora e corre forte. 

(Foto di John Alton)

domenica 2 dicembre 2012

Deriva #9 Alla fine si parla sempre di Twitter


Insomma, se mi faccio un account su twitter è anche perché non ho l’obbligo di salutare chiunque incontro in TL né di protrarre all’infinito discussioni inutili.
Siamo sul web, e se voglio proprio sapere chi è Marìas vado un attimo a “gugolare” anziché insistere nel domandare.

Riassumo: le polemiche domenicali continuano.
I ban, crudeli e immeritati non ne parliamo nemmeno, e anche se in molti tornano in ginocchio, e per confessare che su molte cose ho ragione, mi ritrovo a essere interrogata -o insultata - sempre sulle stesse questioni.

Capita che qualcuno, leggendo una mia #deriva, mi defolloui senza indugio e che mi dica che twitter va usato come si vuole: ognuno si fa la TL che crede.
Certo, e al di là del fatto che si è liberi più o meno sempre e senza che lo si debba ogni volta ribadire, va anche usato secondo il risultato che si vuole ottenere.
È un mezzo e non un fine, almeno per me che ripongo nel digitale la stessa fiducia che ho negli uomini: ci sono sì, e spesso sono necessari, ma in caso di black out universale ci si può anche adattare alle candele e a un bel libro e senza disperare.

Il mio mezzo deve portarmi alla meta, e basta.
E che piaccia oppure no, che sia una delle tante o forse no, che sia cattolica o dissacrate, pessimista o rosa pastello, per me il risultato deve essere che qualcuno mi legga.
Ma non solo. Tra i pixel ci sono una quantità di persone speciali e di vite incredibili, di punti di vista e soluzioni che io, nonostante la mia distrazione patologica, sono pronta ad ascoltare.

Osservo, mi piace guardare.
E pur essendo fortemente miope –del tipo che entro in macchine di sconosciuti e li bacio anche- ho dovuto sviluppare questa facoltà studiando recitazione.
Normalmente, l’attore talentuoso trucca viso e anima. E per trovare colori e tonalità diverse dalle mie, devo osservare, ascoltare, cercare nei gesti i movimenti interiori.

Allora ho imparato a sentire distanza la puzza di chi non si fa scrupoli a insistere in una discussione su cui non c’è altro da dire.
Così come di chi mi folloua, ma ha interesse solo per i numeri, i propri, o chi vuole fare pettegolezzo e sapere, perché c’è anche chi corre dietro alla prima firma in grassetto su quotidiano nazionale e che sta lì a follouare i loro rituit e le menzioni. Quelli che in DM mi vengono a digitare bla bla bla feroci su qualcuno, quelli che mi si filano solo per i primi giorni e poi spariscono a spettegolare altrove, in cerca di altri amici di amici di amici che possano farli entrare nel circolo degli “up” dalla porta principale.


La falsità di chi digita melensi #followfriday per avere il follow back, poi, è inconfondibile.
Basta che io dichiari di non volere “effeeffare”, che tranne poche perle rare –o pecore nere- si danno tutti a gambe.
Opportunisti.
Nonostante ci nascondiamo dietro i nickname tra i più arditi, restiamo dei fottuti opportunisti.
C’è chi fa di Twitter una ragione di vita ed esagera, e in DM mi chiede conto degli #FF fatti e quelli no, che fa la conta degli aggettivi usati in suo favore o di chissà chi trasformando il followfriday nell’incubo della settimana anziché in un momento piacevole in cui consigliare con il cuore chi seguire: perché ha un senso, perché questo rimane un social media d’informazione, di segnalazione e misurazione dello stato d’imbecillità o intelligenza di un gruppo di ascolto, di potenziali elettori e lettori.
Al massimo serve per una sveltina intellettuale ma poi, se ne vale la pena, ci si vede su Skype o Feisbùc.

La TL dovrebbe essere pulita e ordinata, perché è il nostro abito, è la rappresentazione immediata di ciò che siamo o vorremmo far credere di essere.
Appunto.
Ed è una questione pratica e non ideologica. Non è un vezzo, è solo perché se accogli l’ospite in una casa che fa schifo è inutile che ti giustifichi accampando scuse: sei solo maleducato e zozzone.
Perché almeno per me le cose hanno una forma che le rappresenta nella sostanza, e la forma sottile ed essenziale di Twitter non permette disquisizioni filosofiche ma sani e originali spunti di riflessione. Io la casa la tengo pulita a prescindere da chi devo ricevere.
Twitter è come una villa liberty sul mare che non puoi arredare con mobili rococò.

Twitter è uno dei più divertenti happening cui si possa partecipare.
Naturalmente, il rischio di incontrare qualcuno che anziché girare tra i tavoli pretende di fermarsi a parlare con me per tutta la sera, è altissimo.
La sfiga di incontrare l’ubriaco molesto ancora di più.

Personalmente non sento il bisogno di unirmi ai cori, non c’è bisogno di fare la carta copiativa degli umori altrui anche se mi corrispondono, e se trovo un tuit esilarante lo rituitto immediatamente, cosa che i “neofiti” feisbucchiani non fanno, preferendo la menzione che corrisponde al tiepido, abituale e ipocrita “mi piace”.


Certi giorni twitter è noioso, ma dipende solo da chi abbiamo in TL, è per questo che accanto ad anonimi rivoluzionari follouo menti conservatrici e destriste. I moralisti, poi, mi mandano in brodo di giuggiole quando confondono ciò che “racconto” con ciò che sono nella vita reale.
Leggere opinioni univoche a conferma del mio minuscolo punto di vista è stupido, è lo stesso che pensare all’esistenza dell’uomo ideale e non vedere al di là del mio ombelico rigorosamente NON pierciato.
Cerco di evitare di cadere nel ridicolo come chi, con una benda sugli occhi, si crede invisibile.
Il nostro mondo è ciò che abbiamo in TL, ed è la nostra TL, che se non ci piace possiamo anche cambiare con la sincerità del defollow.
È un microcosmo unico ma non universale.
Così come questo post, che chi condivide dovrebbe avere la compiacenza di rituittare evitando accuratamente di scopiazzare.