lunedì 23 maggio 2011

Teresa e l'amico da accompagno


Li chiama anche “Proci” la mia amica Teresa, ma anche “Cicisbei”, quelli che stanno lì in attesa che si sganci dall’altro, che se lo levi dalla mente una volta per tutte quello che se anche le ha detto di no dieci anni fa non riesce proprio a non pensarci: una punta d’orgoglio, un pezzo mancante nella collezione di cuori infranti.
Stanno in silenzio, in un angolo, e aspettano che il telefono squilli, che un messaggio di posta arrivi con un invito sibillino che dia il via all’arguto consolatore: sono sotto un treno!, sto giù da morire!, ho deciso che basta!, ho capito che non ci devo più pensare!
Perché ogni donna ha una spina nel fianco, un “no” immotivato che rimbomba da sempre nella mente e che proprio perché senza ragione, lavora come un tarlo e rode anche le più piccole certezze e demolisce, con una consonante e una vocale, anni e anni di autoanalisi e di sedute a cento euro dallo psicoterapeuta.
Ed è proprio quando Terry non sa a chi rivolgersi, quando anche le amiche storiche, compresa la scrivente, latitano, e a ragione, che il cicisbeo è tirato in causa.
Possono essere passati anche due anni dall’ultima volta che l’ha lasciato sotto al portone con un pieno di promesse con un “ti chiamo presto” mai mantenuto, che lui risponde pronto.
Non recrimina niente, e le domanda, ma senza alcun rimprovero, che fine mai avesse fatto e come le sono andati gli ultimi fatti della vita.
E’ single l'amico da accompagno, ma per scelta, preferisce avere molte amiche: una di loro capita sempre che sia nella serata giusta e certo, dopo, non avrà nulla da pretendere.
Sono amici e tanto basta.
L’amico da accompagno è una certezza, un punto fermo per ogni donna sola o fidanzata.
È puntuale, sempre al passo con le mode, con i nuovi locali, con le nuove tendenze; se ha anche un buon lavoro, non le permetterà mai di aprire il portafogli, se invece è precario, capiterà anche di dover mettere benzina ma pazienza, non è umiliante come quando al tizio con la macchina biturbo, che non ha fatto che parlare dei suoi successi, viene restituita la carta di credito che proprio non ha fondi per sanare il conto.
L’amico da accompagno ha sempre grandi idee sulla serata, ama il cinema ma preferisce parlare, sentirsi raccontare i segreti di una donna, quelli di Teresa, le sue ultime avventure, i pettegolezzi su quello e quell’altro amico che su feisbuk, i due, hanno in comune. L’amico da accompagno ama dare consigli e spesso ci prende, ama girare per negozi e scegliere insieme a Terry abiti e accessori, elargisce utili indicazioni su atteggiamenti e sguardi da adottare con il tizio che nel Pub l’amica ha già adocchiato.
All’amico da accompagno ci si deve negare sempre, è da contratto, non è come il trentenne con famiglia che Teresa vede solo qualche notte l’anno, e solo nel buio della sua camera da letto.
Questo genere di uomo conosce i segreti di molte, compresi quelli di Terry e, con quel passato svelato nelle lunghe serate estive e con una birra in mano, un rapporto di coppia sarebbe una tortura a vita.
Il suo amico da accompagno conosce tutti i single della zona e di loro sa anche i gusti, è sempre pronto a correre in soccorso e a qualsiasi ora, è un impiegato, e spesso non ha niente da fare.
È generoso forse perché spera in una concessione improvvisa, ma non importa.
Ci può mettere la mano sul fuoco sul silenzio che manterrà su quella o su quell’altra storia, e quando parla di altre amiche e racconta le loro storie più perverse, ma mai una volta che gli scappi un nome.
Con lui, Terry supera qualsiasi pudore, è il prezzo da pagare per ciò che lui, in cambio di tanta generosità, vuole sapere.
E si dilunga spesso su certi particolari sconci e non molla finché non gliela dici tutta, possibilmente diffamando il maschio di cui si parla, rendendolo ridicolo agli occhi di lui che invece sta lì da anni e ascolta.

domenica 22 maggio 2011

Teresa e le giuste proporzioni.


«Vediamoci al solito bar a mezzogiorno!»
È questo il messaggio che alle quattro del mattino ha illuminato il display e il buio di una notte serena nonostante il russare della gatta, del cane e del maschio che mi dorme accanto.
Teresa non si domanda mai se io abbia, per esempio, altro da fare!
Terry sa che su di me può contare, che i suoi racconti sono linfa vitale, che il suo carattere allegro tanto da risultare a volte molesto, mi mette in buona disposizione verso la vita che, a guardarla da qui, dal mio studio, sembra solo piena di colori, dello stormire delle foglie e dello sciabordio del mare.
E mi allontano volentieri da questa quiete assordante per raggiungerla fra le auto e il traffico cittadino.
Solito caffè in Via del Babuino.
Arrivo come sempre per prima e l’aspetto. Navigo un po’ e mi tengo lontana dalle vetrine: non è il momento giusto per tirar fuori la carta di credito.
«Dovevo fare delle compere!»
Urla Teresa dall’altra parte del marciapiede vestita di giallo e nero che sembra un’ape.
«Una vespa magari!» ribatte lei, e apre il sottile soprabito per mostrarmi la vita stretta in una cintura che sembra più che altro un busto contenitivo, uno di quelli così amati dai cultori del BDSM.
«E pungo anche!»
Il ragazzo del bar, il solito, ci saluta con un grande sorriso. È felice di vederci assieme, sa già che da lì si godrà tutta la scena e ascolterà chiaramente ogni singola parola. Infatti faccio cenno a Terry di abbassare la voce.
«Allora?»
«Allora niente!» e sorride al ragazzo mentre sceglie i gusti del cono doppia panna.
Temporeggia come sempre ma io fremo perché so che ieri sera ha rivisto un tipo, una nuova conquista di “faccialibro”, un’altra icona tragica nella sua collezione di sconfitte e delusioni on line.
L’ultimo che ha incontrato l’ha lasciato a bocca asciutta è vero, è scappata e nemmeno l’ha avvertito. Con il tempo Terry si è fatta furba e, per vedere di chi si tratta veramente, nascosta dietro qualcosa, fa partire prima la telefonata.
Non sai mai se la foto che mette on line è quella del liceo, il solo scatto buono di tutta una vita, o quella del collega più figo che ha.
Il tizio in questione, infatti, era qualcosa di più che un mostro.
Sicuramente, almeno a detta di Terry, doveva avere anche le mani sudaticce. Come l’ha capito però, rimane un mistero.
Insomma, temporeggia parlandomi del nuovo flirt e della sua voce calda, della sua cultura, del fatto che ha cinquant’anni ma vuole una relazione stabile e con una over quaranta –perché dice che le ragazzine lo annoiano- che non beve ma si fa solo qualche canna, che fa sport e viaggia di continuo, che ha un attico all’Eur e, ciliegina sulla torta, non ha figli e non ne vuole.
Mi rilasso. Pare che Terry abbia trovato l’uomo ideale.
«Insomma...» sospira e alza gli occhi al cielo, come una santa.
No, non è il caso di cantare vittoria, probabilmente ha preso tempo solo per terminare il gelato.
«Insomma?» la incalzo io visto che ormai è arrivata alla punta del cono.
«Sai... siamo usciti già tre volte e non ci ha provato!»
Allargo gli occhi: ora capisco il motivo di tanto mistero.
«Almeno fino a ieri notte!»
Cerco di saperne di più ma come sempre fa il giro largo.
Mi racconta entusiasta dei ristoranti dove l’ha portata a cena, di come era vestita, delle parole, tante, che si sono scambiati nell’intimità delle candele prima e della sua auto poi, i racconti di una triste infanzia , dei rapporti con le donne, con la madre, con il lavoro ...
Mi dice, - tutta compresa in quella sofferenza maschile- che delle donne lui non si fida, che chiedono sempre di più, che lo mettono in difficoltà e che, in realtà, non ha ancora trovato una che lo appaghi veramente.
«È bello ...» e guarda fuori dal caffè con aria sognante «è proprio bello...» e tira fuori un sospiro che butta all’aria i menù appoggiati sul tavolino.
Io non parlo, in realtà so che mi nasconde qualcosa, che vuole che la incalzi affinché tiri fuori il rospo, che mi dica la verità su questa storia che, a mio avviso, presenta già troppi "forse” e troppi “ma”.
«Insomma, ieri sera l’ho fatto salire a casa».
Ecco, ci siamo.
Ci siamo perché alla fine gira e rigira sempre lì si deve arrivare.
Ci siamo perché se non c’è l’odore, il sapore e il tatto a confermare che ciò che abbiamo visto ci piace veramente, restano solo le parole.
Ci siamo perché comunque dobbiamo preservarci da inutili perdite di tempo –soprattutto a una certa età- : almeno un paio di settimane per il consueto scambio di e mail che dalle semplici battute di amicizia si fanno via via più carnali, una settimana almeno di telefonatine serali durante le quali lui, il maschio, dice poco e niente e parli sempre tu, quelle due, tre uscite di rito con tre ore di chiacchiere sotto il portone alle due del mattino e che terminano con il tiepido e conclusivo –sono stata bene...- che sa di poco, anzi, che sa di niente.
«E allora?» e questa volta guardo l’orologio perché si è fatto proprio tardi.
«E allora...allora non è proporzionato alla sua altezza!» e arrossice come una bambina.
Un’altra fregatura cara Teresa! E questa è anche una brutta fregatura, perché poi, anche se a noi può importare poco, anche se siamo così buone di cuore e generose, da sorvolare anche su certi...particolari, su certe brevità che contano sì, ma sulle quali noi donne possiamo anche chiudere un occhio, esaltando in lui altre qualità che magari sono più importanti, il maschio in questione, una volta accolto nella casa calda, saprà comunque come farcela pagare.
Lo sguardo severo, il dubbio continuo, l’accusa esplicita per chissà quale colpa: forse quella di esistere.

sabato 7 maggio 2011

Questione di Fede.


Appena qualche settimana fa, un’amica mi ha rimproverata di essere avara nel divulgare la mia esperienza di fede e che forse, sarebbe ora di condividerla con più amici.
Le ho spiegato che il motivo per cui evito di parlarne è che "la via" che studio e pratico da circa ventitré anni non è così diffusa in Italia e che, essere scambiata per chi mercanteggia illuminazioni e adepti con un buon numero di benefici materiali, è stato fin qui l’ostacolo principale alla condivisione di questa sfera portante della mia vita.
Sentirmi dire ogni volta «ah...sì...conosco anch’io uno che fa Buddhismo» quasi si trattasse di uno sport qualunque, è deprimente, allora ho preferito tacere e tenere per me certe considerazioni.
 L’altro giorno però, qualcuno è arrivato al mio Blog digitando “difficile trovare la Fede” e allora mi sono sentita effettivamente in dovere di condividere questa esperienza, raccontando in parole povere, la dottrina dell’Alto Santuario della Fede.
Non sarà facile vista l'ampiezza della materia e perdonatemi quindi se sorvolerò su alcuni aspetti per curarne altri.
Il Tempio al quale appartengo e dove è custodito l’Oggetto di Culto principale, il Dai Gohonzon, è in Giappone, ai piedi del Monte Fuji.
La Scuola filosofica che ne deriva fu fondata intorno al 1.200 da un Monaco seguace della Scuola Tendai, Nichiren Daishonin. Questa scuola che basa la sua dottrina sulla recitazione, lo studio, la pratica e la propagazione di tre Capitoli del Sutra del Loto, è la Nichiren Shoshu.
La particolarità del Buddhismo è che ogni scuola, setta, o gruppo, basa la propria fede sulla confutazione e sulla pratica di un determinato Sutra e di parti di esso.
Al contrario delle religioni monoteiste, il Buddhismo è una filosofia e, la messa in discussione dei principi basilari della Fede attraverso l’osservazione della natura o esempi di vita quotidiana, è un’azione portante della nostra pratica.
Il principio secondo cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma nasce infatti dalla semplice osservazione della natura -il bruco che diventa farfalla o il tè che versato dalla tazza in qualunque altro recipiente, cambia di forma ma non in sostanza- viene applicato anche alla Fede.
Nulla è attribuito al caso, ma tutto alla causa, all'azione compiuta che provoca un effetto.
Quando ho deciso di rinunciare, con dolore e per sempre, ai principi e ai sacramenti cattolici, che in tutta onestà rispetto ancora profondamente pur non condividendo,  erano già molti anni che mi aggiravo nei pressi dell’oriente dove si respira un’aria diversa, dove anche l’iconografia è lontana dai nostri Santi “splatter” - gli occhi nel palmo delle mani e le lance conficcate nel petto-.
Proprio la solarità delle immagini sacre, l'uso dell'oro e dell'arancione anziché dell'azzurro e del bianco, le parabole fantasiose e l’assoluta libertà su cui si fonda il Buddhismo mi hanno subito attratta.
Chi è il Buddha?

Siamo in un periodo che va approssimativamente dal 566 al 486 avanti Cristo.
Shakyamuni era un Principe bellissimo, vestito riccamente e ornato di gioielli e pietre preziose -come quelle che fanno da tappeto a chi raggiunge il Nirvana-. Suo padre, raja Suddhodana, saputo da un indovino che quello sarebbe stato il suo unico figlio, decise di difenderlo a ogni costo e, alzate mura altissime attorno al suo regno, lo circondò di attenzioni e divertimenti di ogni sorta affinché egli non sentisse mai il bisogno di allontanarsi e di guardare oltre.
I pericoli ai quali si riferiva l’indovino, però, non erano gli assalti nemici, ma la vita stessa e il suo svolgersi crudele per lui, come per tutti.
Un giorno, era appena ventenne, il Principe uscì con il suo servo per un giro in città. Sulla strada polverosa vide un infermo che giaceva in terra e poi un altro e poi un vecchio infine, giunto davanti a una pira che bruciava il corpo di un defunto crollò sotto il peso di un infinito senso di compassione e di dolore.
Da quel giorno, il sorridente Principe Shakyamuni s’intristì e non trovò più pace.
Si tormentava di fronte alla sofferenza che si era resa manifesta ai suoi occhi e voleva, a tutti i costi, capirne l’origine e scoprirne la cura.
Aveva ventidue anni quando, in una notte di luna piena -come è giusto che sia-, in cui il sonno aveva vinto tutti gli abitanti del suo regno -come in ogni favola che si rispetti-, il bellissimo Principe si rasò il capo, si spogliò delle ricche vesti e abbandonò il regno, la sua casa, la sposa Yashodhara e il suo bambino per andare in cerca della medicina per guarire le quattro sofferenze della vita.


Questo è il principio della storia, una storia valida per tutti i seguaci delle centinaia di sette e scuole di pensiero di cui, Buddha Shakyamuni, è il Buddha storico, il padre fondatore di tutte le dottrine di questa grande famiglia.
Ognuna delle leggende che parlano di lui, così come gli altri illuminati della nostra storia, è una parabola, un insegnamento semplice, e il più delle volte iconografico, che serve all’adepto come guida e come esempio da seguire.
Questa pratica spirituale, a qualunque gruppo o scuola si decida di appartenere, si basa sulla ricerca individuale del rimedio alle sofferenze e ai mali del mondo. L'illuminazione non si ottiene ma si raggiunge. Non c'è nessuno sopra di noi che può soccorrerci o redimerci, nessuno che giudica il nostro operato ma solo tracce che sta a noi seguire.

Shakyamuni, abbandonata casa e famiglia alla ricerca di una medicina che guarisca l’umanità dalla sofferenza della nascita, della malattia, della vecchiaia e della morte, iniziò un cammino che durò circa quarant’anni e che portò Siddharta Gotama e i suoi seguaci in molta parte dell'India.
Praticava la meditazione yoga e  forme estreme di ascesi presso il piccolo villaggio di Uruvelā, un po' fuori, dove il fiume Nerañjarā (l'odierno Nīlājanā) confluisce nel Mohanā per formare il fiume Phalgu, a pochi kilometri dall'odierna Bodh Gaya.
Magro e attorcigliato su se stesso tanto da sembrare la radice di un albero era ormai allo stremo delle forze quando Sujata,  una bambina che pascolava buoi, passando di lì nel suo Sari colore del tramonto lo vide, si chinò su di lui e gli offrì del riso. Nutrendosi da quella piccola e generosa mano, Siddharta si risvegliò alla prima Verità e comprese che la “Via” può essere seguita anche attraverso una pratica meno dolorosa e disumana.
-Se tendi troppo l’arco lo spezzi, se lo tendi poco, non scoccherà nessuna freccia-
Il "Giusto mezzo" è il primo degli insegnamenti.
Il secondo è quello che non esistono Dogmi prestabiliti e che la “Via” è un viaggio di conoscenza e di scoperte continue.

Quando ho incontrato il Buddha avevo venticinque anni. Lontana dalla famiglia e incerta sul mio futuro andavo alla ricerca di una guida, di una luce, di un centro di gravità permanente.
Avevo una vita incasinata e vivevo tutto con grande emozione e affanno: soffrivo e non conoscevo la causa del mio male. I quotidiano mi metteva di continuo di fronte a situazioni che mi mi provocavano dolore e mi rendevano sempre più fragile, sia emotivamente che fisicamente.
Erano anni che la spiritualità se ne stava in disparte, anni che l’avevo rinchiusa nel baule dei giochi.
Non sentivo più l’emozione di un tempo di fronte alla liturgia cattolica, la felicità vera che il senso di affidamento a Dio è in grado di dare al credente. Ma non volevo rientrare in chiesa perché era dall'osceno senso di colpa che volevo liberarmi, era una maggiore libertà che cercavo e, per assurdo, anche un maggior rigore nella pratica.
Un giorno, ricordo che avevo un gran mal di testa da post sbronza, un amico m’invitò a una riunione di meditazione. Lì per lì inventai molte scuse per non accettare il suo invito, già sere prima mi aveva parlato a lungo di questa pratica incredibilmente concreta e miracolosa ma alla fine, e ancora oggi lo ringrazio, cedetti.
Timidamente entrai nell’appartamento e fui subito circondata da persone sorridenti, gentili e premurose ma a guardarle pregare in una lingua incomprensibile, in ginocchio e davanti a una pergamena fatta di segni strani, pensai di essere finita in mezzo a una massa di pazzi, in un manipolo di esaltati pericolosi.
Ma visto che c'ero decisi di lasciarmi andare, chiusi gli occhi e mi abbandonai a quel suono cadenzato e senza senso finché accadde che, senza volerlo, iniziai a ridere e piangere allo stesso tempo, e senza riuscire a fermarmi.
Lì, davanti a tutti, come in uno psicodramma teatrale fu come se quel mantra avesse magicamente aperto le porte del dolore, un dolore evidentemente atavico e di cui credevo di non potermi liberare mai.
(continua...)

martedì 3 maggio 2011

Teresa e quelli che si fanno risentire...in primavera.


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 Eh sì, anche quest’anno il glicine fiorisce e il gelsomino ammorba l’aria di effluvi dolciastri, quasi come le parole che copiose arrivano sulla sua casella di posta elettronica.
«Ma lo sai che quel verme si è fatto risentire?».
«Quale?» domando io con aria incerta e grave, visto che ormai ci capisco sempre meno in tutto questo vai e vieni di ex, ex ex, new, old e very old, categorie e sottocategorie con le quali Terry ha catalogato gli uomini, quelli disponibili, possibili e passabili.
La guardo nel grembiule tutto farfalle e margherite mentre, concentrata, prepara una super crostata di visciole.
E, infatti, la maltratta, la pasta, la sculaccia ben bene mentre, colpita da raggi di sole, brilla di rosso rame.
«Eh già...» mi fa, e assesta un altro colpo capace sulla massa bianca che ha fra le mani, «quel verme verdastro di Giulio, il giornalista che parlava politichese anche a letto, quello che mi avrebbe trovato un lavoro e soprattutto mi avrebbe presentata agli amici e alla famiglia».
«Come no...si è fatto risentire?»
«Già...» e l’amarezza la sfoga di nuovo sull’ammasso di farina.
Ora ricordo bene il tizio in questione. «Ma non è per caso quello che inventava ogni volta una scusa per raggiungerti nel letto e nelle ore più improbabili?».
Silenzio.
E Terry non alza nemmeno lo sguardo.
«Ma scusa? Non è quello che disse un giorno di avere suo padre in ospedale e il giorno dopo che la sua anaffettività dipendeva dall’averlo perso quand’era bambino?».
Ora non può esimersi dal confessare.
«Sì».
«Il tizio che diceva di avere l’attico in centro ma chissà perché aveva sempre sua madre ospite in casa?».
«Già!».
«Lo stesso che due anni fa ti propose quindici giorni a Cortina e poi ti mollò il giorno prima di ferragosto, da sola, a Roma, con la scusa assurda della scarlattina?».
«huuummm...».
Il ricordo di quella giornata infernale fa sì che Terry non si accontenti più di maltrattare la pasta, infatti, armata di mattarello, caccia i piccioni dal terrazzino della cucina, urlando a più non posso qualcosa nel suo incomprensibile dialetto. Chiama anche Brad a rinforzo, il piccolo cane senza razza né origine e, poi, ricomincia a impastare.
«Beh...sempre meglio di quello che inventò la scusa della ex fidanzata suicida lanciatasi dal sesto piano e per di più incinta di lui...» e cerco di stemperare l’aria da melodramma che già si è fatta più presente sul suo viso.
«Ma tu lo sai quante notti me lo sono ritrovato sotto casa ad elemosinare un po’ d’affetto?».
«Affetto...» e avrei voglia di urlare ma mi trattengo «Ma Terry...» e ancora mi comprimo e solo perché non ce la faccio a trattarla male «ma come fai a parlare ancora di affetto?» e la frase viene fuori abbastanza gentile.
È così ingenua la mia rossa amica che proprio non capisco come riesca nonostante tutto a correre a braccia aperte verso il primo che si dichiara innamorato.
Teresa è così, sempre affannata ad aiutare qualcuno, sempre in ansia per i malesseri altrui, quelli reali e quelli supposti, quelli inventati a bella posta dal maschio adulto che le tende la trappola.
Che sia un manager sull’orlo del fallimento, un marocchino con permesso di soggiorno in scadenza, un settantenne in preda alla solitudine, un venditore ambulante senegalese con tre figli a carico, un bancario sposato a una donna isterica, un negoziante alle prese con il fisco o che so io, Teresa è lì, pronta a tendergli la mano.
D’altra parte è una vita intera che Terry vaga per la città in cerca di qualcuno che la renda partecipe dei suoi problemi e che le chieda anche di risolverli.
«Insomma, alla fine mi ha chiamata!».
E mi mette sotto il naso il portatile «Leggi! Leggi le sue email assassine!»
E leggo.
Ogni riga che scorro mi sorprende, ogni parola, scelta con cura, non lascia spazio a dubbi ma solo a supposizioni ambigue, come quel vago sapore di presa per il culo che frasi come –solo tu mi conosci bene- o –insieme a te sento di non avere bisogno di nulla- mi fanno venire la pelle d’oca e non so se ridere o prenderla a schiaffi.
«Insomma di cosa ha bisogno?» dico io per tagliar corto.
Sorride e guarda fuori verso il cielo oggi stranamente terso, e mi pare di vedere albeggiare nel suo sguardo una luce di nuova speranza, un bagliore che ben conosco.
So anch’io cosa capita alla quarantenne single e con contratto di collaborazione, quando tornata a casa trova tutto in ordine, nessun calzino nel corridoio e nemmeno un piatto da lavare, quello strano senso di libertà e di voglia di uscire, quando l’aria si fa frizzante e vorrebbe proprio qualcuno che le offra il braccio, un buon bicchiere bianco a Piazza Farnese, e un paio di parole soprattutto sincere.
So quello che ronza nella mente della piccola e morbida Teresa mentre mi allunga un cucchiaio di marmellata tiepida e mi sorride con amore.
«E metti che fosse cambiato?»

domenica 1 maggio 2011

Teresa e il tempo che fu.


E’ la terza volta che Terry entra in crisi e vuole cancellare il suo profilo feisbuc.
Ogni sei, sette mesi circa, la mia lunatica amica mette la sua vita virtuale in naftalina per guardare il mondo con occhi diversi poi, constatato quanta parte di umanità si è rintanata lì dentro e quanto, fuori dal monitor e in una città come Roma sia difficile incontrare gente, riprende in mano la sua vita fatta di faccine e di condivisione elettronica.
«Ti ricordi di me?» leggo su un’e mail.
Ed è proprio questo che la sconvolge di più, questo ritrovarsi quando non ce n’era bisogno, quando non ci si era cercati fin qui e dunque perché farlo adesso.
Per non parlare poi delle sue amichette del cuore, ritrovate on line già quasi nonne quando lei spera ancora nel primo figlio!
«Ma guarda questo!» e mi mostra la foto di un signore stempiato, barbuto e in avanzato stato di gravidanza da doppio malto.
«Questo qui, veniva con me al liceo!»
La guardo interrogativa ma ancora non capisco il nesso «Allora? Che problema c’è?».
Guardo di nuovo e con attenzione l’icona del richiedente amicizia.
Il tizio, è alla scrivania che mostra all’obiettivo un sorriso imbarazzato, ma si fa forte delle tecnologie che mostra, infatti, messi in fila e in ordine decrescente vedo un portatile ultima generazione, un I Pad e un I phone, poi, sempre a favore dell’obiettivo una foto in cornice evidentemente Ikea, che lo ritrae attorniato dalla sacra famiglia: una moglie ben agghindata e due bambine notevolmente ben nutrite.
«Mi fa impressione... » e scuote i riccioli che illuminati dal sole sembrano lame di fuoco «mi fa impressione vederlo così quando nella mia mente lo ricordo tanto diverso...»
E infila le mani in una grande scatola rosa confetto a forma di cuore.
«Guardalo!» mi dice con aria contrita mettendomi in mano una foto smangiucchiata dagli anni e dalla tentazione forse di stracciarla per buttarla via. Un gruppo di ragazzi sotto il sole di primavera, seduti sul bordo della fontana di Piazza Umberto in evidente atteggiamento da “fancazzisti” del fine settimana.
Vedo Teresa ragazzina, gli occhi verdi scintillanti cerchiati da due dita di matita nera, i capelli fucsia e una mini gonna di pelle al centro del gruppetto ben assortito di giovani dark e punk di provincia.
«Tu non sei cambiata per niente!»
«Vediamo se lo riconosci» e batte il piede nervoso sullo scricchiolante parquet della cucina.
Guardo. Certo non può essere quello sulla sinistra, bianco come un morto e magro come uno stuzzicadenti che rolla una canna con aria da adulto, e nemmeno il biondino dai pantaloni scozzesi e il chiodo che pare un cimitero per quante croci e spillette ci sono sopra.
«Questo all’estrema destra rasato a zero che tiene al guinzaglio il dalmata no!»
Lei mi guarda e annuisce.
«Pensa che assurdità! Ma guarda com’era diverso!» e rimango a bocca aperta.
E’ vero, penso, fa proprio impressione e le sposto un ciuffo che le sta proprio sull’occhio.
Rimette le mani nella scatola a cuore e rimescola di nuovo le carte, tira fuori un mazzetto di foto e lettere e me le mette davanti una accanto all’altra come una zingara che si appresti alla lettura dei tarocchi.
Un diciassettenne dall’aria imbronciata con una spilla da balia infilata nella guancia, alto e dall’aria assassina, evidentemente il leader del gruppo new wave più figo della città, si è trasformato in intermediatore amministrativo, vive a Pavia, ha tre figli e nemmeno più un capello in testa: dall’icona del suo profilo feisbuk non ha nulla a che vedere con quello che salta a piedi uniti sotto il palco di una Patty Smith di venticinque anni più giovane.
Quello che adesso scrive saggi noiosissimi sulle malattie infettive -ai tempi detto anche “Max il sòla”-, fu ritratto da Teresa su una spiaggia deserta di Monopoli, bianco che sembrava una candela stearica, vestito integralmente di nero e con in mano il secondo volume di storia e storiografia.
«Non ci si può credere!» Le dico mentre strabuzzo gli occhi di fronte all’unica foto che ha avuto il coraggio di mettere on line.
«Ci sono stata solo un mese con lui...» mi fa Teresa, lo sguardo perso in quel passato distante «Era sempre sconvolto e parlava solo di massimi sistemi...»
Adesso lo immagina tenere conferenze in tutto il mondo e sicuramente non beve né si fa le canne.
«E questo Onorevole centrista ma anche destrorso in doppiopetto che saluta una nutrita folla?» e il mio indice inquisitore si avvicina a un’icona al centro della sua pagina feisbuc.
«Beh...questo era il dee jay più figo e inarrivabile della discoteca, il più trandy ed esclusivo del sud...»
Prendo in mano la foto di ragazzo che suona il basso, è piccolo e somiglia tutto a Iggy Pop.
«Lui era Nico» dice timidamente mentre abbassa lo sguardo e respinge con forza un evidente moto di tristezza «al termine di un sabato qualunque abbiamo fatto l’amore, prima sulla spiaggia e poi sulle scale del palazzo di casa mia, all’alba...» e sospira rumorosamente di nostalgia.
«Lui non è su nessun social network. Nico non l’ha vista proprio l’era digitale».
E ripone la foto nella scatola rosa confetto.
Poi mi guarda e mi domanda «Me le passi due cartine?».