mercoledì 28 settembre 2011

Teresa e l'onestà intellettuale


La mia Teresa ormai non è più la stessa, basta che apra un giornale e si sente depressa.
«Credo che il troppo parlare di queste faccende ne aumenti la gloria, la storia della “patonza” alla fin fine non annoia.
L’italiano medio ci sguazza in questa storia e c’è chi lo ammira, ne sono sicura. Acclarato il fatto che lui le pagava, il maschio medio si attizza fino alla bava: basta fare un giro per la Salaria per capire cos’è che in questo paese tira.
Non è parlando di puttane che lo mandiamo in galera, messa così, questa, non è più una cosa seria.
E se parliamo di “questione morale”, credo che la chiesa farebbe meglio a esimersi dal parlare, le accuse fatte al vaticano non mi paiono poi così leggere, da poter fare ancora finta che non siano vere.
E poi basta andare in un qualunque bar dello stivale e ascoltarli un attimo parlare: se non è roba di donne, è di evasione fiscale di multe non pagate o di una fregatura –data agli altri, s’intende- qui un cuore tenero non dura».
«Basta Teresa non voglio che ti deprima con questa storia, lo sai come sei nata, sai perché ti ho inventata: per parlare d’amore e non di patata».
«Ma tu sei tutta matta, te l’ho già detto, qui non lavorerai mai se non chiacchieri di letto, di scandali e di storture, se non racconti le cose come sono andate, se non elimini la poesia dalla tua vita, le frasi edulcorate».
«Ma quello è il loro mondo e proprio non mi appartiene, forse vengo sul serio dalla montagna del sapone».
«Il problema vero è che in questo paese in molti hanno qualcosa per cui tremare, a ben guardare nella vita di ognuno c’è qualcosa su cui indagare, siamo stati abituati a cedere al compromesso e anche quando onesti ci troviamo a dover gettare il nostro onore dentro al cesso!»
«Ti ho detto mille volte di parlare in altro modo, ti ho fatta per dirle in rima e usare un linguaggio diverso non perché tu ti avvilisca a parlare di sesso».
«Allora facciamo una cosa: se da domani nessuno più parla più delle storie di sesso del nano, scriviamo soltanto racconti rosa . E non guardarmi così che lo sai bene che a troppi piace sguazzare nel pattume».
«Non dire così Terry, che chi ti legge si offende!»
«Io dico solo quello che penso, ognuno poi fa i conti con se stesso, non accuso nessuno di posporre la morale al sesso. E poi sai che non è questo il problema, che la morale è un fatto personale: se si parlasse invece di onestà intellettuale?».

lunedì 26 settembre 2011

L'attesa


Alla fine aveva deciso di andarci.
Ci aveva girato attorno per anni, era stato abilissimo a evitare qualunque occasione, a cambiare repentinamente argomento, a simulare una vibrazione improvvisa del cellulare pur di guadagnare il tempo necessario, affinché quel punto di domanda si dileguasse.
Dall’altra parte della città o del tavolo di un ristorante, della scrivania, in aula, separati solo da mezzo metro sulla panchina di una fermata d’autobus, lui la evitava.
Ma quella volta non era stato possibile.

L’aveva chiamata lui, di nascosto, dall’ufficio.
Quel numero non era riuscito a cancellarlo. In realtà l’aveva prima trascritto su un post it, un post it rosa, di sua moglie, e poi lo aveva ripiegato facendone un coriandolo minuscolo che, infilato in una piccola crepa della scrivania, sotto la tastiera del computer, era invisibile persino a lui.
E quel minuscolo segreto era rimasto sepolto lì finché non l’aveva rivista, per caso, mentre sceglieva delle frutta al banco del mercato.

Adesso era lì.
Già due inverni fa lei era sul punto di finirla, con l’altro, suo marito, quello che da giovane “figgiccino” pseudo intellettuale si era trasformato in un dentista di grido dedito alle donne –nemmeno sempre belle- e al gioco d’azzardo, e che puzzava di alcol dozzinale e di gomma di profilattico.

Sul vagone della metro Paolo guardava la sua faccia riflessa a intermittenza, assieme all’unico neon semifunzionante, e cercava di ricomporne l’espressione, i tratti di allora, i suoi e quelli di lei.
Avrebbe fatto meglio ad aspettare l’altro treno, li conosceva uno per uno quei convogli, ne sentiva il respiro sin dal fondo del tunnel. Erano così tanti anni che Paolo saliva su quei vagoni, da poter distinguere di ognuno il diverso tocco sulle rotaie, come i pellerossa le gigantesche mandrie di bufali o di cavalli.

Scese a una stazione prima.
Voleva entrare in un bar e con la scusa del caffè andare in bagno. Voleva guardarsi in faccia, stare a un centimetro da se stesso e riflettere ancora un poco.
Ormai aveva detto di sì, fu l’unica constatazione che riuscì a fare con i polsi sotto l’acqua gelata e la saliva latitante in bocca.
L’avrebbe comunque presa alla larga, lei lo avrebbe aspettato lì, al solito posto, e sicuramente si sarebbe messa a spulciare tra i libri delle bancarelle, alla ricerca di qualcosa sullo yoga, di parapsicologia, sulla cucina macrobiotica o gli effetti dello zucchero raffinato sull’organismo.

Mara sarebbe stata lì ad aspettarlo con i capelli bagnati di luce, gli occhi stretti per il sole ancora forte, la vita abbracciata dalla cintura in un cappotto chiaro, mosso dal vento che viene dal mare e che li avrebbe schiaffeggiati a lungo, prima che riprendessero la ragione fuggita via a quel contatto troppo a lungo rimandato, atteso tanto da togliere il fiato.
Quel dirsi ogni cosa per non dire niente, per occupare di parole lo spazio che li aveva separati, non era bastato a tenerli lontani, lei sarebbe stata lì, in piedi, tra le bancarelle, lo sguardo in cerca, i piedi appena alzati sulle punte, negli stivali neri.

Paolo voleva prenderla alle spalle per non lasciarle il tempo di sorprendersi. Perché Mara si sarebbe sorpresa a vederselo venire incontro con quella faccia che si era visto nello specchio e che aveva ben poco della forza e del coraggio che aveva fin lì dimostrato. Una resistenza messa alla prova per una vita intera, per lasciarla al suo migliore amico, perché lei credesse a tutt’altro, per ignorarla a bella posta come una spiacevole love story da dimenticare.

Mancavano soltanto due isolati e avrebbe intravisto il rosso brillante che usava sulla bocca, gli orecchini, dei cerchi larghi in sintonia con i capelli ricci sempre in disordine, con le collane da zingara in contrasto con gli stretti tailleur che indossava per andare al lavoro.
Mancava soltanto un isolato e avrebbe svoltato l’angolo, e lei sarebbe stata lì, in piedi, tra l’azzurro del mare e il marciapiede.

Mancava un isolato e le avrebbe detto tutto.
Avrebbe confessato che sì, l’aveva sempre amata e voluta, aveva domandato di lei a chiunque, sempre con un’aria superficiale e distratta, che sì aveva sposato Giovanna solo perché le somigliava un poco, perché usava il suo stesso profumo, perché aveva la stessa auto, una vecchia Dianne arancione.

Svoltato l’angolo Paolo non la vide, la cercò tra le bancarelle, al bar di fronte, nel panificio prima della frutteria.
Aspettò all’angolo un buon quarto d’ora e alla fine si convinse che Mara non era lì ad aspettare, non l'avrebbe vista nel cappotto chiaro, i capelli bagnati di luce, un paio di libri usati in mano.
Arrivò fino al faro e si accese una sigaretta: forse, aveva aspettato troppo.

giovedì 22 settembre 2011

Rimpatriata


«Ola... sì, ciao amore, sì, dormivo ancora... no, no, no, hai fatto benissimo tesoro.
Sì... sì predo il treno più tardi... mah, pensavo dopo pranzo, con calma...
No, oggi niente scuola, certo... beh non mi sarei mai mossa se non avessi avuto la giornata libera.
Lì, com’è il tempo?
Alice?
Dai coprila bene che poi stasera, dopo scuola, va a danza.
Io sì, tutto bene.
... Ma no, ma no, non abbiamo sbevazzato più di tanto, siamo stati in un locale, quello che ancora resiste, il primo Pub a nascere e l'ultimo a sparire da questa città...
Monica dorme, sì, sì sta qui, dorme ancora.
Sì, partiamo assieme.
Dimmi...
Ma certo che c’erano tutti... anzi no, scusa, mancavano Giuliana, e Titti.
Mah... già tanto che eravamo in venti.
Giuliana è a casa che ha la figlia con gli orecchioni e il marito in volo... sì, è ancora in Alitalia lui, grazie a Dio.
Titti lo sai... mah, lei... lei è sempre stata una così schiva, non ama immergersi nel passato, odia feisbuc e nemmeno ce l’ha... lo sapevo che avrebbe dato forfait, ma sì... io sono felice sì.
Incontrarli tutti assieme è stato emozionante come il giorno della maturità, forse di più.
Paolo? No, Paolo alla fine l’ha lasciata a casa sua moglie... è venuto con l’amante! Ah... ah... ah... credimi tesoro, quel ragazzo è senza vergogna! Ha quasi cinquant’anni e si comporta esattamente come allora, una al mese ed è felice.
Sì, è ancora carino anzi, come dice Anna è un gran figaccio. Ieri è arrivato su una due cavalli d’epoca... da urlo. Sì, ci ho fatto un giretto sul Lungomare, sai che non resisto a certe macchine.
... ma oggi non hai l’incontro con Trovato? Beh tesoro, allora tanta merda! ... Cosa? Ma no, ma stai tranquillo tesoro mio, il progetto è bellissimo e la sua azienda ha bisogno di idee così, di flessibilità delle macchine, possibilità che sia tutto multitasking...
Vai sereno, amore. Chiama mia madre piuttosto, e dille di passare a prendere Alice alle quattro.
Sì, lo so che ci vai tu, ma metti che ritardi, che ti scordi... lo so, lo so, ma con una giornata come questa può anche capitare no?
Guarda... io ho un treno ogni ora, penso che me la prenderò comoda, visto che ci sono, volevo comunque andare a trovare Giuliana e salutarla, poi volevo andare da Lucia.
... come non ti ricordi di Lucia...
quella grassottella tutta pepe... ma sì, la tipa che al matrimonio di Dado ha fatto quel tale casino. Ah, ecco, e certo, come si può dimenticarla?
Ma no, ma stai tranquillo...
Ma che ti viene in mente, ma certo che sono qui con Monica, vuoi che te la passi? Ma stai scherzando? Veramente vuoi parlare con lei?
La sveglio?
Ah... ecco.
Dai non è che ogni volta che capita un’occasione così dobbiamo fare tutta questa manfrina? Ma certo che anch’io sono gelosa... ma... ma sì, ma... ma io non sto dicendo niente, è solo che lo trovo assurdo che dopo più di vent’anni tu abbia ancora problemi con Claudio.
Ma è sposato...
...ma come “che cazzo c’entra”?
C’entra amore mio!, ci sono ancora persone che come noi pensano al matrimonio nel modo giusto e non come un lavoro a tempo determinato... sì, sì, Claudio è uno di quelli, sì, ieri non faceva che mostrare a tutti le foto della piccola Chicca.
Che vuol dire che l’ha chiamata come me... ma no... ma l’ha chiamata come sua madre, Francesca Romana... e va bene, e va bene, come vuoi tu: l’ha chiamata come sua madre perché si chiamasse come me!
Ma certo che a sapere che dovevi fare tutte queste storie non ci sarei venuta!
...ma dai, ma ti prego, dimmi che stai scherzando... se vuoi la sveglio così ci parli! Guarda che mi fai fare una figura di quelle che difficilmente mi riprenderò... allora te la sveglio?
Monica?... Moni?... ah... ti sei ripreso? Meno male tesoro mio che non mi pare carino non aver fiducia in tua moglie. E poi così, davanti a tutti... beh certo che se lo sa Monica poi lo sanno tutti... e sai che prese per il culo?
Ok bambinone mio... sì, ti chiamo appena so quale treno prendo.
Ma sì, dai, tanto chiamerai ancora duecento volte... ti bacio tesoro... ciao, a dopo... ciao amore... sì anch’io, tanto... a dopo, ciao...».

«Sempre così geloso?»
«Lascia perdere... è dotato di sesto senso... »
«Dio mio che bello averti rivista...»
«Riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato... »
«Anni fa sarebbe stato diverso... »
«Anche per me Monica»
«Ma potevi passarmelo no?»
«Baciami e basta, non perdiamo altro tempo...»
«Ti amo Francesca»
«Anch’io piccolina... ».

domenica 18 settembre 2011

Questa, è ancora la ragazza di tutti.

Questa ragazza è di tutti –USA 1966

Tennessee Williams dà a Willie, un’adolescente che arriva in scena in bilico sui binari di una ferrovia abbandonata, il compito di raccontare a un suo coetaneo la storia di Alva, sua sorella, morta di una “malattia di petto” alcuni anni prima.
In origine, “Forbidden”, un lungo flash back riscritto per John Huston, è stato poi trattato da Coppola, Coe e Summer per Sidney Pollak aggiungendo alla storia romantico/drammatica, il tema della grande depressione da Williams appena sfiorato.



La storia è quella di Owen Legate, uno splendido Robert Redford, che arriva nella piccola cittadina di Dodson nei pressi di Menphis per ridurre, fino a chiudere definitivamente, la ferrovia, unica fonte di guadagno per gli abitanti del posto.
Appena sistemato nella pensione - la madre di Alva e Willie, Hazel Star/ Kete Reid, ha trasformato la grande villa in una pensione-, la protagonista, in una sottile vestaglietta azzurra, si presenta al pubblico e al giovane che viene dalla città, facendo un quadro di sé che spaventerebbe chiunque.
Alva, in realtà non è una “sgualdrinella qualunque” come in molti la considerano, vuole solo scappare, andare via da un posto come quello dove una ragazza così– una Natalie Wood bellissima e “in parte”- rischia di essere troppo chiacchierata e, come scopriremo più tardi, cerca disperatamente di sfuggire a sua madre che vuole farla prostituire con l'arma del senso di colpa “Ho sacrificato tutto per te, e ora che ti chiedo di essere solo un po' gentile con qualcuno fai tante storie!”.

Il testo è drammatico come tutte le pieces di Williams che, nato nel 1911 a Columbus è stato l’autore di storie come “Un Tram chiamato desiderio”, “La gatta sul tetto che scotta”, “Lo zoo di vetro”, “Improvvisamente l’estate scorsa”, “Baby Doll”, solo per citare le più conosciute e con forti implicazioni psicoanalitiche e sociali.
L’alcolismo, le nevrosi che nascono dai rapporti familiari, dalla frustrazione di una vita che non si è scelta, sono protagonisti indiscussi di dialoghi costruiti con maestria tra digressioni poetiche e scontri dialettici.
“No Alva, il cielo non è bianco, è azzurro, e questo vagone non andrà da nessuna parte, è su un binario morto, e questo non è talco, è soltanto polvere” dirà Owen per riportare alla realtà Alva che vive in un presente sempre trasfigurato.

Forse perché Tomas diventato poi Tennesse, soffriva di forti crisi di panico, perché era stato deriso dal padre che non trovava il lui la giusta dose di “machismo”, perché aveva una sorella psicotica, la sua penna si riconosce dalle prime battute, dall’atmosfera, da un dramma che è sempre dietro l’angolo nella vita di ognuno, una tragedia che alla fine si dovrà consumare.


Alva, abbandonata dal padre, uomo di cui conserva un ricordo forse non proprio aderente alla realtà, è una donna che offre il proprio corpo come unica moneta di scambio: è la sola che ha.
Ma che cosa c’è di male in questo?
Di male c’è il moralismo di Redford, le chiacchiere di Dodson e di tutti quelli che proprio perché non l’hanno avuta, vogliono distruggerla.
Perché Alva è vergine, ci rassicura Williams durante un dialogo tra la protagonista e la piccola Willie, Alva è pura, è un angelo che qualcuno vuole insozzare.
Se Williams fosse ancora in vita, eviterebbe di porre l’accento su questo aspetto.
Perché il vero perno del dramma, è che Alva non esiste senza gli altri.
Il problema, la “stortura” psicoanalitica di questa “ragazza di tutti” è che non può fare a meno di un uomo, e che va in cerca di un padre che la porti via, come molte donne che allora aspettavano il marito in casa, tra forno e radio e poi tra tivvù e aspirapolvere.

Ma le protagoniste di Williams sono donne dalla personalità ambigua, apparentemente fragili ma in possesso della forza e della consapevolezza che porterà Maggie “la gatta” ad aiutare Brick, un maschio dalla rabbia repressa e dalla rimozione facile, a reagire a suo padre, al fratello e all’odiosa cognata. Le donne di questo grande drammaturgo potrebbero in ogni momento emanciparsi e mandare tutti a quel paese, ma così non è.



Le donne di Williams sono schiacciate dal bigottismo che le vuole madri e mogli condannate a sopperire alla mancanza di virilità del compagno.
Sono loro che, prigioniere di una femminilità stereotipata ma necessaria, si liberano da quella sensualità imposta e fanno il lavoro di entrambi: sollevano l’uomo dall’ubriachezza molesta, dalla mancanza di autocontrollo e di coraggio, mentono e uccidono.

E oggi cos’è cambiato?
Forse qualcosa, ma solo per l’uomo.
Credo che oggi l’uomo si sia liberato dalla paura di non essere più un maschio Alpha e di mostrarsi debole e pieno d’incertezze.
Per noi, invece, non è cambiato nulla, anzi, forti eravamo e forti siamo rimaste, ancora schiave di un corpo perfetto e di una sensualità sempre più esibita e sempre meno naturale, in prima pagina non per il lavoro che ogni giorno siamo costrette a fare - dilaniate tra famiglia e carriera-, ma per la squallida mercificazione del nostro corpo e che, una volta per un matrimonio perfetto e una volta per una marchetta con il Premier, ci fa essere le più clikkate sul web come protagoniste dell’ultimo scandalo sessuale. Con la differenza che oggi, sono sparite dal viso di queste "ragazze di tutti” la tenerezza e la buona fede, la voglia di fuggire da una realtà che ci vuole oggetti, per di renderci finalmente protagoniste della nostra vita.
Oggi, si vive non solo una quieta rassegnazione al ruolo di "sgualdrinelle” ma si arriva addirittura ad esaltarlo, come se un abito di Prada fosse la sola aspirazione di una bella donna.
Per fortuna non è così per molte.
Per fortuna, per andare a Memphis, e da sole, c'è più di un treno.

giovedì 15 settembre 2011

Una questione di Netiquette.


Lo so che è un argomento trito e ritrito, ma forse di certe cose non si parla mai abbastanza.
E poi mi piace fare la “vecchia zia”, come le attrici più grandi di me, che mi accoglievano in compagnia, io ventenne e presuntuosa, sbattendomi sul faccino acqua e sapone un prontuario di comportamenti “etici” da tenersi dentro e fuori dal teatro.
Ricordo che la prima volta che accadde, mi feci un grosso pianto con singhiozzo –giusto per attirare l’attenzione del regista con debolezze verso le fanciulle under 25-, ma di risposta, ottenni solo un secondo cazziatone e ancora più serio.
Perché sì, un tempo c’erano regole da rispettare, e se così non si usa più, grazie alla nuova tendenza che va avanti il più cafone e arrogante, sulla mia pagina facebook è ancora così, come su questo blog e così come sarà -si spera prestissimo-, quando un nuovo codice etico sarà alla base dei comportamenti tra umani in questo paese.

Diciamo che con questo mi auguro che i barbari siano presto sconfitti, che si riparta da quel famoso -Lei cosa fa? Dove ha studiato? Che titoli ha?-, che si torni alla vecchia usanza che siano l’esperienza, i titoli e la cultura a fare la differenza, e non quell’ignota spintarella che fa dei nostri competitor dei mostri imbattibili.

Comunque, l’educazione e il codice di comportamento da tenere on e off line, al di là dei corsi di bon ton che non servono a niente, come quelli di bondage, e di scrittura creativa tenuti da emeriti sconosciuti, è qualcosa che s’impara da piccoli, che si ha nel sangue ma che magari troppo spesso s’ignora e basta.

Quando entrai in rete, era il lontano 1996, la prima cosa che mi fu messa davanti, era un lungo elenco di comportamenti da tenere in rete e senza i quali, sarei stata presto estromessa dai News Group (per chi non li conoscesse, erano gruppi a tema, frequentati da addetti ai lavori, dove si discuteva per mesi su questioni come la musica, il teatro, le avanguardie pittoriche ma anche il web), dalle chat –sopravvissute per la gioia dei più-, rischiando di farsi una brutta nomea.

All’epoca –mani pulite era in pieno svolgimento-, in rete non eravamo in tanti e la tecnologia era quella che era comunque, la Netiquette era un punto di riferimento per molti e argomento di pacate discussioni.
L’altro giorno, nell’ambito di una polemica su FB mi sono ritrovata a leggere messaggi, tra individui adulti, che avrebbero messo KO i veterani dell’1.0 e che mi hanno lasciata a bocca aperta.

L’essere “bannati” dunque, non è un abuso di potere da parte del provider, ma è un abuso da parte degli utenti di cattiva educazione e del mancato rispetto di regole scritte.

Lo “Spam”, invio di materiale pubblicitario non richiesto è OT, così come scrivere e mail prive di subject.
Quando si entra in un gruppo, per esempio, è buona norma leggere i messaggi precedenti e l’argomento attorno al quale il gruppo si è creato per evitare di andare fuori tema (molto OT). È buona norma non inviare e mail a “gruppi” se non c’è stata una richiesta esplicita da parte dei singoli destinatari: ci rendiamo conto di quanto sia noioso ricevere risposte da persone che nemmeno conosciamo su un tema di cui non c’importa un fico secco? E invece, su FB le catene di Sant’Antonio abbondano.
Rispondere sempre alle e mail, almeno con un messaggio di default per avvenuta ricezione del messaggio –questo le aziende non lo fanno mai-.
È maleducazione scrivere in MAIUSCOLO: significa urlare contro l’interlocutore. È inutile condurre pubbliche battaglie su una questione personale quando si può risolverla in privato, e non si pubblica mai il contenuto delle e mail senza esplicita autorizzazione dell’autore –a me è successo ma pare che su faccialibro sia un’usanza consueta-.

Quando ci si mette in contatto con un’azienda, è più sensato leggere prima le FAQ (Frequently Asked Questions), piuttosto che rivolgere inutili domande tramite posta elettronica, capisco che leggere è facoltativo e capire ciò che si legge è inutile, ma si rischia di ottenere l’effetto contrario: chi è questo cretino? Non ha letto che non assumiamo nessuno?
NON ESSERE INTOLLERANTI CON CHI COMMETTE ERRORI SINTATTICI O GRAMMATICALI in italiano o in altra lingua, troppo spesso leggo commenti spiacevoli, quasi che si fosse contenti dell’errore altrui, del suo aspetto non avvenente o della sua sfiga... siamo Cristiani, chi più chi meno!

Citare sempre la fonte degli splendidi e poetici “stati”, non è carino far credere di essere Joyce quando non lo si è nemmeno letto.

Quando si è sulla bacheca di un amico/a, non è carino inviare messaggi troppo intimi del tipo: sono stata bene ieri sera..., quando ci rivediamo..., ma sai che sei bellissmo? Qualcuno potrebbe risentirsi!
Non iscriversi a gruppi e non chiedere l’amicizia sotto falso nome.
Quando si domanda l’amicizia senza che l’utente ci conosca, è bene inviargli prima un’e mail motivando brevemente la richiesta.
Quando l’amicizia ci viene data è buona educazione ringraziare in privato o pubblicamente, non farlo, è come entrare in casa di qualcuno senza salutare! Che ne dite?

Bisogna usare un linguaggio lecito, non parlare di terze persone senza che queste lo sappiano, mai diffondere messaggi che ledano le scelte altrui (di sesso, religione, cultura).
Non postare foto o filmati di altri senza autorizzazione, anche se tagghiamo l'interessato, magari a quella persona non fa piacere e per mille ragioni: perché quella sera aveva le borse sotto gli occhi, un diavolo per capello o semplicemente perché non doveva essere lì a cazzeggiare sotto la statua di Giordano Bruno in mezzo a un gruppo di ragozzotte, ma a giocare a calcetto con i colleghi.

Ora che ho fatto la vecchia zia e che mi sono tolta l’idea di scrivere queste quattro righe riassuntive di un vecchio abc comportamentale, posso andare a cucinare pasta e ceci!

lunedì 12 settembre 2011

Non basta un diploma per diventare esperti “legatori”. Il caso Mulè.


Da questa terribile storia accaduta la scorsa notte alla Bufalotta, in un garage, qualcuno scriverà sicuramente un romanzo, forse lo stesso Soter Mulè ingegnere quarantaduenne da poco disoccupato, accusato di omicidio, al momento colposo, ieri notte a Roma.

Il Kinbaku nasce in Giappone ed è una derivazione dello Shinbari –arte della legatura- che dal 1400 al 1700, veniva utilizzato nelle carceri come forma di punizione estrema da Samurai e polizia.
Parente stretto di altre forme artistiche come l’Ikebana il Sumi-e (pittura con inchiostro nero) e il Chanoyu, lo Shinbari, arte della legatura del corpo fu utilizzata, sempre in Giappone, come forma di ornamento e come pratica di piacere estremo.

Forse in Giappone tutto ha un senso diverso e mi domando perché, da noi, viene importata solo la traccia più semplice e volgare della pratica, qualunque essa sia, tralasciando troppo spesso i significati più alti e filosofici che si celano dietro ogni singola cerimonia della terra del sol levante.
Lì, infatti, la tecnica con cui si legava la vittima, andava addirittura a determinare l’onore e lo status del Samurai che si prendeva in carico il prigioniero.
Le corde utilizzate per la legatura, di seta o canapa erano in principio di quattro colori, ridotti in seguito a due, indaco e bianco.
Il blu, il rosso, il bianco e il nero, rappresentano i punti cardinali, le quattro stagioni e le quattro creature guardiane delle direzioni e che, come nel Feng Shui, sono la tartaruga, la tigre, il drago e la fenice.
Ma anche le regole sono quattro.
La prima è far sì che il prigioniero non si liberi dalla legatura, la seconda che non si causino danni né fisici né mentali, la terza è che non si mostrino ad altri le proprie tecniche e infine, che si esegua una legatura in modo pregevole.

Senza esprimere alcun giudizio morale sulla questione, e al contempo assai rammaricata per la morte di una giovane donna, penso che l’ingegnere abbia infranto di sicuro la seconda regola.
Francamente mi pare assurdo pensare che esistano oggi corsi di “Bondage” o di “Kinbaku” come se fosse pilates o chitarra, e verrebbe da ridere anche al mio amato Marchese che praticava certi giochetti nel suo boudoir, al lume di candela e sorseggiando vino d’annata. Certo, anche il Marchese De Sade si è fatto alcuni anni di galera, in totale quaranta, entrando e uscendo grazie ai favori dei suoi amici, ed è fra l’altro proprio in una cella della Bastiglia, sotto una pietra, che fu rinvenuto il manoscritto delle Centoventi giornate di Sodoma.

Mulè come De Sade?
Sono convinta che la nostra Editoria farà a gara per accaparrarsi un manoscritto di cronaca nera che certamente tirerà più di altri testi, ricchi magari di riferimenti filosofici e di un certo sarcasmo sulla materia. Oggi come oggi fa più comodo narrare i fatti “nudi e crudi” affinché il lettore non debba sforzarsi nemmeno un poco di mettere in moto le meningi. Ma tralasciando questo aspetto squisitamente polemico e fuori tema, sta di fatto che l’ingegnere è entrato in un garage alle quattro del mattino e questo ha il suo peso. Così come ha il suo peso che avesse bevuto e fumato hashish, il che fa di lui un pessimo Samurai e un pessimo Master, e non per quello che fa ma per come lo fa.

Per fare “certe” cose bisogna essere estremamente lucidi.
Non mi è mai capitato di conoscere persone esperte di questa materia che conducessero una vita di eccessi, anzi.
Le “pratiche estreme” tra esseri consenzienti e maturi non sono uno sport che s'impara durante un corso e che “il legatore“ si giustifichi così, non lo scagiona dall’ingenuità di aver messo per aria, legate insieme, due persone di peso così diverso.
Infatti, visto che i corpi legati vengono lasciati pendere nel vuoto affinché, pelle a pelle ci si tenga piacevolmente in equilibrio reciproco, logica vuole che il Kinbaku sia applicato su modelle di peso simile.
In questo caso, purtroppo, così non è stato. Una delle due ragazze pesava quasi cento chili e quando ha perso i sensi ha inevitabilmente strangolato a morte l’altra.

Mia auguro che la famiglia della vittima faccia battaglia fino in fondo affinché corsi di questo genere vengano chiusi.

Ognuno è libero di fare della propria vita ciò che vuole, ma se un corso autorizza qualcuno a credersi esperto in una materia che ha a che fare con la vita e con la morte, allora non ci siamo.
Inoltre, certe pratiche vanno vissute con discrezione e non all’interno di festival e di manifestazioni, non per puro esibizionismo, l’amore e il sesso estremo, non devono diventare un modo come un altro per cercare di differenziarsi dalla massa e questo orribile e macabro episodio, ne è un esempio.

Essere “Slave” o “Master” è uno status mentale, un modo di vivere, una scelta quotidiana profonda che non si impara in nessuna scuola; è una scelta di adesione totale all’altro, sia fisica che mentale, e porta con sé molto dolore, credo quindi che non si debba incoraggiare nessuno a entrare nel Club.

Chi fosse interessato alla questione, farebbe bene a partire dalla teoria, dallo studio della filosofia orientale, magari dal Taoismo.
Sono convinta che di fronte a certi argomenti e a testi voluminosi e complessi, ventenni in odore di emozioni facili, scapperanno a gambe levate per andare a iscriversi a un corso di pilates più adatto a loro.

domenica 11 settembre 2011

L'altro te


In un casino di tavolata, una voce femminile soltanto mi rivolge di continuo la parola e la domanda è sempre uguale: ma tu che lo conosci mi dici almeno che tipo è?
Sorvolo e glisso, medaglia d’oro di sci evito bandierine e quel dosso assai pericoloso.
Ma tu lo conosci e che tipo è?
Non voglio parlare di te, ti ho già dimenticato, e comunque non posso togliere la benda alla ferita rischiando di trovarla ancora aperta.
Ma questa insiste e gioca coi capelli biondi tinti che rischiano di finirmi nella pizza. Talvolta si distrae ma poi torna a toccarmi il braccio e comincia di nuovo a domandare.
No, non lo conosco bene! Le dico e spero che si chiuda lì, ma dopo un distratto, sì, capisco, inizia a raccontarmi di un te sconosciuto e un po’ volgare, di un te mai visto.

L’idea che fossi fuggito da casa sua come un coniglio, accende d’improvviso la luce nel passato, in quella stanza piena di parole e punti fermi, dove mai più avevo messo piede.
E i dialoghi pomeridiani sull’amore, su quel valore che tu ritenevi così alto, sulla morale e sul tradimento che mai ti aveva sfiorato durante i legami precedenti.

Era sposato e non l’aveva detto!, continua quella stronza di cui non voglio ricordare il nome, e che voglio prendere a schiaffi e che forse parla di un altro te, uno che non conosco mentre io non posso fare a meno di ascoltarla, di annuire e impallidire a vista d’occhio.

I libri che impilavi a bordo scrivania -una distanza che sembrava livore- io che lì dietro stavo nascosta del tutto, io sempre ammirata al tuo cospetto, davanti alla tua forza, alla determinazione di chi cerca un’altra strada, una via più lunga o mai battuta prima.
Tu che quasi mai mi rivolgevi lo sguardo, a parte quella volta, quando lasciasti scoperti solo gli occhi, per tenerli nei miei a lungo.
Chissà cosa volevi domandarmi.

E quella continua a chiacchierare di quel te mai visto, mentre mi domando con insistenza chi avessi mai conosciuto, se una maschera o uomo diverso.
Sto lì come una scema di fonte all’evidenza, a quello sguardo arrogante, a mettere in ordine le cose dimenticate più di un anno fa esattamente così come stavano, come una che scappa durante un terremoto.
La tua timidezza infinita e la dolcezza, adesso, dove posso metterle?
E là, il tuo passo vago che cosa sta più a significare? Prima era incertezza ma ora che ti so così diverso a cosa lo posso attribuire? e lo sguardo sempre attento?, e le tue parole, tante, che a ripensarci adesso non hanno più senso, messe assieme alla pessima opinione che di te hanno gli altri, di fronte a una verità così condivisa e a cui non posso oppormi.

Quella continua e scende nei particolari, sì sei proprio tu e non posso più negare, difenderti in qualche modo o sperare ancora in un errore.
Quello lì?, ma tu non lo conosci...

No, non ti conosco e non capisco che genere di recita tu abbia messo in atto: la solitudine come sola alternativa a un amore irraggiungibile, così pudico nel parlare di te e dei tuoi più sinceri sentimenti, irraggiungibile, al chiuso dentro te stesso.
Ma tu non sai che storia, tu non sai che tipo... , e finalmente raggiunto un compromesso con se stessa, la bionda ridanciana raccoglie i capelli sulla nuca.

No, io non so niente di più di quanto tu mi hai raccontato, e mi piaceva la tua insofferenza a tutto ciò che c’è nell’amore di prevedibile e normale, a quella ripetizione infinita di regole. La distanza da certe piccole norme da manuale ho amato in te, la parsimonia nel darti a qualcuno per paura di sbagliare ancora, centellinare le attenzioni sugli altri ma mai per avarizia.
E adesso chi è che posso ricordare?
Non è uno che scappa come un ladro in piena notte che voglio ricordare, uno che cambia numero di cellulare, che mente pure con se stesso, che si racconta così diverso, leale.

Ora posso togliere le bende.

venerdì 9 settembre 2011

A piedi nudi nel parco: basta una soffitta per una grande commedia.


Non ricordavo di aver riso così, ma i film, come le montagne, cambiano secondo il punto di vista, l’umore e la storia personale di ognuno.
Forse perché prima del giro di boa badavo ad altre faccende, perché ero più attenta a seguire la storia d’amore tra Robert Redford e Jane Fonda senza accorgermi che la vera anima di questo film diretto da Gene Saks, è un’altra.
Regista tra gli altri de “La strana coppia” -nata anch’essa dalla penna di Simon-, Saks dirige due mostri del cinema americano, Mildred Natwik, Oscar per il ruolo della madre Ethel, e Charles Boyer, altro premio Oscar, stavolta alla carriera, nei panni dell’originale ganimede e vicino di casa dei due protagonisti, Victor Velasco.

Neil Simon ci fornisce la storia, che si svolge nel presente, il’67, e le battute, tante e sempre giuste dette al quinto piano senza ascensore di una soffitta al Greenwich Village. Sullo sfondo, una città già intasata dal traffico e gigantesca, e l’amore –quello non può mancare- l’amore di coppia, quello con cui si devono fare i conti e per il quale, mediare e fare compromessi continui, pare sia la sola via di salvezza.

Jane Fonda, magrissima, vestita con pantaloni a sigaretta e maglioni a collo alto arancioni e gialli, ha scelto l’appartamento ed è felice.
Si sente soddisfatta di quel nido d’amore, piccolo e intimo, e poco importa se è al quinto piano, se il vetro del lucernaio è rotto così come il radiatore, e se ancora non c’è mobilia: lei ama e tanto le basta.
È piena di vita e comunicativa, come si accorgerà a metà del primo atto anche il tecnico dei telefoni, il bravissimo James Stone, con cui apre piccoli siparietti comici, che danno respiro al testo.
Paul, invece, giovane avvocato rampante, è più incline a pensarsi in una casa comoda, dove poter rientrare la sera stanco dalle udienze, appoggiare i piedi sul tavolino e aspettare che la cena arrivi in tavola per mano di una moglie passiva e sorridente.
Ma non sarà così.

Corie è testarda, egocentrica, capricciosa al punto di essere sensuale, anche un pochino egoista e rompiscatole, e lo costringerà, tra il primo e l’ultimo atto, a prendere coscienza che esiste un altro modo di vivere, quello dell’oggi, del qui e ora, che non lascia spazio alla previsione. Solo alla fine della commedia si renderà conto, e grazie alle parole della madre, che “basta far sentire l’uomo importante, per rendere il suo matrimonio felice... come il 10% delle coppie”.

Nell’appartamento, i personaggi che entrano nella soffitta, e in scena, evidentemente senza fiato sono in possesso, tutti, di tratti psicologici ben definiti e anche complessi: Corie in cerca dell’approvazione della madre, Paul di quella della società, Ethel che rinnega l’amore e dorme su tavole di legno e Victor, che si comporta come un ragazzino, ma in realtà cerca una relazione matura e consapevole.

Il secondo atto, che inizia con l’esilarante salita in appartamento della povera madre, “Credevo di essere morta e in paradiso... solo che pensavo di esserci arrivata a piedi”, sarà la prima di una sequenza di battute sottili e splendidamente doppiate dalla grande Renata Marini che è Ether, voce anche di Audrey Hepburn, Deborah Kerr, Olivia de Havilland e Vivien Leigh, solo per citare le più importanti, Maria Pia di Meo, Corie, Cesare Barbetti, che oltre a Redford è stato la voce di Duvall, Mc Queen, Lemmon, Nicholson e Hopkins, e Gianrico Tedeschi che, da bravo attore di teatro -diretto tra i tanti anche da Strehler presta i suoi tempi comici al grande Boyer, divertendosi, immagino, da matti.
Tra tempi comici perfetti e controscene equilibrate i quattro, finiranno in un ristorante albanese dove strani cibi piccanti, gli kniki, annaffiati dall’Uzu, una bevanda portentosa ed evidentemente assai alcolica, torneranno a casa guardando il mondo da una prospettiva completamente diversa.

E non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro giacché la madre, rigida e abitudinaria, si lascerà andare alla vivacità di Victor e saremmo pronti all’happy end e sazi di risate, non fosse per il caratterino di Corie e la lite infantile con il povero Paul.

La crisi tra i giovani sposi trova il suo apice nel terzo atto, quando lei gli domanderà il divorzio: il problema è che... è che sei quasi perfetto, gli dice, la settimana scorsa, per esempio, non hai voluto camminare con me a piedi nudi nel parco!”, è questa la motivazione per cui Corie vuole lasciarlo e la battuta da cui prende il nome la commedia. Ed è vero, Paul è l’esatto opposto di sua moglie così creativa e pronta ad adattarsi a tutto, e forse proprio per questo, solo insieme saranno felici.

“Ma non lo hai visto scendere con la valigia” dice Cori alla madre “Sì, ma pensavo che fosse immondizia... Paul è così ordinato!”.
Dopo un lungo dialogo tra madre e figlia, dove anche l’aspetto infantile della ricerca perenne della gratificazione sarà chiarito, e una corsa sin sopra il tetto con sottofondo musicale del grande Neal Hefti, siamo veramente pronti per il lieto fine con bacio e lacrima di gioia.
Beh... nel mio caso più di una!

-A piedi nudi nel parco- USA 1967

mercoledì 7 settembre 2011

Tempo di progetti.


«Fermati qui! Allora?».
«Allora cosa?».
«Non credi che dovremmo riparlarne?».
«No Marzia, per me è tutto a posto, non vedo per quale motivo tornarci sopra ogni volta».
«Perché non voglio che ci siano equivoci. La telefonata all’ultimo momento, l’avvocato, le discussioni infinite, le solite... dai tesoro, è inutile cercare ancora, parcheggia qui che va benissimo.
Mi riassumi per bene tutto quello che abbiamo deciso?».
«Che hai deciso, Marzia».
«Ok, che ho deciso...».
«Allora siamo intesi sul rifugio per animali abbandonati. Prendiamo alcuni ettari in Toscana e mettiamo su un canile e un gattile, separati».
«E lo intitoliamo a mio padre».
«Esatto Martina, a tuo padre».
«Vai avanti amore mio... lo vedi che le cose devo sempre puntualizzarle? Sei distratto!, come tutti gli artisti sbagli i nomi, non sai guardare le cartine e dimentichi le promesse».
«Che c’entra adesso la mia musica con le promesse?».
«Dai non discutiamone qui che è tardi: continua...».
«Canile, casa di cura per artisti, i tre appartamenti in centro in Prati, Trastevere e Navona...»
«Ascolta, Navona forse è troppo incasinata. Credo che sia meglio nel quartiere Trieste, che ne dici? Magari la troviamo anche uno più grande!».
«Case in centro –dove vuoi tu- e per me lo studio di registrazione».
«Sì, sì... ah... e la casa al mare quella rimane no? Tanto è già quasi tutta pagata. Poi prendiamo qualcosa negli USA, io direi San Francisco».
«Non New York?»
«Ma sai... non lo so. Sulla baia non mi dispiacerebbe, è così europea e piena di eventi teatrali... e poi per te sarebbe più comodo visti tutti gli agganci che hai a Los Angeles. In fondo non è così lontana, anche in auto per le distanze che ci sono lì è praticabile. E poi lo sai quanto amo il sud in generale!».
«Comunque ieri sera ho fatto un po’ di conti Marzia. I debiti da pagare non sono pochissimi. Intanto c’è da estinguere il mutuo che con tutte le more che ti mettono anche quando gli dai i soldi prima sono dolori, poi abbiamo quelle dei mobili e dell’auto... a proposito, magari una macchina nuova rientra nelle spese no?».
«Sì, mi pare giusto, magari una super ecologica! Elettrica! Una maneggevole e piccolina e una più grande per viaggiare!».
«E perché non prendiamo anche un camper? Marzia, è sempre stato il nostro sogno!»
«E la barca?».
«Una piccola, a vela».
«Non troppo piccola, con un bel cabinato, almeno partiamo con qualche amico!».
«Ok, allora aggiungo camper e barca».
«Hai dimenticato la spesa più importante... perché naturalmente io sono l’ultima ruota del carro, perché è ovvio che prima di tutto ci sei tu, la tua famiglia, il tuo studio di registrazione, l’auto nuova, il camper, la barca e poi io, e le mie stupide velleità artistiche, no?».
«Perdonami tesoro ma non mi ricordo proprio».
«E che ci siamo stati a fare tre mesi fa a Parigi?».
«Magari per il mio concerto! Comunque secondo me non ce la facciamo a comprare anche l’attichetto a Montmartre».
«Allora eliminiamo il tuo studio!».
«Non credi che sarebbe più giusto fare a meno di uno dei tre appartamenti a Roma?».
«Forse prendendone uno in periferia e due in centro... magari più piccini... ».
«Oppure possiamo fare a meno di barca e camper!».
«Non credo che siano quelli a pesare sul bilancio!».
«Va bene, allora ne prendiamo solo due a Roma così sulla storia di Parigi non ci torniamo più».
«Perfetto, dai scendi!».
«Aspetta Marzia, ma per le donazioni?».
«Almeno cinquecentomila li ho già tolti dal budget iniziale... ma scherzi? Quella è la prima cosa che... senti tesoro, mi è venuta una certa ansia... ».
«Cosa?»
«E se questa storia ci dovesse danneggiare? E se noi cambiassimo tanto da non riconoscerci più?».
«Non credi che sarebbe meglio non pensarci? Almeno non ora?».
«Mi sa che hai ragione amore mio... e credo anche che tu debba sbrigarti! Ah... gioca gli stessi mi raccomando! Che prima o poi escono!».

venerdì 2 settembre 2011

Le voci di dentro


Il Teatro può essere come uno splendido concerto di Jazz: equilibrio e forma.
Il parallelismo mi sorge spontaneo già all’apertura del sipario di “Le voci di dentro” nella versione televisiva messa in scena da Eduardo nel 1978 che, protagonista nei panni di Alberto Saporito, assieme al figlio Luca, suo fratello Carlo, e un cast da trattenere il respiro, muove i fili dei suoi personaggi da manuale.
Pupella Maggio -nella foto- musicale e drammatica al punto giusto, Marina Confalone dalle controscene significanti ed equilibrate, Ugo D’Alessio da applauso a scena aperta nel secondo atto, nel ruolo centrale seppure apparentemente defilato di zì Nicola, lo zio dei due protagonisti Saporito, che comunica solo attraverso sputi e spari di petardi perché un giorno ha smesso di parlare, visto che il mondo non era più in grado di ascoltare.
Siamo nel 1948 quando, come dice Pupella, nessuno credeva che gli avanzi fossero così necessari, quando mangiare due uova la mattina era un privilegio e avere un’opportunità di sopravvivere pure.
La trama è semplice, ridotta a una questione di quartiere anzi, di condominio, perché nei più grandi capolavori, la trama non è che un pretesto per raccontarci qualcosa di più intimo e segreto che, in questo caso, è l’incomunicabilità e l’ipocrisia, e i conti che, di tanto in tanto, ognuno di noi dovrebbe fare con la propria coscienza e i propri morti, che ci parlano, sempre.
Eduardo ci racconta del sogno che si confonde con la realtà, che è talvolta più reale e vero della vita vissuta.

Il sipario si apre con la canonica carrellata sulle facce dei personaggi, che già così, da fermi, come in un “tableaut vivant” si presentano per come sono, chiacchieroni e subdoli.
Il primo atto è l’intro che ognuno fa del proprio mondo segreto e, proprio come nel jazz , raccontano la vicenda, il fatto attorno al quale sono chiamati a svelarsi.
Qui, i “soli” strumentali saranno eseguiti nel secondo atto, a casa di Alberto Saporito, quando in confessione davanti a un tavolo, ognuno racconterà la propria versione nella scenografia di Bruno Garofalo piena zeppa di sedie, tappeti e pupi, oggetti che servivano un tempo per allestire feste di paese e che oggi, come racconterà Carlo Saporito interpretato dal figlio Luca, grazie ad appalti di favore e bustarelle sono gestiti dalle solite persone.

All’inizio della commedia Alberto Saporito, è già stato in questura per raccontare del fattaccio, ossia che i suoi vicini di casa, i Cimmaruta, famiglia più che benestante, avrebbero fatto fuori un suo caro amico, Aniello Amitrano, Franco Angrsiano, attore anche di Leone, Scola e Wertmuller.
Una volta rimasto solo in casa Cimmaruta assieme al portiere, Luigi Uzzo, cercherà inutilmente le prove dell’omicidio trovando solo il dubbio di essersi sognato tutto.
Stretto dal senso di colpa e impaurito per averli denunciati si chiuderà in casa dove, uno alla volta a cominciare della Maggio, ogni membro della famiglia sotto accusa andrà a gettare calunnie e sospetti sull’altro.

È vero, il mondo ha smesso di ascoltare e forse non l’ha mai fatto ed è per questo che Eduardo, se di difficile messa in scena –troppo legato ai suoi indimenticabili tempi recitativi e alla sua personalità-, andrebbe riguardato e riletto.
Oggi la televisione e il cinema hanno imposto ritmi dove i silenzi sono banditi, dove le controscene si riducono a una sequenza di gesti confusi e inutili, che nulla hanno a che fare con il pensiero che fluisce e porta l’attore a parlare e a muoversi consapevolmente.
La prima controscena è di Marina Confalone, da sempre attrice giovane della Compagnia e che, nel primo atto, partendo dalla cucina, lungo in cui da cameriera è relegata, arriva a rubare la scena e a raccontare il proprio sogno, un sogno metafisico, assurdo e comico che parla però dell’inadeguatezza che sente al cospetto dell’umanità.
Un altro che non userà la parola per definire il proprio ruolo è proprio zì Nicola- Ugo D’Alessio che dal piccolo soppalco dove vive assieme ai suoi petardi, scenderà a piccoli e incerti passi da vecchio solo per versarsi un bicchiere di vino per risalire su da dove era venuto. Possiamo dire che in teatro la parola è tutto? Si può misurare un attore dal numero di battute? O anche qui, come nella musica, si tratta di silenzi necessari? Di pause che dicono e attori che recitano anche di schiena?
Ovvio che nel mondo dei “tronisti” tutto ciò non ha più molta importanza e che io scrivo solo per mantenere in forma le dita.
Ma tornado a faccende più edificanti c’è il lungo primo piano della Maggio, quello del secondo atto, quando Rosa racconta dei propri dolori e dubbi sulla buona fede del nipote e della cognata, non piange, o meglio non ha bisogno di lacrime di scena per esprimere il dramma: Pupella ha la parola, ha gli occhi, ha l’intensità dello sguardo, la mobilità di espressione e un largo fazzoletto che muove sapientemente sulla faccia.
L’attore di Eduardo non ha necessità di millantare dolore o rabbia o di avere un tappeto sonoro per creare il giusto pathos, o luci. A lui basta il racconto, basta soffermarsi sul senso di ogni singola parola, niente di più.
I ruoli si ribaltano, i cattivi diventano buoni e i colpevoli innocenti: dipende dalle voci di dentro che nonostante noi, parlano, e dalla nostra coscienza che, di tanto in tanto, ci chiama a deporre come unici testimoni di una vita onesta, oppure no.

giovedì 1 settembre 2011

Sesso alle otto.


La storia non poteva continuare così e quel giorno, dopo quattro ore in università, i colloqui per le tesi, le ripetizioni a quella mezza tacca di Marco e il dentista, ci mancava pure il chiasso dei nuovi vicini di casa.
In realtà dal trasloco era passato più di un mese e Paola le aveva provate tutte, ma il quotidiano incivile della coppia di vicini, peggiorava anziché migliorare.
Durante i primi giorni, incontrato il nuovo inquilino cafone per le scale, aveva fatto cenno, e sorridendo, all’attività di docenti sua e del marito, della meraviglia di una permanenza casalinga serale e del fatto che leggere, era la loro occupazione principale, ma niente.
Se le liti toccavano picchi troppo alti Paola sparava, le casse rivolte alla parete sottile, Vivaldi e Rossini e quando esageravano, un Bach tra i più edulcorati si era rivelato un rimedio ottimo -un giorno le sfuggì l’Internazionale versione originale, ma redarguita dal marito, si limitò ai canti delle mondine-.
Sono anche fascisti!, ripeteva a Paolo che cercava di stemperare con battute scherzose, infilando dei “passerà” tra i meno convincenti o portandola fuori a cena, il clima di odio che si era creato tra le mura domestiche.
Ma sua moglie era così, talvolta per una questione di principio la tirava per le lunghe in modo estenuante, voleva giustizia, pretendeva la ragione a tutti i costi e non si limitava a far sì che la questione si risolvesse positivamente, no, ci tornava sopra di continuo come per una sindrome incurabile, un processo che a ogni appello rinnova dolore e umiliazione.
Aveva fatto così anche con sua sorella per la storia della proprietà in Umbria, e con sua madre, che morta e sepolta non poteva più neppure difendersi.
Per risolvere la questione con i vicini, aveva infilato nella cassetta della posta un paio di lettere più o meno pacate e provato a mettere in scena, stavolta con la moglie -che fatto salvo per la voce da cornacchia le sembrava la vittima della situazione - una breve sceneggiata su una sua presunta emicrania, ma niente.
Sono stata educata così, Paolo! Non ci si comporta in questa maniera! E... e poi... non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso... ecco, insomma!
E cercando di visualizzarli al centro di un orto attaccati per le caviglie al ramo più alto di un ulivo, andava avanti e indietro per la piccola cucina in cerca di un rimedio definitivo e indolore.
Ormai era quello il solo argomento di conversazione, un chiodo fisso, una battaglia all’ultimo sangue e Paolo, legato a sua moglie oltre che dal nome di battesimo dal modo di vedere la vita - un’esistenza fatta di angoli retti ben misurabili, priva di sorprese e dossi improvvisi, scandita dal calendario delle lezioni e delle feste comandate-, sorrideva mansueto e le baciava la fronte.

Ma nonostante i reiterati rimedi, arrivate le sette e trenta di sera e un istante dopo che Paola, acceso il PC iniziava a svagarsi un po’ dalla lunga giornata, i due cominciavano con insulti e botte da orbi, lanciandosi una tale quantità di cattiverie da torcere le budella a chiunque per il dispiacere e la rabbia.
Di chiamare la polizia non c’era ragione, sapeva che tanto avrebbero negato qualunque violenza e la cosa si sarebbe risolta tra sguardi di odio in ascensore e dal droghiere. Certi meccanismi di omertà familiare li conosceva fin troppo bene.

Ma quella sera, sarà stata mezz’ora che i coniugi si lanciavano accuse, accadde il miracolo. Un doppio miracolo, anzi, triplo!
Paola, che al di là dalle canoniche due uova al tegamino e una pasta condita con sugo pronto, non era in grado di servire niente di speciale, si stava dando da fare con uno speciale sugo per l’arrosto che roseo, giaceva già sul tavolo di legno assieme all’insalata. E sarà stato perché Paolo non si aspettava di trovarla in quel modo, i capelli tirati in una coda alta, la gonna stretta e un’aria stranamente rassegnata, ma gli venne la voglia di prenderla così, in cucina, senza dire parola, senza spegnere la luce, senza nemmeno salutarla. Un Nicholson imbranato con la ventiquattrore ancora in mano e i pantaloni calati alle caviglie alle prese con una Lange cinquantenne dallo sguardo sorpreso e sbavato di matita.

Oggi, Paolo non saprebbe spiegare l’accaduto: ormai al capolinea del desiderio, si accontentavano da anni –e di comune accordo- di qualche carezza serale sul divano, di un bacio appena meno casto di tanto in tanto; di certi sforzi non avevano più nessun desiderio giacché, consumata ogni curiosità, si sta uno accanto all’altra per pura fratellanza.
Ma quando il tavolo iniziò a sbattere, dapprima a un ritmo più lento e casuale contro la parete, quando poi saliera e oliera seguiti da zuccheriera e tazzine, cominciarono a tintinnare a un ritmo più serrato, e infine, quando al culmine della passione, Paola lasciò cadere posate e bicchieri, finalmente i vicini tacquero.

Non sapranno mai a cosa fosse dovuto quel silenzio improvviso, se a curiosità morbosa o a una presa d’atto della propria condizione infelice, fatto sta che da quel giorno tutti gli angoli si smussarono e anche Paola cominciò a perdonare più in fretta certi torti e a passarci sopra, come se tanto livore potesse disperdersi in solo istante, come se niente avesse più nessuna importanza di fronte alla musica prodotta dallo scuotimento del tavolo, del lavello, del frigorifero e del piano cottura.
(Nell'immagne: Magritte "Il bacio”)