giovedì 26 dicembre 2013

Justine e la politica (Tratto da "Justine 2.0)

Justine 2.0 Pubblicato da INK Edizioni

Fissò lo sguardo sul monitor. Il Politico S. stava lì, fermo nella sua icona, da mesi. Le gambe atletiche accavallate, immerso nella lettura di un quotidiano e incorniciato dal cielo terso, azzurro come la sua camicia e, nonostante battutine, autoscatti, doppi sensi e sottintesi, se ne stava lì da mesi e non la guardava.
Al di là di certe tiepide e-mail, la donna non leggeva alcun segno concreto, dato di fatto, modificazione di stato, nuova amicizia, quiz, causa o nota, che le desse la misura del suo umore da single.
Justine respirava profondamente, sorseggiava caffè nero e intanto fissava le linee di quel viso.
La nascita radical-chic le aveva concesso il lusso di frequentare la politica sin da bambina. Parte del sistema educativo cui Justine era stata sottoposta consisteva, infatti, nella visione integrale delle tribune elettorali e delle discussioni – sempre civili – che si accendevano subito dopo tra gli amati genitori. Ricordava bene quelle trasmissioni noiosissime in cui signori in bianco e nero – un po’ bruttini – parlavano usando un eloquio pacato e composto distante mille miglia dal protagonismo di cui tanti sembravano malati, dall’onnipresenza sui social media e in tivvù e dalle affermazioni offensive con cui ammorbavano l’aria.
«Un politico è un politico», ripeté a Yang, che imprigionata in una lama di luce la guardava dal marmo cremisi del pavimento.
«Ma cosa fa un politico?».
Sapeva di non essere l’unica a interrogarsi sulla questione e a ridursi a certe fantasie. In effetti, tra stagiste, veline, meteorine ed escort minorenni, i pensieri peccaminosi degli italiani e di chi li governava stavano consumando gli ultimi litri d’aria della nazione, eppure non poteva proprio fare a meno di farsi venire certe idee ogni volta che li vedeva parlare e muovere le loro mani curate e potenti sui divanetti dei talk-show.
E subito, ovunque si trovasse, sentiva l’eco dei gemiti di piacere rimbalzare sui muri dei larghi e solitari corridoi parlamentari, percorsi da tappeti pregiati dove s’immaginava prona, gli occhi e il viso pieni di lacrime e onorevole sperma. Oppure, riversa sui divani damascati e comodissimi, le gambe fasciate da calze di seta e stivali di morbida nappa, mentre guardava l’uomo senza volto che le ordinava di servirlo a dovere.
E così si vedeva sulle enormi poltrone di pelle e sulle immense scrivanie, circondata da guardie del corpo con i membri in mano, grossi, duri e pulsanti, la schiena curva, il viso arrossato da buffetti e sputi, sudato, premuto con forza sul legno pregiato, le braccia sottili imbrigliate dietro la schiena da cravatte eleganti, legate fra loro e tenute con forza da un polso grosso e abbastanza peloso, abbracciato teneramente da un polsino chiaro, abbellito da un gemello prezioso e discreto seguito da una mano elegante e perfetta. Una mano che non tocca.
E ancora, sul punto di venire, immaginava la voce ferma di quell’uomo senza volto che le sussurrava frasi indecenti una dietro l’altra, senza stancarsi mai, e che con veemenza e scherno la chiamava cagna e le urlava troia, puttana, latrina, mentre con una mano tirava con forza la briglia e con l’altra i capelli di lei che gemeva, ancora in sé, ma per poco.
E, non ancora soddisfatta, immaginava nemici pubblici e pubblicamente ostili che se la passavano l’un l’altro, fraternizzando in un’orgia titanica sugli scranni del Parlamento, tutti insieme, godendo infine in un collettivo orgasmo allo scampanellio che annunciava l’inizio delle consultazioni.
Mani destre e sinistre, e membri, la frugavano da tempo durante le sue lunghe digressioni notturne, distanti anni luce dalla scandalosa, squallida e assai più prevedibile realtà, che le procurava sgomento anziché plurimi orgasmi.

“Un politico è un politico, certo”, pensò dando un’occhiata al suo curriculum e cercando di crederci almeno un po’.

L’ultima volta che Justine e S. si erano connessi era stato una settimana prima, venerdì sera, in chat, durante uno dei rari slanci “sentimental-parasessuali” del parlamentare cattocomunista.
Era uno dei tanti tredici febbraio tristi della sua vita, ma lei ride- va pensando a quell’uomo, di là dal monitor, in un’altra parte della città, magari in pantofole e calzini, che chino sulla tastiera e completamente avverso alla tecnologia, si dava da fare con il delicato trackpad del suo portatile nuovo di zecca. Sigaretta sul posacenere, l’uomo cercava goffamente di star dietro alle dita allegre di Justine che, veloci come il suo pensiero e aeree come la sua indole, digitavano concetti per lo più complessi.
E mentre lei trascriveva citazioni scartabellando interi volumi di filosofia, il Politico astigmatico tirava fuori dei semplici «è vero» e dei brevi «sì, hai ragione» che comparivano sul monitor, poco incisivi, al termine di estenuanti attese. Paziente, la nostra eroina si era costretta a rallentare per sapere di più, per indagare e capire chi fosse, ripiegando su discorsi piani, semplici e banali le cui risposte potevano anche essere dei brevi sì o no: «Sei sposato?», «Hai la donna?», «Eri in Fgci?», «Ah, Dp?», «Dove abiti?», eccetera.
Il ticchettio frenetico delle dita forti di Justine sui tasti luccicanti e retroilluminati, fece da colonna sonora a quella triste domenica invernale. Frasi oscene e digressioni fantastiche si specchiavano nel nero degli occhi di Justine; orge e scambi di coppia, che lei immaginava svolgersi nelle dark room più permissive dell’Est europeo, venivano descritte al Politico e con dovizia di particolari. Finché i «Sì» dell’uomo si fecero ripetuti e continui, insieme a degli «Ancora» e a molti «Dai». Nella sua casa da maschio single, perfetta e lucida, lo immaginò lavorare di mano finché un poco onorevole «Se continui così...» precedette un più eloquente silenzio, seguito da “faccina sorridente”, seguita da “due punti e asterisco”, seguita dall’accensione della sigaretta di rito e da una breve chiacchierata in chat.
Al termine di quell’amplesso virtuale – durante il quale si era divertito solo lui – la nostra protagonista non aveva potuto far altro che deprimersi ascoltando lo stesso brano melenso almeno venti volte e facendo fuori un intero pacco di Osvego con burro e miele.
Quelle storie non l’avrebbero portata a niente di buono e lei, nemmeno tanto in fondo, lo sapeva. Ma di alternative ce n’erano poche.
Malinconica e quasi alle lacrime postava sulla sua pagina My Funny Valentine, Love for Sale e tutto il repertorio di ballad tra le più romantiche, concludendo quella conversazione virtuale, solitaria e univoca, con una più esplicita Should I Stay or Should I Go dei Clash.

mercoledì 18 dicembre 2013

Consulenza legale

L’avvocato le andò incontro in sala d’aspetto e le strinse la mano. La donna si alzò nella speranza di poter conferire al più presto, ma dopo che lui ebbe dato uno sguardo all’orologio facendole capire che mancava ancora un po’, si risedette. L’uomo si allontanò con aria indaffarata dopo aver prelevato un paio di faldoni che la giovane in tailleur grigio perla aveva già preparato per lui.
Nella sala d’aspetto, che si trovava esattamente davanti al frontdesk, regnava un silenzio sordo.
La donna si avvicinò alla finestra e guardò fuori, un interno qualunque con una palma, che l’amministratore di condominio aveva deciso di lasciar morire, la distrasse per pochissimi istanti. Poi, preso dalla borsa un taccuino dalla copertina nera scrisse qualcosa e lo lasciò cadere sulla morbida poltrona di pelle sulla quale aveva appoggiato cappotto, sciarpa, e cappello da uomo, anch’essi rigorosamente neri.
Faceva un caldo tropicale e così si sfilò il maglione, nero, slacciando un paio di bottoni della camicetta, in tinta. Prima di lasciarsi cadere rassegnata sulla poltrona, tirò su i capelli lisci e bruni infilandoci dentro una matita.
Dopo alcuni minuti d’inattività forzata, trasse dalla borsa alcuni fogli che prese a leggere muovendo le labbra come una scolaretta i primi giorni di scuola.
L’orologio diede cinque tocchi, lei si voltò verso le segretarie che insieme le sorrisero.
Al termine dei sei tocchi l’uomo comparve dando ordini alle due assistenti e, prendendo una chiamata evidentemente di lavoro, le fece strada fino allo studio.
Infine sollevò la cornetta del telefono fisso, un vecchio pezzo anni settanta, mise il cellulare in mute, abbassò le luci e si mise seduto al proprio posto, finalmente pronto ad ascoltare.

«Si sieda», le disse affabile dopo averla squadrata tenendosi il mento tra due dita. «Allora mi dica», concluse in tono professionale.
Lei guardò in alto, e dopo essersi sistemata la gonna longuette, iniziò a raccontare procedendo in maniera evidentemente affettata e poco naturale, come un’attrice al suo primo provino.
«Ho ucciso mio marito... avvocato... sì... gli ho infilato il coltello in mezzo al petto... quel porco... era un porco... sì... lo giuro... avvoca... ».
«Ma nooo... nooo... », la interruppe lui riaccendendo la luce e puntandogliela sull’ovale perfetto.
«Ricominci daccapo, la prego, così non andiamo da nessuna parte! Riprenda con ordine!».
«Va bene, riprendo! Aspetti che le racconto tutto dall’inizio».
Finalmente, risollevato il viso dopo circa mezzo minuto di concentrazione, la donna esibì un’espressione contrita, lo sguardo illuminato da autentico pentimento. No, anzi, era vera angoscia quella che chissà quale ricordo era riuscito a evocare.
L’avvocato sentì un movimento sotto il pantalone.
«Sì, continui così, sì, vada a ruota libera, mi dica, l’ascolto, son tutto orecchi».
La donna accavallò le gambe, lunghe e fasciate da calze fumo di Londra, e prese a fargli un resoconto, il più dettagliato possibile, di tutte le violenze subite, delle torture cui il marito l’aveva sottoposta per anni. Gli disse dei risvegli notturni, di quando tornava ubriaco dalla partita di calcetto, dei tradimenti con “porche baldracche e puttane”, cui quel “lurido bastardo, figlio di puttana e impotente” la costringeva ad assistere e spesso anche a partecipare, passando per tutti i possibili attacchi alla dignità femminile che le venivano in mente e che sciorinava in un italiano artefatto, che di tanto in tanto raddoppiava consonanti, scivolando sempre più spesso in un dialetto musicale e verace.

L’avvocato, che nel frattempo si era alzato dalla comoda poltrona, le girava attorno cercando il momento più giusto per mettere fine a quella confessione sopra le righe e a quella storia che faceva acqua da tutte le parti.
«E il coltello? Dove ha nascosto il coltello? E l’auto? Perché ha preso quella di suo marito? E chi l’ha aiutata a portare giù il corpo? Aveva un complice? Era il suo amante? E quale sarebbe il fiume dove l’ha gettato che qui in città non c’è nemmeno una pozzanghera? Il lago? Dove? Ma se il mare è a trecento chilometri da qui? Ma che dice? Non si contraddica. Chi ha chiamato dopo? E la polizia? Se è successo tre giorni fa qualcuno avrà notato di certo la sua assenza dal lavoro. E le impronte? La pistola? Quale? E dove l’avrebbe presa? La corda? Quando mai ha parlato di corde?».
La donna, sotto quella raffica di domande, appariva sempre più smarrita e tremante, disperata affondava le unghie rosso brillante nei morbidi braccioli della poltrona, dentro cui tentava disperatamente di rannicchiarsi e scomparire. Annichilita, rispondeva balbettando, si guardava intorno alla ricerca di un appiglio, di risposte plausibili e di vie d’uscita.
Lui non le dava tregua, riempiva l’aria di gesti ampi ed esclamazioni spaventose, quelle che gli avvocati usano di norma prima di presentare la parcella, quando vogliono lasciar intendere al cliente che senza il loro prezioso intervento gli spetterebbe soltanto il carcere duro, che si tratti di una multa o un omicidio non fa differenza. Dei “hummm... “ pensosi, che anticipavano vigorose negazioni del capo, rimbalzavano sulle pareti di legno, brevi risate nasali, che preludevano a sarcastici “lei crede”, numerosi “dica dica pure” che già denigravano la soluzione, ovvia, che la cliente gli sottoponeva, le venivano snocciolati sul viso ormai pallidissimo.

«Perché in giurisprudenza non c’è niente di ovvio...  signora» disse quasi in un sibilo al termine di una lunga pausa, durante la quale si era slacciato la fibbia di metallo della cintura di cuoio pesante.
«Arrivate qui pensando che la legge sia chiara come una lista della spesa» aggiunse guardando di sbieco la donna il cui labbro inferiore aveva preso a tremare leggermente, ancora in sé, nonostante la lunga performance, ma ormai svuotata e stanca, vinta da quel rimbombare di punti di domanda e termini astrusi.
«Perché nessuna via, tra quelle che a voi umani appaiono plausibili e giuste, sono per noi legalmente percorribili... » e con un elegante cenno della mano la invitò a spogliarsi, mentre per primo le mostrava con fierezza il corpo ben fatto, asciutto, l’ampio petto ancora memore di numerosi anni di nuoto agonistico, depilato e abbronzato da lunghe vacanze all’equatore.
«Noi ci nutriamo di vizi di forma, di virgole posposte, di codicilli e prassi, di norme e sentenze» disse porgendole la cinta.
«Perché se a volte percorriamo scorciatoie, spesso ci adagiamo in lungaggini. Noi valutiamo, rimandiamo, ci assentiamo... » e si sfilò i pantaloni eleganti. «Presentiamo istanze, rigettiamo sentenze, ricorriamo in appello, in cassazione, all’alta corte. Evochiamo l’indulto» disse ancora mostrandole la schiena larga e muscolosa.
«Ricorriamo al tribunale della Libertà», e si distese a braccia spalancate sulla solida scrivania, lasciando cadere, in quel gesto liberatorio, faldoni e agenda, telefono e cellulare.
«Noi lavoriamo duramente perché chi ci paga possa dormire sonni tranquilli» e allargò le gambe muscolose.
«E adesso la prego, in nome dei cinquecento euro che le darò in nero e cash, per tutto ciò che non ho fatto perché la giustizia trionfi, e per ciò che ancora non farò, la prego, mi punisca duramente e con tutta la forza che ha», e con la mano destra afferrò il suo membro in evidente erezione.
Rimase una splendida luce da lettura, un vecchio pezzo da museo, a illuminare il suo sguardo appagato, che a ogni colpo di cinghia si chiudeva sul blu cobalto dei suoi occhi.

Qui il mio romanzo http://www.inkedizioni.com/justine-2-0/


domenica 15 dicembre 2013

E poi c'è il mare.




Ho odiato la scuola sin dall’asilo.
L’abbandono delle bambole al buio del cesto e della stanza dei giochi. Il freddo bianco latte che ghermiva il paesaggio. La direttrice truccata da maitresse con tanto di unghie spaventose. Il plesso scolastico dai pavimenti grigi, cosparso qua e là da segatura che copriva i resti della colazione del più timido, del meno studioso che chiamato alla lavagna s’impallava miseramente davanti all’addizione più semplice.
Le attenzioni della maestra da dividere con i compagni, come l’onore di strappar via il foglietto dal calendario, i canti corali anziché da solista, il grembiule, che sotto il blu elettrico nascondeva tutti i colori.
L’interrogazione, cui ho resistito come un’agente della CIA anche dopo, negli anni del liceo, quando mettevo in atto la tecnica appresa già nella culla, la minaccia di un crollo emotivo simulata attraverso il lieve tremolio di mento e labbra, e l’immediato illuminarsi dello sguardo di un luccichio sinistro.
Nulla era più vile per me che dover essere costretta a mostrare alla classe le mie qualità.
Non c’era niente di meglio durante quelle ore di ozio, mentre i compagni si davano da fare a primeggiare, che contare sotto il banco figurine, leggere grandi classici fuori programma, rincorrere con lo sguardo, in cortile, le rare foglie che si staccavano dai rari alberi, o il pulviscolo danzante, che si rifugiava nei raggi di sole per finire sul mio banco e tra le mie dita.
Consideravo vanagloriose le energiche alzate di mano e gli acuti “io, io!” che rimbombavano in classe, ridicolo, il tentativo di ognuno di dare la risposta più giusta.
A che pro, mi domandavo, stare a tu per tu con sussidiario e libro di lettura quando fuori succedeva il casino, mentre fuori si sparava e ci si menava di brutto.
Comunque, ricreazione e cambio ora hanno sempre rappresentato il mio riscatto. Finalmente libera facevo propaganda distribuendo prima figurine e miniflex, poi volantini o idee, cercando, sia prima che poi, il mio futuro ragazzo, con parvenze fiabesche se possibile, anziché da cartone animato.

Tutto il resto era ansia o noia mortale. La scuola era confronto, la presa d’atto dolorosa che per essere la più brava dovevo gareggiare, alzare anch’io il braccio, strillare più forte e, soprattutto, conoscere la risposta giusta.
Tra le peggiori frustrazioni di quel tempo grigio, che sapeva di mandarino e banana sfatta, le galoche che mia madre non volle comprami, salvo poi scoprire di aver costruito un dramma esistenziale su un fatto inesistente, grazie alla missiva anonima di un ex compagno di classe.
Cara amica, nei mie sogni mi ritrovo bambino con te che scendevi le scale vestita così: mantellina di loden, passamontagna rosso, galoche rosso brillante bordato giallo canarino.
Mai attribuire ad altri il merito della propria indole ribelle.

La decisione di non indossare più il grembiule fu il mio primo atto sovversivo allo stato di bambina.
Indifferente allo scherno dei compagni e alle occhiate gelide delle altre mamme, andai fino in fondo, fino all’umiliazione di venir esclusa dalla foto di fine corso. In segno di sfida, quel giorno indossai un maglione rosso.
Distratta da ciò che c’era fuori, e viveva, fissavo il mondo degli adulti con sguardo attento. Il vigile urbano, esempi di maschia virilità i suoi gesti autoritari e i baffi, la divisa inamidata e le scarpe lucide. Il ragazzo che consegnava i fiori, un Paul Newman del sud dallo sguardo verde petrolio e il jeans aderente, alto in vita e consumato proprio lì davanti.
E non fissare la gente!, mi diceva l’adulto di turno.
E non fare linguacce!, esibite magistralmente solo in risposta alle provocazioni del mostro della macchina accanto, anche lui messo di dietro come un pacco postale, ignaro anche lui della destinazione ultima di quello che mi sembrava sempre un viaggio misterioso, pieno di sorprese e soste, come quelle alla stazione di servizio, dove giovanotti in tuta gialla, mi fecero conoscere, inserendola direttamente nella cinquecento, la prima (ma non ultima) sostanza stupefacente.
Fuori da quel plesso grigio era tutto più bello. Tutto assai pericoloso, stando almeno alle raccomandazioni degli adulti cui comunque non ho mai creduto.

Nemmeno oggi che sono donna fatta (non solo in termini anagrafici) presto ascolto agli inutili moniti.
Si possono vivere più vite in una sola esistenza, grattare più fondi di barile e prendere decisioni che si sentono giuste soltanto nella pancia. Anche se sarà uno sfacelo andrà bene lo stesso, è sempre il nostro viaggio.
Non ho mai creduto che il talento valga poco, né voglio indossare la divisa da perdente.
Non so dove sia il traguardo della nostra esistenza, né chi abbia deciso di fissarlo esattamente in quel punto lì.
Non dipendono dagli altri le mie letture o il mio ottimismo.
Scelgo io stessa dove inerpicarmi. Non uso guide turistiche per attraversare le città, mi lascio trasportare dalle voci o dal silenzio, dal movimento della notte, da un passo che mi richiama all’amore.
Fuori c’è il mare. Coppie di anziani passeggiano, giovani in gruppo, uomini soli e donne guardano l’orizzonte assieme a me, ma in perfetta solitudine.
Non c’è soltanto chiasso, il primeggiare a forza di alzate di braccia, l’affermazione di sé a ogni costo.
C’è anche la ricerca fine a se stessa.
Il compimento di un’opera che sia allo stato dell’arte.
Prima c’è il viaggio. Un dove recarsi. Ci sono altri cieli da toccare e mete diverse.
E poi, per affermarmi dovrei prima sapere qual è risposta giusta, e per fortuna, non credo proprio di conoscerla.

(In libreria: http://www.inkedizioni.com/justine-2-0/)

domenica 8 dicembre 2013

Subway

Tra i viaggiatori che l’umanità la ignorano, tenendo gli occhi su tablet, cellulari, giornali e libri, quelli che la evitano, cercando un posto defilato, saltellando da un sedile all’altro, alzandosi ogni volta per spostarsi un po’ più in là, c'è chi tra gli altri ci sta a proprio agio, che tra gli altri si sente al caldo, affine e complice.
Io appartengo a questa specie, quella curiosa che si perde tra i dettagli, unghie, capelli, pulizia e grana della pelle, che ficca il naso nei libri altrui, che origlia discorsi, accenti, intenzioni e ritmi, che prova a ipotizzare, tra le pieghe di una gonna, un passato da ginnasta o da ballerina, che sulle dita delle mani conta anelli, intuisce età, fatica e indole.
Metto in allarme i miei sensi, tutti e sei, per scatenarli nel vagone come radar sensibili, alla ricerca di uno svago, il mio, sempre a caccia di esistenze sulle quali indagare per ingannare il tempo, quello, il solito, fuggevole e disonesto.
Tra tutti mi soffermo su un vecchio elegante che il passato glorioso ce l’ha nelle spalle, fatiche disegnate dal tempo, abitudini e vizi, la tristezza della perdita –o di molte- scritta a caratteri cubitali nello sguardo. Ormai a un passo dalla fine certa ha negli occhi un’ombra di terrore, lacrime che, in quei crateri infossati e lividi, si sono fatte laghi. Sopravvissuto al proprio passato e comunque sia vincente. Che sia stata una vita gratificante o meno non ha importanza, ciò che vedo mi basta.
Il loden ben spazzolato, custodito con cura ogni anno come se fosse l’ultimo e poi rindossato, come per un miracolo, una grazia, o forse una condanna. Il cappello in tinta, regalo rituale di qualche nipote per un Natale che non riserva più sorprese, e che anzi crea disordine, un caos insopportabile in una quotidianità tutta abitudini. La sciarpa di cachemire odora di lavanda. Unghie pulite, mani come sentieri accidentati. Il polsino, fiero di essere mostrato al mondo, inamidato e lindo, come il colletto della camicia attorno al collo esile, un tronco di salice che si accascia su un prato. Il naso consunto solcato da occhiali.
Porta due fedi all’anulare. Tira fuori dalla tasca un fazzoletto bianco con iniziali e asciuga l’eccesso di nostalgia che gli ha appena tolto il fiato.
Ecco la sua fermata. Scende. La folla lo trascina via, risucchiandolo di nuovo in un futuro di cui io non saprò nulla.


Foto by Valery Titievsky

sabato 7 dicembre 2013

Deriva #42 #derivaditwitter: Aridaje con la Tweetstar

“C’era una volta il Barone Lamberto... ” è una deliziosa fiaba di Rodari che insegna come, parlandone, si accresca il valore, supposto o meno, guadagnato o costruito sul nulla, di chiunque.
Ecco, forse, se la finissimo di parlarne, le tuitstar non esisterebbero.
Io, che la televisione non la guardo se non per spararmi un film a fine serata, non so nemmeno chi siano certe boccolose dalle labbra a canotto che su twitter hanno più di trentamila fan, così come non so chi siano certi orrendi tipacci dalla risposta a fior di polpastrello che frequentano gabbie e tolcsciò.
Siamo noi che li riempiamo di orgoglio, come in questi giorni con il cane Dudù.
Perché oggi ha più voce lui che un imprenditore sul lastrico, perché parlare di Dudù avrà sicuramente un maggior numero rituit.

Le tuitstar non rispondono! Le tuitstar cancellano le interazioni manco fossero la peste bubbonica! Le tuitstar se la tirano! Le tuitstar defollouano! Le tuitstar si fanno #FF a vicenda!
Ecco, se la piantaste di seguirle, le tuitstar non avrebbero più ragione di esistere.
Ma così non sarà. Sempre per la famosa legge che premia la popolarità e non il successo, un paio di tettone e non un timido sorriso, la battuta lapidaria e non quella sottile, le tuitstar saranno sempre sulla cresta dell’onda.
Allora perché lamentarsi?
È come andare a Cortina e sorprendersi ogni volta delle tizie in minigonna e tacco dodici. Se vai a Cortina lo saprai bene che ci sarà anche l’orda di barbari venuti a omaggiare Montezemolo anziché fare escursioni.
Il famoso “aridinghede aridanghede” di tuitter, che può essere giardino silenzioso pieno di magnolie o un corso di paese chiassoso e pieno di luci psichedeliche. Dipende da chi si sceglie di seguire. Lo dico sempre, ognuno ha la TL che si merita.
La ragione per la quale seguo qualcuno è se i suoi tuit vanno al di là dei luoghi comuni che già leggo sugli E-zine, sulla posta di Libero, e ormai anche sui settimanali più importanti. Tutti vogliono stare sulla notizia e, come bambini a corto di parole, si passano le news fino a esaurirle, riducendo anche i temi più scottanti, in povere banalità.
Delle funzioni intestinali del mattino personalmente m’importa poco, così come del servizio meteo o se il bambino ha avuto il rigurgito.  


Su come diventare tuitstar hanno scritto già in tanti, e in parole spesso poverissime, quindi non dirò che per esserlo basta avere tantissimi follouer e pochi follouing, oltre a un numero esiguo di tuit.
Ma le tuitstar non sono tutte uguali.
Ci sono quelle di nome, quelle di culo e quelle di merito.
Su quelle di nome ho già scritto, alcune meritano e se seguirle ha un senso, fatelo, su altre ho molti dubbi, per cui poche moine, se non vi piacciono defollouatele e senza tante storie.
Quelle di “culo”, invece, sono la vera gramigna di tuitter.
Per la maggior parte blogger dell’ultima ora dal giudizio caustico (come se già non ce ne fossero a iosa), hanno la battuta facile e cavalcano l’onda del #TT e del luogo comune, sfornano ricette di vita e d’amore e ci accolgono con PIC straordinariamente originali, spesso con il medio alzato, e con bio salaci. Lo spirito di patata a ogni costo, quello da liceali dell’ultimo banco che niente ha a che vedere con l’ironia, lastrica la home delle suddette sempre (per carità) coperte da anonimato. Sono quelle che non fanno che rintuzzare le tuitstar di “nome”, tanto per accumulare follouer. Il loro atteggiamento sfrontato dice: io sò io voi nun sete un cazzo. Prima o poi pubblicheranno qualcosa, un manuale di sopravvivenza metropolitana che parla di gruppetti di giovani senza futuro ma dai grandi ideali messi al margine dalla società che non li vuole.
Insomma, sono geni incompresi che sanno come far girare il mondo e ancora non si sono accorti che dovrebbero prima far girare la propria vita.
Vanno d’insulto e si nutrono degli errori altrui. Piacciono ai propri simili che, vi garantisco, sono tantissimi.

Infine le mie preferite, le uniche che abbia senso seguire: le twitstar di merito.
Agili di dita, scrivono tuit esilaranti e si guadagnano i propri follouer con tempo e fatica. Hanno bio esilaranti ricopiate a iosa dai meno creativi. Fiori di campo, sono visibili come nontiscordardimé nel prato delle banalità 2.0. Spiritose ma anche romantiche, raccontano di sé includendo sempre il prossimo, sono taglienti, molte destinate al successo (che non è sempre popolarità) hanno accumulato follouer a forza di testa non di tattiche. Non tuittano di continuo perché si danno da fare, leggono, lavorano, studiano e scrivono. Usano tuitter per avere visibilità ma anche rapporti umani, anche se in questi ci credono poco. La maggior parte delle volte fanno giochi di parole e inventano storie deliziose in centoquarantacaratteri, quelle che pensi: ecco, questa l’avrei voluta scrivere io. Non hanno mai più di ventimila follouer e anche un buon numero di follouing, sono “star” di nascita e tuittere per caso. Scrivono di politica e tecnologie, di economia e musica. Sono generose, attente ai propri simili, interagiscono il giusto. Non seguono i #TT, li creano.



(P.S. io non sono una tuitstar ma cancello sempre le interazioni. Detesto scorrere una TL piena di emoticon e conversazioni. Cancello anche i tuit con poco senso, quelli che il giorno dopo li leggo e mi domando: cosa ho scritto?)

domenica 1 dicembre 2013

Deriva #41 #derivaditwitter: La donna dei Pixel

Finché sono le signore a digitare frasi melense posso anche chiudere un occhio e scorrere rapidamente la TL, ma il morbo del romanticismo sintetico si è diffuso anche tra gli uomini, rituittati a iosa dalle stesse, sempre all’imbrunire, mentre aspettano che il minestrone (surgelato) sia pronto da servire.
Le versioni maschili dei saccenti in amore, quelli che sdoganano ricette infallibili, sono per lo più mezzi profili o labbra forti, piani americani un po’ sfuocati o mascelle importanti. Completamente OUT mani e piedi, quando invece, una PIC con scarpa inglese fatta a mano potrebbe raccogliere molti più consensi, ma si sa che se non hai capelli e sei grasso non rientrerai mai tra i cosiddetti Machi papabili.
I profili più comuni si arrampicano sugli specchi del consenso femminile cercando originalità a tutti i costi attorno a due parole, cuore e amore, che intinte nel sangue e nel dolore, fanno ancora una volta rima con tumefazione e rianimazione.
Braccia che stringono fino a spezzare ossa, assenze che tolgono il respiro e pelli attraversate da brividi, labbra febbricitanti e membra tremanti.
Il più rituittato, mago delle banalità a portata di polpastrello è “Uomo d’altri tempi”, trentacinquemila FAN su Faccialibro e prossima tuitstar, almeno stando ai rituit che riceve. Trattasi di un barbuto figaccio di cui si scorgono l’occhio malinconico e un naso maschio e di cui s’intuisce il capello folto e lungo con bocca dura seminascosta da barba. Anch’essa assai virile.
Ho una cotta per la mia mente... e non solo!” è la sua bio che, tanto per cominciare mette l’accento (per una volta giusto), sulla propria autostima, merce assai rara oggigiorno.
Le virgole sono per lui un optional, il punto fermo, una necessità.
Le frasi, semplicissime, sono tutte in seconda persona singolare.
Come un noto politico italiano in odore di elezioni, anche lui si rivolge a Francesca, Maria, Marta e Luciana. 
Per non perdere pubblico e agguantare chiunque, dedica molte delle sue attenzioni alle “donne belle dentro”, che già basterebbe a mandarlo a fanculo “per sempre”.
Le foto che posta sono tramonti, donne bellissime che guardano tramonti, abbracci infiniti al tramonto e labbra (bellissime) che si sfiorano appena davanti al tramonto e che accompagnano frasi di questo tenore: “Sfido chiunque a non voler essere al primo posto di una persona speciale. Perché questo accada c'è bisogno di impegno. Nulla sarà regalato” roba che nemmeno l’I Ching oserebbe consigliare. Ma anche “Quelle cicatrici che solo tu potrai placare dal dolore lancinante con la tua immensità di donna” oppure “Essere tutto per qualcuno significa essere anche il poco, il niente, l'assoluto”, insomma roba da fare invidia a Umberto Tozzi e ai Cugini di Campagna, ossimori improbabili e sintassi traballante che riceve “Like” spropositati e condivisioni tali che, se dovesse proporre un romanzo, potrebbe anche arrivare tra i primi in classifica.

Altro vezzo dello pseudo romantico 2.0 è la definizione di donna o l’immagine che di essa ha.
La sua donna dei Pixel è chiaramente bellissima, superiore a ogni altra e misteriosa. La Mata Hari che lo incatena al monitor non è la moglie, che in cucina smadonna perché nessuno le da una mano, e nemmeno la tizia che si affanna a star dietro ai compiti dei bambini. La “cucciola” che lui vuole è quella dalla PIC sgranata in bianco e nero, quella che di sé mostra nuca o labbra prese a prestito da una modella svedese, quella che si fa cercare, che sospira una necessità di amore “grave”, “urgente” e “siderale”.
La sua donna ideale è estensibile all’infinito, in grado di far provare “Un amore che come il sole finisce dentro di lei”, rendendola perciò galassia, che "brucia al fuoco di un amore spento di già", che è "capace di sopportare il dolore". La donna che lui brama è colei che sa sorprenderlo attraverso l’attesa infinita.
Per il romantico uomo dei pixel la donna dei sogni è femmina ma anche no, puttana ma non troppo, sa essere madre, moglie e amante e sempre su tacco dodici –contrariamente alla martire che l’ha sposato, costretta a stivalacci con para o a galoche che le permettano di portare i figli a scuola senza scomodarlo dal computer.
Il romantico 2.0 viaggia veloce coperto da nickname e sdogana ricette per chiunque.
Lui sì, che sa cosa sono l’amore, la sua mancanza e l’ardore.
Il nostro amato macho digitale impugna la spada del buonsenso e del luogo comune perché sa che “nessuno cercherà un’altra donna se TU non gliene darai motivo”. Poco importa se nel frattempo devi cercare lavoro dopo che ti hanno licenziata dal call center. Perché “è da un bacio che si capisce l’evoluzione dell’amore”, e che minchia gliene importa a lui, se dopo quel primo incontro magico sul lungomare di Civitavecchia lei è ingrassata di venti Kg e tu non sei in grado di darle dei figli perché fumi tre pacchetti di Marlboro al giorno.
La donna è composta da molti mondi che la rendono universo, e questo è verissimo: quello del lavoro, della spesa, del pranzo, della palestra, della suocera e, in gran parte, del conclusivo “smadonnamento” serale.

Ma il nostro romanticone non si cura della comica tragicità del nostro viver quotidiano in un rapporto a due rattoppato e claudicante, lui è il sogno che ha bisogno del nostro coraggio per incarnarsi. Lui è l’autostima che ci manca, quella che ci abbandona ogni giorno di più e non soltanto davanti allo specchio, quella che ci spinge a fingerci qualcun altro anche quando cerchiamo tra gli annunci di lavoro mentre, incredule, leggiamo: Max venticinque anni, bella presenza, obbligatorio allegare foto. Perché lui forse non sa, che essere belli dentro, oggi, non serve proprio a un cazzo.