sabato 30 ottobre 2010

Scherzi del DNA


Dopo la lunga tonsillite e conseguente ricaduta che mi hanno tenuta a letto per quasi tre settimane, ricomincia il mio quotidiano viaggio in treno.
Su quello delle 07:10 si trova anche posto, è il treno a due piani, quello da dove si vede l’alba accarezzare la campagna con dolcezza fino a svegliarla, è il treno delle badanti rumene, dei papà e dei bambini  che vanno a scuola e che mi rallegrano con le loro riflessioni sul calcio e la televisione.
L’altro giorno ho alzato il volume del mio I phone:  “i clown” di Rota sembrava la colonna sonora perfetta per quelle due faccette buffe, larghe e divertenti che mi venivano incontro sotto il peso di zaini pesanti per sistemarsi, educati, accanto e di fronte a me.
Li ascoltavo a occhi chiusi raccontarsi di un sogno pauroso e strano, un sogno abitato da mostri e prove di forza che quello fra i due che doveva essere il maggiore, aveva affrontato, a suo dire, con grande coraggio.
Mi sono lasciata cullare da quel pout pourrì di voci e dal cigolio del treno, uno di quei regionali rattoppati che le nostre FS lasciano all’incuria, privi di servizi igienici e messi insieme con vecchia ferraglia anni settanta.
Di tanto in tanto, non potevo fare a meno di spiare i due bambini da sotto le ciglia, e così facevo con il padre, quello che somigliava a loro di più fra i dei due signori che gli stavano accanto, in piedi, e che come i figli, conversava di calcio.
Erano così somiglianti da non poter esserci alcun dubbio, in quel caso, su quale fosse la paternità dei marmocchi, e così ho iniziato a cercare le differenze fra i tre ma senza trovarne alcuna.
L’attaccatura dei capelli, la fronte un tantino bassa, gli occhi leggermente a mandorla, ma anche il modo di parlare, la flemma con cui esponevano la propria preferenza per uno o l’altro calciatore, le mani, corte, leggermente più larghe nel palmo.
Ma anche la voce, acuta su alcune vocali, quasi stridula e il modo di annuire, erano identici.
Avrei voluto complimentarmi, non avevo mai visto una somiglianza così marcata, certo che quel padre doveva sentirsi fiero ed è stato a quel punto, quando mi sono lasciata andare a dolorose considerazioni sul mio dna non più riproducibile, che i bambini si sono alzati e ho capito che il padre era l’altro.
Il padre era quello biondo, il tizio che parlava poco e non aveva nessuna preferenza calcistica, quello alto e magro dagli occhi leggermente a palla, quello che nulla di somigliante aveva con i bambini.
E quando i piccoli clown dalla faccia allegra anno baciato la loro copia adulta chiamandolo zio, mi sono complimentata per il sangue freddo del padre giuridico, per la capacità di mantenere un segreto di quello naturale e per quella della madre di mentire.
I due adulti si sono dati il cinque confermando l’appuntamento per l’indomani, stessa banchina e stessa ora.

Fortunatamente per una volta ho tenuto a freno la mia lingua, ho lasciato al sicuro le mie opinioni evitando di complimentarmi per quella somiglianza così evidente, per quel dna così sfacciato da rendere tanto riconoscibile un marchio di fabbrica.

Assi nella manica e quotidiane rivolte casalinghe.

Non c’è niente da fare: da quando la Susanna mi ha fatto imbufalire con la storia della montagna di camicie da stirare, ovviamente tutte di suo figlio, l’immagine del ferro da stiro e di tutti i suoi significati e sottotesti, m’impedisce di concentrarmi su qualsiasi altra attività.

Quale bambina non ha posseduto un piccolo ferro da stiro giocattolo?
Lo confesso, io piansi addirittura, e urlai a lungo, pur di ottenerne uno da viaggio che stirasse sul serio!
Quel giorno, davanti all’asse da stiro e il ferro in mano, entrai a buon diritto nelle fila delle brave donnine italiche: stirare anche slip e calzini, lavare sempre i piatti e immediatamente dopo i pasti, rompermi la schiena a qualunque costo pur di dichiarare alla fine, sicuramente paga, sudata e ancora in pigiama, fiera di quell’opera faraonica, immersa in un tanfo di candeggina, la mia vittoria sullo sporco e sull’eterno disordine maschile.
Per il mio ventottesimo compleanno, mia suocera –ormai ex- mi regalò un ferro da stiro ultra moderno e costosissimo ma, nonostante la collettiva invidia per il dono e le esplosioni di entusiasmo, io mi sentii offesa ma infine piegai, impugnando ancora una volta, il casalingo scettro.
Quando poi, come la maggior parte delle volte capita, non si è neanche in grado di decidere sul da farsi ma semplicemente perché prese in contropiede e sorprese dagli eventi, eccoci in ginocchio a spazzare via la polvere da sotto il letto di qualche sconosciuto che ci ha fatto giacere, piacevolemente per carità,  in lenzuola cambiate un paio di mesi prima o schiave, alle prese con una pila di piatti incrostati nel lavello della cucina di uno splendido individuo incontrato solo due giorni prima.
E nonostante i buoni propositi!

Lo facciamo così, d’istinto: come cavie da laboratorio abituate a eseguire l’ordine dopo la scossa elettrica e, nel nostro caso,  proprio da quella notte da urlo passata fra le braccia di lui. Un lui che nella nostra mente e nelle conversazioni con le amiche è già il “nostro uomo” del quale dobbiamo prenderci cura insieme alla sua casa, ma che nella realtà,  è uno qualunque che ci ha semplicemente “testate” per una notte e, solo se siamo fortunate, avrebbe desiderio di conoscerci meglio.

Ma questo noi ci ostiniamo a non capirlo e continuiamo a protendere le nostre mani guantate in lattice, come buone samaritane, verso chiunque abbia un suo perché: il solito Signor Qualunque che sparirà magari fra dieci anni o quaranta splendide notti o che durerà di più ma poi chissà.

Lo so, è una lotta continua fra essere servizievoli, docili e accompagnate da un marito fedifrago o egoiste, dominanti e con una buona schiera di amanti, un “fade in fade out” fra un Nicholson bello e maschio che ti sorprende e ti prende sul tavolo pieno di farina, e una "Brendona" qualsiasi dalle tette applicate che seduce e fa perdere la testa al nostro uomo che, da oggi ne siamo informate, desidera anche essere dominato.
Il “nostro uomo”: tutto da riscrivere e tutto da rivedere.

Io non mi dichiaro vinta, non abbandono il campo, ho fiducia e non mi sento ancora sotto scacco: certo il mio cuore sanguina, e non solo il mio.
Inoltre non ho più assi nella manica e neanche da stiro.
E in fondo è proprio dal ferro da stiro che dobbiamo partire, da questo utile elettrodomestico e da tutti i suoi significati, dalla campana di vetro che tutti i giorni lucidiamo intorno a loro, figli, mariti e amanti abituali, dal calore che rilasciamo con il nostro corpo e dalle belle parole che riserviamo solo ed esclusivamente a loro.
Ed è da quel senso di protezione suprema e materna che dobbiamo incominciare a sottrarre, perché è ciò per cui loro ritornano ma che evidentemente, li rende così molli e inclini al vizio e alla mancanza di rispetto per l’amore.
Si può diventare egoiste e dominanti pur avendo impresso a fuoco il marchio della docilità: indignandosi per ciò che accade, è accaduto e sempre accadrà.

Continuiamo a voler tenere in vita un modello di maschio che non esiste più.
Personalmente potrei genuflettermi e passare la vita a stirare camicie abbigliata con un corpetto contenitivo, collarino e cinghie e ci aggiungo anche un paio di tacchi a spillo vertiginosi, se solo incontrassi un uomo per il quale questo estremo sacrificio fosse necessario e soprattutto, profumatamente ripagato.

mercoledì 27 ottobre 2010

PORTRAIT- CLAUDIA POLAROID n°2: PAUL VALERY


-->
Gli scriveva.
Veramente gli aveva scritto almeno una ventina di e mail per poi cancellarle subito. Non pensava nemmeno di rivederle, correggerle, Claudia le metteva nel cestino svuotandolo rapida, e in modalità sicura.
Il bracciale che aveva comprato contravvenendo ai suoi ordini, un bracciale pieno di pendagli che aveva voluto proprio perché così infantile, batteva in controtempo alle sue dita forti, un po’ maschili, che correvano rapide sulla tastiera, come sul pianoforte.
E gli rivolse un'occhiata colpevole, come a un vecchio amico che non incontri da tempo e non avevi più richiamato; lì a pochi passi da lei chiuso e sempre ben spolverato, in attesa da anni.
Un rigo dopo l’altro stirava ogni piega nascosta o falsa di quell’amore così ampio e ordinato.
Un matrimonio che aveva attraversato buona parte della sua vita fra passioni, nascite e morti, malattie e indecisioni, egoismi tanti, ma anche con tutte le cose belle che si possono chiedere. Insomma un matrimonio come tanti.
D'improvviso le venne in mente Alessandro e quel giorno di afa. Alessandro, il suo casuale amante perfetto.
Per un caso, come quasi sempre avviene, così disorientata dal caldo da non riuscire nemmeno a capire la direzione indicata dal satellitare, l’aveva visto venirle incontro che sorrideva fra sé, lo sguardo aperto verso chissà quale considerazione o idea.

Istintivamente guardò il marito catturato da anni in quella cornice, e si pentì, si pentì di ogni cosa, quasi che da lì avesse potuto udire i suoi pensieri. In bianco e nero su quel cavallo scuro, sembrava proprio un attore di cinema. E subito si mise più dritta sulla schiena, e compose rapida i capelli in uno chignon elegante.
Aprì un altro file. Il bianco luminoso della pagina si rifletteva nei suoi occhi sottili, confondendosi nell'azzurro chiaro di quello sguardo sempre attento e riflessivo.
Le mani erano in tensione ma decisero infine di zuccherare il tè anziché scrivere: da troppi minuti giaceva lì iridato, nell'elegante tazza del servizio inglese, quello di nonna Lilia che giocando a tennis in eleganti completini chiari, faceva perdere la testa a nobili e fascisti.
La nonna le avrebbe quindi suggerito di non confessare nulla, che non ce n'era bisogno, e le avrebbe mostrato, sorridendo, le lettere del nonno alle sue amanti! -Aria nuova figlia mia! Ogni tanto c'è bisogno di un po’ di trasgressione!- e avrebbe anche concluso raccontandole una delle sue storie, magari la più scabrosa, e solo per essere più incisiva ancora!
Sorseggiava il tè lentamente.
Claudia guardava altrove, la preziosa tazza abbracciata alle sue mani, la schiena magra dritta in un sottile abito di garza scura, guardava oltre il balcone fiorito, oltre Porta San Giovanni, fra quelle piccole villette liberty dove tre anni prima, aveva affittato un delizioso pied a terre.
E aveva sistemato il letto proprio al centro della torretta, così che nessuno potesse affermare che i loro amplessi non si consumassero sempre alla luce del sole.
Andava lì tutte le volte che voleva essere quella parte di sé che per anni aveva occultato abilmente ma che, evidentemente, faceva parte del suo dna, alla quale non poteva fuggire.
Aveva arredato quella piccola casa come mai avrebbe potuto in quella del suo matrimonio, e le pareti piene di specchi, cornici vuote e vetri colorati la rendevano sempre luminosa, anche nei giorni di pioggia. Piante ovunque, che in quella casa inondata dal sole, crescevano come all'equatore.
E in quella serra improvvisata, custodiva segreti di ogni natura: la sua parte indolente e sciatta, struccata e spontanea, quella infantile e allegra. Claudia correva lì per disegnare, fare braccialetti di perline al telaio, guardare le foto di famiglia e le sue da ragazza.
Così diversa, pensò liberando di nuovo i capelli da quella stretta prigione e sorridendo di nuovo.
E lo sguardo chiaro tornò alla scrivania pregiata del nonno libertino, che anche lui la guardava da una cornice, mentre fiero l'aiutava a scendere da cavallo. Ma come per un richiamo improvviso, Claudia spostò lo sguardo attento dalla faccia divertita del nonno alla ventiquattrore del marito, che giaceva di fronte a lei incustodita e aperta.
Si alzò con grazia e leggerezza e andò verso la poltrona da dove la piccola valigia in pelle scura la guardava ma si fermò a meno di un metro da lì. Attese stringendosi a sé, abbracciandosi un po’, consolandosi per quella mancanza di coraggio e di forza.
Non riusciva a decidersi. E sembrò tremare per un istante, gli occhi si muovevano fra emozioni diverse, il viso tagliato dai chiaroscuri del tardo pomeriggio estivo, i piedi lunghi che nudi, ossuti, danzavano nell'incertezza sul legno pregiato di quel parquet a mosaico.
Prese il cellulare dall'ampia borsa e inviò l'ultima chiamata. Mentre aspettava ritornò alla ventiquattrore e ci restò sopra fino all'affettuoso e sempre uguale saluto di routine.
Il marito sarebbe rimasto fuori anche quella notte e la sua ventiquattrore e il prezioso portatile le avrebbero tenuto compagnia.
Per quella sera Claudia aveva fatto preparare di magro: pesce e tortino di asparagi.
Guardò il nonno e gli sorrise.
La password era sicuramente quella: paulvalery.
Bastava decidere e digitarla.

Pendolari


Oggi ho perso il treno.
Camminavo rincorrendo qualcosa d'inarrivabile ma come sempre troppo vicino, quando una grata inaspettata, intrappolato il tacco di ferro sottile, l'ha strappato con violenza alla scarpa, la mia.
La banchina è già piena e il regionale delle 08:26 mi guarda dal binario, è il momento della resa dei conti, quella che arriva puntuale al contrario di me.
Non era questa la giornata giusta per incontrare di nuovo il tuo sguardo nel mio, che ancora non crede. Ma l'amore, il mio amore, non deve mai sapere e non ha bisogno neanche del sole, la pioggia va bene comunque anzi, intristisce il tuo sguardo già cupo e fa di quel raro sorriso, rivolto a un altro e per cortesia, la sola immagine che conservo di te.
Sì, non capisco e non voglio capire.
Ed è per questo che vago, abbracciata a questa distrazione lenta e consapevole, e ho cominciato a balbettare, a sorridere per strada pensando di avere accanto te, a perdere cose importanti e lasciare che altre mani le tocchino, mai le tue.
E non posso nemmeno pensarci più a quelle mani che vedo ogni giorno benedetto, quando impugni la maniglia di apertura del treno per apparire e scomparire poi fra giacca, cappotto e sedile, come quelle di un abile mago, placarsi finalmente, nella morbida presa di un giornale, uno qualunque va bene, perché con quelle mani non è mai importante.
E poi ti distrai, lo vedo perché ti conosco.
So come ti scomponi annoiato, quando sai già la risposta: nervoso appoggi il giornale sulle gambe e sfreghi con forza e più volte il viso lungo e troppo spesso stanco. E guardi fuori dal finestrino la campagna che corre insieme a chissà quali pensieri.
Ed è allora che vedo le tue mani non grandi distendersi forti e gentili e abbandonarsi subito dopo, solo per un attimo.
Certe cose sono invisibili e mi domando perché le veda solo io. Perché mi sembra di conoscerti da sempre e di sentire ogni tuo mutamento di umore.
Cerco il pezzo giusto, devo ascoltare qualcosa che mi parli di te mentre sei lì davanti a me, che mi lasci immaginare di accarezzare con forza la tua mano, così che possa sembrare vero magari, mentre distratto tieni il ritmo di quel brano trasparente che risuona in te da quando sei bambino.
Mi hai guardata per la prima volta e a lungo, senza mai distogliere gli occhi dai miei, stupiti, lì dal tuo sedile, ti sei fermato di colpo tu sempre in movimento su quel povero schienale, e non ho avuto dubbi che guardassi proprio me.
E’ successo più di un anno fa, mi pare.
Ma tanto tu non lo ricordi. Tanto per te non è vero niente di ciò che non è stato.
E io ancora non ci credo e mi sembra d’impazzire.
Ma non è nulla.
Sarà facile essere puntuale per il regionale delle 08:05 perdere il treno ostile delle 08:26, non vederti più arrivare con quello sguardo di attesa -anche se dura solo un attimo-, sarà indolore non aspettarti davanti alla porta a dieci minuti dalla stazione per sentirti dietro di me, distrattamente attaccato alla mia schiena, così vicino che basterebbe niente per potersi baciare in quel modo che sogno ancora.
Ma scendo sempre io per prima, e affretto il passo anche perché ho paura.
Paura di trovarti: in fondo non so proprio chi sei.
Cambio brano, Metheny andrà bene, devo correre alla Metropolitana e ricordarmi di evitare i tacchi a spillo da domani! Cambio brano, qualunque altro andrà bene, devo correre alla Metropolitana e ricordarmi di evitare altri occhi domani.

sabato 23 ottobre 2010

Non basta essere una buona porchetta per essere ricordata.


E' inutile continuare a prendersi in giro, pur passando gli anni, le mode e le rivoluzioni la natura umana rimane quella, e noi donne 2.0 dobbiamo farci i conti.
La nostra indole, nonostante dichiarazioni d'indipendenza urlate a destra e a manca, è ancora bisognosa di amore, avida di attenzione, coccole e protezione la loro, quella dei maschi, almeno quella più diffusa, è di soddisfare l'istinto attraverso l'atto sessuale. Tutto il resto, non è che letteratura.
In breve tempo dalla nostra comparsa sul pianeta, per preservare la linea di sangue, giustificare l'istituzione famiglia, la fedeltà coniugale e per essere, diciamolo pure, più urbani, abbiamo ammantato di romanticismo, passione e poesia quello che era e rimane un semplice impulso naturale, come il sonno e la fame.
Bisogna che sia ben chiaro a noi signore moderne, che nessun uomo rifiuterà della buona porchetta da divorare su un prato o in macchina durante la gita fuori porta anzi, il maschio affamato, goloso o semplicemente stufo del familiare minestrone, aspetta l'uscita del fine settimana proprio con l'idea di un pasto diverso.

Pieno di aspettative e guidando con calma, cercherà ai margini della strada il cartello messo alla meglio, quello attaccato con la corda, la scritta fatta a mano con il pennarello grosso, meglio se con qualche buffo errore di ortografia -ben sapendo che più rozza è la dicitura, più angusto e pieno di gente è il locale, più la porchetta sarà ambita e l'attesa ricompensata-.
Una volta individuato l'esercizio tanto cercato, fingendosi non così interessato, indaffarato e comunque solo di passaggio -al contrario degli abitanti del posto che già coi nasi lucidi sostano davanti alla salumeria bevendo birra - si farà largo tra la folla con il suo incedere cittadino.
In attesa dietro il bancone aspetterà il suo turno in piedi, un quarto d'ora e anche oltre.
Nonostante la ressa e la gente che maleducata gli passa avanti, sarà costretto a lasciar correre e ad assecondare il desiderio, come natura comanda e quella voglia così elementare.
L'acquolina in bocca e i morsi della fame sempre più acuti, il maschio aspetterà il suo turno senza fiatare.
Finalmente dietro al vetro, così vicino da poterla toccare, vedendola grassa e farcita, lucida e profumata non resisterà azzardandosi a ordinarne addirittura il doppio di quanta ne desideri realmente.
Scelto con calma un luogo tranquillo, sintonizzata la radio sulla sua stazione preferita, non esiterà a farla fuori in tempi brevissimi, avido e affamato.
Lasciando che quel grasso profumato gli coli sul mento, sulle sue mani e anche sui pantaloni godrà di quella meraviglia proibita dal cardiologo, ignorata dalla moglie vegetariana e al riparo dallo sguardo critico della figlia perennemente a dieta, gustandola chiudendo di tanto in tanto gli occhi e sospirando, fra un morso e l'altro.
Una volta sazio, opterà forse per un sonnellino all'ombra di un platano, magari nei pressi di un corso d'acqua, oppure deciderà per una più salutare passaggiata in paese in cerca di un bar dove dissetarsi a lungo e mandar giù qualcosa di forte.
Prima di rimettersi in cammino e per non lasciare traccia, butterà via l'involto unto, maledirà la solita distrazione per le macchie di grasso difficili da occultare ripromettendosi infine di evitarla nei giorni a seguire, sazio di certo ma anche un po' nauseato.
Il lunedì, in ufficio, al riparo da orecchie indiscrete racconterà della grassa mangiata a qualche collega o amico, aggiungendo infine che sono cose che si fanno una volta ogni tanto.

Credo quindi che non basti essere una buona porchetta per essere ricordate e che, nonostante la generosità e capacità di saziare, il maschio tornerà prima o poi al solito, monotono e per lui più salutare minestrone.

L'unica donna per te


In realtà oggi avevo ben altro da fare ma Teresa, che ha trovato in me l'amica ideale cui raccontare le sue storie, forse perché certa della mia riservatezza, mi ha scritto una lunga e mail confusa e così piena di contraddizioni che mi sono dovuta fermare più volte e ragionarci sopra.
Uno dei suoi amanti digitali, un tale Matteo, quarantenne single e decisamente maschio, le ha dato il "ben servito".
La storia, come con il resto della "sporca dozzina" andava avanti on line da alcuni mesi fra lunghe e mail, "buon giorno" appassionati, brani romantici, faccine e lunghe sessioni video.
Un paio di mesi fa, il primo incontro.

-Fantastico! Unico! Veramente eccezionale!- mi aveva urlato la sua bocca piccola e carnosa nella confusione del Pub, e alla seconda rossa media dolciastra, mi aveva raccontato l'incontro dalla depilazione intima fino ai particolari più scabrosi :dimensioni, durata e capacità polmonare.
Il viso rilassato, la pelle tirata e rosea, Teresa aveva tralasciato un particolare a mio avviso non privo d'importanza: il maschio in questione non voleva impegni a lungo termine e per la verità, nemmeno a breve.
Il medico quarantenne, felice della propria condizione di single, le aveva manifestato da subito, e per e mail, il desiderio di una conoscenza intima e carnale -quella che il maschio generalemente non nega a nessuna- e magari anche di un'amicizia ma di relazione, nemmeno a parlarne.
Teresa, per nulla spaventata, rimuovendo prontamente l'avvertenza e la modalità d'uso, aveva annuito. Ma dentro di sè, in segreto, nel suo intimo onnipotente e narcisista, custodiva la convinzione che il monito del maschio in questione fosse valido per tutte le altre ma non per lei convinta che, una volta assaggiata la mela, non ne avrebbe più fatto senza.

E come è ovvio, normale e anche giusto, il "toro" di segno e di fatto, si era lasciato andare a frasi che tecnicamente non servono che a prolungare la durata dell'amplesso e rendere l'incontro come qualcosa di più che un atto di per sé finalizzato alla continuazione della specie.
Frasi come -sei una dea, vorrei misurare il tuo corpo per tutta la notte, sei speciale- sussurrate mentre una qualsiasi "lei" mette in atto tutte, ma proprio tutte, le capacità e tecniche seduttive, sono più che giustificate.
La gentilezza nel portarla a cena dopo il lungo amplesso pomeridiano, una normale esigenza del corpo e il giusto prezzo per ripagare tanta generosità e abnegazione, ma sicuramente, in questo caso, il primo grosso errore.
Teresa infatti, nel buio delle sue notti solitarie, a tu per tu con il cuscino, ha traformato una bella e gratificante scopata nell'inizio di una lunga e romantica storia d'amore.
Ma l'errore fatale messo in atto dall'ignaro Matteo è stata la richiesta di un secondo incontro in cui Teresa infatti,
aveva già dismesso l'abito della "libertina" per indossare quello della "passionale"iniziando con un -potevi chiamarmi qualche volta- per continuare con vaghe domande sulle di lui amiche virtuali.
Inutile dire che il maschio, già in camera e con la preda, per quanto lacrimosa, seminuda e disposta a tutto, non ha resistito, lanciandosi in una performance affatto prevedibile o noiosa.

Non basteranno tutti i proverbi del mondo, i moniti delle nonne e delle vecchie zie a far comprendere a Teresa che non si deve lamentare.
Intanto, è una rarità che gli incontri siano due, il maschio 2.0 ha talmente tanta carne al fuoco che non basterebbero due vite per fare il bis con tutte.
Che poi lo abbia trovato "in forma" e in grado di soddisfarla è stato un vero miracolo, moltissimi -e qui si accuserà di essere castrante- sono meno, molto meno che normo dotati e così passivi che anche la posizione del missionario, assume la parvenza di sesso estremo.
E infine, che il maschio l'abbia addirittura invitata a cena -pagando pure il conto- merita un particolare apprezzamento, vista la capacità della maggior parte degli esemplari su piazza di evitare impegni che vadano più in là dell'abbassarsi i pantaloni.

martedì 19 ottobre 2010

Singola e singolare


LA COLPA è sempre nostra.
Passano gli anni, passano le mode, cadono i governi, muoiono speranze eppure le donne rimangono colpevoli.
Siamo noi le sgualdrine se suo marito ha perso la testa -o ha fatto finta- solo per fare un giro nel nostro letto, nostra la colpa per le sue svariate defaillances sessuali se invece siamo noi le mogli poco sexy, annoiate dai suoi continui brontolii e dal raccogliere calzini spaiati in tutta casa.
Premetto che in questo ritaglio di vita sono stata moglie pluri cornuta e amante discreta.
Quando adolescente saltavo da un letto a un altro di cinquantenni cattolici e compunti, invece di punire il maschio più che maggiorenne per avere approfittato di una ragazzina vivace e un pochino labile, gli adulti accusavano me, stretta in un angolo, di averlo sedotto.
Giovane sposa passionale usavo un radar speciale per individuare ovunque, donne che potessero piacere al mio sposo e anticipavo ogni suo sguardo con il tipico -ti piace quella?- mostrandogliela io stessa per evitargli così anche quella fatica.
In realtà controlli incrociati e pedinamenti a poco sono serviti.
Mi sono sempre domandata cosa sarebbe accaduto se avessi scoperto mio marito alle prese con un'altra e come karma vuole, tutto ciò che temevo si è infine avverato.
In quel momento però, al momento della scoperta infamante, non mi sono rivolta con la bava alla bocca a lei, alla concubina ma a lui, e al suo cattivo gusto, non le ho messo le mani addosso e non l'ho buttata giù per le scale, ma ho sibilato all'indirizzo di mio marito un -vattene bastardo- degno di un oscar al buon senso e alla ragione.
Sono diventata una donna autonoma dopo aver scoperto quanto il maschio sia in grado di togliermi in termini spazio, tempo e a volte, troppo spesso, autostima, e da allora, da quando ho dovuto con fatica riempire la voragine che aveva lasciato in me la sua improvvisa assenza di maschio bulimico, non permetto più a nessuno di dormire nel mio stesso letto, di domandarmi un favore mentre lavoro, mentre leggo o faccio del mio tempo ciò che più mi pare.
Mi piace viaggiare in solitaria, alle manifestazioni, in giro per Mostre o al ristorante amo stare in compagnia di me stessa, ma ultimamente noto quanto il mio essere singola risulti troppo spesso agli occhi degli altri, un fatto singolare.
Rido nel vederle occupate a seguire gli sguardi del consorte, che appena le vede distratte lancia al mio indirizzo occhiate da pesce lesso, mi vergogno per loro quando aiutandole a indossare il soprabito continuano a inviarmi messaggi incomprensibili, sono ridicoli quando nel fare il bagno al mare con il bebè, stirano la loro muscolatura abbassando gli occhiali da sole per darmi la certezza che è proprio me che vogliono.
Ma perché?
Forse perché sono sola significa che io sia anche disponibile?
Pensano forse che la presenza di un uomo sia così necessaria accanto al mio corpo da volersi immolare loro stessi al sacrificio?
Ma invece di guardare me con diffidenza e solo perché sono singola, le signore farebbero bene a guardare il loro maschio che non fa che esplorare altrove, verso orizzonti più ampi, in cerca di una libertà alla quale oggi, non sente più di voler rinunciare. Una libertà che gli sembra così irraggiungibile solo perché negata, una libertà che dopo solo due mesi di cibi freddi e di noia mortale accanto a se stesso, gli parrà la più acerrima nemica.
Quest'estate ne avrei presi a schiaffi almeno una dozzina e spesso ho pensato di farlo: sotto il sole a picco immaginavo di avanzare verso di loro e mollargli un ceffone lì, davanti a tutti, non per me ma per le loro donne, e se ho rinunciato è stato solo perché sapevo che la colpa sarebbe ricaduta ancora una volta su di me.
Per poter leggere in spiaggia il mio quotidiano preferito, ho rinunciato a perizoma e topless.
Per evitare occhiate d'odio ho sepolto sotto la sabbia mia innata curiosità, costretto lo sguardo in basso e rinunciato al mio desiderio di comunicare e conoscere.
L'ho fatto perché frequento una spiaggia piena di "famiglie", perché questa società mi costringe ancora una volta a sentirmi colpevole e a sentirmi una sgualdrina solo perché ho un corpo che evidentemente si fa guardare: singolo e singolare.

L'amante in casa

Sono due giorni che provo a scrivere qualcosa di positivo sull’altro sesso ma proprio non posso, non mi viene, non arrivano immagini né ricordi.
E poi leggo qua e là di dolorose separazioni, di amiche lasciate, raggelate da una notizia che proprio non volevano avere, da un sms giunto in piena notte con un –ti lascio senza rancore-.
La mia amica Teresa poi, assidua frequentatrice di delusioni amorose e cantonate a prima vista, conosciuta e disprezzata da molti per quel suo piegarsi di continuo alle volontà altrui, quasi sempre maschili, si lamenta del suo amante perché nonostante tanti anni di sesso in comune, ancora non si decide a lasciare sua moglie.
Queste lamentazioni sono cicliche, le sento arrivare dallo squillo del telefono, dall'oggetto dell'e mail o dal suo incedere stanco, un po' curva, appesantita dalle solite domande che non trovano risposta.
Dopo un fine settimana andato a monte o la visione di un film romantico Teresa è sempre a terra.
Dice che nessuno l'amerà mai e che resterà sola a vita!
Ah... beata ignoranza!
Eh sì, perché Teresa non conosce il senso di smarrimento nello svegliarsi e non riconoscere accanto a sé l'oggetto del proprio amore.
Non sa cosa si prova nel vedere quello che fin qui era stato un amante gentile e passionale, che ci regalava fiori e poesie, bofonchiare qualcosa del tipo -è pronto il caffè - per voltarsi di schiena e rimettersi a dormire.
Dopo averla stretta a me con tutta la tenerezza che può servire a far cessare quel pianto a suo avviso necessario ma per me completamente inutile, le ho raccontato la storia di un mio amante bellissimo.
Lo dico perché di norma non amo gli uomini belli, più sono brutti, insicuri e nevrotici senza possibilità di guarigione più li accolgo con favore, ma solo come amanti, e possibilmente per una sola stagione.

Era un uomo intelligente, uno di quegli intellettuali coerenti fino in fondo e che nessuna lusinga è grado di smuovere, nessuna critica di demolire. Un Gregory Peck un po' sdrucito e distratto così pieno di amici che quando uscivo con lui era una continuo fermarsi a salutare, stringere mani e parlare, mi presentava a chiunque fiero ed eroico, quasi che quei trent'anni di differenza, all'epoca visti come una distanza incolmabile e amorale, fossero un particolare da niente.
La storia andò avanti per un anno finché un giorno, non esisteva la comodità del web, un mattino di giugno, una donna bella dagli occhi grandi e tristi suonò alla mia porta: era sua moglie.
Il confronto fu assai civile, quell’uomo aveva scelto bene, e lei si disse affatto sorpresa da quella scoperta, amareggiata e triste sì, ma pur sempre disposta a cedere qualora io fossi stata disposta a prendermelo.
E fu a quel punto che mi sentii smarrita, ricordo bene che l’idea di “prendermelo” mi appesantì d’un tratto la schiena.
Il mio viso ventenne dovette subire un rapido e precoce avvizzimento perché lei iniziò subito a rassicurarmi e darmi istruzioni per l’uso.
Mi bastò qualche accenno al suo cuore mal messo, alle analisi del sangue trimestrali, al suo innato disordine e alla dedizione alle bugie, e quindi al tradimento, per decidere di lasciarlo.
Che non fosse una tattica lo seppi alcuni anni dopo quando ebbi modo di conoscere la sua seconda moglie.
Ogni volta che ho una storia con qualcuno che mi piace proprio e che a causa della passione vorrei tutto per me, cerco di immaginarlo in una possibile quotidianità.
Eliminate le parole sublimi che in molti elargiscono a piene mani come preludio all’amplesso, tolti i regali, le rose rosse e la musica, rimane ben poco.
Ed è allora che senza maschera, nevrosi, paure per malattie impossibili, ansia da rendimento e noia per quelle storie raccontate per l’ennesima volta e che ormai conosci a memoria, si palesano.
Lo vedi ciondolare per casa mentre tu ti affatichi a mettere ordine fra le sue cose che pigramente organizza cene che tu dovrai cucinare, viaggi che tu dovrai organizzare e idee che solo tu potrai concretizzare.
Lo vedi arrivare stanco dal lavoro giusto il tempo di scaricare su te rabbia e frustrazione, sempre al centro del tuo salone pulito, sempre al centro della sua vita perfetta e della sua etica incrollabile.
Lo vedi rivolgerti appena lo sguardo per darti educatamente la buona notte, voltarsi dall’altra parte e incominciare a russare.
Gli amanti sono il regalo più bello che una donna possa desiderare, affettuosi, pieni di premure e attenzioni, sempre propensi al sorriso e alla passione, tutto il resto, è meglio lasciarlo alle loro signore.

Nessun dolore


Alle sette del mattino la sua faccia ha un che di apocalittico.
L’espressione, trasfigurata dal dolore è quella di chi non ci crede, di chi, certo di aver portato l’ombrello, si trova invece sul lungotevere sotto un acquazzone.
Si butta ancora sul letto, di traverso, come per confermare, e con forza, l’ultima decisione presa.
I muscoli tesi, doloranti di chi ha fatto a lungo l’amore; la bocca tumefatta e l'occhio nero di chi è tornato da una battaglia.

Solo l’ossessivo ripetersi che “è troppo” accompagna il ticchettio della sveglia, mentre gli occhi, gonfi, cercano di evitare distrattamente il pianto che sfugge.
Si guarda intorno e fa la consueta conta di feriti e perdite.
Stavolta non ha risparmiato neppure l’acquasantiera di nonna Lia, quella presa a un’asta, quella che ama tanto.

Allunga il braccio sottile, e insieme al buio si sente divorare da un senso di vuoto, una vertigine, un’agitazione simile a quella che percorre le vene di chi fa uso continuo di anfetamine.
Si sorprende per quello strano senso di vitalità ed emozione che ogni volta l’abbraccia stretta.
Rimane così immobile per alcune ore aspettando pazientemente il giorno.
Lui è già andato.

Fugge sempre, dopo.
Prima di sera non torna ma la chiamerà più volte, ossessivamente e solo per riagganciare, per controllare, trovare il tempo di pensare, cercare parole e scuse più convincenti dell'altra volta, che apoi è stato solo una settimana fa, sì sabato scorso.

Nello specchio rivede incise sulla pelle le parole di lui, in alcuni punti più in profondità, come un marchio a fuoco nella carne.
-Puttana... sei una maledetta puttana-
Una, due, tre volte, e le vede sulle braccia quelle parole cattive, brucianti e livide, senza senso, infami e  dolorose.
Va come sempre. Va come ogni maledetta volta.

Dopo l’ultimo bicchiere appoggiato con poco garbo sul tavolino di cristallo e deciso come iniziare la tortura, aveva sottolineato con la sua “r” francese, che l’alcool enfatizza sempre un po’, il nome di uno dei commensali e insinuato con un che di sarcastico sulla presunta relazione e sullo sguardo del puttaniere che secondo lui andava a cascare sempre lì.
Quel tizio, ieri a cena, l’aveva guardata  un paio di volte e forse solo per passarle qualcosa, l’olio o il sale, o magari  un po’ di vino, adesso non lo ricordava.

Ma per lui forse era stato troppo anche quella volta, come sempre quando oltrepassava il confine, quando il tarlo cominciava a scavare e il dubbio si faceva prepotente.
Così prepotente che stavolta non si era fermato nemmeno vedendola a terra, e dopo la rabbia con cui l’aveva fatta cadere insieme al suo equilibrio già precario, le aveva assestato una buona dose di calci sulla schiena e anche in pancia, prima di andare via sbattendo la porta, senza nemmeno assicurarsi che fosse ancora viva.

Guarda gli abiti ancora a terra dilaniati da quella furia.
Il vestito l’aveva scelto proprio lui e nonostante la scollatura profonda e certe trasparenze aveva insistito: cazzo, compralo, ti sta da incanto. Anzi, te lo prendo io.
Sì, quel giorno a Londra gli era parso un abito perfetto. Quel giorno tutto quell’amore era sembrato perfetto anche a lei, incorruttibile quasi.

Nonostante la calura Cecilia cerca qualcosa che la copra per bene, qualcosa di elegante comunque e a maniche lunghe. Anche la gonna deve coprire la gambe, così come il trucco pesante e gli occhiali da sole, i più scuri.
Per un attimo ripensa alla sua ultima decisione, alla promessa fatta a se stessa, la stessa fatta a sua madre che ogni volta che la vede piange e si sente mancare.

La prima mossa da fare è sempre quella, ripassata più volte e mandata a memoria: deve salire le scale di un Pronto Soccorso e domandare una perizia, saranno i medici stessi e il personale a domandare se vuole firmare e denunciare.
Saranno loro a guardarla con comprensione, con un affetto che non è familiare ma umano e basta e che ogni volta le dice: fallo, ti prego fallo.

La donna seduta sul letto sfatto aspetta ancora un attimo e seleziona il numero.
«Oggi resto a casa, Lucilla, cancelli ogni mio impegno... sì sono caduta, mi sono solo fatta male... no no, niente di grave, nessun dolore, massimo tre giorni e torno a lavorare».

E anche Teresa è finita nella rete

E anche la mia amica Teresa, stanca dei deludenti rapporti “analogici” è finita in rete! Tardi, penseranno in molte già avvezze a certe abitudini e probabilmente alla ricerca di qualche attrezzo in lattice che possa fornire loro uguali emozioni, forse un tantino algide è vero, ma per lo meno prive di elaborate controindicazioni. Lontana da me l’idea di perdermi in dissertazioni socio filosofiche sulla questione: dell’amore liquido parlano da tempo sociologi illustri, oltre che innumerevoli personaggi colpevoli dell’inutile abbattimento di alberi… ma questa è un’altra storia.
Da reporter improvvisata non faccio che riferire e ragionare su fatti, avvenimenti e parole che mi sorprendono di più ogni giorno. Ci sono alcune opinioni che mi sono fatta dell’altro sesso, quello “forte”, che difficilmente potrò rivedere -da eterosessuale senza scampo me ne dispiaccio- vizi e difetti che, a mio avviso, trovano nel 2.0 l’habitat congeniale per radicarsi nel maschio e proliferare, come colture batteriche. Ossessioni e debolezze,manie compulsive, tic e comportamenti vili che in rete, grazie ai tempi dilatati e alla possibilità di rimandare decisioni ingrandiscono, fino a esplodere.
Mi dico spesso che dovrei trovare in loro qualcosa di positivo, e ci provo, ma ogni volta che mi ci applico con più forza e determinazione, il telefono squilla e Teresa inizia a piangere e a raccontare.
E ascoltando le sue storie, capita che le lunghe sessioni di auto analisi passate a ripetermi che gli uomini hanno sicuramente qualcosa per cui valga la pena amarli, o per lo meno frequentarli, vengono cancellate in un istante, frantumandosi.
La mia amica è attualmente alle prese con un cinquantenne 2.0. La verità, mi confessa dopo alcune reticenze, è che sono più di una dozzina gli uomini pescati in rete con cui Terry cerca di svagarsi alla meglio.
- Eh sì- mi dice giustificandosi -per farne uno buono, devo metterne assieme un bel po’- e ride, cercando di nascondere quel vago sentimento di tristezza e rassegnazione che vedo spesso anche su di me, quando m’incontro nello specchio per parlare un po’.
Ha una belle attività, mi dico, e un po’ la invidio pure.
Il filosofo disoccupato che la porta per campi o al mare e che vuole solo fare l’amore, ma che non c’è mai quando ne avrebbe voglia lei, l’intellettuale più che indaffarato con il suo ego bucherellato ma che a tratti, elargisce carezze e gentilezze d’altri tempi, l’onorevole, che puntualmente manca agli appuntamenti e poi magari fa sega anche alla Camera, il padre di famiglia rassicurante, che sfugge all’incontro perché ha paura e che nel frattempo, le invia e mail raccapriccianti sulla sua frustrante condizione interiore.
Questi rapporti, si trascinano per mesi nel mondo digitale tra faccine, e mail di insulsi “buon giorno” con poesia o canzoncina, per terminare così come sono iniziati, magari con una e mail, breve come i loro amplessi, ma anche senza, tanto non ha importanza.
E invece, la mia romantica amica, ci mette dentro tutta se stessa: la notte, lascia che i suoi capelli ricci vengano accarezzati da quell’idea di amore che lentamente, giorno dopo giorno, stato dopo stato, post dopo post, progetta, edifica e amplia, in quel modo tutto femminile di guardare al di là delle apparenze e di sognare l’impossibile.
E sta proprio qui l'errore! Penso che se tornasse all’analogico avrebbe ben poco sognare.
Al di là delle loro manie e fissazioni, del famoso calzino spaiato, di quella capacità innata di mettersi al centro della nostra vita, ingordi di rassicurazioni, in cerca di qualcuno che badi al loro delicatissimo superio smangiucchiato e liso, non c’è niente.
Non hanno retro pensieri, sono solo ciò che vedi, e se anche il loro “stato”, digitale e non, sembra riferirsi proprio a te, non è che una citazione trovata su un libro la sera prima, la canzone romantica postata poco fa non è che una scelta casuale, e se un mattino qualunque, ti pare di sentire una frase che suona sincera, non è che un effetto fisiologico, un eccesso di pressione sanguigna alla quale è bene non dare peso.
La leggerezza con la quale off line ci prendevano per abbandonarci, magari a notte fonda, alla fermata di un autobus, la stessa con cui inventavano un amore adolescenziale che li avrebbe “segnati” a vita, l’amore per una moglie che in effetti detestano, nel 2.0, si è fatta consuetudine.
Il problema però, è che di loro, in questa realtà digitale, non rimarrà né il ricordo dell’errore, né il dolore dell’abbandono al quale, talvolta, è piacevole lasciarsi andare, nel quale a volte è necessario cullarsi, per avere almeno qualcosa da raccontare che non siano le solite scadenze del mutuo.
In questa specie di rappresentazione 2.0, basterà cliccare sulla ics per farlo scomparire, affogarlo nel buio dei pixel e dimenticare.
Teresa però, nonostante tutto non riesce a non crederci, non può fare a meno di prenderli sul serio, mentre vaga per il web alla ricerca di un’anima solida, che spera fra le migliaia di icone di trovare un giorno.
Un uomo che possa dirsi tale, che voglia sentire il suo odore e che faccia almeno finta di non scappare.
Forse, Teresa preferisce l’illusione a questo ragionevole e triste tirare a campare.

Scrivere


Oggi come oggi, perché si venga pubblicati anche nel mondo analogico, non c'è alcun bisogno di saper scrivere. Non sempre.
Esistono infatti miracoli legati al mercato più che al talento.
"Avere qualcosa da dire" come diceva Dino Buzzati, dissertare sulle "malattie familiari" come amava fare Moravia, inventare nuovi stili, mettere su carta con buon gusto e originalità il proprio punto di vista, non necessita di grande sforzo.
Se hai una storia originale, se sei stata vittima di un fatto di cronaca, sarà la stessa casa editrice a contattarti e a scrivere il libro per te.
Qualcuno arriverà a casa tua con un registratore, ti farà delle domande a cui risponderai con dovizia di particolari e la tua storia verrà riscritta e stampata in 7.000 copie.
La seconda soluzione, praticata veramente da molti, è quella dell'editoria a pagamento.
Scrivi la tua storiella, magari di 70 pagine, didascalica e piena di errori, non ha importanza, e verrà ampiamente "editata" da professionisti, poi acquisti una buona quantità di volumi che regalerai ad amici e familiari e, in cambio, ti verrà promessa una distribuzione che quasi sempre si rivelerà minima e, in certi casi, per fortuna, inesistente.
Il mio Maestro dice sempre, parafrasando grandi autori prima di lui, che per scrivere è necessario essere degli intellettuali, salire sulle spalle dei "giganti", diventare dei "medium" e far sì che il fuoco della passione di vulcano si unisca alla ragione di mercurio. Tutto ciò, usando una sintassi così carezzevole e un linguaggio così forbito da metterti addosso un 'emozione quasi sessuale.
Sforzarsi di trovare qualcosa che sia nel dna comune, che colpisca tutti, che parli direttamente al cuore del nostro lettore ideale è uno sforzo necessario per scrivere qualcosa di veramente importante, che lasci un segno, un monito, una traccia nel nostro lettore, ma ci vorrà molto tempo perché un editore "serio" si accorga di te: talvolta anche anni. Se invece sei una escort da Premier, le case editrici faranno a gara per averti, tralasciando, e su questo non ci sono dubbi, talenti più duraturi e meritevoli.
Quindi, visto che non sono stata ancora pubblicata, e nonostante vivissimi complimenti e gratificazioni -solo verbali- di direttori editoriali, mi risolvo a mettere on line alcuni miei punti di vista.
Su questo blog non pubblicherò nulla dei miei romanzi, quelli giacciono sulle scrivanie di alcune case editrici, qui tratterò con un linguaggio decisamente leggero, dei rapporti uomo donna, dell'amore al tempo del web 2.0 e di quanto, a volte, l'eccesso di comunicazione crei in definitiva il vuoto culturale.
Teresa e Luca, entrambi quarantenni insoddisfatti e logorati fra l'eterno desiderio di amare e la paura di sentirsi intrappolati in qualcosa di non veramente soddisfacente, faranno alcuni interventi raccontando di momenti intimi e passaggi fondamentali della loro vita sentimentale.
E così Silvia, Alessandro e Lia.
Un punto di vista sulle diverse forme d'amore ma anche sulle forme d'amore diverso.