mercoledì 27 agosto 2014

Loro

Alcuni sono come recidive. Si manifestano quando non hai difese, mentre stendi i panni e ti senti indecente, la ricrescita che ti dice che non hai più trent’anni, la tuta lisa alle ginocchia, il viaggio di cui conservi il desiderio ma non il ricordo, la canzone che avevi ascoltato e che ti è tornata in sogno: lui tra orologi liquefatti di Dalì, in un dedalo che sembra Shining, si guarda attorno in attesa di una salvezza che non sarai tu.
Anche le recidive le senti nel sogno.
È quando dormi che arriva il prurito, l’ansia, la stretta al petto.

Ma servono, sono utili, ti si piantano dentro come una spina di riccio nel piede. Sono lutti che porti avanti per anni. Circuiti elettronici che servono a sopravvivere, a far pompare il sangue, le arterie, storie che non trovano soluzione, rebus che non risolverai mai: perché mi scrive? Che cosa vuole, che cerca?
Come le recidive -febbre leggera, prurito, orticaria- anche loro si presentano sotto forme diverse: amico, maestro, amante. Provocano reazioni diverse e tutte preoccupanti: il bicchiere cade seppure ben stretto in mano, il bidet perde da un anno ma all’improvviso batte un ritmo, il rumore bianco nella notte si fa assordate come un concerto Live dei Led Zeppelin.
Ogni cosa pronuncia il suo nome.
Il refolo di vento è una sua carezza.
Il lampione davanti alla finestra una luna piena e rossa su Positano.
Il ronzio del frigorifero un ruscello in piena sopra una vetta montana.

Come le recidive anche loro andrebbero espiantati. Privati di ogni potere, ridotti a mali di stagione e dimenticati.
Invece è proprio quando voglio e devo condividere un bene e un male più profondi che bussano al portone, quando mi affaccio sull’abisso che la vita mi mette davanti ogni giorno, e che io guardo, che loro inviano un messaggio, quando mi domando che cosa ci faccio, io, qui.
E' quando sono stanca di prendermi per il culo che loro si manifestano.
È quando prendo una benedetta decisione, quando metto un punto (o due): basta!, io non sono questa, e se non sono questa?, chi sono veramente?
 Quando alle domande non c’è risposta che tenga e ci vorrebbe soltanto una fiaba per raccontarla, per dirla tutta, cioè che la vita e il cazzo di tempo che corre mi stanno sfiancando, che dopo i trent’anni sembra che abbia più fretta del solito e che non voglia fermarsi mentre io ho ancora un mucchio di cose da fare.

È soltanto quel male, capace e insistente, che riesce a fermarla, la vita, per il breve istante in cui penso: ecco il mio amante. Mi sfotte, ridacchia.
Dura il tempo che basta perché la fiaba, sempre a un passo da me (da noi) si trasformi in noiosa narrativa iperrealista, interrompendosi quando il dovere mi chiama. Quando la frittura deve friggere, il cane pisciare, l’amica parlare.

Ma un po’ si migliora. Il tempo che scorre alla fine serve a qualcosa. Almeno.
Quando si cresce e si diventa adulte si perde la pazienza. Prima si ride, poi si volta pagina. E basta.
Non sono più disposta a chiedermi prove di autostima e a darmele (di santa ragione) quando fallisco in un rapporto. Non mi ferisco più come prima, non con la rabbia che avevo a quindici anni.

Perché loro non si trasformino come le recidive in qualcosa di più grave, però, devi tenerli d’occhio, sui social, sui social, sui social.
Diventano poi, per lunghe stagioni, spesso per anni, sbiaditi ricordi. Che ti domandi chissà che fa… finché diventeranno pagine vuote di un diario. Blog mai più aggiornati. Un segreto ormai rivelato.
Loro, ancora immobili nell’istante in cui li avevi persi di vista, ogni anno più lontani, meno nitidi, immagini seppiate e non più tridimensionali, non sapranno mai, invece, che non sarebbe comunque mai stato facile averti veramente.

mercoledì 13 agosto 2014

Deriva #54 #derivaditwitter: il tasto ZITTISCI

Evviva! Finalmente su Twitter una utility degna di nota! Il magnifico e nuovissimo tasto "togli voce", ossia "zittisci" che mi ha procurato un orgasmo mentale.
Stamattina di buon'ora ho subito l'incursione di un anonimo follower desideroso di entrare nel novero delle mie #derive, che ha iniziato a sfottermi scherzosamente per poi a entrare in polemica sul mio atteggiamento, a suo dire troppo serio, entrando infine nel merito della mia scrittura senza aver letto di mio niente di più che qualche tweet, un po' come giudicare una donna dai piedi senza vederne nemmeno il viso.
Ma niente paura, perché dopo alcuni botta e risposta –sicuramente troppi- l'importuno cafone è stato zittito grazie alla nuova opzione "togli voce", continuando così far polemica da solo e con gli amici, che qui ringrazio, accorsi in mia difesa. Non che chiedessi tanto al ciarlatano nascosto da nickname se non di manifestarsi e dirmi il suo nome e cognome, come si fa tra persone perbene.
Perché sì, scusatemi, ma di Picopallino frustratelli ce ne sono a iosa sui social e di perdere tempo con loro sono anche un po’ stufa. Il tasto in questione, dunque, ci permetterà d'ora in avanti di ignorare gli utenti più polemici, antipatici o noiosi, che non sapranno mai, contrariamente al “BAN” di essere stati resi invisibili sulla nostra TL.
Per me, che trovo difficile ignorare le false accuse, le critiche infondate e le domande sciocche, questa nuova opportunità è semplicemente geniale. L'ho scritto e ripetuto centinaia di volte che detesto l'uso di Twitter come chat, e non perché non mi piaccia interloquire con gli utenti, ma perché trovo complicato farlo su argomenti seri in soli centoquaranta caratteri. Se si desidera discutere realmente e non per esibirsi sulle TL altrui e acquisire follower, si può farlo per e mail, nel mio caso sul blog, nello spazio dei commenti che, come nel caso specifico di stamattina, permette anche di muovere critiche fondate, o su FB.
Discutere su Twitter fingendosi cauti e attenti critici, celandosi però dietro pseudonimo mi fa lo stesso effetto che prestare la mano a qualcuno perché si faccia una sega. Perdonate il paragone, ma chi si erge a critico letterario senza fare esempi concreti e restando nell'anonimato, senza dare perciò all'aggredito la facoltà di controbattere e di poterlo giudicare a sua volta, mi pare altrettanto volgare.
Quindi, d'ora in avanti, chiunque di noi: stalker digitali, fan rompiballe, logorroici 2.0, viscidi adulatori e critici senza nome, faranno bene a limitare le proprie incursioni, pena la figuraccia di continuare a menzionare a vuoto il contatto in questione. Se anche gli sciocchi sono muniti di tastiera ben venga l’opzione “togli voce”, sicuramente più umiliante di un insulto, eventualità che comunque non mi sono lasciata sfuggire. Ma tolta di mezzo l'utilità del tasto in questione, rimane un fatto a impensierirmi: perché l'esigenza di togliere la voce a qualcuno che comunque abbiamo deciso di seguire? Perché al contrario di un paio di anni fa, il neofita non accetta più di seguire qualcuno senza ricevere il follow back. Ciò permetterà alla twitstar, costretta a seguire qualcuno pena la diminuzione dei seguaci, di mantenere una buona visibilità senza però essere infastiditi dalle loro banalità: ti seguo ma non ti vedo. Ipocrisia dannatamente sottile figlia della naturale #derivaditwitter.

lunedì 11 agosto 2014

Gioielli di famiglia: il mio articolo per la Gazzetta del Mezzogiorno di oggi

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Articolo del 11-8-2014

Parliamo di una Bari diversa, di una città deserta alla controra, d’estate, quando nel silenzio dell’afa pomeridiana si sentiva risuonare per le vie del centro, stretto nel quartiere murattiano, la campanella della biblioteca ambulante che affittava i volumi di narrativa che le ragazze prendevano in prestito, per lo più di nascosto dai genitori, quando ancora la cultura rischiava di essere insidiosa, portatrice di strane idee e grandi rivoluzioni.
Una Bari che, sfogliando gli album di famiglia, posso immaginare soltanto in bianco e nero. Poche le automobili, per lo più Fiat topolino e vecchie Lancia, le stesse che, guidate da giovani universitari o neo professionisti, seguivano come in processione le ragazze di buona famiglia che uscivano dal Margherita, scortandole poi fin sotto casa. Le stesse auto che stazionavano sotto i palazzotti signorili a fare la posta fino a sera, in attesa che la ragazza in questione scendesse da sola: impossibile in un tempo in cui le più belle andavano a passeggio con la scorta.

Lei, Alma Rosa, veniva dal nord, come diceva sempre sua madre, mia nonna Rosetta, loro venivano dall’altra Italia, definizione comprensibile in un tempo in cui capirsi e parlare la stessa lingua sembrava ancora un’utopia.
Erano arrivati da Vallecrosia negli anni ’30. Suo padre, Almo Bibolotti, di stirpe anarco comunista, aveva infilato in auto famiglia e bagagli senza neppure aver pensato a una meta. Decisero di insediarsi a Bari dopo essere stati fermati, a Modugno, dalla processione della Madonna.
La grande Villa Liberty dove Alma Rosa visse la sua breve esistenza barese, prima di trasferirsi a Parigi lasciando dietro di sé un alone di mistero e scandalo, era in viale Orazio Flacco, prima ancora che sorgesse il quartiere Poggiofranco, quando tutta la Bari che adesso si unisce senza soluzione di continuità all’hinterland, non era neppure immaginabile.
Intanto la guerra era finita, e la gioia di vivere, di scoprire e conoscere il mondo era palpabile tra i giovani non ancora ribelli, non ancora politicizzati ma pieni d’idee per un futuro diverso, se non altro migliore. Nell’attesa, ballavano il twist nelle tavernette, dove Alma Rosa già dettava le tendenze della moda.

Non era fatta per lei la vita borghese di madre e moglie, pur essendo stata sempre una donna dall’etica di ferro e la morale salda, non accettava di essere soltanto bella: la più bella donna di Bari. Cercava l’autonomia, voleva trovare la sua strada, un modo per esprimere le proprie idee. Non era fatta per lei una città così piccola, dove la vita mondana si riduceva al Circolo della Vela e alla Fiera del Levante. Così fuggì nella notte, come in un film, ben celata dietro occhiali da sole e foulard, lasciando che le chiacchiere sull’annullamento del suo matrimonio sancito dalla Sacra Rota, si spegnessero da sole. Ma all’epoca gli argomenti di conversazione erano pochi e le riviste scandalistiche anche e una donna che era partita alla ventura trovando lavoro nella casa di mode più esclusiva al mondo, la Maison Dior, non poteva che fare notizia. Fu così che Alma Rosa rimase nella memoria della borghesia barese e in vetrina, quella del negozio di fotografie Antonelli in via Sparano.
Non poteva che far parlare di sé lei che viaggiava sugli air bus più veloci al mondo facendo la spola tra
Roma e Parigi, tra sfilate di alta moda e feste. Incuriosiva, lei che tornava a Bari una volta l’anno distribuendo sorrisi e doni, che portava con sé l’aria metropolitana che chiunque le si avvicinasse riusciva perfino a respirare, e i racconti, storie, atmosfere che allora, senza il web, si potevano soltanto immaginare. I costumi da bagno, per esempio, i cui modelli esclusivi aveva creato da sé, e che mostrava facendo la passerella su tacchi vertiginosi al Trampolino, tra le ragazze che, poco depilate e fasciate in orribili costumi fatti a maglia, caldi e pesanti, la guardavano ammirate.
Alta, per i canoni dell’epoca altissima, pelle ambrata e occhi da cerbiatta, Alma Rosa lasciava tutti senza parole, lei, però, di parole gentili ne aveva sempre per tutti, anche per la ragazza tracagnotta che veniva dal paese a prestare servizio intero in villa e che la guardava come in sogno, ascoltando la sua voce calda e pastosa e quella bella “erre” francese.
Alma Rosa era una ventata d’aria fresca da respirare a pieni polmoni. Mai un’ombra di rimpianto, mai un’espressione di rimorso sfuggita in un sospiro troppo lungo.
Era andata dritta per la sua strada e stavolta con una meta ben precisa. Di fibra forte come sua madre e sua nonna, aveva deciso di non lasciarsi fermare dalle convenzioni sociali e dalle parole degli altri e di realizzare la vita da sé, così come l’aveva sognata, piena di amore, eleganza e classe.


(Ringrazio la Gazzetta del Mezzogiorno e Oscar Iarussi)


lunedì 4 agosto 2014

Da esordiente a esordiente

ILLUSIONI E SOGNI: Non pubblicare pensando che dopo chissà che cosa accadrà, sognalo pure ma non farti illusioni, cerca di entusiasmarti all’idea di aver fatto un primo passo importante, hai ancora molta strada davanti. Metti pietre di paragone sul tuo cammino. Se non ne trovi, se non riesci a credere di poter fare a qualcun altro l’effetto che il tale scrittore ha fatto su di te, allora fatti un paio di domande e cedi il passo ad altri.

REGALI: Non regalare il tuo libro. Come mi disse il buon Mario Desiati: i libri degli amici si comprano. Se qualcuno vuole sapere come scrivi andrà in libreria, se si sentirà costretto a leggerti ti snobberà.
Non sprecare copie per critici importanti, non leggono esordienti se non sotto ordine delle lobbie.
Evita di asfissiare scrittori che ti hanno gentilmente dato il loro numero telefonico o l’indirizzo di posta. Evita di farlo soprattutto se non li stimi veramente, se non li hai letti e non li conosci.
Se qualcuno che ha ricevuto in dono la tua preziosa pubblicazione non ti risponde, ci sono soltanto due ragioni: non l’ha letto, l’ha letto e non gli è piaciuto. Allora, se ti serve, sentiti libero di mandarlo a fanculo anche milioni di volte ma fallo dentro di te. Celare la propria frustrazione talvolta può essere utile.

PRESENTAZIONI: Quando accetti un invito a presentare il tuo libro non credere succederà a te ciò che hai visto accadere ai più famosi, un pubblico che ti abbia già letto ed entri nel merito della storia. Immagina, piuttosto, di dover intrattenere un pubblico che annuisce stancamente nonostante tu faccia salti mortali per interessarli. Sono lì per curiosità o per noia non per sapere cosa spinge qualcuno a scrivere un libro, una storia piuttosto che un’altra.

GUADAGNI: Pretendi che il contratto sia rispettato e che i tuoi compensi ti siano regolarmente versati, non abbassare la testa pensando di offendere l’Editore ma non fare l’errore di prenotare vacanze in Cina o in Giappone. Per quanto giustamente tu creda di aver scritto un capolavoro, sii consapevole del fatto che hai appena cominciato e che comunque ti trovi all’interno di un enorme mercato, che al mercato la roba si vende a chilogrammi e che per vendersi a chilogrammi deve piacere a tutti, mentre il tartufo, quello di alta qualità che soltanto a odorarlo ti viene su duro, quello si spaccia tra intenditori, nelle case di campagna di signorotti dal palato fino.

COPERTINA: Scegli l’immagine più giusta per la tua storia, ma dimentica di vederla in vetrina.  Quelle si pagano, lo sanno anche i bambini. Sugli scaffali la tua creazione capiterà di rado, anche in libreria e, nonostante l’Editore ti abbia garantito un’ottima distribuzione, sarà reperibile sempre e soltanto su ordinazione del libraio da cui i tuoi amici si sono recati a farne paziente richiesta. La libreria, come la salumeria di quartiere, espone i prodotti più venduti.

ESERCIZIO: Non aspettare che il tuo primo romanzo faccia “il botto” prima di scrivere il secondo. Esercitati quotidianamente. Se non lo fai, se riesci a vivere per settimane intere senza taccuino e matita, allora tira tu stesso le somme e un bel sospiro di sollievo: non sarai nel novero degli infelici che si sentiranno sempre e comunque surclassati da qualcun altro, né tra i pochi fortunati che arriveranno a coronare un sogno.

BUGIE: Non fingere che il tuo romanzo sia andato a ruba alzando del quadruplo il numero delle vendite. Quelli che scrivono conoscono già i numeri del mercato.

EDITING: La gioia, così come il dolore, ci mette in condizione di sentirci al centro del mondo ma gli altri, tutti quelli cui domandiamo attenzione, hanno la propria vita da vivere. Non dimenticarlo. Un editor è un editor, non nostro fratello, viene pagato (quando gli va bene) per fare il suo mestiere di cacciatore di errori. Non ti offendere se non ti loda e ti corregge, sentiti fortunato di poter imparare qualcosa e progredire. Non restare attaccato alla frase che ti piace tanto quanto la cozza allo scoglio. Lascia andare.
Impara ad accettare le critiche o a contestarle sensatamente. Un editor ha più esperienza, è vero, ma non è dio. Sceglilo per ciò che ha già corretto o scritto e per il suo curriculum, non per simpatia, affetto, o perché non conosci nessun altro.

FERMATI: Sappi aspettare piuttosto che stampare a tutti i costi, prendi tempo. Allo stesso tempo non cercare la perfezione a tutti i costi. È il primo romanzo. Prova a sentirti soddisfatto comunque: scrivere una storia è già un miracolo ma scriverla bene non significa necessariamente trovare il successo. Come dice il saggio, il viaggio è più importante della meta.
Punta a scrivere un capolavoro ma confessalo soltanto a te stesso.
Scommetti sulla galanteria del tempo più che sulla raccomandazione di qualcuno.



SEDUZIONE: La vita va sedotta, mai ricattata. Pensa che l’unico fine è la scrittura, la pubblicazione è soltanto un mezzo per far arrivare agli altri il tuo punto di vista. Non scrivere per piacere al mondo a tutti i costi, la seduzione è qualcosa che poco ha a che vedere con il gusto estetico imperante e imposto dai marketing manager. Colpiscono nel profondo più la particolarità e la scrittura personale che la leggibilità a ogni costo. La scrittura è un viaggio attraverso noi stessi che poco ha a che fare con l’apparire. Oggi, Flaubert, stando alle opinioni che avevano di lui i suoi contemporanei, non accetterebbe mai un invito da Fabio Fazio. Beh, io, ovviamente sì. Ma purtroppo non sono Flaubert.