giovedì 30 dicembre 2010

PENNA ROSSA 4° Episodio

Non è una pazzia, non è una semplice invenzione e tu lo sai. Questo gioco è andato avanti per cinque anni ed è stato interrotto bruscamente. Io volevo vincere la partita, almeno ci ho provato. 
Laura mi ha fatto sapere che saresti partito con tua moglie, destinazione Parigi sembra. Ma non era lì che hai vissuto le tue passioni più romantiche, quelle che ti avevano stancato e per le quali non c’era più spazio?
Lo trovo di cattivo gusto. Come trovai di cattivo gusto il grande anello con rubino che mi mandasti a ritirare tre anni fa, quello con cui volevi risarcirla!
Laura non è riuscita a nascondere l’imbarazzo quando le ho domandato se avessi mai accennato a me ultimamente. Peccato, Davide, mi saresti risultato umano, almeno un po’.
Sento un dolore intenso su tutta la pelle, come se un’ustione si fosse palesata all’improvviso su ogni parte del mio corpo ma non voglio piangere, non me la sento di espellere questo dolore ingiusto anzi voglio accoglierlo, dargli modo di crescere, guardarlo.
Ho trovato un modo per comunicare con te.
Ho inventato un altro te, un Maestro invisibile che si occupa di me, che mi segue da lontano.







Davide era stanco, afflitto da tutto quell’amore ingiustificato, da quella passione non richiesta. E spostò lo sguardo non troppo lontano dalla quella scrivania solida e raffinata, non troppo distante dalla giacca da camera di cachemire che indossava.
Come quel pomeriggio di cinque anni prima, tagli di luce fendevano l’oscurità della stanza. E nello stesso modo era illuminato l’ingresso, che lo vedeva in controluce, come chiunque entrando da lì: una grande sagoma austera e intoccabile.
Alle donne dava sempre appuntamento a quell’ora, così come gli altri quando li voleva studiare non visto.
E stava in alto, più in alto di loro, e parlava poco, lo stretto indispensabile, mettendo spesso in soggezione l’interlocutore, distraendo lo sguardo, sorridendo vago, abbassando più e più volte gli occhi chiari e sottili sull’orologio –uno storico Rolex Daytona regalo della prima moglie-.
Aveva il sole negli occhi Marina quando quel pomeriggio si affacciò allo studio. Avanzò di un paio di passi con la stessa soggezione di chi entra in un Tempio e Davide non poté fare a meno di intuire, in quel bocciolo chiuso e aggrappato a un ego ritorto, la forza vitale e creativa, la sensibilità sanguigna e acuta di chi ha già molte cicatrici.
Fu per questo che Marina ebbe un capogiro alle quindici e trentatré di quel dannato pomeriggio, quando entrò per il colloquio barcollando su stivali troppo alti e troppo nuovi. Il sole negli occhi e quella sagoma austera, l’odore di tabacco e di legna che arde, la sensazione di trovarsi al sicuro: fu questo a darle quella strana sensazione di ubriacatura che la fece inciampare.
Era andata proprio così. E Davide si trovò quella creatura calda fra le braccia, i capelli morbidi odoravano di qualcosa che gli ricordava il profumo di narciso, quello di sua nonna, e si ritrovò in ginocchio a guardare quella donna, perfetta per il suo gioco e seducente.
Quando si riprese, Marina balbettò più frasi insensate, una dopo l’altra, e Davide, abituato ai soliti copioni, non poté che ridere, come liberato da quella coazione a ripetere che lo stringeva in uno strano senso di superiorità e di distacco dal mondo.
Ma non credeva. Non avrebbe mai ipotizzato che quella creatura apparentemente fragile avrebbe penetrato ogni suo segreto, imparato a memoria le sue abitudini, i gusti, le avversioni, i “credo”, le parole.
Marina, la sua assistente perfetta, puntuale, ordinata e sollecita, si sarebbe lentamente fatta carico di ogni sua incombenza, svuotandolo, con la tecnica di un ostinato predatore, di qualunque responsabilità e ricordo, carpendo lentamente ogni suo più intimo segreto.

Il Professore si guardò le unghie e, constatato l’ottimo lavoro della manicure, riprese a leggere anche se, più e più volte in quella frazione di secondo, provò a distogliere lo sguardo.

Mi hai detto che non avresti più amato, che eri stanco, avvilito da tutto quello che la passione porta con sé: la noia.
Sento la putrescenza del’io che hai assassinato, il vero io che hai voluto eliminare dalla tua esistenza e che adesso, impotente, vede la vita, quella vera, scorrere davanti a sé.
Ricordi il quadro di Chagall di fronte al quale mi prendesti per mano? No, non è importante quale, tanto non lo ricordi! Ho trovato il poster e l’ho fatto incorniciare. Fa parte del mio reliquiario adesso, quello dove raccolgo i ricordi, le poche cose che mi restano di te.
 Prima di portare via le mie cose dall’ufficio l’anno scorso, ho trovato alcuni tuoi brevi messaggi manoscritti. Hai una grafia bellissima, Davide, ampia e sicura, come la tua firma. 
Ricordi quanto sembrava minuscola la mia accanto a quella “d” gigantesca che abbracciava buona parte del tuo nome?Una volta mi dicesti che avrei dovuto ingrandirmi anche fuori, palesarmi: essere.
Ma non mi hai mai indicato la via.

Davide rimase assorto ancora per qualche istante, lo sguardo impietrito di fronte a quel disastro, a quell’incidente sentimentale che aveva distrutto la sua serenità fatta di abitudini trentennali, di piccole certezze, punti fermi e immobili, ora messi in discussione da qualcosa che ogni giorno rompeva il silenzio del suo cuore stanco, regolato da strumenti meccanici, riparato da mani esperte, assai delicato.


lunedì 27 dicembre 2010

Tratto da "Il prete bello" di Goffredo Parise

(...) La persona più importante era la padrona di casa, quella che mi aveva messo a scuola al Padronato di san Gregorio per mezzo di sue conoscenze nella Curia. la signorina Immacolata era una donnetta con minuscoli occhi che si toccavano e il naso adunco; molto elegante, portava strani cappelli con piume e un occhialino d'oro cesellato pensava languidamente dalle sue dita: assicurato con cinque o sei giri di catenella intorno al collo saltellava come un canarino sulle dita coperte di velo nero. Anche gli abiti erano di una raffinatezza non comune e parecchie signore e signorine di età avanzata che facevano parte degl'inquilini per non dire del caseggiato stesso, l'ammiravano al punto di aspettare che passasse negli androni, nei piccoli corridoi e negli angoli ciechi interni all'edificio per complimentarla, ascoltare il fruscio dei suoi abiti e il tintinnare dell'occhialino. Spesso la signorina Immacolata faceva l'intero giro dell'edificio, con una lampada, ed esaminava i muri, i corrimano, l'interno delle stanze, le porte e le serrature. Saltellava da un angolo all'altro della penombra e saliva la scala a chiocciola senza far oscillare le assi, senza scricchiolii, con l'austerità e il biancore di un gabbiano che battesse silenzioso le sue ali in direzione dell'uscita. Molto spesso io mi accorgevo di averla vicina solo per l'odore della mentina che teneva in bocca. Non mi guardava neppure, mi salutava e passava avanti o apriva rapidamente la porta col suo mazzetto di chiavi. Non udivo il battente accostarsi quando ella era entrata, né il rumore della serratura, tuttavia la porta era chiusa e non si apriva (...)

Tratto da "Il conformista" di Alberto Moravia

(...) Marcello aspettò il momento in cui la madre, dopo che si era coricato, veniva in camera a dargli la buonanotte. Era questo uno dei pochi momenti che gli riusciva di vederla da solo a solo: il più delle volte, durante i pasti e nelle rare passeggiate coi genitori, il padre era sempre presente. Marcello, sebbene non avesse, d'istinto, molta fiducia nella madre, l'amava, e forse, anche più che amarla, l'ammirava in maniera perplessa e invaghita, come si ammira una sorella maggiore dalle abitudini singolari e dal carattere estroso. La madre di Marcello, che si era sposata giovanissima, era rimasta moralmente e anche fisicamente una fanciulla; inoltre, pur non avendo alcuna confidenza con il figlio di cui si occupava pochissimo a causa di numerosi impegni mondani, ella non aveva mai separato la propria vita da quella di lui. così Marcello era cresciuto in un continuo tumulto di entrate e uscite precipitose, di vestiti provati e gettati via, di frivole conversazioni al telefono, di bizze con sarti e fornitori, di dispute con la cameriera, di continue variazioni di umore per i più futili motivi. Marcello poteva entrare in camera di sua madre in qualsiasi momento, spettatore curioso e ignorato di un intimità in cui non aveva alcun posto. Qualche volta la madre come riscuotendosi dall'inerzia per un improvviso rimorso, decideva di dedicarsi al figlio e se lo portava dietro da una sarta o da una modista.In queste occasioni, costretto a passare lunghe ore seduto sopra uno sgabello, mentre la madre provava cappelli e vestiti Marcello quasi rimpiangeva la solita turbinosa indifferenza. (...)
(...) Ora stava in piedi presso di lui, in controluce, bianca e esile nel nero abito scollato. Il viso fine e pallido incorniciato da capelli neri in ombra, non tanto che però Marcello non vi distinguesse un'espressione scontenta, frettolosa e impaziente. (...)

Tratto da "Fioriva una rosa" di Piero Chiara.

(...) La signora Livia, a chi se la trovava di fronte improvvisamente, , dava una specie di capogiro. Non che fosse appariscente o sfolgorante: era quieta, riservata, ma con uno sguardo così denso e pesante da mettere in imbarazzo chiunque incrociasse i propri occhi con i suoi. Una volta caduti nello stagno oscuro e opaco delle sue iridi nerofumo, l'idea di darle la mano, di toccare la sua pelle e di sentire il suo calore turbava gli uomini e anche le donne che non arrivavano neppure a invidiarla, tanto erano compiaciute di un simile esemplare della loro specie.
Era scura di capelli, pallida e quasi livida, tanto che il suo nome mi parve contenesse un'allusione al livore del suo volto, sul quale quel colore vagamente plumbeo appariva come una tinta naturale, migliore di qualunque incarnato. Di mezza statura, sempre ben vestita ma senza sfarzo, parlava a bassa voce, camminava raccolta in se stessa, non gesticolava minimamente.
Non aveva nulla di straordinario e aveva tutto, forse solo ai miei occhi (...)

giovedì 23 dicembre 2010

Teresa e il Natale

Certo che vedersi in centro il giorno dell’antivigilia mi pare assurdo ma Terry, si sa, ha bisogno di raccogliere impronte digitali sulla sua carta “Gold” e nessuna occasione è golosa quanto il Natale.
Adesso, poi, che cugine e sorelle hanno sfornato un buon numero di marmocchi, la festa è sicuramente più allegra e non importa quanto dispendiosa.
L’appuntamento è sempre in zona Piazza di Spagna e non passa un minuto che la vedo sbucare dal tunnel della Metro già piena di buste e pacchi regalo.
-… ma lo sai che quest’anno avrei volentieri evitato di andare giù?- e mi guarda in attesa che le domandi il perché ma io, che la frequento ormai da un mucchio di stagioni, conosco il problema e, per evitare la domanda, mi dirigo a spintoni verso Via Dei Condotti.
Come ogni Natale che si rispetti la trascino verso le Boutique più inarrivabili per ammirare i capi e i gioielli esposti nelle vetrine più ricche, quelle che odorano di quattrini, di opulenza alto borghese e di sfacciata diseguaglianza sociale.
Ma in queste occasioni, io e Teresa abbandoniamo ogni credo politico per “calarci in parte” e scegliere in vetrina il gioiello più giusto per il nostro capodanno immaginario vestite da gran sera.
Eppure mi sembra più triste del solito Teresa e, nonostante la coltre di ricci occulti in parte la sua espressione oscura, so bene di quale tormento si tratta.



Non c’era nulla di strano quando, a vent’anni e fino ai trenta, l’anulare grassoccio della mia amica era ancora disadorno di promesse d'amore eterno. Il lavoro, la ricerca di una posizione, la difficoltà di trovare un rapporto stabile, erano risposte che le venivano rapide alla bocca, naturali direi, ma, soprattutto, lo sguardo di zie e zii, padri e nonne, era ancora del tutto libero da quell’espressione di compatimento che, di anno in anno, Terry vede aggravarsi sul loro viso.
Generalmente, edotta dai genitori riguardo le delusioni amorose della figlia, la numerosa parentela evita di fare domande, quelle solite di circostanza che si fanno fra parenti lontani che si vedono una volta l'anno. Punti di domanda del tipo: allora, Terè, ti sei fatta lo zito a Roma, a quando i confetti o, peggio, Teresina non aspettare troppo che poi figli non ne puoi fare più.
Eppure, nonostante le precauzioni adottate per evitare di ferire la sensibile Teresa, capita sempre che arrivi la zia sorda o svampita che fa la domanda e nel bel mezzo della cena, magari in un momento di silenzio, quando è certo che tutti sentiranno. E così, puntualmente, la situazione precipita con aggiunte di finti colpi di tosse, strane mimiche facciali, repentini cambi di discorso, applausi fuori tempo e parole d’ordine fra loro convenute.
Due anni fa, fu sua nipote che, al momento dell’apertura dei regali, le rivolse la domanda proibita e, manco a farlo apposta, subito dopo l’annuncio di una nuova nascita in famiglia!
L’anno passato, invece, pareva proprio che non ci sarebbero stati intoppi.
Si iniziò con il solito applauso alla cuoca e gli apprezzamenti all’albero, argomento immancabile e dovuto. Durante la pulizia della spigola, si passò a enumerare e cantare le lodi di tutti gli assenti al cenone e che, secondo leggenda, pare stiano molto meglio lassù fra le nuvole ma, giunti alla frutta e quando Teresa ormai si sentiva al sicuro, fu la voce afona dell’ottantenne zia Maria a intonare un -quando ti decidi- che le fece andare di traverso uno spicchio di mandarino.
Fu l’agitazione generale per il soffocamento a tirarla fuori dall’imbarazzo ma, di certo, quel rospo le rimase in gola per tutte le feste.

A un tratto mi guarda confusa e mi dice - E se inventassi una scusa? E se raccontassi che passo il Natale in montagna con il mio fidanzato e invece rimango qui, chiusa in casa?-
Ma l’ipotesi non regge!
Glielo leggo chiaro in viso e nei grandi occhi verdi illuminati già di nostalgia.
L’idea di rinunciare alla benedizione della casa con il bambinello fra le mani e i nipotini in festa, di non partecipare alla preghiera sotto l’albero -che di anno in anno si arricchisce di richieste di lavoro da parte dei cugini precari-, l’ipotesi di disertare la tavola imbandita e di non godere della vista delle vecchie zie che bevono un goccio di troppo e straparlano, già le schiaffeggia il cuore. Ma, soprattutto, fuggire l’abbraccio di suo padre che le sussurra –sei tu la più bella del mondo- fa sì che Teresa sorrida di nuovo indicando una veretta di platino e diamanti. Ovviamente, senza prezzo.

sabato 18 dicembre 2010

Teresa e l'uomo ideale

-->
-->
Rossa in viso e di capelli, Teresa guarda il suo torturatore e, pronta a qualsiasi sacrificio, si lascia penetrare dall’inchiostro che disegna una falena indelebile sull’omero sinistro.
-Basta!-. Aveva giurato a se stessa che non l’avrebbe richiamato mai più e che, se lo avesse fatto, si sarebbe duramente punita!
Negli anni lo aveva più volte depennato, stracciato, eliminato. Come gli altri, gli amori che ti lasciano sognare le situazioni più improbabili, romantiche, quelle che ti fanno volare verso le ipotesi più assurde, come un improvviso svelarsi di lui o una confessione sincera.



Terry arriva anche a cancellare, dalla sua pagina, il profilo di quel “lui” ai suoi occhi ottuso e sordo, per poi, in ginocchio, ripresentarsi con una scusa fra le più incredibili: qualcuno si è introdotto nel mio account, ti ho cancellato per sbaglio in un giorno di repulisti, ti ho confuso per un altro!
S’infila l’indice fra le labbra morbide mostrando i denti bianchi, forse un po’ piccoli, da bambina, e mi dice con il suo lento intercalare del sud, trasognato -Lo sai quanto detesto i tatuaggi!... Non mi piace l’dea che avvizzisca insieme a me…e anche presto, purtroppo…- . Poi mi guarda in cerca di una parola di conforto.
Teresa, come molte, ha da sempre nel cuore un maschio latitante che la fa soffrire.
In realtà, ne ha talmente tanti da aver stilato una classifica.
L’uomo assente, quello distratto e che non la vuole, è lo stesso al quale si avvinghia con forza, nei suoi pensieri è ovvio, nelle digressioni solitarie del sabato pomeriggio, quando anche le meccaniche dell’ascensore smettono di lavorare, o quando, intorno, non c’è nessuno che la sorprenda e che la lasci almeno sperare.
E quell’uomo taciturno, abile nel dissimulare le emozioni, quello del “basta! Non credo che l’amore esista” o, peggio ancora, del “non ti voglio ferire”, è il tarlo prolifico e rumoroso che risveglia in Teresa un amor proprio autolesionista e cocciuto, in grado di piegarla a qualunque sacrificio.
Dallo scomodo sgabello sul quale sto appollaiata, mentre Teresa freme sotto le mani esperte di un bel maschione di razza italiana del sud, mi sfugge un sospiro che la anima all’improvviso e le fa pronunciare la solita domanda da lacerare il cuore
- Secondo te sono proprio da buttare via?-
La guardo allargare gli occhi e non capisco per quale dolore e, allora, le rigiro la domanda che la distrae da quello pungente dell’ago per concentrarsi su quello ostinato del cuore.
-E tu cosa vuoi da un uomo?-
Sotto lo sguardo incuriosito del bel tatuatore, Teresa fa una lista di priorità basilari; poi, dopo aver fatto due conti, inizia a fare l’analisi dei suoi “latitanti del cuore”.
E il bello è che, con questi oscuri Don Giovanni, con questi “sabotatori emotivi”, Teresa non ha mai avuto incontri che andassero al di là di lunghe seghe mentali.
E aggiunge, non senza provare una fitta al cuore, le ultime parole pronunciate da quei “lui” ideali, mentre fra un sms e l’altro decidono, di punto in bianco, di chiudere la pratica a suo nome.
Sei una donna eccezionale. Mi fai paura. Meriti di più – questa scusa è così consunta che consiglio ai Signori in lettura di variare sul tema-. Voglio difenderti da me. Devi conquistare la tua autonomia.
Tirando le somme, mentre avvolge una sottile catenella all’anulare, si convince finalmente che si tratta di uomini che poco hanno a che fare con la generosità, il coraggio e la lealtà, caratteristiche imprescindibili per il suo uomo ideale.
-In realtà, conosciamo entrambe la natura del problema- le sussurro all'orecchio facendo scivolare una morbida ciocca dei suoi capelli fra le dita.
E mentre contempla il disegno che ha sottopelle esclama sorridendo –Che faccio? Gli mando la foto?-



mercoledì 15 dicembre 2010

PENNA ROSSA - 3° episodio



Oggi ho pianto, lo sguardo su un libro che mi consigliasti proprio tu, tempo fa. Ma tanto non ricordi.
E ho pianto come non mi capitava da tempo, oggi, fra la gente accalcata sul tram, senza vergogna, come fosse la cosa più naturale del mondo, la più bella anche.
Leggendo quelle righe mi sono sentita immersa in un’intimità sconosciuta e così pregna di autentico amore che ho paura di proseguire, di essere delusa.
L’ultima volta che ho pianto così è stato partendo per la Grecia, una volta occultato marito e matrimonio nella pattumiera, come l'ennesimo paio di calze smagliate.
Non avevo consultato nessuna mappa, una nave presa al volo, la prima in partenza da quel porto a sud.
Cosa fai? Adesso mi parli per interposta persona?
Ritieni così pericoloso un contatto fra noi che mi mandi le correzioni tramite Laura? Come se non esistesse la posta elettronica, il fax, un pony express.
Forse sei tu che fino a oggi ti sei difeso da me, dal mio narcisismo, da quella che immagini, pur non conoscendomi, come un’anima confusa e casinista.
O forse no, e questa è la risposta che mi do ogni volta, la sola in grado di far tacere il chiasso che fai nella mia testa: tu non ricordi nemmeno la mia esistenza.
E io piango, invece di sentirmi felice per il posto a sedere conquistato, per la mia faccia che, vuoi o non vuoi, in molti guardano.
Da quando ti conosco non mi hai detto mai una parola gentile, eppure non è passato giorno che non mi vestissi immaginando te sfilarmi gli abiti di dosso, le tue mani gioire sulla mia pelle, le stesse mani che non ho mai osato sfiorare, nemmeno quando avrei potuto, nemmeno quando mi erano così vicine da sentirne la consistenza, l’odore.
E quegli attimi li ricordo tutti come una sconfitta.
Mi spoglieresti lentamente o con furia?
E cosa ti piace di me? E qual è la consistenza delle tue labbra? Che gusto ha la tua bocca? E mi lasceresti andare via o, come ho immaginato mille volte, mi chiuderesti in casa, mi terresti stretta a te  rimandando impegni, appuntamenti e lavoro in nome di ciò che solo tu hai, con ferocia quasi, respinto.
Sono certa che le mie domande non ascolteranno mai risposta, perché l’amore che immagino e la passione sul tuo viso trasfigurato trascendono la realtà.
Non ti daresti mai così, non mi diresti mai le parole che io invece ti faccio pronunciare, a voce bassa, mentre misuri il mio corpo con uno sguardo nuovo, mai visto, ma che, da tempo, abita la mia mente.
E ti vedo su di me, pieno di gioia e di stupore, ridere come un bambino, liberato all’improvviso da un’oscura paura.
Che ne sai di quanto amore riverso su di te ogni giorno, ogni istante? Di quanto grande il desiderio di sapere chi sei oltre lo spigoloso cinismo esteriore, quello sguardo così spesso annoiato, il tuo procedere pacato e razionale, ma spesso anche vago, casuale.
In strada, poi, ho pianto di nuovo, ancora, ma faceva così freddo che gli occhi di tutti sembravano piangere. E ho pianto dal salumiere e dal fornaio, ho pianto in vineria davanti al mio bicchiere solitario, ho pianto ancora salendo le scale di casa e poi guardando il lungotevere, la fiumana di automobili incanalate verso una direzione certa.
Io, invece, non ho una direzione e non ha nessuna importanza sapere chi sia Penna Rossa anzi, non dirmelo mai.
Lascia che io viva questa splendida illusione, questa continua ispirazione velata di pianto.
E’ come se, d’improvviso, questa remota possibilità avesse riempito la stanza di tutte le frasi che non ho avuto il coraggio di pronunciare e che adesso urlano, tutte insieme, il tuo nome.
Non so più come fare a liberarmi di te.
Anche quando dormo, ti sogno come non sei,
come ti vorrei.
Le briciole che in tanti anni hai lasciato cadere, i pochi indizi che ho raccolto senza farmi vedere, affamata di ogni tuo istante, sono il mio oggetto di studio, le parole che hai lasciato scorrere liberamente, alle mie orecchie sempre chiare, sono la sola cosa che mi rimane di te, l’indicazione, la traccia da seguire, l’unico appiglio per continuare a vivere.


Pepe miagolò un paio di volte.
Marina rilesse l’e mail e la cancellò, senza pensarci più di un istante.
E così le frasi cominciarono a disfarsi e ricomporsi  in un monologo infinito e sterile.
In sottofondo, il basso continuo delle auto in fuga e il fischio intonato del bollitore.

domenica 12 dicembre 2010

Teresa manifesta.

-->
Sotto il cielo azzurro, guardo l’umanità mischiarsi in un movimento casuale e confuso, circolare come la Piazza, quando da sotto il lembo di una bandiera vedo emergere Teresa. O meglio, prima un cilindro nero con la scritta viola che invita alle dimissioni il nostro premier, poi i capelli ricci in disordine e, infine, il suo largo sorriso.
Teresa è sempre fuori dal coro e sembrerebbe uscita da un film sulla lotta armata se non avesse l’ultimo modello I Phone fra le mani; indossa anche un lungo cappotto militare e gli anfibi, manco a dirlo, originali made in U.K. 
All’epoca per Teresa fu dura rinunciare ai Ray Ban e alle Superga rosa per indossare camice larghe del mercato delle pulci e con le falde fuori dai pantaloni.
Le piacque molto, invece, in quel tempo già così lontano, andare in cerca di giacche di renna -e rigorosamente da uomo- nei mercati di Amsterdam e Parigi, in quelli di Palermo e Bari.
Per non parlare dei lunghi cappotti militari, quello che indossa  oggi è sicuramente una reliquia, una di quelle scampate ai suoi famosi repulisti. I cappotti che io non trovavo mai perché troppo minuta, quelli che andavano sommersi di spille, quelle dei Sex Pistols e dei Clash che Andrea portava da Londra, di Nina Hagen and company che chi tornava da Berlino era costretto a sborsare, e foglie, foglie di Marijuana a non finire!
Fu invece una tragedia  per l’amica Terry preferire un “ciao” e per di più usato alla vespa 50 nuova di zecca.  E solo perché nera, e solo perché di destra.
Quasi pianse, lo ricordo bene, la sedicenne Teresa, ma si piegò al volere comune pur di riconoscersi e corrispondersi con gli altri.
Per non parlare dei cineforum freddi e puzzolenti dove la sua testa rotonda e riccioluta sonnecchiava sulla spalla del "compagno" di turno alla seconda pellicola lenta di una rassegna sulla Nouvelle Vague.
Ma anche allora seguì i dettami della moda, anche se le gonne larghe le stavano da schifo, anche se gli zoccoli con i calzettoni colorati non la tenevano calda, dovette cedere, in nome dell’appartenenza a quel gruppo di giovanotti pseudo intellettuali che frequentavano le panchine della Villa comunale.
Non poteva fare diversamente per farsi notare dal più figo del liceo, quello che faceva la sicurezza ai cortei, che con autorevolezza coordinava le assemblee plenarie nella palestra della scuola trasformata per l’occasione in un fumoir di sostanze tossiche, dove, nei momenti di stanca, si finiva per pomiciare sui tappetini.
Con un lui addosso assetato di baci, imbranato e timido, il ginocchio contro un fianco, le mani ghiacciate che frettolose frugano in cerca di qualcosa.
E dopo una lunga trattativa con se stessa, si convinse anche a rinunciare al giro in barca con il tipo del liceo commerciale, quello pieno di soldi che la portava a ballare e che, quando la presentava agli amici, dichiarava orgoglioso e a voce alta: lei è la mia donna.
Ma Terry è così, non ce la fa proprio a scegliere la strada più breve, ad amare quello che si accontenta del portafogli pieno, della BMW e del mega televisore al plasma. Anche allora preferiva il rockettaro spigoloso, quello più strano del liceo, lo stesso che sedeva sempre solo, nell’angolo più buio di un Pub di periferia, quello senza moto, che guarda le stelle e pensa all’infinito.
E anche oggi, Teresa è qui con il radar in funzione e lo sguardo vigile, in cerca di un’anima simile, di qualcuno con cui condividere la gioia di trovarsi tutti insieme.
Anche una manifestazione può agevolare un incontro, mi dice; fra l’altro, aggiunge con gli occhi illuminati di gioia infantile, ci sono tanti amici qua in giro!
E mi sembra anche convinta mentre mi trascina verso un bar in cerca di qualcosa alla crema; poi, una volta al riparo e al caldo, sibila al mio orecchio un inaspettato –Torno a casa!!!- che mi fa trasalire.
Francamente non capisco.
E allora mi fa cenno di guardare fuori e tutto mi è chiaro: teme che lì, tra la folla, non ci sia più nessuno che voglia guardare le stelle e riflettere ancora un po’ sull’infinito.
E mentre l’indice abbracciato da sottili anelli raccoglie briciole di una grande fetta di torta, Teresa mi guarda e aspetta da me la risposta.


mercoledì 8 dicembre 2010

Teresa e l'acquisto compulsivo


Questa volta avrei dovuto proprio evitare di prestare ascolto alla sua ennesima richiesta di aiuto.
Alle 12:00 invece sono a Piazza di Spagna e la guardo venirmi incontro.
Teresa è proprio bella, ma di una bellezza originale, resa unica da strani cappelli colorati, grandi spille vintage, dal trucco sempre curato grazie al quale assottiglia sapientemente il viso rotondo e le labbra troppo grandi.
Zoppica un tantino ma subito mi tranquillizza, sono i tacchi troppo alti, eppure l’espressione da cane bastonato tradisce l’ansia che si porta addosso da almeno un paio d’ore e che cerca di nascondere dietro una morbida sciarpa rosso cardinale.
Dopo il caloroso bacio con cui sempre mi accoglie fra le braccia profumate e tintinnanti di qualcosa, Teresa mi trascina altrove.
Facendo lo slalom fra le signore profumate che a grappoli affollano la strada e le vetrine luccicanti, ci spingiamo fino a Via del Babuino in un caffè tranquillo dove avrebbe -mi dice con un mezzo sorriso- un  appuntamento con un tipo.
Le faccio qualche domanda in proposito ma glissa, abile, e con un breve cenno della mano guantata di rosa mi lascia intendere di lasciar perdere, che non è nulla di così vitale.
Evidentemente ha cose più importanti di cui parlarmi, nuove scoperte di cui mettermi al corrente.
-Ti giuro, non so come ho fatto...te l’ho detto che detesto il bancomat e la carta di credito. Ma questa volta mi sembra incredibile!-
Aspetto di capire se si soffia il naso per un leggero raffreddore o perché sta piangendo ma da come ordina un panino al salame capisco che non è nulla di grave.
- Quanto Teresa?- le domando, e già preparata a quell’evenienza tiro fuori il blocchetto degli assegni.
- Quanto puoi...fai tu...il problema è che ho fatto fuori l’intero stipendio, e in sette giorni!!!-
E non ha il coraggio di guardarmi in faccia mentre la signora che fino a qualche attimo fa sorseggiava serafica il tè la squadra, e giustamente, quasi fosse una bestia rara.
La verità è che Teresa in questo è come una bambina e più la sua personale quotazione scende, più la sua autostima perde consenso, più sale quella delle grandi firme.
Ogni delusione per lei è una puntata in centro, è il completino intimo che proprio le mancava, gli stivali, quelli a saldo, che comunque costano trecento euro, la crema da notte o rassodante, il libro sui chakra e la lampada ai cristalli, il parrucchiere e l’estetista, la seduta di psicoanalisi e quella dall’iridologo.
Teresa cambia espressione davanti alle vetrine, come quella volta che aveva giurato a se stessa – e a me- di non aver proprio bisogno di nulla e, appena mi voltai per rispondere al telefono, aveva già un piede nel negozio e la carta di credito in mano.
Perché in quel momento tutto quello che ha nei cassetti perde di valore, reggicalze, maglioni, cappotti acquistati la scorsa stagione impallidiscono di fronte alle novità profumate di magazzino. Teresa trema, le sale l’acquolina in bocca, non riesce a trattenersi, si sente depressa nel dover rinunciare a tanta grazia, magari ci prova, torna fino a casa e ci dorme anche sopra ma il giorno dopo, eccola all’apertura del negozio con il portafogli in mano.
Lo scorso anno, per esempio, a Natale, decise di non fare regali a nessuno a parte che a se stessa e senza nemmeno sentirsi in colpa!
In questo Teresa è un genio.
Quando vado a casa sua e mi mostra i nuovi acquisti che tiene ben imbustati fino all’occasione perfetta, giustifica la spesa con il solito: ogni tanto, qualche gratificazione...
E la gratificazione arriva puntuale come lo stipendio e la delusione, la telefonata mancata, il tizio sbagliato e la fatica di un lavoro che non la soddisfa.
-Questa volta hai esagerato, Terry!- e lo dico con tono severo anche per tranquillizzare la signora che continua ad ascoltare la nostra conversazione e che mi guarda adesso con aria complice.
-Ok, Terry, facciamo un accordo-
-Ti pago le bollette ma stavolta non ti do un euro in mano-
La signora, soddisfatta della mia proposta, si alza lanciandomi un’ultima occhiata di approvazione.
Ci avviamo verso la metro mentre Teresa mi tira sulla sinistra, come un cagnolino indisciplinato.
Poi si ferma di scatto, ha un’idea e mi sorride da sotto la falda larga del cappello anni settanta.
-A quando i saldi?-

martedì 7 dicembre 2010

PORTRAIT - POLAROID n°4: Il gelo della perfezione


-->
            Quando suo marito si liberava dagli impegni e da quella cornice elegante, scendeva da  cavallo e in carne e ossa, bello come dio l’aveva voluto, sedeva dietro la scrivania fra le foto di famiglia.
Dal canto suo, Claudia condivideva  con lui lo studio ampio dalle finestre sempre spoglie di tende con affaccio sulle mura di Roma e, silenziosa, tagliava lo spazio di rado, fermandosi di tanto in tanto a guardarlo e a lodare se stessa per tanta fortuna.
Ma quel pomeriggio la donna taceva un segreto, nascondeva il tarlo che la ossessionava e che, rumoroso, si celava dietro l’ordine simmetrico del piccolo tavolo da lavoro, dietro il monitor del computer e dietro una calma apparente.
La ricerca di una colpa qualsiasi del marito si era rivelata inutile, la password era quella, paulvalery –tutto attaccato e minuscolo-,  una specie di parola d’ordine per la coppia perfetta, ma nel suo portatile non c’era niente.
Il vuoto.
Anche la posta elettronica aveva rivelato un’assenza di colpa e conteneva solo noiosi scambi di “accademiche” idee e opinioni con i colleghi “baroni”; la cronologia non era stata cancellata e il cestino era pieno, ci aveva guardato, ma nemmeno lì aveva trovato traccia della più piccola distrazione dalla quotidiana rettitudine e dall’ordine morale che quell’uomo si portava anche addosso.
Non una Tatiana incontrata su uno dei tanti voli a Mosca, non una Sonia “accompagnatrice” per una cena di lavoro e nemmeno una piccola fuga nel mondo hard core.
Lo odiava.
E adesso anche la trasgressiva nonna Lilia la guardava con sospetto, e le parve di scorgere sul viso rotondo e sorridente che aveva in quella foto, una leggera piega di rimprovero.
Che suo marito fosse puro e trasparente come l’acquamarina che portava al mignolo non c’erano dubbi, ma l’idea che a fronte di ciò dovesse rinunciare a quei pomeriggi caldi e appassionati con Alessandro le diede una fitta alla bocca dello stomaco.
Lo guardò mentre muoveva le mani lunghe e perfette fra mouse e agenda, intento a trascrivere appuntamenti e a rispondere a e mail.
Claudia tagliò di nuovo lo spazio e reclinando la testa all’indietro con più vigore del solito, lasciò cadere il largo fermaglio che imprigionava i capelli sottili nello chignon ordinato.
Lui non alzò nemmeno lo sguardo, non ce n’era bisogno,  Claudia sapeva bene quanto suo marito detestasse i capelli lasciati sciolti, gli oggetti fuori posto, i ritardi o le bugie e faceva di tutto per evitare la sciatteria che le era connaturata, la stessa che nel piccolo appartamento assolato a San Giovanni si dichiarava al mondo e al suo amante perfetto, Alessandro.
Raccolse il fermaglio, quello che lui stesso le aveva fatto fare con nervi di bue intrecciati a oro bianco, e corse in bagno a rimettersi in ordine.
E come per quel fermaglio, aveva costruito a suo gusto anche la moglie e, dopo anni di lezioni e un lungo tirocinio, Claudia era diventata la donna perfetta, almeno per lui.
Entrambi nati da una razza “padrona”, si erano rinchiusi in un rapporto razionale e quieto dove il rispetto dettava legge, la buona educazione, una scansione rigida delle giornate e dei pensieri.
Tutto ciò a fronte di una vita senza scatti d’ira o di risate improvvise, o figli.
Dormivano in stanze separate. Massimo le aveva fatto comprendere quanto il dormire assieme non avesse nulla a che vedere con il sesso anche se ancora oggi –ma non lo aveva mai confessato-  Claudia pensava che, forse, quell’intimità avesse molto a che fare con l’amore.

Stretta in un ampio pullover scuro, raggomitolata sulla poltrona stretta, raggelata dietro il monitor disegna piccoli cerchi concentrici e infantili cuoricini.
            E in quel movimento automatico calcò in lei la certezza assoluta di non poter lasciare neanche Alessandro, l’uomo perfetto che si adattava al suo corpo come un abito di sartoria o una tuta da sub, come un romanzo, che appena lette le prime righe subito ti prende.
Alessandro aveva la stessa età di Massimo, la stessa corporatura e anche lo stesso segno zodiacale, ma sembrava in tutto il suo negativo, o positivo, dipende dai punti di vista.
Disordinato, eccentrico e privo di punti fermi, quell’uomo, orfano di padre e madre e della sua infanzia, era in grado di appagare l’altra parte di Claudia, quella che doveva nascondere al marito e che abitava un monolocale pieno di sole e creatività disordinata e sciatta.
Il marito avrebbe certamente capito.
E si affacciò appena dal monitor per guardarlo.
-Claudia?-
e seguì il lungo silenzio della richiesta.
- Vuoi dirmi qualcosa?-
disse Massimo nascondendo l'ansia che sentiva nascere certo che, di  lì a poco, qualcosa lo avrebbe turbato e distolto dal suo lavoro.

(foto Man Ray)



venerdì 3 dicembre 2010

PENNA ROSSA - 2° episodio

  Ho ascoltato  questo brano almeno venti volte oggi e sempre mi parla di te, ma anche di un altro, di chiunque e di nessuno, sì,  avevi ragione.
Negarsi è il solo modo per ottenere attenzione da me, che probabilmente non so amare, che forse sto così bene in compagnia di me stessa e della mia gatta che un altro corpo accanto mi darebbe noia, tanto che preferisco costruirti e disfarti a mio piacere.
E’ questa la mia malattia, un virus che ha a che fare con la paura ma anche con l’egoismo, con il desiderio di sentirmi sempre al sicuro da quell’ostilità che troppo spesso ho sentito nascente dentro di me al cospetto del difetto altrui, della dimenticanza ma anche dell’ossessiva presenza.
E tutto questo è ancora più assurdo perché pur ragionando da anni sull’amore,  solo oggi mi rendo conto, e grazie a te e al tuo rifiuto,  che non ho mai vissuto un giorno senza un legame ma mi sono rassegnata e va bene così.
Non si può sempre lottare per ottenere il meglio da sé e io è una vita che mi punto il dito contro e che aderisco alle opinioni altrui solo per piacere.

            Marina si scostò dal panciuto scrittoio ottocento della nonna paterna, spostò lo sguardo su Penelope -detta anche Pepe- e ciò che vide non fu una gatta rossa e stanca, annoiata, ma se stessa alle prese con una delle sue manie.
Perché non era che una mania la pretesa dell’approvazione generale, una questione di principio l’idea di farcela e di riuscire in tutto, costi quel che costi.
E che male aveva fatto poi quel poveretto, il suo Maestro, quell’ultra sessantenne alle prese con la prostata e con una moglie dalla personalità fagocitante, per dover sostenere anche il peso delle sue provocazioni?
Decise di farla finita con quella sega mentale pomeridiana e chiuse il file senza salvarlo.
Si diresse pigramente nella minuscola cucina e mise su l'acqua.
La stufa non scaldava e l’azienda del gas non faceva dilazioni, il contratto di lavoro sarebbe scaduto a Febbraio e non c’erano novità su nessun fronte.
Ormai era diventata un’esperta nella ricerca di un lavoro, fra l’altro, pensava rivolgendo lo sguardo sulle luci della sera, sui fari delle automobili e i rari passanti, non le sarebbe dispiaciuto fare la cameriera. Avrebbe potuto osservare e carpire parole, come suo solito, non vista, mimetizzata.
Alla fine le bastava poco.
E poi, la sua missione l’aveva trovata e, da sola, era riuscita a colmare il vuoto di una vita sterile.
E versò l’acqua nella teiera, quella comprata a Porta Portese insieme a qualcuno, uno di cui non ricordava che la due cavalli gialla, l’aria frizzante di un giugno avanzato, la fretta nel possederla e nel salutarla.
Sorseggiò tutto d’un fiato il benefico tè assieme all’amarezza di quel ricordo non cercato, casuale, e decise, mentre stava già con lo sguardo sul monitor, che avrebbe regalato quella teiera a Luciana.
Avvolta in un vestito lungo e scuro, caldo, raggomitolata come Pepe che la guardava in cerca di cibo, aprì un buon numero di file, archiviati con cura maniacale.
Era una maestra nel fingere di prestare attenzione a quello spostare virgole e cercare sinonimi più giusti mentre, a intervalli sempre più ravvicinati, apriva e chiudeva la finestra del blog.
La curiosità che tanto cercava di eludere si fece soffocante.
E andò avanti così fra musica e parole per un paio d’ore, finché non lo vide: in risposta al suo breve racconto l’anonimo detrattore aveva postato un video!
E alle diciannove e trenta!
Marina si avviò verso il bagno e coraggiosamente si spogliò.
La doccia bollente trasformò in pura gioia la strana euforia che quel semplice link le aveva messo addosso.
Quella sera stessa Marina avrebbe rivisto “lost in translation”in cerca di utili indizi e nuovi particolari.
E se non ne avesse trovati?



Laura e il calciatore

-No, non puoi farlo ancora. E adesso basta Laura! –
E appoggiò la rivista di gossip sul tavolino del parrucchiere.
Aspettava impaziente che il lavoro della sua amica Gaia si asciugasse del tutto –con quello che costa!- e guardò soddisfatta le unghie nuove piene di strass e cuoricini.
Uno strass se l’era messo anche sul dente, qualche anno prima, quando si usava, e ricordava bene il disagio che provò mostrando quel sorriso “brillante” nel fare scena muta all’esame di quinta elementare.
Per non parlare dei tatuaggi di cui il corpo era pieno: le caviglie grosse abbracciate da edere e rose, farfalle colorate e festose sugli omeri e cuoricini infranti sulle spalle.
Allungò il passo per evitare  le vetrine.
Attraversò in fretta la strada per sentirsi più al sicuro e allontanarsi da quel pensiero continuo e martellante.
-ventinove e novanta- e quel cartellino continuava a fluttuarle davanti agli occhi nascosti dal trucco abbondante e a danzarle intorno al viso rotondo, da bambina.
Rallentò di nuovo e frugò nella borsetta alla moda, piccola e paffuta, rigonfia di ogni ben di Dio e nessuna speranza.
Contò meticolosamente le sigarette e decise che poteva concedersene ancora una prima di rientrare a casa, ma per accenderla volle andare di nuovo dall’altra parte di quella grande strada di periferia, dalla parte delle vetrine e dei bar.
Le dita erano quasi viola per il freddo e quei maledetti Jeans a vita bassa facevano sì che ogni folata di vento penetrasse fin dentro le viscere e nel cervello.
Era stata Monica a farle comprare quella marca, lei lo sapeva che erano troppo stretti e che non le stavano bene –se continui a imbottirti di pizza!- le aveva detto l’amica che si nutriva invece d’insipide gallette di riso e sigarette.
Non poteva dirle di no, nessuno poteva farlo perché Monica era la più bella di tutte.
Monica aveva sempre il taglio più scalato e alla moda e le unghie sempre perfette, Monica e la sua cameretta e l’enorme guardaroba, Monica che poteva permettersi il cinema e la piscina e non poteva mai essere contraddetta.
Monica era un mito e quei pantaloni che adesso la guardavano dalla vetrina le ricordavano soltanto le sue gambe grasse e non un consiglio sbagliato.
Fece un rapido calcolo della spesa settimanale: ricarica del telefono, maglia Emporio presa d'occasione all’outlet, riviste varie, parrucchiere, pantaloni e orecchini, presi alla bancarella ma all’insaputa di Monica.
Non era poi una spesa così devastante.
- Sabato andiamo al Pub e non ho nemmeno un abito decente!- e scrollò i capelli biondi e decolorati, la frangia lunga e stirata piombava dritta sulle sopracciglia scure e gli occhi nocciola si perdevano in una girandola di occasioni possibili che, senza quell’abito nuovo, di certo non si sarebbero potute avverare.
Immaginava l’amica con i nuovi pantaloni stretti sotto, sicuramente le ballerine bianche e magari, a completare l’opera, il bolerino grigio che aveva comprato la settimana prima insieme a lei.
-Monica fa presto a dire andiamo in centro che ho visto un negozietto carino! Il padre è ragioniere! –E ogni volta era un supplizio di Tantalo per Laura e l’amica si divertiva pure a fargliele provare quelle cosine tanto sfiziose ma così care. E intanto ripassava mentalmente quell’abitino che sicuramente ancora l’aspettava in vetrina e che trovava bellissimo dall’inizio alla fine, sì, tutto, dal bordo della gonna ai polsini larghi con gli specchietti colorati
-ventinove e novanta-
Fra addizioni e sottrazioni in un tourbionne di numeri e date di pagamenti di rate del motorino Laura si era avvicinata di nuovo alla vetrina luminosa.
-Madonna mia che figurone!- e già si vedeva scendere la scale del Pub insieme a Monica, i capelli lisci da urlo e il trucco messo a punto dall’amica Sara -tanto quella non esce mica, deve perdere almeno cinque chili prima di rimettere il naso fuori dalla porta- guardava l'abito che le sembrava già familiare –Ventinove e novanta, ma magari me lo sconta, potrei trovare un piccolo difetto o staccare un bottone- pensava e l’emozione dentro cresceva. –Hilary ne aveva uno simile qualche settimana fa alle jene, certo quella è magra ed è la più bella di tutte-
Prese il cellulare e lo guardò seria, lo mise in borsa e subito pensò -Se dimagrisco gliela faccio vedere io a quelli della Primavera, prima o poi me lo sposo anche io!- e, accompagnandosi al braccio di un ricco calciatore Laura con i suoi chili di troppo entrò in quel brillante negozio di periferia.
Ventinove e novanta: il costo di quel  sogno di cui non poté fare a meno.

mercoledì 1 dicembre 2010

PENNA ROSSA - 1° episodio


E se fosse una donna?
Beh..., pensò osservando le sue unghie perfette e lucide, se  fosse una donna in grado di giocare come un uomo ma in possesso di tutte le caratteristiche che del gentil sesso più amava, si sarebbe dichiarata disposta anche a un rapporto lesbo.
D’altra parte, si disse per rafforzare il concetto, fino a oggi aveva trovato solo nelle donne un interesse che andasse al di là suo bel viso e del corpo infantile e agile.
Guardò il paesaggio livido e si strinse nell'ampio pullover rosso, quello da tramontana, il più caldo che aveva.
Certo che da lì sembrava proprio di stare sulla strada, un pezzo di lungotevere che scorreva rumoroso all’altezza della finestra e del suo naso e di cui poteva scorgere anche una buona porzione di umanità, persino le facce dei automobilisti stanchi del traffico romano, a occhio nudo, senza inforcare le lenti.
Si nascose di nuovo dietro al monitor e riprese a scorrere le righe ostili che il navigatore anonimo postava ogni giorno ai suoi brevi racconti.
E se da un lato quell’intromissione sfacciata e per certi versi umiliante l’aveva infastidita, dall’altro l’idea di avere un interlocutore così sicuro di sé e incline al pessimismo e a cercare negli altri un difetto, la eccitava.
Quella era una caratteristica che denotava forza, e la capacità di guardare oltre quella fragilità che tanto bene le si adattava, le fece intravedere un’individualità degna di nota, una boccata d'aria in quell'ambiente chiuso e autoreferenziale.
Comunque qualcuno in grado di tenerle testa non era così facile da incontrare!
Tutti sempre così inclini a vezzeggiarla in attesa di qualche appuntamento off line e di un possibile premio per la "priorità acquisita".
E sorseggiò qualcosa, guardando di nuovo la strada e domandandosi perché rimanesse lì in attesa che l’anonimo di rifacesse vivo invece di mischiarsi a quel lavorio incessante e produttivo.
Qualcuno le aveva domandato, e giustamente, come mai fosse certa non si trattasse di una donna, e le sue ragioni furono giudicate plausibili.
L’abitudine a risponderle sempre di notte, e sempre alla stessa ora,  le aveva fatto pensare prima a un marito lavoratore che mette a letto la famiglia per dedicarsi a digressioni piacevoli e solitarie e poi, a un abitudinario noioso, solitario e ossessivo.
Dispersa la seconda ipotesi, affatto eccitante, in una volata di fumo, la donna riprese a specchiarsi nel monitor per leggere quelle righe in cerca di altri indizi.
Aveva prima di tutto interpellato alcuni dei suoi amici più cari, intellettuali e scrittori di buon calibro che di tanto in tanto si facevano vivi in chat per un incontro a due e non di tipo letterario, ma avevano tutti negato di essere loro i detrattori, e d’altra parte non c’era motivo per intervenire sul suo blog, visto che non era famosa, e non aveva proprio senso farlo nascosti da anonimato: erano tutti uomini che esibivano volentieri le gaffe altrui, se non altro per innalzarsi di qualche centimetro calpestando eventuali talenti nascenti e tanto per dimostrare l’incapacità, soprattutto delle donne, di essere all’altezza di quel mestiere.
Una riflessione di lunga durata poi, non era una caratteristica che riconosceva dentro di sé, e di norma, sapeva le donne più istintive, soprattutto se provocate ad arte infine, le parole dell’anonimo, sempre misurate e pungenti, non potevano non condurla a una voce calda e maschile, e anche se questa era una considerazione priva di fondamento, volle prenderla comunque per buona .
Si era anche spinta oltre, avvolgendosi nel pensiero caldo e puerile che a digitare quelle critiche fosse stato proprio il suo maestro, quello che le aveva insegnato tutto, incoraggiata e spinta a farsi largo in quel mondo che scopriva ogni giorno più affollato e claustrofobico.
Lui era stato il solo ad aver rifiutato le sue attenzioni e i ringraziamenti devoti, l’unico a spingersi oltre, giudicando l’attitudine così sensuale della sua allieva come una caratteristica malsana.
E stava in attesa ma non sapeva ancora di cosa, ed era in quell’attesa che Marina poteva dar forma alle più fantastiche illusioni, plasmarle a suo piacere per lasciarsi infine condurre  oltre l’invernale grigiore, lontana da quel costante senso di solitudine che le suggeriva solo storie prive di  dialogo.