mercoledì 24 aprile 2013

È soltanto una ragazza


Lo trovo lì a ogni pulizia di primavera. I romanzi che mi regalava a ogni incontro –narrativa contemporanea- sono tutti lì, quinto scaffale a destra partendo dal basso. Non era uno da social network, no, e comunque il suo ricordo lo preferisco chiuso in questa stanza, al sicuro dal senso di colpa, il mio.

Più o meno all’inizio di ogni mese mi versava un tot sul conto. Dentro ci metteva le spese per treno o aereo, l’hotel in centro e una lauta mancia per il disturbo. Certo non il pagamento dovuto per il piacere che gli davo io, superiore a quello che prendevo, almeno stando alle lettere –prolisse- che mi scriveva durante le settimane che ci tenevano distanti.
Non ho mai capito che lavoro facesse, d’altra parte limitavamo i nostri incontri per il mondo a una camera d’albergo. Viaggiava per convegni -su non so cosa- e scriveva saggi che soltanto per dovere aprivo svogliatamente in treno, durante il viaggio di ritorno, e che usavo per aggiungere particolari al romanzo che mi ero fatta di lui.  Era stato proprio in treno che l’avevo incontrato in una mattina scura di principio autunno. Io, assonnata e nervosa, partivo per una scrittura al teatro Stabile a Modena, lui anche, ma per una conferenza.
Dopo aver trovato una scusa banale per agganciarmi: vuoi una sigaretta, mettere la faccia fuori dal finestrino, fare due passi nel corridoio affollato?, non mi si staccò di dosso per tutto il tempo. Parlava di continuo mentre io annuivo educatamente. Poi volle accompagnarmi in taxi all’hotel per fermarsi con me al desk fino ad avvenuta registrazione: per accertarsi che sarei rimasta proprio lì e non altrove, forse. Mi braccò per quarantotto ore e diventammo amanti.
Frugando tra le sue cose seppi della moglie –bella- e dei due figli –piccoli- poi, e forse già al secondo appuntamento, scoprii il carico di responsabilità che si portava addosso, le sue nevrosi, e la sua capacità di farmi dimenticare perfino dove mi trovassi.
Mi chiamava se aveva una conferenza fuori Milano e mi parcheggiava in albergo durante il giorno. Al mattino trovavo il mio viso scorticato dalla sua barba, un dolore diffuso, una buona mancia sul comodino e un biglietto, che pur variando ogni volta, aveva sempre lo stesso tono: Divertiti. Comprati qualcosa di carino. Mangia. Non fare la puttana in giro. Non masturbarti se io non ti posso guardare.

Nel suo corpo magro e altissimo si muoveva con grazia femminile. Quando decideva di punirmi, il naso già affilato gli si allungava come un pungiglione velenoso. Attraverso i fili ingrigiti della capigliatura folta, grandi occhi neri mi guardavano con un che di afflitto, come se quella fosse proprio l’ultima volta, ultimo anche lo sguardo che lanciava sul mio corpo che lo invitava a un altro giro di giostra. In Stazione era sempre uno straziante arrivederci che somigliava tanto a un definitivo addio.
Invece, il suo bonifico arrivava puntuale così come la chiamata notturna: vieni il 18 a Parigi, il 15 a Bruxelles, il 23 a Madrid.
Partivo ogni volta con nella sacca un po’ di slip e tutto il mio disincanto, con quella specie di amore che provavo per lui e l’unico desiderio di conoscere un itinerario nuovo, un panorama diverso e chissà quali specialità del posto.
In realtà fuorono pochi mesi quelli che ci videro assieme per aeroporti e stazioni, mano nella mano e sempre in corsa, tra partenze convulse con la moglie dimenticata appena oltrepassato il Gate, e arrivi pieni di gioia e stupore.
Un po’ lo disprezzavo già, ma non abbastanza per lasciarlo in attesa da qualche parte. Dovevo ancora vedere in lui l’espressione instupidita di chi è stato colto sul fatto. Non avevo ancora sentito la sua voce impastata, il respiro accelerato, la mente, fino un minuto prima brillante, che gira a vuoto alla ricerca di una scusa appena credibile. Non conoscevo ancora l’odore acre della lotta che si spande denso come quello del sangue. Lo stridere furioso delle mascelle che non riescono ad articolare: a corto di scuse ragionevoli, private di un cervello pensante che ordini loro che cosa dire. Non avevo ancora guardato su di lui l’imbarazzo della colpa che l’avrebbe finalmente spogliato dell’autorità che si portava addosso, allontanando in un attimo tutti i suoi traguardi, anche quelli già raggiunti: lauree, dottorati, pubblicazioni, premi.

Sua moglie e i ragazzi erano in montagna: vieni, dai, stiamo assieme per cinque giorni, mi disse.
Ero felice all’idea d’invadere la sua vita, di frugare nel suo quotidiano coniugale, di lasciare le mie impronte un po’ ovunque, la mia saliva, la mia pelle. Anche sul bagnoschiuma di sua moglie volevo lasciare qualcosa di me, sul profumo di lei, sul cofanetto dei suoi gioielli, nel suo letto e tra le lenzuola del suo corredo perfetto.
Non è mai bello prendere piccole mance in cambio di tanta dedizione, almeno per me e in quel momento non era abbastanza la suite a Montmartre una tantum. Se abbiamo tanti anni di differenza poi, se mi compri collari di oro bianco, se io ti permetto di andare ogni volta oltre, di denudarmi completamente rispondendo a ogni tua singola domanda, anche la più intima, sempre, anche mentre ho qualcosa di veramente grosso infilato nella bocca: i suoi boxer appallottolati, le mie mutande, una grossa mela incastrata tra i denti. Volevo di più per quello scattare sull’attenti tre volte al mese. Per i segni sulla schiena che diventavano ogni volta più profondi, i colpi giallastri e viola tra le cosce, sulle braccia. Mi doveva almeno un appartamentino in centro e vicino a Piazza Duomo per la mia capacità di giocare con lui, di assecondare la sua assurda pretesa a voler leggere strane deviazioni tra le mie parole, elementi di sospetto, tradimenti inammissibili da punire all’istante. Sarebbe bastato un piccolo mensile per ripagarmi delle ore passate in ginocchio su qualcosa che faceva veramente male. O in piedi, nuda, al centro della stanza. Avrebbe dovuto darmi mance più alte.
E invece niente.  Allora basta un incontro in treno, un timido “Ha da accendere” per incasinarsi l’esistenza. 

Così partii per Milano e per un’estenuante cinque giorni di sesso.
Eravamo al centro del salone, nella penombra pomeridiana di un agosto silenzioso e irrespirabile.
Furono soltanto le sue lettere a metterla in allarme, quelle lunghe lettere che mi scriveva e che abbandonava dappertutto assieme agli appunti per le conferenze e particolari hot, o che lanciava nel cestino tra pacchetti di Marlboro rosse, l’Unità, e cicche maleodoranti.
D’altra parte io gliel’avevo detto di rispondere al telefono dopo che aveva squillato per buona parte della mattina. Gliel’avevo detto, sì. L’avevo avvisato: forse è tua moglie!
Appoggiata allo schienale del divano, lo ascoltavo darsi da fare come un amante esperto sempre in cerca di buone occasioni per sperimentare torture in equilibrio precario. Piangevo e ridevo dell’inspiegabile felicità che colpisce gli amanti.

Quando la vide sulla porta –un’ombra sottile e un’espressione oscura- si alzò e rimase impietrito. Io nemmeno mi coprii né abbassai lo sguardo. Lei non balbettò nulla. Durante quel tempo troppo lungo lei non urlò, non pianse, non fece nessuna scenata. A un certo punto si voltò verso la porta da cui era entrata e fece qualche passo. Poi si fermò un istante come se avesse dimenticato qualcosa, tornò indietro verso noi due e guardandomi gli disse: ma è soltanto una ragazza!, e andò via senza sbattere la porta.
Appena un’ora dopo ero in Stazione con la mia sacca e nessun Romanzo, sola e con quell’indelebile “ma è soltanto una ragazza”, che faceva su e giù tra cuore e cervello, e che sapeva un po’ di preghiera e un po’ d’insulto.

giovedì 18 aprile 2013

Deriva #26 Se ti levi dal centro della foto magari ci capisci qualcosa

Consigli per l’uso del presente post: le parole inglesi le italianizzo per comodità e vezzo. Dotatevi d’ironia e mettete via qualunque malanimo. Qui si raccontano DERIVE, ossia cattive abitudini. Se cercate qualcosa che vi tranquillizzi, questa è la sede sbagliata.

L’hashtag questo straniero. Se volessimo riportarlo alla situazione reale, quella che si vive ai piani alti in via Condotti, potremmo paragonare l’hashtag (#) all’abito di una festa a tema.
La proprietaria di casa, la cinquantenne milionaria che non ha niente da fare da mattina a sera se non cambiare arredamento, vuole dare un Party a tema e decide per “Pirati ai Caraibi”. I signori arrivano agghindati con abiti raffinati e originali affittati in grandi sartorie e così le signore, che si aggirano per quei trecento metri quadri di casa, mostrando lingerie sexy tra ampie bluse bianche a manica larga con jabot, stivaloni alla coscia e largi cappelli con piume. Anche il catering è rigorosamente a tema piratesco: enormi cosce di tacchino, spiedini alla brace e verdure trifolate sono serviti su grandi piatti di legno, birra scorre a fiumi assieme al rum in boccali d’argento cesellato.
Il nostro neofita, consigliato anche dalla consorte, decide che anziché da Corsaro vestirà da indiano d’America. Perché? Mah...
L’hashtag è un tema, una tendenza, un’onda. Usare continuamente hashtag che non siano in TT (quindi trendy, top, tendenza) non causa danno, per carità, d’altra parte nessuno dei cattivi comportamenti del neofita causa guai, forse leggeri fastidi passeggeri, come passeggeri sono i tuit insulsi sulle nostre TL, figuriamoci, ma quell’hashtag non avrà nemmeno alcun effetto. Chi si unirà a un hashtag così personale? E da chi si farà notare il neofita che solo soletto se la ride per tanta originalità?
Volete follouer? Unitevi ad hashtag popolari scrivendo tuit originali.

La domanda imbecille.
Perché in tanti si ostinano a tuittare domande le cui risposte possono essere trovate, e in tempo reale, su google? Perché costringere uno sconosciuto a rispondere in centoquaranta caratteri a una domanda banale, quando il web è pieno zeppo d’informazioni più esaustive? Poi non dite che sono (pre)supponente, perché questo è un vero mistero.
È forse un atavico bisogno di contatto umano? Ma ci sono modi più simpatici per ottenere l’attenzione di qualcuno. E a proposito di questo, mi preme sottolineare con doppio tratto blu, che l’esigenza costante d’interagire con chiunque e di commentare e dire la nostra anche su tuit che non hanno bisogno di alcun completamento e che bastano a se stessi così come sono, è spesso imbarazzante.
Non ci basta Face book con l’apposito spazio commenti?
Un tuit vuole soltanto essere rituittato, usanza che da feisbukkiani proprio non accettiamo, così come non ci vanno giù le condivisioni di post, di o su scrittori che non siano noi stessi.
Sappiate però che uno dei pochi gesti che spinge una tuitstar a darci il follou back è proprio il rituit. E badate che una volta dato il follou back il rapporto va mantenuto perché la tuitstar non ha nessun bisogno di noi: siamo noi che abbiamo bisogno di lei. Un rituit da parte di qualcuno che un pacco di follouer non è cosa da niente. Abbassiamo il capino ogni tanto e cerchiamo di farcene una ragione. Esistono persone che, nonostante il nostro specialissimo e disconosciuto talento, hanno fama e nome.
La tuitstar ha da fare, si affaccia su tuitter per qualche minuto tra una riunione di redazione e l’altra, non può star lì a rispondere sempre alla stessa domanda. Perché anche scorrere le TL è faticoso per il neofita che guarda solo e soltanto ciò che gli scorre sotto il naso e stellina tutto ciò che gli piace o piaciucchia, pensando erroneamente che si tratti del “mi piace” di Facebook.
Mai e poi mai, infatti, il valoroso cercatore di follouer si metterà con pazienza a studiare il mezzo sul quale sta viaggiando da mesi senza capirci granché. Mai e poi mai l’inventore di hashtag bizzarri andrà a spulciare tra i post del centro assistenza di twitter per capirci qualcosa in più. Perché mai?

Le famose “stelline” sono i PREFERITI: a sinistra in alto sulla schermata del vostro “account”, sì, proprio lì, la sagometta dell’utente. Normalmente si usa per mettere via tuit particolari, o per articoli che non si ha il tempo di leggere in quel momento ma che ci interessano. Che stelliniamo a fare le emoticon che l’amichetto ci ha appena tuittato?
Alcuni anni fa i capi del social media volevano eliminarli per inserire il feisbucchiano “like” poi, giustamente, decisero di lasciarli così come sono: preferiti.
In realtà, il neofita li usa per dire che quel tuit gli piace ma non abbastanza: altrimenti perché non rituittarlo?
Per egoismo? Per avarizia? Un rituit è gratuito e sicuramente arricchirà la nostra TL.
Sono ormai tre mesi che il fenomeno della stipsi da rituit è diventato tendenza: proviamo a non essere avari, la vita è già abbastanza misera e se non siamo in grado nemmeno di esaltare la creatività e l’intelligenza altrui, beh, allora siamo messi peggio di quanto immaginassi.

Il follow back.
Siamo sempre al Party in centro storico. Silenzioso in un angolo buio, vestito fuori tema con un cosciotto d’agnello in una mano e un boccale di birra nell’altra, il neofita si guarda attorno. Vede una signorina particolarmente interessante che, circondata da un folto gruppo di bellocci, se la ride sul divano. La preda si alza e si dirige al centro del salone, balla per un po’ circondata ancora una volta da persone che la riempiono di attenzioni e poi si dilegua all’esterno. Il neofita la guarda e la segue in terrazza.
Appoggiata alla balaustra, la donna gli rivolge un’occhiata di sfuggita e pensa: chissà chi sarà questo sconosciuto vestito da Sioux in una festa dove sono tutti pirati... e giustamente rivolge la sua attenzione altrove. Poi si mette a odorare gelsomini in fiore e se ne appunta uno tra i capelli ricci. Lui, ostinato, rimane a guardarla come un allocco e non le rivolge la parola, non le fa un complimento, non le dice che la luna è splendidamente piena e banalità di questo genere, no. Ma quando la donna si accinge a rientrare in casa e il tipo le urla: aò, ma lo sai che sei proprio stronza! Io ti ho seguito e perché tu non mi hai rivolto nemmeno un saluto?
Ecco a cosa somiglia la pretesa del follou back.
Ragioniamo assieme per un attimo solo: se sei tu a seguirmi significa che ti sono piaciuta. Che tu sia uomo o donna non ha importanza: non siamo su twitter per fidanzarci ma per divertirci e conoscerci, allora, se non hai la pazienza di seguirmi e interloquire con me ciò significa soltanto che non ti piaccio abbastanza. E se non ti piaccio abbastanza, per quella che è la mia logica, puoi anche startene nel tuo account.
Spesso, il follouer offeso introduce l’insulto nei miei confronti con questa curiosa postilla: ti seguo da sempre e leggo tutti i tuoi post, ma... e qui l’insulto, che ometto, prende il colore verde acido di chi lo digita.
E quindi?
Io mi domando: che vuol dire?
Il fatto che mi segui è di per sé garanzia di che cosa?

Infine: perché c’è sempre una fine e un fondo da toccare. Non ci si può sentire sempre feriti dai tuit altrui –salvo che non siano troppo espliciti e colpiscano un’intera categoria di persone: gli indifesi. Nessuno ci guarda, nessuno pensa a noi mentre scrive di sé.
Se siamo di fronte a un bel panorama e vogliamo fotografare l’amato, cercheremo un’inquadratura che metta il soggetto al margine della foto, non al centro che copre castello e valle. O no? Perché dei tuit non cerchiamo di captare il senso generale, perché non cerchiamo anche di vedere i nostri limiti nel limite segnalato da un altro?
Perché le mie #derive piacciono soprattutto alle tuitstar e sono invise a molti neofiti? Non sono regole, e l’ho scritto decine di volte, sono banalissimi consigli che raccontano ciò che leggo sulla mia TL, niente di più.
Se siete ancora lì al Party in calzoncini di nappa e con giacca con le frange: Keep calm e seguite il flusso.

venerdì 12 aprile 2013

Deriva #25 Deriva della seduzione: il cinquantenne




Terza Parte...


Inutile che vi scaldiate tanto e che vi affanniate a inviarmi mail di giustificazione e d'insulti. L'ho scritto e riscritto che questo non è che un mio punto di vista, e nemmeno così privilegiato. Cercate soprattutto di dotarvi di senso dell'ironia e magari di un pizzico di autocritica in più.


La donna in rosa e con un enorme tocco di cioccolata ancora tra le labbra, sigaretta sul posacenere e televisore in ”mute”, ha deciso di perdere l’ultima puntata di “The walking dead”, la replica, per dare inizio a questa liaison elettronica con il cinquantenne stempiato dall’aria autoritaria che, sigaro tra le labbra forti, la guarda sornione dalla PIC.
Di lui ha già letto molto: saggi sui social media, su politica e storia del brigatismo rosso, su fiscal compact e spread. È il tipico maschio rampante pigliatutto, ed è bene che abbia opinioni su ogni cosa, anche su di lei.
È curioso per nascita. Da bambino, probabilmente per soddisfare la sua sete di sapere o di crudeltà, si divertiva a mozzare code alle lucertole e zampe alle rane.
Il vanesio ha appena ricevuto il DM nel quale lei, presa alla sprovvista, a una domanda banale (vedi deriva #23) ha digitato un ancor più ovvio “Pensavo a te”.
Sempre illuminato dalla luce dell’abatjour, l’uomo si sta dedicando allo studio di tutto ciò che Google riporta sulla Signora, che da brava professionista non si è nascosta dietro un nickname.

Ma non sono le scarpe dal tacco vertiginoso con allacciatura alla caviglia che lo attraggono. Nemmeno i piedi magri sicuramente trentasette e smaltati di fresco, e che preludono alle caviglie sottili e ai polpacci da ex ballerina.
Vuole sapere, e basta. Fa parte della sua natura, è atavica curiosità per l’antro oscuro che forse lo accoglierà, la stessa che aveva quando bambino spiava la cuginetta (sempre quella uguale per tutti) dal buco della cabina dello stabilimento balneare.
È la calza abbandonata sulla spalliera della poltrona ottocento come un braccio stanco dopo l’amplesso, che lo attrae. La poltrona dai disegni floreali un po’ stinti, dove chissà cosa è mai successo, un tempo o ieri. I libri, di cui cerca di leggere i titoli, impilati sul comodino senza nessun criterio, abbandonati lì chissà da quando, presi e lasciati o sfogliati a caso prima di dormire. Gli solletica la fantasia il bicchiere sospetto: forse prende tranquillanti.
La piantana elegante e un po’ malmessa che pare una donna magra col capo adagiato sulla spalla, e che illumina una toilette disordinata e piena di minuscoli particolari eccitanti. Il rossetto lasciato aperto così come il flacone di crema: un appuntamento, forse la visita inaspettata di un uomo e il cambio veloce da fare mentre lui è in ascensore.
Lui chi?

E inizia a scorrere furiosamente la TL dell’amata, di quella femmina che lui non conosce per niente, ma che già gli dice qualcosa. Che gli racconta di sé attraverso immagini parziali, particolari sfuggiti che sanno tanto di svagatezza femminile, quella del tacco che s’incastra nel sanpietrino, che si rompe durante una corsa per le scale della metropolitana affollata. Una disattenzione connaturata che si evince dalla pessima messa a fuoco delle foto, dai capi di vestiario sparsi un po’ ovunque, sulla sedia della toilette un baschetto, per terra, vicino alla gamba del tavolino un paio di pantofole buffe che stridono con la penombra voluta e col ritratto di una Madonna scura con bambino.
Quelle quaranta foto tutte uguali, che l’uomo continua a scorrere con avidità, immagini parziali di viso e corpo della nuova amante digitale, racchiudono più di una storia e più di una giornata.
Quelle foto, sono per il maschio predatore (come sempre mi perdonino le femministe), un puzzle tutto da ricostruire. Tracce, che come il grande Sherlock Holmes, l’uomo metterà insieme per formare il profilo unico che, tra meno di mezz’ora e sotto l’elegante luce dell’elegantissima toilette, gli accompagnerà su e giù la mano larga e ampia, per più di tre minuti e quaranta secondi.

Lei, intanto, aspetta.
Non c’è nemmeno bisogno di scriverlo che all’ovvio “Pensavo a te” seguirà il banale “E a cosa di preciso?”.
Anche lei sta rileggendo in fretta tutto ciò che lo riguarda alla ricerca disperata di un buon argomento.
Le sue mani, per esempio, sarebbero un buon argomento. Una conseguenza logica che da lì scivolerà rapida verso tutte le fantasie di quel genere. L’unico genere di fantasie, che due esseri umani costruiscono odorandosi attraverso i pixel.
La testa è diventata ormai un tutt’uno con il monitor e basterà una piccola scintilla a scatenare l’inferno.
Le mani possono sconvolgere all’improvviso tutto l’equilibrio di una giornata e di una settimana a senso unico e che per lei, sposata e senza figli, oppure single e con figlia a carico, ma anche single con gatto, è finire la relazione da consegnare al capo lunedì, andare a fare la spesa e la fila alla posta per pagare le bollette. Le mani, possono dare inizio a un reload continuo della pagina in attesa di un DM speciale, un altro e un altro ancora, fino a un sonno senza sogni.

Al logico «Pensavo alle tue mani» di lei, invece, segue un inaspettato «Dimmi... » di lui. Una sospensione dovuta, ancora più accomodante quando seguita da punti sospensivi, i soliti, quei tre.
Ed è a questo punto che lei sarà costretta a una scelta. Che chiamerà in adunata tutti i propri ricordi, almeno quelli dell’ultimo anno, le tre storielle inutili che le hanno fatto perdere tempo, troppo: due appuntamenti mancati e un mezzo imbecille che guidava come un pazzo.
È esattamente a questo DM, e ad appena cinque minuti dall’inizio della seduzione, che lei dovrà capire se vale la pena cedere o conviene farsi indietro, se mostrargli l’attaccatura del reggicalze o mantenersi all’orlo della sottoveste.
Dipende dal desiderio, sì, ma anche dall’ingenuità: quella roba che a qualunque età ci fotte in tante.

Ma quel “Dimmi... ” così caldo ha già scavato un tunnel nella fronte ampia e scoperta dai lunghi capelli lisci che lei porta raccolti in una coda bassa.  Quel “Dimmi...” significa attesa e asservimento. Come l’uomo che al telefono ti domanda di continuo “come stai”, e lo fa perché ci tiene veramente a te, forse, o più semplicemente perché non vuole dirti di sé. Significa: ti ascolto, sono qui, non ho fretta. È un tacito “mi fido”, vai avanti, accompagna la mia testa e la mia mano (che poi fa lo stesso).
È un uomo che la guarda scomposto al di là del tavolo, e che tra i rimasugli di una cena lunga e piacevole, le domanda di parlare ancora, di non fermarsi mai. È un uomo assetato, che vuole scoprirla anziché mettersi in mostra. Uno che, nonostante i mille impegni da uomo rampante, Manager, giornalista, scrittore, parlamentare o ex comunista, vuole scavare in lei per trovare finalmente una fonte dissetante, labbra che dicano cose intelligenti, certo, ma che lui tra poco impegnerà in altro, fra meno di un quarto d’ora, forse, nel suo bagno pieno di specchi.

(continua... )



domenica 7 aprile 2013

Vita aziendale


4 Gennaio 2014

Il presente racconto, modificato nel titolo e ampliato nei contenuti, è in pubblicazione all'interno di una raccolta per la 80144 Edizioni e uscirà a Febbraio 2014 in formato cartaceo ed elettronico. 

E.B.

martedì 2 aprile 2013

Deriva #24 Deriva della seduzione: il cinquantenne

Seconda Parte... 


Mi sento un tantino stupida a dover precisare ogni volta che queste sono mie opinioni e che non riguardano il 100% degli esseri viventi. Ma sono costretta a farlo per quella percentuale di popolazione adulta che, evidentemente, si sente al centro delle mie #derive, che non so per quale ragione si ostina a leggerle, e a vedere in esse un attacco personale: no, non sto pensando a voi, ma a quegli uomini che per gioco, per vanità o per noia, hanno cercato di sedurmi,  ignari del fatto che forse, io, stavo facendo la stessa cosa.  

Siamo al dunque, alle foto hot che il cinquantenne rampante in cachemire, nel silenzio del suo studio, su fondale blu notte e alla luce soffusa dell’abat jour, ha domandato all’account femmina per poter lavorare di fantasia, di mano e di mouse...
Anzi no, perdonatemi: è ancora troppo presto. Facciamo un passo indietro.Perché il cinquantenne gioca di attese e doppi sensi e, per quella che è la mia esperienza, ingrassa il proprio ego di tutti quegli scenari possibili che la vittima prescelta costruirà da quel DM in poi, in quel set multiforme che è la propria mente. Ma è meglio così: la richiesta di foto può essere una trappola. Da buon italiano, anche se colto, anche se ex militante di Democrazia Proletaria e fine oratore, non conosce la differenza tra puttane e libertine. Fa un po’ di tutta l’erba un fascio e si muove tra gli account femminili alla ricerca non di un’amante focosa, ma di qualunque donna sia in grado di aumentare a dismisura la stima –già enorme- che ha di sé.
Dall’altra parte del monitor, della città e forse dello stivale, la donna dalla PIC eloquente, che crede erroneamente di essere l’unica cui il tizio invia DM (direct mesage), è rimasta in un fermo immagine che solo noi possiamo vedere. Sul divano e davanti alla tivù, in tuta rosa di pile con mega cuore rosso sul petto, si è appena infilata in bocca un grosso pezzo di cioccolata e cerca disperatamente una risposta sorprendente a una domanda tra le più banali e lise «Che cosa fai ancora sveglia a quest’ora?». Questa è la giusta punizione per averlo cercato, provocato, rituittato. Se è un politico, l’avrà anche pubblicamente difeso, se è uno scrittore, l’avrà letto con voracità sorprendente e menzionato, se ha un blog avrà scritto di lui e del suo nuovo romanzo: perché tuitter è l’emblema del mondo democratico grazie al quale ogni cuore sembra a portata di clic. L’albero della cuccagna dove chiunque, con un po’ di intelligenza e una certa avvenenza di base, può aspirare al prosciut... ops... al maschio più appetibile.
Comunque abbiamo fatto un passo in avanti.
Dal formale “lei” il maschio Star è passato al più caldo “tu” e, scorrendone foto e tuit in attesa che lei gli risponda, si rafforza in lui l’idea di quel nude look nero sotto cui, per citare Mickey Sabbath: intravede già la sua intera biografia. Ma, al contrario del meraviglioso e lurido antieroe raccontato da Philip Roth, il nostro cinquantenne non è pronto a digitare un più scandaloso e pragmatico «ecco a te la freccia del desiderio» corredato da tanto di foto del suo membro in erezione. No. Perché qui si parla di testa, di funamboliche manovre mentali che, di account in account, il maschio mette in atto, non si sa bene per quale ragione visto che, almeno a me che da anni studio la faccenda, non è mai capitato, non dico di andare a goal, ma nemmeno a pranzo fuori.
La donna sa che deve prendere tempo, il giusto, quello che serve a non doppiare una banalità. Perché cosa crede che faccia ancora sveglia all’una di notte? Certo se avesse un amante caldo a letto, non terrebbe lo sguardo sul monitor alla ricerca di un’isola.
Lasciarlo senza risposta per tutta la notte sarebbe una buona tattica, forse la migliore: in fondo da twitter si viene e si va, per lo più si sta tutti dietro le persiane a guardare la gente sfilare per il Corso, per farcene un’idea, un’opinione e una ragione.
Ma se la donna ha svolazzato per un bel po’ attorno al suo account di maschio autorevole e appagato, se è stata folgorata dalla sua ironia originale, se ha notato le sue lunghe assenze –talvolta create ad arte- e ne ha sofferto cliccando sul suo maledettissimo account almeno cinquanta volte in un’ora, se ha guardato una per una le altre icone femmine e le ha odiate con tutta se stessa, non rispondere le sarà impossibile. Non rispondere a un Amministratore Delegato di quel peso (e non solo in termini di chilogrammi intendo), a un parlamentare, a un giornalista o a uno scrittore, sarebbe come dare le spalle a una rockstar che ci ha appena fatto il baciamano fuori dal camerino: non si può.
Infatti, la donna ha il viso color porpora e il labbro superiore appena imperlato di sudore. La cioccolata non basta più e si rolla una sigaretta, ma anche quella non basta a trovare una risposta.
E il tempo stringe.
Sono passati appena quattro minuti e trentotto secondi dalla ricezione del DM che lei già sogna di appoggiare il proprio piede -appena uscito dal centro estetico e con unghie leopardate- sul prezioso tre alberi ormeggiato a Capalbio, ad Ansedonia o a Porto Ercole. In realtà non c’è ancora nulla tra i due ma lei ha già fatto fuori (idealmente è chiaro) la moglie -in realtà resistente a ogni urto- e l’intera famiglia. Non l’ha nemmeno incontrato e già gli rifà il nodo alla cravatta e lo saluta con un bacio sulla porta del grande appartamento in centro città.
Lei sa che una risposta sbagliata lo porterà al silenzio e al defollow immediato.
Ne ha almeno ottomila in fila e ordinate nelle icone. Tutte possibili protagoniste di una storiella virtuale che le faccia sognare un po’ e, forse,  disponibili a rivelare segreti e impudicizie che, almeno così separati dal monitor, sono sempre più facili da raccontare. Desideri e immagini ardite si possono finalmente digitare in assoluta libertà e sarà ovvio, se il gioco è condotto con tattica superba, che la donna s'immagini persino al top della classifica nazionale dei libri più venduti.
Ma da qui, io non posso certo suggerirle che, al posto della banalità che sta per digitare, sarebbe più proficuo inviargli un link pepato.La scena cult di “Ultimo tango a Parigi” per esempio, con un Gato Barbieri in sottofondo che stacca la pelle per quanto emoziona, o meglio ancora la scena di Sabina sullo specchio ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, scene che dicono: sono qui, sono libera, sono ribelle e pronta alla clandestinità.
Il cinquantenne ha puntato sull’effetto sorpresa, l’ha contattata l’unica volta in cui lei non indossa reggicalze. Perché si sa, ed è una banalità proprio perché accade sempre così: il maschio, quello che vogliamo veramente, ci arriva alle spalle e quando meno ce l’aspettiamo.
«Pensavo proprio a te».  Non ridete ma è così. 
Le dita smaltate della donna hanno digitato esattamente questa frase: Pensavo proprio a te.
E lui? Ci crederà? Sorriderà a tanta ingenuità? Risponderà a sua volta o lascerà la casella dei DM miseramente vuota?
Casomai le offrisse tremila euro cash per un incontro clandestino, lei, cosa farà?

(continua... )