sabato 27 ottobre 2012

C.B. sapeva che prima o poi saremmo finiti tutti in un “non luogo”.

E se non conoscete C. B. non è importante ma nemmeno è un problema mio.



Tanto da FB, il “non luogo” per antonomasia, non ce ne andremo mai.
Nemmeno da tuitter.
Soprattutto ora che i “feisbucchiani” hanno trasportato qui le loro chat a cielo aperto e che sulle TL devi scorrere e scorrere e scorrere, per evitare interminabili e noiosissime conversazioni e trovare centoquaranta caratteri dal sapore interessante.
Chiaro, se non t’imbatti in citazioni, magari anche banali.
Che poi, io e la mia assoluta buonafede abbiamo sempre creduto che chi cita sa di che scrive. Ma io e la mia buona fede abbiamo anche amato l’uomo sbagliato, e nemmeno una volta sola. Ignoravo l’esistenza di siti come “Le citazioni da manager”, “Citazioni d’amore”, “Citazioni e modi di dire”, speravo fosse un’esigenza spontanea di chi ha sempre un gran bel libro in mano.
Non l’esibizione al nulla di un nulla di fatto.

Poi c’è chi ogni volta mi risponde che si sta qui per socializzare e cui ogni volta rispondo –ormai è tradizione- che ci sono anche i DM, e che è assai spiacevole assistere a personalissime descrizioni di patologie intestinali di cui possiamo anche fare a meno.
Questa è una prigione.
“Porta chiusa” di Sartre, dove ci diciamo ogni giorno le stesse cose.
Un luogo di riferimento, lo spazio comune, il punto “Informazioni” dell’aeroporto, la casa in cui abbiamo attaccato quadri e poster alle pareti, tendine colorate alle finestre, oggetti e reliquiari della nostra infanzia.
C’è chi sceglie un arredamento essenziale e chi ci ha portato le barbie di quand’era ragazzina, i soldatini e la collezione di orsetti.
C’è anche la casa al mare, disabitata e piena di vecchi giornali arricciati dal sale.
Il luogo del delitto e la casa del morto: l’amico che sbadatamente ci ha lasciati e che sbadatamente non ha lasciato a nessuno user e password del proprio account.
C’è il tizio che controlla posta e aggiornamenti subito dopo aver fatto l’amore con una che conosce da un’ora, la lei che comunica al mondo di aver finalmente trovato un paio di scarpe giuste, mia cognata che racconta del suo cane, io che lamento l’aggressività del mio prossimo e giuro che qui non ci voglio più stare.

Per me questa non è una realizzazione.
Ed essere letta sul blog non è che un misero inizio. Ma il tizio che mi ha aggredita per una frase troppo umana di Simenon non mi ha mai letta, così come non sa nemmeno chi sia Simenon anche se si concede il lusso di giudicarlo e di scrivere che era un cattolico invasato. 
Anche le parolacce gli sono state d’aiuto a esprimere la propria superiorità e un odio inaspettato e antico e che mi rammarica, pur non potendo dargli alcun peso giacché qui tutto nasce e tutto muore.
Come faccio a dare un’anima a uno di cui non conosco l’odore e che mi fraintende ogni benedetta volta che mi legge?
Credo che se gli fossi stata davanti mi avrebbe presa a schiaffi.
Chiaro, non posso provarlo e nemmeno mi va. Casomai avessi ragione.

Parlo e scrivo in prima persona quando do la mia opinione.
Mi metto nel mucchio, sto in prima linea tra i sociopatici, i compulsivi, quelli senza prospettive, tra gli alcolisti, tra chi sta uno schifo che non s’immagina nemmeno.
Ma poi mi metto in trappola da sola visto che divento di diritto una fottuta narcisista che scrive diari.
Come se la prima persona servisse necessariamente a fare di una storia un racconto personale. Forse racconto di me molto di più sotto falso nome. Quando mi chiamo Marina, Paolo, Giovanna e Justine duepuntozero.
Ma che faccio? Inserisco in ogni brano una “spiega”?, delle introduzioni chiare del tema prima di partire con il solo?, degli N.B. da prima elementare a ogni pezzo?, metto su un corso on line per la lettura di testo e sottotesto?, consiglio agli insultanti di leggere un paio di buoni manuali di scrittura o di grammatica base?
Li censuro restituendo loro un insulto?
Non posso accollarmi anche il compito di spiegare ai critici letterari raso terra che la prima persona è una scelta di calore e, appunto, di riflessione.

Preferirei che ogni tanto qualcuno decidesse di astenersi dal giudizio, come tuonava sempre il buon C.B. dalla cattedra del Palazzo delle Esposizioni, un giudizio che, ripeto, non è sempre necessario perché magari, e sarebbe auspicabile, in un attimo d’insperata saggezza, ci siamo domandati se dall’alto della nostra cultura rabberciata abbiamo ragione oppure no.
Ma come dice il feisbucchiano tuittatore: siamo in democrazia e dico il cazzo che mi pare!
Amo l’utopia.
Ci sto “a rota” dagli splendidi anni settanta, e qui rimango.



giovedì 25 ottobre 2012

Una strada piena di prospettive

Vivo al mare, ma è stato il caso a portarmi qui.
Non è una novità perché raramente, nei miei ventidue traslochi, ho potuto scegliere. Non che la vita mi sia passata addosso lasciandomi del tutto indifferente e incapace di reagire, è solo che ho imparato a essere fatalista e anziché oppormi lascio che scelga lei per me, soffro meno e mi ritrovo a guardare con incanto il piatto che ha deciso di servirmi, di solito saporito e mai stucchevole.
Sono nata al mare, ascoltarlo mi aiuta a ricordare quanto la mia esistenza sia ininfluente e vacua rispetto alla vastità del resto.
A poca distanza da me c’è la ferrovia, e lo sferragliare puntale del regionale, forse a causa di un ricordo infantile, una partenza improvvisa di mia madre, non ricordo bene, mi procura una carezza lieve che nasce da una profondità assai oscura e colpisce il chakra del cuore.
Il treno, e il mare, sono possibili vie i fuga praticabili in un battito d'ali.

Qui ho ripreso a fare sport. I miei vizi, tanti, cerco comunque smaltirli al mattino presto, prima di mettermi al lavoro.
Andando a sinistra, un chilometro in tondo e con un bel pezzo in salita, prendo per le ville, una strada quieta e piena di case tra muri di mattoni rossi e siepi. Svoltando a destra per i campi sportivi, passo tra fichi, noccioli, querce secolari e pinete sino ad arrivare al mare.

D’estate e in primavera, prendo quasi sempre la strada interna. Al mare c'è gente e io, devo pensare. E poi c'è il bianco del convolvolo, dei gelsomini e dei mandorli che assieme al rosa e al lilla del glicine e al giallo intenso dei roseti che si arrampicano su per le grate e tutto attorno ai portoni, mi fanno ripensare a certi paesaggi inglesi e a immagini di vite quiete e giornate di sole e potature.
Felini ben nutriti e dal pelo lucido conducono placidi le loro abitudini gattesche che, secondo l’ora in cui esco, si traducono in gioco, sonno e attesa di cibo e dell'amore incondizionato della signora "gattara".

C’è Lulu, sottile e nera dai guanti bianchi e perfettamente simmetrici. E' diffidente come ogni bella creatura che si rispetti, diffidente e vanitosa, perché la vedo bene quando si arrampica sui tetti bassi e solo per sentirsi chiamare.
Bellissimo, grigio perla e muscoloso, Cat Pitt si porta in giro, a coda alta, la sua fierezza da rubacuori.
Roscio, Puput e Bianco, ormai in là con l’età, viaggiano sempre in gruppo e si raccontano storie.
C’è anche un barboncino nano, nero dallo sguardo triste e solitario. Dicono che i padroni ce li ha, ma che preferisce andare in giro da solo.
Le melagrane esplodono di chicchi rosso rubino, e così il calistemon, piena di pennacchi rosso acceso. Capita, con un caldo come questo, che anche i gelsomini decidano per una seconda generosa fioritura, e allora mi convinco di poter ricominciare una nuova estate e allontanarmi in fretta da questo autunno incipiente.

La via del mare è un sentiero polveroso, tortuoso e pieno di sorprese. Ci trovo sempre roba utile nel fosso. Quadri soprattutto. Quadri forse così odiati da non essere degni nemmeno di un cassonetto e che io raccolgo, a volte utilizzo a volte li seppellisco degnamente. Trovo anche pietre, sassi di mare arrivati oltre la ferrovia chissà come e che infilo nel marsupio nonostante non saprò mai che farne.
Il profumo è quello della resina, delle conifere del sale, e delle piante grasse, che in estate esplodono di vita, fiori e fichi d’india.
Nelle giornate di maestrale, sulla stretta stradina di pietra che costeggia la spiaggia e arriva al castello, sento il sale anche sulle labbra.
La luce spettacolare accoglie un gran numero di solitudini in riflessione.
Le panchine ospitano anziani incappucciati come i loro cani, ci sono anche ragazzi, coppie di liceali che hanno saltato la scuola, uomini adulti e donne alle cui vite, secondo l’intensità della tristezza che misuro nei loro sguardi, attribuisco storie più o meno drammatiche.

Nei giorni di scirocco trovo tronchi levigati e lavorati in strane forme che mi piace fotografare.
Nonostante mi guardino male e si sorprendono ogni volta, ho l'abitudine di salutare chiunque incontro. So che così si usa su stradine solitarie e in montagna. Perché tra la natura è ancora più bello sentirsi figli della stessa terra, incatenati allo stesso destino, alle paure solite che sono poche e uguali per tutti quanti.
Dopo l'ora di meditazione potrò lavorare, inviare inutili curriculum e inutili lettere di presentazione.
Penso che la mia corsa giornaliera sia un ottimo deterrente, in un paese che non mi dà scelta, alla depressione.
L’unica strada piena di prospettive nella mia realtà senza futuro.

mercoledì 24 ottobre 2012

La deriva di Twitter #3


In effetti sarebbe necessario girare armati.
Pare che l’aggressività abbia contagiato un po’ tutti.
È per questo che ho ridotto al massimo le mie ore sui social media e così andrò avanti: devo stare attenta, rimettermi in forze, ricominciare ad avere un pensiero che non abbia bisogno di alcun riscontro, almeno non immediato.
Nessuna gratificazione, no, e soprattutto niente più che non sia reale.

E poi, non ne posso più di dire e leggere sempre le stesse cose.
Che siamo stanchi, che il governo è ladro, che la Minetti è troia, che la Fornero insulta, che noi siamo i migliori e che il resto del mondo è bastardo.
Anche perché non è così.
Perché se il 70% dei posti di lavoro –almeno stando alle ultime notizie- è stato “usurpato” da qualcuno grazie a uno “scambio” di favori, significa che siamo tutti corrotti –a parte i soliti santi che si dichiarano sempre al di sopra di ogni sospetto e che io non sopporto più. Come quelli che si dichiarano al di sopra di ogni perversione e che appena prendono confidenza inviano D.M. sconvenienti.
Basta, voglio prove tangibili della mia solitudine della mia gioia e della mia rabbia.

E bisogna anche stare attentissimi.
Perché ci si ricasca sempre: perché i social media sono una trappola inventata dal potere. Quello grande, quello che sta sopra tutti noi, quello della fama, del botto, del successo, del danaro... quello subdolo che insinua in ognuno la speranza di uscire finalmente dalla massa anonima.
Il potere dell’X Factor.
Perché sì, alla fine il problema è che ci siamo risvegliati in un mondo pieno di talenti. Di persone e personalità che ci sembrano identiche a noi, nelle quali ci rispecchiamo, e che allo stesso tempo ci svuotano e ci riempiono di senso: con i loro retuit, le stelline, le parole, i bacini. Con un “ti voglio bene” e un “sei bellissima” al quale in qualche modo si crede.

Anche se al Mac ci lavoro, sono una correttrice di bozze, non importa, ce la farò, sono grande, ho smesso di bere otto anni fa dopo una dipendenza cominciata nell’adolescenza, non sarà un problema evitare che il mio dito apra troppo spesso questa finestra.
Ho già eliminato internet dal mio Iphone.
Quando passeggio sul mare, ora, sono libera. Non devo necessariamente comunicare al mondo la mia gioia o la mia profonda tristezza.
Sono sola sulla spiaggia, con i miei quaderni e le mie parole. Disegno. Leggo. Guardo il mare, e basta. Misuro l'orizzonte e conto i mie sogni, quelli che ancora mi restano.

Perché qui non ci si crede ancora, e forse non accadrà mai, ma di social media si muore.
Di social media ci si divide, si litiga, si trascura il lavoro, ci si distrae in auto, al supermercato si compra la prima cosa che ci capita sotto mano solo per correre in solitaria davanti alla nostra privatissima e maledetta finestra sul mondo.
Il social media è “riscontro immediato”.
Io sono perché tu mi vedi e più mi segui più esisto.
Tuitto ergo sum.
Ed è così più appagante quel numero crescente di follower di quanto non lo sia un affetto che invece cresce lentamente e non lo vedi subito, che non se ne può più fare a meno.

Sembra mettermi alla prova, ogni giorno.
Anche se faccio finta di niente ci sto a rota, non me accorgo, è un clic rapido, un controllino veloce, ma poi ci scappa il tuit, e una battuta tira altra, e i follower crescono e io, che sono meno di zero, mi sento appagato.
Mi sento qualcuno. Cazzo.
Io che non ho un lavoro, che ho quarant’anni e sono meno di niente, ho però ho venti, trentamila follower e ci scappa il premio, l’intervista, la figa che ci sta: anche solo su skype non importa.
Ormai la mia vita è lì.

Ma non ce ne accorgiamo.
Capita, e basta, e quando ci stiamo dentro ci accoccoliamo nella certezza delle nostre idee, che piacciono, che convincono, che fanno ridere un botto.
Che tristezza la gratificazione data da una macchina.
Il social media è subdolo, come ogni strumento di controllo di massa degno di questo nome.
Un tempo, avevamo un giudizio più obiettivo, oggi, siamo uno contro l’altro, ringhiamo alla felicità, al talento, alla buona riuscita dell’altro.
Siamo invidiosi e cattivi.
Siamo Sallusti fino a ieri nemico giurato.
Esibiamo una compassione che poi non mettiamo in pratica.
Un coraggio, a parole, che magari averne la metà.

Tempo fa un amico mi scrisse: ho ridotto la mia vita a qualcosa che di fatto non esiste. Non dormo più.
Ieri, solo perché mia madre mi domandava di continuo di portare giù la spazzatura e io, invece, ero in chat con una, l’ho spinta in terra.
Se butto in terra mia madre di ottantatré anni solo perché una me la fa odorare a chilometri di distanza, allora sono malato, allora sono fottuto e devo smettere.
È forse un modo che il potere usa per distrarmi dal problema che a quarantacinque anni, con una laurea e tre Master in economia non ho ancora un lavoro, né una famiglia né dei figli?

Il mio amico tentò il suicidio tre settimane dopo.
Da allora non ho più avuto nessuna notizia di lui.
Mi piace immaginarlo ancora vivo, in Oriente, o in Africa dove lui voleva andare, e magari, ora se ne sta all'ombra un grande Baobab, e senza computer.

Per qualche ora, anche se mi pare impossibile, il mondo potrà fare a meno di me e delle mie parole inutili.

sabato 20 ottobre 2012

Io, e il mio ragazzo inutile


Ho avuto molti amori e alcuni inutili, pochi a dire la verità.
Quelli che ho dimenticato per vederli riaffiorare in strada e senza un perché, senza nome né storia, semplicemente come un azzurro intenso di occhi o l’intercalare che sì, mi ricorda proprio quel tizio senza nome che pure mi ha baciata tenendo le mani sudate nel chiodo, che tremava e non sapeva che fare, lì sotto il tunnel della stazione, in un dopo pranzo torrido di fine estate.
Di lui non ricordo nemmeno dove abitasse, forse la scuola sì, quella da cui uscivano sempre bei ragazzi e che mi era proibito avvicinare perché c’insegnava mia madre.
Perché mi hanno fabbricata con la strana propensione a innamorarmi di chiunque abbia una buona ragione per non ricambiarmi o per essermi ostile: si chiama Karma o destino, forse carattere, fate voi.
Il problema è che non credo di aver mai passato un giorno della mia vita senza avere accanto un uomo: fidanzatino, ragazzo, boy, marito, convivente, amante. Me ne vergogno, tanto, e comunque ho cercato di evitarlo, ma ognuno ha la sua via, e la mia è stata quella di dovermi sempre confrontare con l’altro, spesso lontano, immaginario, meglio se assente, ma comunque ombra costante e ostacolo alla mia autonomia di donna.

Forse si chiamava Francesco, il tizio, mi pare, e somigliava a Iggy Pop. Beh, gli somigliava appena visto che aveva labbra che parevano un bocciolo di rosa all’alba e la pelle liscia e bianca come quella di un neonato.
Perché a sedici anni si ha quella faccia lì, i denti ancora da latte nonostante le prime sigarette e l’erba, e la birra che buttavamo giù al bar dell’angolo fino a sentirci male e sempre prima del compito di greco.
Credo di non averlo mai studiato il greco.
Penso di essermi rivenduta anche i libri e il grosso e maledetto vocabolario.
Ma avevo un insegnante molto comprensivo, all’epoca stanco ma un tempo straordinario, che preferiva distribuire un bel sei politico piuttosto che spiegarci le ragioni per cui sarebbe stato assai più utile studiare, e io, che lavoravo a maglia nell’ultima fila, sotto i cappotti, me lo meritavo proprio tutto quel voto.
Ero la rappresentante ufficiale dei talentuosi senza volontà, quella del dieci in italiano e il due in chimica: la ragazzina diversa di cui diffidare.
Quella che se la faceva con quelli di terzo. Che se poi era solo per ascoltare musica nel sottoscala poco importava: il marchio a fuoco fa ancora parte della nostro vivere sociale. Anche se si sono fatti più colti non dimenticano mai chi sei. Gli stessi che non mi passavano la versione, credo. Quelli delle scritte calunniose nei cessi e la figuraccia pubblica a una festa di compleanno, davanti ai genitori.
Ero la pietra dello scandalo, o solo quella che in molti avrebbero voluto avere.


Comunque, se loro non mi volevano con il mio chiodo nero e gli anfibi londinesi e il mio amore per la Beat Generation e il teatro, ebbene io avevo un mondo enorme da esplorare.
Se il mio margine era la loro incapacità di capire e vedere al di là della propria dedizione verso le lingue morte, allora il mio rifugio sarebbe stato Francesco o come si chiamava e le infinite ore inutili sotto il magnolio di fronte al liceo vuoto, a parlare di Nietzsche che avevamo letto appena, ma che così fuori dagli schemi ci pareva il solo a poterci capire, lui e i suoi baffoni, e la sua aria antica.

Tra i cocci di bottiglia e le sigarette spezzate nelle tasche scucite, io e il mio ragazzo dimenticato ci scambiavamo timide occhiate, eravamo simili nella nostra malinconia immotivata, nella ribellione irrazionale verso chi e cosa ancora non ci era chiaro.
Dovevamo ancora capirlo il mondo. Scoprirlo quantomeno. Forse, imparare a leggerlo.
Perché a sedici anni siamo solo energia in potenza, un motore da accendere, un nucleo di capacità ancora tutte da sperimentare.
Sono stata fortunata, io.
Nonostante l’autostop e le passeggiate notturne in solitaria, nonostante la mia aria da ragazzina ribelle e navigata, le risposte pronte e il “vaffa” sempre a fior di labbra, nessuno mi ha pugnalata.
Nonostante la mia propensione al rischio, io, non sono morta ammazzata, al ritorno da scuola, nel portone di casa e dalla mano armata del mio ragazzo inutile.  

(Foto di: Nini Truden)

venerdì 19 ottobre 2012

Un uomo ordinato


Lei e il Signor P. si vedevano, soltanto di notte, nel piccolo appartamento in via degli Ibernesi dove Miriam viveva, una stradina chiusa al traffico che curva morbida dall’arco del palazzo del Grillo sino alle scale che scendono su via Baccina, a Monti.
Di norma due volte la settimana, lui decideva quando e se, le faceva uno squillo per dirle di aspettare in casa e che prima o poi sarebbe arrivato.
Così da un paio d’anni.
Dopo quei tre monosillabi e l’ordine insindacabile di non muoversi da lì, la donna scendeva a comprare qualcosa per cena e poi sedeva sull’ampio davanzale, in attesa, e guardava il sole arrossare i fori o la luna imbiancare il Campidoglio con sottofondo pop romantico italiano.

Leva quella robaccia che ti fa andare il cervello in pappa. Amore, cuore, dolore... robaccia per donnine stupide!, iniziava a dire entrando in casa e prima del consueto giro di ricognizione.
Perché il Signor P. aveva l’abitudine, ancora con paltò e quotidiani sotto il braccio, di verificare per primo il lavello della cucina dove mal sopportava di trovare rimasugli di cibo così come tracce di calcare.
Non hai imparto un cazzo!, aggiungeva con espressione di chiaro disprezzo se trovava la pasta fuori dai barattoli o la marmellata fuori dal frigo o il tappetino del bagno appena appena umido.
Sei una bambina cretina! diceva ancora, come parlando tra sé, mentre già che c’era dava uno sguardo anche agli armadi e ai cassetti della biancheria: sei sciatta!, disattenta, una povera imbecille!, concludeva serio, guardandola come se avesse commesso il più efferato dei delitti.
Se Miriam reagiva nel modo giusto, P. poteva decidere di punirla in maniera commisurata all’errore, o lasciarla in ginocchio al centro della stanza, nuda, mentre lui, prima di andarsene senza salutare, mangiava, leggeva i quotidiani o guardava la tivvù.

Una volta, il Signor P. lanciò la frittata contro il muro e non si fece più sentire per un mese. Solo in seguito scoprì che era stata la cipolla a dargli noia: una submisive deve essere perfetta, Miriam, le aveva lasciato detto sulla segreteria telefonica.
Dopo quella lunga assenza, comparve senza preavviso sulla porta e con un paio di biglietti per la Turandot.
Quella, Miriam ha conservato persino la ricevuta del taxi, fu una serata perfetta.
O quasi.
Il Signor P. arrivò nel tardo pomeriggio e scelse per lei l’abito che avrebbe indossato. Per evitare perdite di tempo aveva comprato più paia di calze e di diverse sfumature di grigio.
Dopo averle preparato il bagno, lavato la schiena, asciugato con cura i capelli e pettinati come piacevano a lui -legati stretti sulla nuca e pieni di fermagli affinché nemmeno un ricciolo potesse ribellarsi al suo volere- l’aveva vestita da capo a piedi compresi i gioielli. Un giro di perle e basta.
Arrivati a Caracalla le aveva preso la mano e baciata più volte, quasi quella fosse una storia normale, un rapporto di libero scambio e di amore.
Dopo, mentre Miriam saltellava verso il portone come una bambina, P. le aveva annunciato che sarebbe tornato a casa e che ne aveva abbastanza di lei per quella sera.
Dopo tanta gioia il dolore è necessario, aveva detto con una certa indifferenza e tenendosi a qualche metro di distanza, mentre gli occhi di lei si facevano liquidi nel buio dell’androne.

Così, il grande giorno era arrivato.
Per i suoi trentasette anni Miriam aveva organizzato una festa, un drink per gli amici più cari alla vineria di Via dei Serpenti.
Dopo la Turandot sarebbe stata la prima volta che si vedevano fuori dal suo appartamento.
Aveva tirato fuori un vecchio abito di nonna in crepe de Chine rosso ciliegia che ben si adattava alla sua corporatura esile e alla pelle bruna.
Era andata dal parrucchiere e dall’estetista, aveva comprato un paio di sandali gioiello alti al punto giusto e aveva fatto attenzione affinché niente, nemmeno lo smalto che aveva ai piedi, potesse dispiacergli.

P. era stato chiaro.
Togliti quella robaccia dal viso!, le diceva, e Miriam correva a struccarsi.
Piantala di vestirti da troia!, e Miriam dava via ogni abito troppo aderente o troppo corto.
Non sei un maschio, cazzo, metti i tacchi!, e Miriam chiudeva nel baule i suoi vecchi e cari anfibi londinesi.
L’appuntamento con gli altri era alle nove mentre P. le aveva promesso che sarebbe arrivato appena finito in redazione.
Vengo, vengo, le aveva detto spazientito al telefono, e aveva aggiunto un ben augurale: Sei una donna lagnosa e stupida!, non so chi me lo fa fare a venire.

Passate le dieci Miriam vide P. attraverso la vetrina.
Era al telefono e faceva un sacco di moine.
Forse parlava con sua moglie o con il figlio, pensava la festeggiata mentre scartava regali e raccontava agli amici di sé e del lavoro e di tutta la quantità di cose belle che le stavano capitando in quelle settimane.
P. entrò in vineria visibilmente scuro in viso.
Poi, presentandosi agli amici cambiò espressione e mood, riservando a Miriam pochi sguardi e tutti ostili.
Così, la donna cercò di far passare il più rapidamente possibile quell’ora e salutati gli amici si avviò verso casa con il Signor P. che le camminava accanto in silenzio, come in silenzio salì le scale e in silenzio fece il rituale giro di ricognizione.

L’avrebbe lasciata lì da sola proprio in quella serata speciale?
Era da lui, sì, era una possibilità da non scartare.
Oppure l’avrebbe messa faccia nel lavello affinché tirasse via con la lingua anche la più piccola briciola di pane? Magari una microscopica mollichina rimasta incastrata nel maledetto tubo di scarico?
Tremava e si domandava cosa aveva combinato stavolta di cui non si era resa conto.
Adesso levati di dosso quella roba, e Miriam si spogliò, aspettando ogni volta il suo assenso, Voltati e piegati sul tavolo.
Immobile!, e P. lanciò la sua giacca sul divano.
E non voglio sentire un respiro, nemmeno uno, aggiunse l’uomo chinandosi sul corpo di lei che già fremeva.

I colpi furono tanti e tutti diversi.
Diverse la pause tra uno e l’altro, più lunghe o brevissime, dilatate e calme le parole pronunciate ora con tenerezza ora con furore, in un tempo dal ritmo imprevedibile e incostante.
Quando il Signor P. sedette sul divano e le ordinò un bicchiere di bourbon Miriam sentiva solo un intenso e sottilissimo bruciore, che partiva dai talloni per arrivare alla nuca.
Ti basterà almeno per tre settimane, le disse, e adesso, prova a immaginare cosa dovrai subire per arrivare alla perfezione.
Miram s’inginocchiò e gli passò la lingua sulle scarpe.
Bene, disse lui, Forse cominci a ragionare.


domenica 14 ottobre 2012

Generazione "sticazzi".


Ogni giorno sono spinto a dire TU al mio amico più vicino, e mi trovo inadeguato al compito. Qualcuno mi fa una domanda ma lo sforzo per strapparmi una risposta è troppo grande, e, un sorriso incapace mi trema sulla faccia, mormoro qualcosa di inadeguato e entrambi moriamo un po'. Sono intrappolato da quello che sono, da quello che sono diventato, da quello che diventerò se non ne esco fuori.
(Julian Beck, La mia vita nel Teatro)




È passato un anno da quando ad Amelia, per uno degli incontri letterari organizzati dal collettivo “donne di Amelia” e dalla scrittrice Sandra Petrignani, si rifletteva assieme a Marco Lodoli a proposito di linguaggi e di giovani.
In un tempo non troppo lontano, che io ricordo bene anche se di riflesso, il Beat72, storico teatro romano nato dal coraggio di Ulisse Benedetti, organizzò un happening di poesia di ben sedici serate –una kermesse impensabile oggi- e che coinvolgeva poeti italiani e stranieri, gruppi di musica underground e una quantità oceanica di persone –fino a trentamila presenze. Per quello che a ragione si poteva chiamare un “evento”, da tutta Italia giunsero giovani, intellettuali e quella che un tempo si chiamava intelligencija, termine russo oggi in disuso, e che indicava un gruppo sociale di persone “rappresentative” e che svolgevano un’attività intellettuale.

Parliamo di un tempo in cui di tecnologie nemmeno si parlava e i giornali dedicavano pagine intere al teatro d’avanguardia, quando il Living Theatre inneggiava alla rivolta contro il “sistema” e il termine “gossip” ancora non era stato esportato, quando i politici in bianco e nero non erano soltanto icone mediatiche ma veri e propri tecnici del pensiero e dell’ideologia. Non si tenevano omologanti corsi di “public speaking” e ognuno portava in scena la propria personalità. C’era ancora la censura, certo, e il muro di Berlino stava sempre lì, però in piazza ci si baciava e ci si dava del “tu”. Si faceva l’autostop e il leitmotiv di molti ragazzi era un cantilenante “che ce l’hai cento lire” che non li faceva sentire più “sfigati” degli altri, ma parte della società civile.
Ci confrontavamo in Piazza e nelle palestre delle scuole, dove il solito fighetto di terzo liceo teneva noi ginnasiali sotto scacco e ci riunivamo in collettivi, dove ogni azione partiva dalla parola e dal rapporto dialettico, dalla comprensione e dalla confutazione di teorie e idee.

Gli organizzatori del Beat72 avevano annunciato per una delle serate inaugurali dello storico happening la presenza di Patty Smith che, invece, non arrivò. Il pubblico, assai più reattivo di oggi, iniziò a lottare per prendere in mano il microfono. Da lì, il caos. Non oso immaginare l’agitazione di Ulisse -per il quale ho lavorato- e il via vai confuso di gente dal palco finché una ragazza prese in mano il microfono e più di un’ora intrattenne il pubblico tra discorsi incoerenti e continui “cioè”. Così, “la ragazza del cioè” passò alla storia come simbolo della mancanza di cultura dei giovani e agli happening di poesia si sostituirono case editrici a pagamento.

Negli anni novanta, si è passati a un intercalare più pragmatico e, tra Renzo e Lucia, l’Illuminismo e Voltaire, tra Dante e Petrarca e la prima guerra mondiale, i giovani hanno iniziato a prender tempo e riempire vuoti di memoria con più sostanziali “praticamente”.
In un tempo governato dal marketing e dal dio denaro, ciò che di fatto si possiede pare essere l’unica via d’uscita dall’anonimato. Ciò che sei, passa necessariamente da ciò che hai e che “praticamente” ti rappresenta: l’automobile, la moto, il cellulare ma anche la fidanzata o la trama di un libro.
La ricerca di un’immediata, seppure transitoria, versione pratica di ciò che si conosce diventa l’intercalare più frequentato.
La conoscenza come pensiero e arricchimento personale non ha più alcun valore e nessuno si accontenta più di guardarlo sul palco Julian Beck tanto che, quando nel 1995 la “Pergola” di Firenze diede forfait a Judith Malina e riuscii a sistemare la Compagnia del Living nella ex SNIA viscosa sulla Prenestina, mi trovai a tu per tu con ragazzi non troppo più giovani di me, che non conoscevano né Beck né l’importanza del teatro politico e di partecipazione: non ha senso parlare di rivoluzione se non la si può tenere in mano o rivenderla a qualcuno.

La deriva, però, la stiamo toccando oggi, quando il giudizio che non corrisponde al nostro viene sdoganato con uno “e sticazzi” che mette fine a qualunque discussione.
Come si può, infatti, avere un dialogo con chi fa spallucce e sorridendo ti risponde in questo modo?
Perché i soliti lettori permalosi non si offendano, con conseguente insulto, quelli che ritengono di dovere essere necessariamente coinvolti in un giudizio anche quando il pensiero di chi scrive non è rivolto a loro, dirò che il web è fondamentale e ha moltissimi aspetti positivi e che molti giovani sono straordinari... bla bla bla... Sta di fatto che generazione “sticazzi” mette fine alla dialettica e al bagaglio culturale di ognuno, è la morte del confronto costruttivo e la vittoria di un individualismo di bassa lega che non è quello dell’esaltazione di sé attraverso il talento ma tramite l’insulto.
Basta esistere per “essere”.
Su twitter ci sono Mr e Miss “sticazzi” che svolazzano tra gli altrui punti di vista, talvolta “rappresentativi”, rispondendo a provocazioni ragionate con un intercalare che nessuno, dotato di un minimo di sale in zucca, non può non ritenere offensivo.
Lo “sticazzi” così praticato oggi, mette un punto definitivo al concetto di “società civile” e di democrazia. Il paradigma, ossia una teoria universalmente riconosciuta, è stato sostituito dal gusto personale che non si può né si deve discutere. Poiché l’individuo è diventato centro di se stesso e dell’umanità intera.
Ciò che non capisco, che è lontano da me, che non m’interessa o che non corrisponde ai miei gusti viene rimosso nell’angolo degli “sticazzi” dove sicuramente finiranno presto anche Voltaire, l’Illuminismo, Dante, Petrarca e i Promessi Sposi.
Il senso di inadeguatezza a una domanda non mette più in discussione la nostra capacità di analisi, ma semplicemente viene messo da parte, così come nessuno si sente morire un po’ di fronte alla propria umana e meravigliosa incapacità, che altro non è che possibilità di crescere.  

giovedì 11 ottobre 2012

Notturno



Erano stati sino alle due a Trastevere in un locale dalle luci basse e la musica a tutto volume. Lei gli aveva raccontato di sé e dei suoi amanti, “i miei maschi” come li chiamava per vederlo corrugare la fronte. Erano un paio d’ore che gli diceva di certe storie che lui e la sua morale avevano mille volte immaginato, ma mai visto incarnarsi in una creatura all’apparenza così innocua. L’aveva ascoltata senza mai distogliere lo sguardo dalle sue labbra piccole e carnose, imbrattate da un rossetto troppo scuro e volgare, mentre si domandava come avessero fatto, gli altri, ad avere pietà di lei.
Aveva aspettato che finisse e che con un sorriso soddisfatto dichiarasse «Con te sono a quota cento...  certo, se t’innamori di me, altrimenti non vale: quelli che non hanno fegato non entrano in classifica».
Solo allora e dopo che lei aveva finito la sua birra, l’aveva trascinata fuori e l’aveva presa con forza, quella della stanchezza e dei super alcolici, della rabbia e dell’indecenza. L’aveva posseduta come mai era successo prima con nessuna e come mai avrebbe pensato potesse accadere. In un vicolo, e con la complicità di un muro, l’aveva sollevata, minuta e sottile che si sarebbe potuta spezzare, e le aveva strappato gli slip sottilissimi lasciandole la mano sulla bocca perché non urlasse.
L’aveva tenuta così per quasi un’ora ma ancora non gli bastava.
Lei aveva lo sguardo distratto, pensava, già lontana chissà con chi e chissà dove, e gli passava le dita tra i capelli corti e ricci, con tenerezza e afflizione complice. Ed era stato quello sguardo dolce e compassionevole che sapeva tanto di una prassi consolidata, di una tecnica di seduzione già messa in atto e un po’ scontata a farlo andare in bestia, mentre la teneva su con braccia stanche e pensava a tutti gli altri, ai loro nomi e le loro facce e che lei, forse, aveva guardato nella stessa maniera.

In taxi aveva continuato a farle male stringendole l’interno coscia e badando che non mugolasse troppo dopo averle infilato due dita in bocca.
Gli piaceva torturarla a quel modo tenendo lo sguardo fisso nello specchietto e negli occhi dell’autista, che di tanto in tanto si concentrava anche sulla strada.
Poi l’aveva presa per le scale e poi di nuovo sulla porta del suo studio, ancora in piedi e in bilico. La donna sopportava bene quel dolore e quella pena che lui, razionalmente, non avrebbe saputo decifrare e forse, nemmeno ammettere.
Lei gli domandò da bere, lui la trascinò in cucina, dove senza lasciarle il braccio, le versò lui stesso tra le labbra dell’acqua lasciando che colasse ovunque, e di nuovo la prese.
La mise di schiena e guardò quel corpo minuto e perfetto che si sarebbe lasciato punire volentieri per tutti quei racconti inventati per farlo imbestialire. Allora sfilò la cintura dai pantaloni, ma lei si voltò, e come ogni notte e ormai da mesi gli disse «adesso fermati, ti prego, ora devo andare».
Lui l’aveva trattenuta abbracciandola con quanta forza aveva, nelle speranza che il suo piccolo corpo potesse disfarsi e scomparire sempre.
«Io ti amo», le aveva detto sentendosi ridicolo come un bambino alla lavagna che non sa la lezione.
«È un anno che me lo dici, è un anno che andiamo avanti a forza di promesse vaghe, che m’impedisci di avere una mia vita e altre storie e che se ho bisogno di te per qualunque altra ragione che non sia il sesso, tu non ti fai vedere».

L’uomo, che adesso sembrava di nuovo in sé, tirò fuori dal cassetto dello scrittoio una pistola.
«Quest’arma non è stata dichiarata», lei lo guardò interrogativa, «Significa che stanotte ucciderò mia moglie».
Tolse la sicura e puntò l’arma contro la donna che lo guardava sorridendo.
«Lo dici sempre. Forse non ti credo più», e scoppiò a ridere.

Quando Mara si svegliò le luci del mattino erano già alte.
Un sole settembrino non ancora rassegnato all’oscurità autunnale filtrava dalle persiane malmesse.
«Mi passa il dottore?», rimase in attesa e nel frattempo mise su il caffè e aprì le imposte della piccola cucina verde acqua.
Afrodite era già sulla porta con il guinzaglio in bocca «Buona piccola, dammi ancora un’ora... Dottore?, buongiorno, mi perdoni, dovremmo anticipare l’appuntamento: questo sogno ormai è un’ossessione... », e scoppiò in un pianto infantile mentre il medico cercava un buco nella sua agenda.

L’appuntamento era per le sei in Piazza del Drago.
Mara amava quella passeggiata, forse aveva scelto quell’analista proprio per quella ragione, per i vicoli che percorreva ogni volta e che la conducevano da lui quasi per caso.
Quel sogno si ripeteva ogni notte da quasi un anno. Diverso nei particolari, talvolta, ma il tono era quello, così come la luce, i rumori di fondo; uguale la bramosia e la rabbia di lui, e il suo piacere che la portava ogni volta a raccontargli particolari sempre più intimi di quelli che erano stati i suoi presunti amanti.
Ma stavolta aveva visto chiaramente il taxi svoltare per via dei Coronari e fermarsi vicino a una piazzetta con fontana.
Non ce la faceva a rimanere a casa e così decise di uscire con Afrodite. Si diresse verso Campo de Fiori e da lì, attraversato Corso Vittorio arrivò ai Coronari.

A metà strada proprio sulla piazzetta c’erano alcune volanti della Polizia e capannelli di gente dall’espressione incredula e sconvolta.
Mara domandò: una donna era stata uccisa nel suo appartamento, si presumeva una rapina.
A disagio e con le gambe che non la reggevano entrò nel baretto all’angolo per ordinare qualcosa di forte.
Un uomo bruno, non particolarmente alto le arrivò alle spalle. Mara lo vide attraverso lo specchio, tra bottiglie e bandierine e lo riconobbe subito. Si voltò di scatto rovesciando il bicchiere di bourbon.
L’uomo la guardò sorpreso e con un’espressione grave le afferrò il braccio sottile «Ma noi ci conosciamo già... ».

(Foto: Roma perduta di Maurizio Rauco)

domenica 7 ottobre 2012

#DerivadiFeisbùc


L’invito insistente

Sono ore che scrivo, che cerco d’imbastire un post sul “tradimento” che non sappia però di luogo comune, ma sono costretta ad abdicare. Mi riesce più semplice parlarne attraverso storie immaginarie, perché alla fine, gira e rigira, del tradimento e delle sue cure possibili non se ne può proprio più soprattutto quando, nonostante tutto ciò che si è scritto, ci ostiniamo a meravigliarcene ancora.

Ciò di cui mi meraviglio sul serio, invece, è che nonostante i millantati corsi e le numerosissime lauree in Scienza Comunicazione, e quando in tanti si dicono maghi nel self management e dello start up d’impresa, ancora in troppi si dedicano all’arte di scatenare odio e rancore, il “ban” e lo sputtanamento pubblico da parte dei propri “friend” di feisbùc.
Non è raro, infatti, leggere status del tipo: basta inserimenti nei gruppi!, vi prego non invitatemi più da nessuna parte!, tra poco sarò costretto a cancellare chiunque m’invii inviti.
Hanno ragione, perché basta.
Perché mi costringete a scriverlo per esteso e a caratteri cubitali che non se ne può più d’inviti a manifestazioni che il novantotto per cento delle volte vengono declinati con un paio di bestemmie domenicali.
Stamattina me ne sono arrivati otto.
Ieri ne ho cancellati duecentosei. DUECENTOSEI!

Corse campestri in Valle d’Aosta, meeting di motociclisti nel Veneto, incontri tra maghe e tarocchiste, corsi di scrittura creativa tenuti da Pincopallo e Sempronio – perché poi, più le case editrici sono piccole più corsi devono mettere in piedi-, corsi di fotografia e poi mostre, spettacoli, fiere: della salsiccia, della melanzana arrostita del topinambùr e del burro di arachidi.
Iniziative tra le più diverse e che non interessano quasi mai il ricevente.

Sorvolo su quelli che sono gli aspetti positivi del social media, li conosciamo tutti: amicizie, minor senso di solitudine e informazione 24h e di vario genere, soprattutto non condizionata dai governi che vogliono farci sapere solo ciò che più li tutela. 
Ed è anche per questo che mi preme sensibilizzare qualcuno a evitare certi eccessi, perché la vita su Faccialibro è ormai tutto un evento, ossia, nessun evento.
Eh sì, perché a pensarci bene, questa parola, nata grazie ai “PR” in voga dei locali della capitale durante i favolosi anni "dell’edonismo reganiano", significa veramente poco.
Perché se l’evento è la presentazione del libro di Caio nella libreria di Tizio presenti dodici persone -dico dodici- per la metà familiari allora vorrei sapere per quale motivo si tratta di un “evento”.
L’evento si riferisce a un avvenimento lieto o disastroso già avvenuto o che potrebbe avvenire: una calamità naturale, una nascita, l’inaugurazione del più esclusivo shopping center del pianeta, il primo però, perché già il secondo non è una novità.

Vedo amiche che hanno il dono dell’ubiquità e che in un solo pomeriggio partecipano a una manifestazione nazionale a due mostre e a un reading letterario.
Perché alla fine, anche per gli organizzatori quella di FB è una vera e propria trappola più che un’opportunità. Infatti, finché non rifiuti l’invito o non accetti, finché non clikki su uno di quei maledetti pulsantini e non chiedi di eliminare le notifiche riceverai duemilacinquecento aggiornamenti.
Succede quindi che i meno sinceri, la maggior parte dunque, quelli che preferiscono tenersi amici un po’ tutti, accetteranno l’invito dimenticando poi di andarci.
Gli organizzatori si troveranno con un catering per centro persone da distribuire ai venti carissimi amici arrivati puntuali perché proprio non potevano farne a meno.

Intanto, come dice un mio carissimo amico scomparso dai pixel già qualche mese fa, in questo momento è meglio il “non esserci” di morettiana memoria anziché l’esserci male. Uno dei motivi per cui mi rifiuto di mettere la parola “fine” ai miei manoscritti, è proprio quello di vedermi costretta a inviare e mail amichevoli con il link su cui acquistare la mia novità letteraria. Ma questo è un altro argomento che ha più a che vedere con la #derivadellaletteratura ed è una storia che prima o poi analizzerò cercando di non farmi prendere la mano.

Ma tornando a Faccialibro, vogliamo parlare dei gruppi?
Devo soffermarmi su quante volte mi risveglio partecipante a gruppi cui non ho mai deciso di aderire?
Gruppi che sono così distanti dai miei interessi che mi domando se quelli che m’inviano sono gli stessi che clikkano “mi piace” al mio post senza nemmeno averlo letto, gli stessi che mi domandano in DM chi sono e cosa faccio dopo aver rituittato un mio articolo e quando il mio curriculum è su almeno cinquanta portali diversi visto che sono disoccupata. Gli stessi che commentano senza leggere i link che generosamente posti e che dicono esattamente il contrario di quanto loro affermano, probabilmente, chi m’invita ad acquistare un giornale di destra non ha mai scorso nemmeno la mia bacheca. E questa, io, la chiamo mancanza di rispetto.


Perché basta veramente poco per fare del marketing intelligente e far sì che il nostro prossimo non s’imbestialisca, ma anzi, partecipi di buon grado alle nostre strabilianti iniziative. Basta un minimo d’impegno in più, per evitare che il ditino impertinente “flagghi” chiunque indiscriminatamente solo perché ha avuto la malsana idea di mettersi su feisbùc senza riuscirne più a venirne fuori.
Perché è una perdita di tempo portare il mouse in alto a sinistra e sbuffare, andare sulla pagina e clikkare che no, non voglio più ricevere notifiche e che sì, voglio assolutamente uscire dal gruppo. Perché è una noia quando ne arrivano otto in una sola mattinata e duecento a settimana.

Allora. Se nonostante avete già sperimentato che la comunicazione su feisbùc non funziona o comunque non funziona come speravate, ma vi ostinate a credere che sia comunque meglio di niente, fate almeno un elenco di massima dei vostri contatti dividendoli, chessò, per città, regione o interesse. Se avete poi una segretaria –giovane per carità e senza esperienza-, visto che sicuramente sta già su FB da mattina a sera, fatele fare questo genere di lavoro così almeno si risparmia le palpitazioni di essere beccata in flagrante in chat.
Evitate comunque di inviare troppi inviti –direi che uno al mese è già seccante- fate dei gruppi di massima o domandate a ogni contatto –so che è una fatica ma è meglio che sentirsi mandare pubblicamente a quel paese- se desiderano o meno essere aggiornati sulle vostre attività.
Questa è una vecchia legge di mercato: un eccesso di informazione equivale a nessuna informazione.
Ah... lo stesso vale per il tradimento, quando pensiamo di conoscere così bene la persona che ci sta accanto da sembrarci impossibile che possa capitare proprio a noi.  


sabato 6 ottobre 2012

THE RED LIST #Nina

















Prima o poi scoprirai di essere sulla RED list di Nina o di una sua amica



Certi uomini, Nina è in grado di riconoscerli attraverso il monitor.
L’eccesso di spirito che l'incendia da subito –quello adolescenziale un po' cretino che non si levano mai di dosso- un’ambiguità di fondo che lascia l’amaro in bocca –mai dire tutto, mai-, un tempismo straordinario nell’arrivare proprio all’ultimo secondo, quando già lei si rivolge altrove, e con un DM da fare arrossire –solo tu mi puoi salvare.
La ragazza, perché anche se donna fatta Nina è ancora una ragazza, ha una passione per i poco impegnati, per quelli che oggi ci sono e possibilmente domani non più.
Lo vuole coraggioso nell’assalto e rapido nella fuga: perché così si sente mancare, perché così le va il sangue al cuore, perché solo così fa male.

L’analista di turno, e la stessa Nina, che seziona argomenti e parole come fa per lavoro, avrebbe molto da dire: padre assente ma amabile e bello –con le altre-, madre trasfigurata dal rimpianto, l’imprinting con un amore fatto d’insulti and so on...
Nonostante lo sguardo oggettivo di chi seleziona il personale per una grande azienda, Nina vede in quelle relazioni "casuali” e della durata massima di sei mesi, il giusto mix tra passione –max una volta al mese, breve ma intenso, in un hotel tre stelle a metà strada-, e abitudine: salutini, faccine e baci della buona notte on line.

Al momento ci sono Carlo, Michele e Maurizio, sposato, sposato e single.
Carlo l’ha conosciuto off line al matrimonio di sua sorella.
Ricordo lontanissimo di una cotta adolescenziale, in realtà il solo con cui scambiare quattro chiacchiere, all’epoca su Gilera e con capello biondo platino al vento, oggi in macchinona e completamente calvo.
Riapparso su FB con iniziali “mi piace”, ha continuato con inseguimenti su twitter e si è dichiarato infine su Skype, mostrandosi già la prima volta senza pantaloni.
Non ama scrivere –questo è chiaro- e a Nina dispiace, lettrice di premi letterari e scultrice per hobby, comunque aspirante artista e grafomane, non vede l’ora di riversare su monitor l’infinita serie di luoghi comuni che le passano per le dita.
Non ha ancora capito se Carlo le piace sul serio, sa solo che appena comincia a immaginarsi distesa con lui da sola da qualche parte, lui, sparisce. Risponde tardi e solo con faccine, insulsi “come stai” senza punto interrogativo, lagnosi “periodaccio”, eloquenti “non respiro” o conclusivi “sto di fretta”.

Michele è spregiudicato e iperattivo come tanti agenti di commercio. 
Con lui si va meglio in chat e per sms.
La prima cosa che le domanda ogni volta è se porta culotte o perizoma e di che colore, e lì si ferma.
Michele lavora di effetti speciali, foto di spettacolari fiori e tramonti romantici sono la sua specialità, brani pop italiani che le ricordano un vissuto comune: spalline, capelli colorati con gli spray, furti nei grandi magazzini.
Michele è in grado, nonostante viva in fondo allo stivale, di riversarle addosso tutta la sua infelicità stratificata, quella di aver messo incinta Manuela, di non aver studiato, di non essere diventato chissà chi.
Chi?
Ma poi si fa perdonare, le domanda scusa e “come stai piccoletta”, proprio un attimo prima di disconnettersi e con brevi DM che tradiscono un immaginario desiderio di averla: al più presto, prima o poi, appena possibile, si vedrà.
Di tanto in tanto si spinge a domandarle foto un po’ spinte che Nina scatta con il cellulare dopo accurata depilazione e bagno caldo.
Aspettare la sua risposta, che si risolve in un paio di monosillabi, è un vero orgasmo!

Maurizio è un Blogger, giornalista in erba, cioè disoccupato. È ostaggio di due anziani genitori che proprio non capiscono cosa ci faccia sempre al PC.
Gli amplessi tra i due si svolgono durante la pausa pranzo, quando i colleghi di Nina sono in mensa e i due anziani a letto per l’italico riposino post piatto di pasta asciutta.
Capita spesso però, che uno dei due anziani, risvegliato da un incubo e in scivolata silenziosa su pattine, compaia in camera di Maurizio che, spalle alla porta, armeggia selvaggiamente tra sé mentre Nina si dimena dall’altra parte del monitor su sottofondo di musica medio orientale.
Perché il problema è anche questo, si dice la ragazza ogni sera, quando nel letto a due piazze di un quartiere dormitorio alle porte della capitale, traccia le linee delle sue storie sbiadite, il problema è che se manca il corpo a corpo ne devi cercare di fantasie! Per questo si è iscritta a corsi di danza del ventre, Flamenco e Burlesque e spende buona parte del suo stipendio in completini super sexy che raramente mostra, visto il pericolo di essere beccata in flagrante.
Mentre fa sesso on line con Maurizio, Nina tiene sotto controllo due monitor e le mani impegnate in chat.
Così, tutto è più semplice.

Quando torna a casa è tutto finito.
Tutta quella fatica grazie a dio non è servita a nulla e lo stato delle cose è quello di sempre.
A Nina non interessa che le cose cambino, è importante è che abbia sempre davanti agli occhi l’assurdità di un’unione che troppo spesso non ha senso, e di cui quasi mai si ha la forza di liberarsi.
La sera, la ragazza si dedica con amore all’anziana madre che non fa che maledire il giorno in cui sua figlia è nata, e poi si chiude in laboratorio con le sue sculture.  
È solo quando traccia le linee di un viso immaginario, che il solco di una lacrima si fa presente e viva, necessaria, come se piazzarla lì, proprio al centro della guancia di un materiale inerte, servisse ad asciugarla per sempre dal suo cuore.

giovedì 4 ottobre 2012

Anch'io sto con Pessoa


Erano mesi che non sentivo Roberto Cotroneo. Alcune settimane fa avevo letto un suo pezzo su "Sette" che parlava di quanto, nel 2.0, gli amici siano sempre più fisicamente distanti e non chiamino più, accontentandosi di un commento on line, di un tweet, di un post.
Vinta la mia innata timidezza -che ci crediate o no è così- l'ho chiamato.
E' stata come sempre una chiacchierata costruttiva, sicuramente per me, e non solo sulla scrittura, l'editoria e tutte quelle cose di cui l'allieva parla con il Maestro, ma anche sull'amore.
Con il suo consenso, e credo in esclusiva sul web, vi propongo un'intervista che Roberto ha rilasciato a Nicoletta Melone per "A"che parla, appunto, d'amore.
Penso che certe parole, le sue, ci faranno riflettere un bel po'.
Mettetevi comodi.



ROBERTO COTRONEO
Ma se l’amore se ne frega dell’anagrafe

Evitare la passione dopo gli “anta”? Sbagliato. Uno scrittore
(appassionato) replica a Conti
di Nicoletta Melone – per “A”.


No, non ditelo a lui che bisogna “rispettare le stagioni della vita per evitare il ridicolo”. Che l’amore va maneggiato con circospezione, soprattutto a una certa età. E con persone di un’altra età. «L’amore prudente è un ossimoro», dice. Un controsenso, una contraddizione.
Roberto Cotroneo, giornalista e scrittore, non è tipo da freno a mano tirato, da sentimenti omeopatici, da affettuose canaste sul lago dorato. Sarà che è più vicino ai cinquanta che ai sessanta (è del ’61) ma questa storia che a sessant’anni è meglio andarci piano con i sentimenti forti (e le fidanzate giovani) non lo convince. Di più: trova che la teoria della cautela “non funziona nemmeno da un punto di vista squisitamente teorico antropologico.
Chiaro? E per spiegarlo meglio, sfodera le sue doti di carismatico prof (giornalismo alla Luiss) e di romanziere. Tira in ballo Pessoa e Jung. Il dibattito innescato da Paolo Conti, che ha scritto sul Corriere e ribadito su “A” che a 58 anni l’amour fou non è cosa lo vede schierato con i romantici. Quelli che hanno subissato il giornalista di messaggi di rimprovero (“bacchettone”). Quelli convinti che la passione se ne freghi dell’anagrafe. Sta con i coraggiosi col cuore in mano Cotroneo, saggista e poeta, autore di un romanzo non per niente intitolato Questo amore. E di tweet d’amore che Marco Giusti ha definito la miglior risposta a Conti e ai fautori del prepensionamento sentimentale. È un teorico del forever young. Del romanticismo come must have: «Qualcosa che nella società odierna costituisce la tua identità, il segno di una personalità ricca, complessa. Avere una passione in atto è cool, è come avere un’opera d’arte in casa. È come andare al museo e far vedere di conoscere la pittura astratta: dimostra che non sei un bifolco sentimentale». Il fatto che la sua “passione in atto” sia una bellissima attrice con 20 anni di meno, Gaia Bermani Amaral, è solo un dettaglio. Non ditegli che la pensa così solo per questo. Un amore di cui parlare Cotroneo, fraseggiator cortese dell’epoca di Facebook, cesellatore di sublimi aforismi su twitter, ce l’avrebbe. Ma lui glissa, analizza, decontestualizza. Se ti va bene cita De Andrè. Se no Platone.

Sicuro che Paolo Conti non abbia tutti i torti?
«Quello che dice può essere condivisibile per certi aspetti. Ma non sta in piedi. L’età media si è allungata, la giovinezza si è prolungata. Una volta a sessant’anni andavi col giornale ai giardinetti. I cinquanta-sessantenni di oggi sono i trenta-quarantenni di ieri. Penso a mio padre: non dico di non averlo mai visto senza cravatta, ma quasi. Di sicuro non l’ho mai visto, come facciamo tutti adesso, con un paio di jeans».

Un conto è portare i jeans, un conto è portarsi a casa una ventenne.
«Bisogna chiedersi che ruolo ricopre l’amore nella società moderna. Che è fondamentale. L’identità sentimentale è fortissima. Innamorarsi è un segno di vitalità. Che con l’età diventa anche più importante. E poi non avere vita amorosa ti identifica come una persona arida. A cui manca qualcosa».

Semplificando: se non ami sei uno sfigato. Peggio che non avere lo smartphone.
«Un po’ drastico. Ma rende l’idea. Una volta il grande amore era roba da ricchi. Da nobili. I contadini non avevano tempo di struggersi. Prendevano moglie e mattevano su casa. La passione era un lusso, come arredare il salotto con i mobili di design. Ora, in epoca di consumismo amoroso, l’arredamento di design è alla portata di tutti. E tutti lo vogliono. A costo di accontantentarsi di un’imitazione, di una versione low cost».

Romanticismo e truciolato: l’Ikea dei sentimenti.
«Esatto. Dire “ho 60 anni non m’innamoro” suona chic ma è inattuale. Pessoa scriveva: “Tutte le lettere d’amore sono ridicole. Ma dopotutto solo coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore sono ridicoli”».

Più amour fou per tutti.
«Non sono cose che ti aspetti. Capita. Anche a me, dopo un matrimonio finito, è capitato di pensare “basta”. Ho due figli, un cane. Niente complicazioni. Poi incontri qualcuno e cambia tutto».

Ma com’è che voi maschi cinquantenni incontrate sempre donne più giovani? Questa storia della giovinezza che si allunga funziona solo per gli uomini.
«Non è vero. Anche le cinquantenni sono cambiate. S’innamorano. E fanno innamorare. Lasciamo perdere il discorso della signora col toy boy: che in effetti, è meno socialmente accettato di una fidanzata diciottenne. Masenza estremizzare, non è vero che a una certa età le donne diventano trasparenti».

Guarda caso, lei mica sta con una cinquantenne, sta con un attrice giovane e bellissima.
«Non mi va di parlarne, ma che c’entra? È vero, lei è bellissima. Ma è una questione di sincronicità, di terreno condiviso. Guardi. Lei sarebbe bella anche se fosse brutta».

Paura, mai?
«Hanno più paura i trentenni. Sono più conservatori, più autoprotettivi, si difendono con fidanzate immutabili con cui condividono tutto, anche la password del computer. Consegnati a un mondo precario, incerto, si uniscono e fanno guscio».

Meglio buttarsi, ma che fatica.
«L’idea che l’amore sia una cosa naturale, istintiva, è sbagliata. Una relazione è frutto di un editing continuo».

A proposito di editing. Lei scrive alla sua fidanzata tweet meravigliosi: «Amare è epico, essere
amati è lirico”.
«In epoca di social network gli sms cono l’equivalente delle lettere d’amore. Una volta le scrivevano in pochi. Una cosa da poeti e da scrittori. Adesso lo fanno tutti. L’amore è epico. E si narra on line».

Amare sarà epico. Ma se diventa una comica?
«Sto con Pessoa: l’amore in fondo non è mai ridicolo».





martedì 2 ottobre 2012

Teresa e i consigli di Elsa


La nostra cara Elsa ormai ci è abituata,
Lei sul dar consigli non vuol darsi una calmata,
Ma io non spreco rime a dir dei suoi deliri
perché c’è modo e modo di parlar di ciò cui aspiri.
Che forse è consigliabile un diplomino tecnico
può dirlo in altro modo!, perciò stavolta abdico.

Teresa 2 Ottobre 2012