giovedì 29 novembre 2012

Destrista, squadrista e dall'aspetto fascista.


Devo raccontare a qualcuno del regalo speciale che mi sono fatta quest'anno.
Le amiche sono pettegole e gli ex gelosi, tu, anche se ti farai grasse risate terrai la cosa per te. So che non ti scandalizzerai, mi conosci, conosci il mondo, le consuetudini e le mode.

Si tratta di un “affaire” poco pubblicizzato ma assai praticato anche dalle figlie della società bene di certe cittadine di provincia.
Ricordo alla perfezione, e anche tu, le voci che giravano giù da noi sulle ville fuori città che nutriti gruppi di studentesse appena maggiorenni affittavano come pied à terre. Durante quei primi anni ottanta i salotti della piccola e alta borghesia del sud si ravvivarono un bel po' per quei lunghi e dettagliati articoli.  Il bal bla bla si estese dal centro città dalle luminarie natalizie sino alle spiagge affollate di ferragosto. La figlia di quello, la nipote di quell’altro, la moglie di Caio, la sorella di Sempronio. Non si parlò d’altro per almeno un paio d’anni.

Io, ancora ragazzina, guardavo la pubblica opinione scandalizzarsi e andare in estasi.
Se lo fai per bisogno, puoi, se lo fai per piacere, no, ripeteva il coro unanime.
Si fa ma non si dice e si scaglia la prima pietra.
La regola è questa ancora oggi.
Allora mi sono detta che non si può morire di rimpianti e ho cercato e scelto quello giusto.

Lo frequentavo solo on line e da un paio di mesi.
Uno di quelli piuttosto in vista, pubblicamente di centro ma di nascita e indole destrista, squadrista e dall’aspetto fascista.
Non fare quella faccia, lo sai che è il mio chiodo fisso, la mia caccia aperta.
Nonostante il mio aspetto sono rimasta fricchettona nell'anima. Ho una borsa “vera Tolfa” nell’armadio, e ho scelto la nostalgia alla rassegnazione. 
E in nome di questa nostalgia romantica volevo farmi un fascista di razza.
Uno di quelli che oggi mediano, stanno al centro e condannano i figli dei proletari alle scuole professionali e dicono in giro che la casa, oggi, è un lusso che in pochi possono permettersi.
In “Portiere di notte” sarebbe stato perfetto, in divisa da nazi e con lo sguardo crudele: un universo pieno di sensibilità di un alter ego ostile.
Volevo vedere in lui l’altra faccia della medaglia, quella che amo, quella nascosta.
Volevo metterlo in basso, che mi domandasse di finirlo lì o di amarlo per sempre.

Non che l’avessi mai visto mangiare, ma non mi è sembrato uno che consuma in fretta il suo pasto. L'ho intuito riflessivo, cauto. Indifferente, almeno in apparenza, alle mie battute caustiche. Che non abbocca facilmente all'amo.

Sfuggiva, ridacchiava, e nella sua casa confortevole con vista sui tetti di Roma, scorreva i miei racconti e si passava le dita sulle labbra forti, si domandava quale fosse il sapore della mia pelle e la consistenza della mia bocca.
Così volevo sognarlo e così lo tenevo accanto a me di notte.
Finché mi ha chiesto delle foto, le solite, e io gli ho risposto di no, e che se proprio le voleva, avrebbe dovuto pagarle.
Lui mi ha proposto subito un albergo, al più presto, un cinque stelle raffinato in pieno centro, ore 14:00 e possibilmente di mercoledì.

Avrei deciso io il giorno esatto e avrei fatto il prezzo.
In seguito all'offerta imprevista, si è messo di nuovo al buio e in disparte.
Un uomo in grado di aspettare è già degno di fiducia.
E poi siamo persone adulte, solo i ragazzini continuano a giocare a carte scoperte.

Il fatto che mi avesse comprata a scatola chiusa di per sé mi ha fatto un certo effetto e dopo alcune notti in bianco, fissate anch’io le mie regole e il mio limite, mi sono data un prezzo, alto.
Dalla sua casella aziendale è arrivato un “sì” seguito dal suo nome e cognome per intero, doppio, altisonante e noto, e l’elenco particolareggiato dei primi ordini da eseguire –fin nei minimi particolari, sì, tutti quelli che puoi immaginare- e la lista dei negozi dove provare gli abiti e le scarpe che voleva vedermi indosso.
Anche l’intimo, niente affatto dozzinale, mi è stato mostrato non senza sguardi complici da una ragazzetta servile ed educata di un negozio piuttosto chic.

Sarei dovuta arrivare per prima e accoglierlo come si deve.
Così, il portiere non mi ha domandato il documento, mi ha porto la chiave e indicato l’ascensore e il ragazzo che mi avrebbe accompagnata all’ultimo piano.
Fuori pioveva.
Ho pensato che a sua disposizione aveva soltanto due ore ma che in due ore si può anche morire, di cosa era abbastanza chiaro. E soprattutto a quel prezzo.
Nello specchio dell’ascensore ben illuminato mi sono trovata all’altezza della cifra e della follia in cui mi stavo imbarcando.

Una volta chiusa la porta della stanza centoventitré le sue mani mi hanno afferrata con forza.
L’avevo intuito esattamente così, un baro e un perfetto imbroglione.
Se per quella somma poteva cambiare le regole sarebbe andato oltre il mio limite.
Un uomo così poi, con l'arroganza che si portava addosso...
Con le mani non troppo grandi dava e toglieva al momento giusto, senza affanno e senza mai un dubbio. La voce, un po’ acuta, impartiva ordini esatti che non volevano repliche né domande. L'attenzione era massima.
Dei "sei bravissima" sussurrati e caldi, degli "ancora" che mi riempivano di gioia, dei "dai" che erano già pieni di nostalgia hanno portato al capovolgimento improvviso.
Quel pieno di attenzioni e di sguardi inaspettatamente servili mi hanno suggerito una soluzione diversa e una novità per entrambi.

Le scarpe, perfette, non sono state che uno splendido inizio.
Farmi pagare da un fascista per tenerlo sotto è stato il più bel regalo di compleanno. Che raddoppiasse il prezzo per avermi ancora due ore, è stata vittoria proletaria. 



martedì 27 novembre 2012

THE RED LIST #Susanna


“Faccio tutto io, tu dimmi solo quando”.
Questa la sua ultima mail.
E se la storia andava avanti da mesi tra parole scritte e sospiri trattenuti, corse in bagno durante la pubblicità e scuse per rimanere on line fino a tardi, quell’invito non si poteva ignorare.

Susanna, nickname “redpassion76”, nonostante le apparenze indossate on line, nemmeno beve.
Ha avuto solo due uomini, il fidanzatino del liceo, Marco, che ancora sente e al quale vuole un gran bene e suo marito, un ragazzone che gioca a pallone ogni mercoledì e che al massimo della trasgressione le sussurra qualche parola sconcia –nel buio però, altrimenti lo vedrebbe arrossire.

Quello dall’altra parte del monitor non fa che immaginarlo.
È maturo, intellettuale, idee trasgressive, musica da “scortico” fino all’urlo finale.
Legge tanto e posta articoli bipartisan. I giudizi sono sempre pacati, i suoi interessi sanno di terra e corteccia d’albero: colleziona pipe e scatole di latta.
È sposato, almeno così dice, e lì su twitter ci ha messo la faccia, angolosa, maschile, ruvida. La pelle è olivastra, le mani sembrano grandi, la voce sarà stupenda, pensa, si racconta.

Era stata lei a iniziare. Lei che nella noia dei pomeriggi immobili, con i bambini fuori per le attività sportive e il cane, Bobo, addormentato nelle quiete autunnale, aveva iniziato a scrivere una lunga serie di centoquaranta caratteri di sospiri, di “dove sei” che significavano “chiunque tu sia”, di “non lasciarmi mai” che volevano dire “prendimi sono tua”.
Era lei che tra una mondata di aglio e prezzemolo e una replica di “sex & the city”, postava maliziosi ritratti di donnine seminude e di maschili braccia muscolose.
Lei che aveva risposto al primo DM, un cauto “chi sei”, con un rischioso “sono come tu mi vuoi”, e l’aveva cantata anche sotto la doccia, al mattino appena sveglia con la speranza di trovarlo in line.
E lui c’era.
Perché l’uomo quando vuole c’è sempre.

Andare o non andare?
In fondo a tutta quell’abitudine ordinata e ordinaria regnava il caos, e Susanna lo sospettava da mesi. Quell’emozione che le sfiorava le labbra anche adesso, mentre mano nella mano con suo marito, sul divano, ascoltava il respiro dei piccoli attraverso l’interfono, non poteva essere rimossa.
Una scusa qualunque e un paio d’ore in albergo. Un’uscita in un giorno in cui lui avrebbe avuto riunione fino a tardi: una doccia bollente e il gioco è fatto.

Susanna calcola tempi e modi, ripassa mentalmente l’agenda dei bambini e decide per la baby sitter per il più piccolo.
Una scusa qualunque, sì, certo. L’amica Marta in preda a una crisi di panico, Giovanna e l’imminente divorzio, Patrizia e l’abito da sposa.
Due ore di fuga pomeridiana si possono giustificare in ogni modo, pensa Susanna, mentre con movimenti circolari si passa il latte detergente e poi la crema, mentre fa colare l’olio di cocco sulle gambe nel caldo del bagno della camera matrimoniale.

E si avvolge tra le coperte appena distante dal corpo di lui: casomai sentisse il suo desiderio, la voglia di mani diverse, di saliva e odore nuovo, di quel legno e di quella ruvidezza di cui ha voglia da mesi e che, calcolati in ore, sono davvero tanti.  
Guarda nel buio al di là dell’altare e del giorno delle nozze, dei sogni di sempre tutti realizzati, della casa in centro, del parquet inchiodato, al di là dell’intonaco giusto, oltre l’arredamento che non è stato mai solo una buona occasione.

È proprio un tarlo quel tizio dalle mani robuste.
Una musica che le gira in testa da settimane, che l’accompagna al supermercato mentre spera d’incontrarlo nel reparto della frutta e sfiorarlo per caso.
È una voglia che non ha nome né un vero perché. Un modo come un altro per mettersi alla prova altrove, per essere “RedPassion” una volta sola e poi cancellare l’account, per mostrare a se stessa che quella vita piana e tutta uguale è stata comunque la scelta la migliore.

Andare o non andare?
E si rosicchia il pollice mentre lui le versa il caffè e le accarezza l’ovale perfetto, mentre le strizza l’occhio dopo un “ti amo” che fosse stato un “ti chiamo” o un “ci siamo” sarebbe stato lo stesso.
Le tremano le mani mentre gli aggiusta il nodo della cravatta, anche quello un appuntamento di rito, anche quella una naturale scaramanzia matrimoniale, quella che ribadisce che tutto va bene e che siamo ancora qui, io e te, mano nella mano.

sabato 24 novembre 2012

Deriva #8 Facce da Anonimi


Ci scommetterei la casa, se l’avessi, che tante delle faccette da sante attaccate alle pareti che vedo su FB, tanti impiegati modello con figli in braccio, e nonne, e zie che scrivono di torte e di feste di compleanno, su twitter si trasformano in esperti conoscitori della perversione e delle tecniche amatorie più ambite.

L’anonimato rende il pavido un nuovo esperto della filosofia da supermarket e del giudizio sferzante verso il mondo.
L’anonimato è la maschera dell’invidioso, di chi approfitta di non dover mostrare né faccia né curriculum per svuotarsi di tutta la bile accumulata giornalmente.
L’anonimo è colui che ci ha provato, ha fatto provini per Xfactor e per il grande Fratello e che appena può inveisce contro chiunque abbia un codice Isbn. L'anonimo livoroso segue il flusso, si fa onda e diventa tzunami.

Siete voi che me lo domandate, perché vi piace sentirvi raccontare e anche con ferocia.
Ed è per questo che nonostante il mio blog non sia che una parte infinitesimale dell'universo digitale mi scrivete, raccontate di voi, sempre sotto falso nome, storie di sesso, amore ed esistenze amare.
Allora parlo di quelle femmine, e dei maschi, che sotto nickname generalmente divertenti e icone spesso ammiccanti, sparano massime banali e frasi dolciastre rivolte a un “tu” indeterminato, certi di rimanere impuniti. Come faccia poi quel “tu” a rintracciarle, per me resta un mistero.

Se su FB mantiene il proprio nome e cognome, mette in evidenza le proprie qualità “cristiane”, esibisce gattini e post contro la caccia e si fa paladina della pace in terra, su twitter svela il volto segreto, quello da club Privé, da DM sconcio e dai centoquaranta caratteri veramente hot. Sempre piuttosto raso terra a mio avviso ma comunque “hard” per un emisfero fatto di mode, abitudini e noia.

Forse nemmeno frequenta Youporn l’anonima mutanda di pizzo trasparente ma ammicca, mostra e nasconde, sbaciucchia e dedica, insomma, si sollazza.
E poiché nella mia misera esistenza ho lavorato anche in un 144, so chi si nasconde dietro certi nickname tutto sesso e barricate. Perché più il personaggio è scollacciato, disinibito e sensuale più è vicino a una realtà sovrappeso e normal. E non che ci sia nulla di male nell’essere normal, e neppure sovrappeso, se non fosse però così importante fingersi altrimenti.

Ed è lì, dietro il desk di chissà quale ufficio, che il nostro ligio fornitore di servizio pubblico o privato indossa la maschera.
Assicuratori, medici, avvocati, impiegati comunali, addetti, messi, vice, capi, segretarie, commesse, madri e uscieri, nel silenzio della propria stanzetta dalla luce al neon, si sentono finalmente a casa.
Il Re indiscusso del “fu” web 1.0, della chat e dei newsgroup oggi, attraverso twitter può nuovamente scatenarsi nell’inventare un sé diverso, generalmente sovversivo, bisessuale, impudico, coraggioso e TRENDY.

E se il “foot fetisher” DOC se ne sta nascosto tra gli annunci dei siti più specialistici e paga cifre ragguardevoli per un paio di sandali dove ci siano le impronte di un piede 35, quello cafone non si fa scrupoli a partire dal piede per arrivare al terzo DM a domandare un appuntamento live. Perché certa cultura non s’improvvisa e se è posticcia la riconosci a colpo d’occhio, come il cafone a Cortina.
Dobbiamo metterci le etichette in fronte per “esistere”. E in una realtà sempre meno kunderianamente leggera e sempre più fumettisticamente semplice, è bene, per evitare fraintendimenti, che l’etichetta sia anche carattere “14” e grassetto.
Le donne urlano: autonomia, forza e delusione.
Gli uomini sussurrano: delusione, voglia di dolcezza, paura di non farcela.
Ma su twitter bisogna rappresentarsi ed è meglio farlo con i costumi più belli.

E le sensuali PIC variano secondo la moda e la tendenza. Dallo stile mutanda alla caviglia “sono sexy ma dissacrante, vogliosa ma originale” a quella lato B “vorrei ma non posso allora rubo la foto dal web e la spaccio per mia”, da quella “tette quarta misura in primo piano” ma non permettetevi di inviarmi DM hot a meno che non siate Brad Pitt a quella tutta rosa e sfumata per la serie “sono dolcissima in autoreggenti bianco latte”.
C’è la “stilosa” collo lungo capello okkei. C’è la “boccosa”, negli ultimi mesi di gran moda, rosso fuoco, turgida ed evidentemente di un’altra, c’è la Slave e la Domina esperta, nate dopo le sfumature estive e in odore di trasgressione soft ma che il marito pigro non asseconderà neanche morto.
Ma se le donne, con la mano libera dai fornelli, giocano a chi ce l’ha più originale, il maschio, magari mentre la moglie è in cucina, non è da meno.

C’è quello stile Casanova che dedica canzoni a tutto spiano e quello generoso in complimenti, quello che “ho una moglie bellissima”, casomai a qualcuna venisse in mente di provarci ma anche “magari si fida di me e ci casca” e quello che esibisce muscoli e tanta pazienza e che come un ragno tesse la tela e aspetta. C’è l’irreprensibile twitstar che di tanto in tanto pesca nel mucchio –perché mi sa che a sua disposizione ne ha proprio tante- e il bel cinquantenne che lancia il sasso e nasconde la mano. Non può certo mancare il Master, che su domande trabocchetto mi casca in banalità da settimanale per famiglie.
C’è veramente tanto tra queste favolette e nuvole rosa.
Dietro ogni profilo anonimo una possibilità d’essere: una mano che digita con allegria una vita sognata e l’altra che manda avanti un quotidiano assai più opaco.
Fate quindi attenzione, perché dietro la mutanda trasparente potrebbe nascondersi vostro cognato o peggio, suo fratello.

mercoledì 21 novembre 2012

La deriva di Twitter #7: Perché non ti follouo


Un tizio stamattina mi domanda come faccio a decidere chi seguire e chi no, e come faccio a sapere se quella/o che decido di non follouare non è magari una persona magnifica.
Vado sui profili, sui blog, scorro TL, leggo, evito di farmi i cazzi miei.
Perché sono curiosa, mi piace guardare le persone soprattutto quando non sanno di essere viste, sono una guardona digitale e non mi va di perdermi la festa, ovunque sia.
Non è importante chi sei ma cosa dici e come.
A parte i tizi che si nascondono dietro profili con lucchetti e che non si sa in base a cosa bisognerebbe seguirli non ho pregiudizi. Frega niente se hai tre follouer, non lavoro per il “sole 24 ore”, anzi, al momento sono senza occupazione.

Non si può seguire chiunque, è l’esperienza degli altri a dirlo.
Ma anche la mia, perché dietro un’apparente intelligenza si può nascondere il grande fesso.
Ho sprecato tuit con persone che poi, una volta che la loro tuitstar mi ha defollouta -perché aveva il ciclo oppure io troppi rituit- mi hanno defollouato a loro volta.
Ma sono “pericoli” che poi si evitano, soprattutto quando s’impara a misurare la personalità di ognuno dalla lunghezza della lingua.

Non è così giusto follouare chiunque. Perché comunque una battuta infelice rimane, così come il giudizio affrettato.
Perché quando ti accorgi che il tizio/a in questione è imbecille patentato dispiace, soprattutto quando ti viene a domandare il perché del defollow, e allora 140 caratteri non bastano mai.
Le/gli dici che l’hai fatto perché non ti stellina né ti rituitta anche se lo fanno in tanti? Oppure perché dalle 18.00 alle 18.30 spara un imbarazzante numero di luoghi comuni che non se ne può più perché basta la televisione?

Un follouing sbagliato può creare una serie di “qui pro quo” che nemmeno s’immaginano.
E liti, liti domenicali che non so perché esplodono sempre dopo pranzo, quando i cannelloni al sugo di carne della cognata si sono ben accomodati nel mio stomaco da vegetariana.

E poi ci sono quelli che si svegliano intellettuali.
Che scrivono DM a raffica dove raccontano il proprio punto di vista sull’amore, come se io, che non sono nessuno agli occhi di un mondo che vive esclusivamente di talk show televisivi, fossi in credito di storie, come se le mie, non mi bastassero.

Ci sono quelli che m’insultano dopo che li ho defollouati.
Maschi, soprattutto, umiliati dai miei personaggi che sadicamente lascio andar su e giù di mano in camere d’albergo, ignorati dalle mie super donne afflitte dalla debolezza dell’interlocutore, quasi sempre ubriacone e impotente, pieno di nevrosi.

Ci sono quelli che correggono il refuso piccolo piccolo e in pubblico. Loro, che in sovrappeso di frustrazione mi guardano da una foto ritoccata e sputano sentenze da dietro un nickname.
Ma fatti vedere, imbecille, mettici la faccia dietro il giudizio.
Se dai dell’arrogante a me che scrivo quasi sempre in prima persona plurale, almeno mostrami cosa hai fatto tu. Ma forse siamo in un mondo dove l’essere vale sempre meno rispetto all’apparire.

E poi ci sono i detestabili ottimisti.
Quelli che non fanno che scrivere che la vita è bella, che il cielo è sempre più blu e che basta un poco di zucchero e la pillola va giù.
Ecco, li chiamerei gli imbonitori di felicità, spacciatori di luoghi comuni e drogati di frasi fatte.

E gli opportunisti. Come lo studente che fa avance solo perché ha bisogno di un appoggio a Roma e di una scopata con una tizia esperta: bravo, complimenti, nella vita diventerai sicuramente qualcuno ma prima domandami se sono sposata, se sono libera e se ne ho voglia.

Non dovete offendervi voi neofiti di TWITTER se non vi follouo, dovete pensare a chi volete seguire e cosa volete mostrare di voi stessi, e basta.
Il follow arriverà se non vi metterete troppo d’impegno a cercare frasi a effetto.
Perché twitter è anche una grossa perdita di tempo.
E di gente che pretende di avere l’ultima parola anche quando ha torto, ce n’è fin troppa, come chi sostiene che il Cinema non è una forma d’arte, buttando così al cesso intellettuali, attori, registi e sceneggiatori che hanno fatto la nostra storia e che ci hanno raccontato l'amore e il mondo.

domenica 18 novembre 2012

Camera d'albergo


Ti spedirò un paio di scarpe fatte a mano: devo scusarmi per ieri, è stato disonesto.
Il primo quarto d’ora sarà trascorso senza che nemmeno guardassi l’orologio. Anzi, forse sei arrivato anche tu trafelato, un po’ in ritardo, forse hai avuto un contrattempo o per un senso di colpa improvviso hai telefonato a tua moglie per dirle quanto la ami e quanto ti dispiace dover ritardare per cena: ma sai è un incontro importante, ma sai un contrattempo.
È normale in una redazione come la tua.
Forse è stato quando hai sentito i sei tocchi dell’orologio della Banca, forse è allora che hai pensato, ma solo per pochi istanti, che lì ci lavora mio marito. Ed è probabile anche che tu ti sia soffermato su un pensiero più razionale domandandoti cosa stessi facendo lì in quella stanza e in attesa di una sconosciuta, anziché scendere, pagare, lasciarmi un biglietto, entrare in macchina, fare un paio d’isolati e chiamare tua moglie, come fai ogni giorno, per domandarle se per cena avesse bisogno d’altro.
Per un quarto d’ora ti sei messo tranquillo poi, hai stazionato in uno strano malessere che in tre minuti è diventato preoccupazione e poi, ansia: il marito l’ha scoperta, ha dimenticato, ha avuto un incidente.
Allora sei andato alla finestra.

Non avevi ancora notato gli infissi tipici di certi alberghi che sembra di stare in un bunker poco prima di un’esplosione nucleare, lì sotto, il mondo rapido si dà da fare mentre tu sei al centro esatto di un tempo immobile. Come quando da bambino saltavi la scuola.
Tornato al letto hai acceso e spento il display del cellulare. L’hai fatto più volte, come se in pochi istanti potesse essere arrivato un mio messaggio di scuse.
Poi, vergognandoti anche un po’, hai chiamato la reception.
Il tizio, svogliato e stanco dal via vai di una convention, ti ha probabilmente risposto in modo un po’ distratto, magari mentre porgeva la chiave a un cliente o faceva un cenno al boy dell’ascensore che portasse su le valige. Allora hai insistito, non ti sembrava vero, non era possibile che ti avessi lasciato lì come un cretino e senza darti spiegazioni. Ma forse non avevo capito e ti stavo aspettando giù, nella hall – tu che mi avevi immaginata già mille volte distesa in una luce soffusa e in sottoveste, magari nera, sicuramente di seta pura.

Hai insistito, hai domandato al ragazzo stanco se per caso fossi lì in giro: la prego, abbia pazienza, si guardi intorno.
E ti ha messo in attesa.
Anche quello deve esserti sembrato un tempo orribilmente lungo, e mentre una parte di te sperava in un esordio felice del concierge, l’altra, ti riportava con i piedi per terra: che troia, hai pensato, lo so.
Chissà come mi hai descritta, quali le peculiarità che ti sono sembrate più giuste affinché il suo occhio distratto poetesse intercettarmi tra la folla sudata dei congressisti.
Molto alta, bionda. Austera, elegante. O forse hai domandato solo se c’era stata una chiamata per te.
Quando hai abbassato il ricevitore e hai scorto davanti a te un tempo tutto bianco, sei entrato in uno stato d’ansia oppressiva: lo senti, lo sai.
È l’ansia di non sapere se rimanere o andare quella che ti prende mentre sei in piedi tra letto e comodino. E hai anche pensato che certi alberghi non hanno nulla di romantico, e che ci vuole proprio una passione animale per farlo là, a due passi dalla banca dove mio marito lavora e dalla strada che porta al lago, che è la stessa che fa ogni giorno anche tua moglie per tornare a casa.

Poi, ma solo perché è un caso estremo, hai aperto una bottiglina di Ballantines e l’hai buttato giù in un fiato, poi un’altra. Poi hai fatto come faccio io, e le hai infilate tutte nella ventiquattro ore.
Hai riacceso il display, hai scorso in fretta alla rubrica sino al mio nome ma non hai trovato il coraggio.
Quando sei uscito dal bagno eri pieno di tristezza, vinto dal malessere della sconfitta.
Tutti quei sogni, i progetti, le mie parole, che leggevi furtivamente dal computer della redazione e che lì, davanti a tutti, facevano un effetto visibilmente osceno.

Allora ti sei disteso sul letto e hai accarezzato ancora quel piccolo sogno pornografico. Una roba che si conserva in un microscopico post it ripiegato più volte e infilato nel portafogli.
Mi hai anche attribuito un milione di buoni motivi e di giustificazioni, un adulto si rammarica di un imprevisto, non lo prende come un fatto personale.
Più tardi però, offeso in quell’ottima considerazione che hai di te stesso e della tua carriera, hai cominciato a bruciare d’amore per una stronza che ti ha mandato in bianco e non per quella graziosa creatura che ti porti appresso da dieci anni.
Sei una bestia.

Hai sentito un rumore in corridoio e subito ti sei alzato. È lei, hai pensato, sei tu, hai ripetuto più volte, e hai avvicinato l’orecchio alla porta.
Sei rimasto così finché non hai sentito i brevi passi dissolversi e risuonare ancora un po’ per le scale prima di finire nel nulla.
Tutto è possibile in certi casi.
All’occorrenza si crede anche nei miracoli.
Infine, hai stretto i pugni e mi hai dato più volte della stronza, tra i denti, schiacciata tra le tue mascelle forti, mi hai immaginata in ginocchio davanti a te completamente nuda. Mi hai schiaffeggiata sino a farmi sentire le guance in fiamme e non hai detto altro prima di spingere la mia bocca sulla tua carne.
Mi hai trattata come va trattata una stronza, lo hai fatto anche più tardi, a letto, con accanto tua moglie.
Hai tremato all’idea che potesse sentirti, ma dovevi farlo ancora una volta, era un tuo diritto dopo il mio odioso misfatto: lasciarti da solo in una stanza d’albergo. 
Sei rimasto attaccato alla porta e alla tua idea di vendetta finché non ti sei soddisfatto da solo.
Hai lasciato in bagno una frustrazione che non si può raccontare, che è disonore e fastidio per un maschio.
Hai dato uno sguardo alla stanza e poi sei andato via in fretta.
Dopo Natale, per il nuovo anno, arriveranno le tue scarpe nuove.
Porti il quarantuno e mezzo, me l’hai scritto a proposito del fatto che non trovi mai quella calza a pennello. 
Prima, forse, dovrei misurateli bene i piedi mentre mi guardi dall’alto. Dovresti lasciarmelo fare per tutto il tempo che occorre, fosse pure per un’ora o per l’eternità.
(Foto di Elena Oganeysian)

venerdì 16 novembre 2012

#salvaciclisti

Mettiamola altrimenti.
Cerchiamo di guardare la cosa da un altro punto di vista anzi, cerchiamo di guardarla.

Credo che in ogni casa ci sia un alcolista.
Volete in numeri? Avete veramente bisogno delle tabelle e dei grafici per ammettere una realtà che voi stessi conoscete benissimo?
Sì, sì, è la stessa verità che vi ripetete quando vi tenete al letto per non cadere, lo stesso di quando afferrate vostra moglie per i capelli e solo perché vi gira la testa e perché il vostro “ego da ubriaconi” sta facendo troppo fumo.
Perché un alcolista è in grado di fare cose da non ricordare, come svegliarsi nel letto di qualcuno senza sapere come ci sia finito o di non distinguere più, da lontano, una persona da un segnale stradale o di urlare la propria rabbia davanti ai figli.
Piantatela con la cultura del bicchiere alla sera.

Vero, c’è anche chi può bere poco.
Ma quelli che riescono a limitarsi a un bicchiere di vino per pasteggiare sono pochissimi.
Per la maggior parte delle persone bere rappresenta una fuga e la scusa della tavola è un buon rifugio, il fatto poi che in cucina, non visti, si dà fondo ai bicchieri degli ospiti, beh, si può anche rimuovere.
Le ragioni per cui bere diventa una necessità sono tantissime e tutte plausibili e vanno dai debiti alle sofferenze d’amore, da una vita a senso unico alla promozione non ricevuta, dalla cartella di Equitalia al mutuo negato.
Non sto qui ad analizzare le ragioni ma vorrei spiegare, a quei tanti che ancora si ostinano a non vedere il vero pericolo dell’alcol, che quattro bicchieri sono troppi per guidare un’auto. Tante volte va bene, sì, forse andrà bene sempre o arrivare il giorno in cui si sbanda, in cui si falcia la vita di uno, due, tre ciclisti, di un bambino che rincorre un pallone sul margine della strada o di una neo mamma con bimbo in carrozzina.

Si beve ovunque perché “l’acqua fa la ruggine”.
Si beve con tranquillità e senza sensi di colpa perché è lo Stato che ce lo permette anzi, lo “stato” ha tutto l’interesse perché si faccia un uso smodato di alcol e al di là delle entrate del Monopolio: così al sabato si dimentica tutto.
Perché non esiste una cultura contro l’alcolismo, perché quando si parla di “femminicidio” nessuno mette mai in evidenza che chi ha vibrato il colpo aveva in corpo almeno due litri di vino.
Nessuno punta il dito sulla causa della frustrazione che è poi causa del bere e della violenza.
Ma se allo Stato non interessa il peso della nostra infelicità né fa nulla per renderci meno rabbiosi, potrebbe almeno limitare le speculazioni.
Il Ministero della salute non ha messo poi nessuna tassa sulle bevande frizzanti e per i soliti accordi con le multinazionali: perché qui in Italia si muore anche di chinotto. Perché il diabete dilaga –basta informarsi e non negare come stolti- così come le malattie cardiovascolari, figlie di un uso abituale di bevande alcoliche, e di quelle maledette bottigliette colorate strapiene di dolcificanti di cui i ragazzi fanno uso al sabato sera, prima di finire maciullati, a vent’anni, contro un muro: costano poco e le trovi sotto casa.

In questo paese si fanno le leggi e poi si aggirano.
A nessun ragazzo dovrebbe essere consentito di acquistare sigarette o bevande alcoliche ma così non è.
Poi, quando succede il guaio, tutti urlano e s’indignano, ma chissà in quanti hanno un bar o un supermercato che rifornisce senza battere ciglio la droga consentita al quattordicenne.
In questo paese, che tanto mette l’accento sulla dieta mediterranea, non c’è cultura del mangiare né del bere.
Abbiamo una terra ricchissima che per i soliti maledetti meccanismi economici chissà dove va a finire. E ci si nutre di tofu per fare gli alternativi.
E poi, però, rompete l’anima per la pianta di cannabis coltivata sul terrazzo di casa.
Iniziate piuttosto col segnalare i tanti gruppi che sui social media inneggiano alla sbronza del sabato sera, io lo faccio ogni giorno e da anni.

Non bastano i programmi televisivi a mettere in allarme consumatori e genitori, non basta leggere che in alcuni biscotti “famosi” c’è il mercurio, non basta che la “celiachia” è ormai una malattia comune quanto l’influenza perché la si smetta di acquistare dalle multinazionali: cosa meno, lo trovo sotto casa.
Così come non bastano le stragi del sabato sera per convincervi che la vera piaga non è la “droga” ma l’alcol. Perché, se non lo sapete, è l’accoppiata che è vincente: se fai uso di “cocco” vuoi anche la “bumba”, perché la coca senza alcol non fa un grande effetto.
Le droghe sintetiche che bruciano il cervello a tanti liceali vanno giù con l'alcol.

E per alcol intendo anche la birra, venduta anche in tutti gli stramaledetti Autogrill che poi si difendono con la "leggina" che dalle 24:00 in poi non si vendono più alcolici: e certo, perché di sabato, a mezzogiorno di un agosto bollente, una bella doppia rossa ci sta alla grande!
Per alcol intendo gli aperitivi, la droga della casalinga, della signora ben truccata bene e dalle dita gonfie, che dopo aver sbrigato le faccende di casa si ritrova con le amiche al bar e magari se ne fa tre di seguito per dimenticare il marito ha l’amante.
Per essere alcolisti non è necessario vivere per strada in un sacco a pelo.
Basta andare in una Piazza qualunque di Roma per vedere “il problema”. E quanti soldi girano attorno alla cultura del bere. Quanto import export per birre al doppio malto che danno dipendenza. Quanta pubblicità si nutre del fegato andato a male degli italiani.

Se ogni sera bevi più di un bicchiere e farne a meno è un problema, sei un alcolista.
Se alzi la voce con tua moglie dopo cena e ogni sera, sei un alcolista violento.
Se bevi e guidi un’auto, sei un potenziale assassino.
Forse, iniziare a dirselo, qui e ora è già un buon inizio. Guardare le proprie mani o quelle di un amico e capire che quel tremolio non è normale, può innescare il principio della guarigione.
Smettere è un’altra faccenda ma incominciare a vedere problema può essere salvifico per se stessi ma soprattutto per chi potrebbe capitare sotto le ruote assassine della vostra auto.

mercoledì 14 novembre 2012

Teresa e... la LIBERTA' di stampa


È difficile pensarci sembra quasi un brutto scherzo,
che dopo averli visti: io non posso votar questo.
Però noi lo sappiamo che il voto è necessario
a men di far qualcosa per prenderci sul serio.
Ma noi siamo italiani non siam rivoluzionari
se ci danno da mangiare ce ne stiamo buoni buoni.

E tu non t’incazzare non son io la prima a dirlo
e le vecchie e care usanze non possono smentirlo.
Or c’è anche chi s’impegna a contestare leggi
che ha fatto quelli di cui lui difendeva i seggi.
E or per colpa sua c’è chi se ne andrà in galera
perché poi delle cose cerca la ragione vera.

Io dico che noi abbiamo sol ciò che meritiamo.
È una legge di natura non si sconta né s’ignora.
Lo dicono i proverbi, ne parlan grandi saggi:
se tu fai la puttana entri in certi ingranaggi.
Sei tu che hai accettato, nessuno ti ha costretto
e ora che tu affronti la diffida in pieno petto.

Non posso io pensare di viver nel paese
dove se uno ruba non ne fa mai le spese.
E se io m’accompagno con ladri e malfattori
posso anche stare certo che mi faranno fuori.
Ma certo che contesto la legge in questione
direi per giunta che è stupida e fa orrore.






La libertà di stampa è sacra e non ci piove
ma solo se è coerente col pensiero che mi muove.
Se io conosco cose che posso denunciare
non posso stare zitto per ciò che me ne viene.
Non posso favorire ladrocini di partito,
starmene in silenzio e non muover manco un dito.

È chiaro che ora noi, dobbiam pure andare in Piazza
a difender di Salusti la più pura e antica razza.
Quella di chi è morto per denunciare il vero
non di chi guadagna a coprir tutto con un velo.
Mi spiace ma io trovo di ver cattivo gusto
ora fare il martire, il buono e quello giusto.

Lo stesso dobbiam fare con quelli di partito
che si tengon vitalizi senza muovere mai un dito.
Non abbiamo alternative, non abbiamo mai avute,
ci han detto le cazzate e ce le siam bevute,
Ma ora che sappiamo possiamo far qualcosa:
leggere i programmi e capirci qualche cosa.

(Foto 1. Elena Bibolotti. Elaborazione grafica: Ivana Innocente)

lunedì 12 novembre 2012

La deriva di Twitter #6: è social, lasciatemi stare!


Inutile che vi arrabbiate, sbuffate, smadonnate e mettiate le mani avanti dicendo: è social!, lasciatemi stare!, faccio come mi pare!
Non è così e lo sapete anche voi che non riuscite a raccattare che tre follower a settimana e vi sentite proprio out.
Anch’io non ne posso più di parlare di twitter e delle vostre derive, che poi sono anche le mie, e forse anche dei miei lettori, i soliti sei, i pronipoti dei lettori di Alessandro ovviamente, e che mi auguro avranno ancora un po' di pazienza se mi soffermo su certe sciocchezze.
Perché credo che definire meglio la “netiquette” consigliata non farà male a nessuno, visto che poi mi sento domandare cosa sono i DM.

Twitter non è FB e ha delle regole che non ho inventato io ma che fanno parte suo "essere", della sua conformazione e della sua struttura.
Abbiamo solo 140 caratteri per definire al meglio uno stato d'animo, un concetto o un punto di vista. Più saremo bravi con la sintassi, gli aggettivi, e i pronomi -di cui si fa un uso smodato- più ci rituitteranno, e più ci rituitteranno più finiremo sulle TL degli altri che, incuriositi, ci seguiranno.
Punto. Basta. Fine.


Io che scorro la TL mi aspetto messaggi interessanti, link, opinioni centrate, battute esilaranti, qualche citazione ci sta anche bene ma di sapere della vostra emicrania e di come si cura, no, non me ne frega niente.
Se proprio dovete, certe conversazioni fatele in privato con i Direct Message (pop up menù a destra) e che se non avete ancora scoperto, lasciatevelo dire, siete poco curiosi e abbastanza incapaci.

Twitter è come un grande condominio dalle vetrate e dalle porte sempre aperte, dove chiunque parla, ascolta e risponde.
Più persone seguiamo (following) più piani aggiungiamo e più chiasso sentiamo.
Se la tizia innamorata, ossessiva e petulante, manda ogni sera alle 19.00 una scarica di tweet con alto tasso di glucosio e in seconda persona singolare, a me, che magari sono in una condizione di spirito diversa darà certamente fastidio.
E il fatto è, che più che defollowarla, non posso fare.

Altra orribile usanza. Domandare perché qualcuno ci defollowa, lasciatemelo dire, è veramente out, non si fa, è maleducato -per i neofiti del genere "educazione", si tratta di una serie di regole messe assieme per un vivere civile. È lo stesso che chiedere all'amica dell'amica, e in pubblico, perché non ci ha invitate al Party della scorsa settimana.
Anche i saluti collettivi sono out, e neanche s’include chicchessia –soprattutto tweetstar- in conversazioni sui capelli di una di cui non ci frega un cazzo.
Poi, toccherà a me pulire la mia TL dell'account dai vostri inutili bla bla bla.

Perché pulire la TL?
Per i neofiti del genere “tweeter” si tratta della “Timeline personale” spazio sul quale scorrono tutti i tweet, comprese le conversazioni inutili.
Questa TL andrebbe pulita perché chi non ci conosce possa capire a colpo d’occhio con che razza di umano ha a che fare e decidere se seguirci o meno.
Se una tweetstar o un common deve followare qualcuno, per prima guarderà la TL.
38 follower e 780 tweet significa che siete dei chiacchieroni, e basta, e che non meritate alcun follow. Allora piantatela di followare solo con la speranza di essere rifollowati, fatelo solo se qualcuno vi piace e se vi piace, farete il possibile per farvi notare e followare. Senza musi lunghi e tante battutine idiote. Un po' di senso critico non fa male, e come ripeto spesso: non è vero che tutte le vite meritano di essere narrate.

Inoltre.
Le foto che fanno un po' di schifo, sì, proprio quelle, dedicatele a FB dove c'è nonna, mamma, zio, e il piccino di casa che hanno piacere a dire quattro puttanate tanto per perdere tempo assieme.
Soltanto ieri mi sono beccata certi piatti di pasta e fagioli che ho temuto in un violento mal di pancia.
Perché, mi domando, che senso ha, mi chiedo ogni volta che da brava puntigliosa rompiballe mi metto qui a scrivere piccoli prontuari per non dover leggere sempre la stessa roba, perché v’iscrivete a tweetter se avete già FB e se intendete usarlo nello stesso modo.
È come avere un amante focoso e superdotato e utilizzarlo come un marito, per una pizza, un cinema al sabato sera e una decina di minuti in posizione del missionario.
È uno spreco! Una follia e anche una perdita di tempo.

Domandatevi prima perché volete stare su twitter.
Chiedetevi se ci state per "rimediare" un po' di sesso, lavoro, visibilità o semplici amicizie. Per l'ultima opzione vi garantisco che meglio FB: mail, foto e tutto il repertorio della "bella de casa".
Ma già prevedo una futura deriva, quella dei profili moribondi, in tanti non ce la faremo, in troppi non capiremo e in troppi si stanno già annoiando.
E non parlo della “massa critica”, parlo di chi animava questo condominio e che, stufo delle banalità, è già andato via o lo farà a breve.
Perché twitter è un social network che richiede attenzione alle regole e buona educazione: ciò che manca a troppi.

Non è un mondo di pazzi dove ognuno parla da solo. Se vi sembra che sia così è perché non l'avete capito.
Non ci si deve pensare troppo a un tweet, basta essere se stessi ma con intelligenza.
So che dico cose ovvie ma spesso, la ricerca di originalità ci porta oltre l’ovvietà che invece, sarebbe opportuno tenere sempre presente.
Se 140 caratteri vi stanno stretti, non ditelo tremila volte al giorno: adattatevi o lasciate perdere.
Per molti non è così, perché ricordate: non siamo il centro del mondo, anche se lo pensiamo, fuori c'è gente che non la pensa come noi.
Basta vedere al di là del proprio tweet, leggere quelli degli altri integrarsi ma senza omologarsi.

Twitter, che lo vogliate a no, mette in risalto la personalità di ognuno, che siano divertenti, drammatiche o poetiche non ha importanza.
Basta scegliere e farsi scegliere.
Come alla famosa festa.
Abito giusto, giusto profumo e sguardo. Se quello che ci piace non ci si fila che facciamo? Andiamo lì e lo strattoniamo accusandolo di essere un maleducato?

I problemi sono quelli di sempre e quelli di tutti: capire che questo social network è diverso da FB. Non è una casetta coccolosa con i gattini e le coperte di lana gettate sul divano. Qui sarebbe più opportuno adeguarsi all'arredamento sobrio di tutti gli altri, perché la pacchianeria personale non disturbi la comunità.
Un'orchidea rara, farà la differenza.

domenica 11 novembre 2012

Ho visto Eva Kant uscire da un locale per scambisti.

Certo che è un incubo.
Una di quelle esperienze che poi rimani single a vita.
Cosa? Ah, sì, giusto, pensavo a un rapporto di monogamia assoluta e di frequentazione obbligatoria a vita.
Riflettevo su una specie di ergastolo in una bellissima villetta a Clerville.
Lo so, sarò lapidata pubblicamente.
È che dimentico ogni volta quella quantità enorme di persone che distingue romanticamente tra fare l’amore e fare sesso, che il cinismo è un luogo che grazie a dio non tutti pratichiamo e infine, la possibilità che alcuni saranno così fortunati da ascoltare violini per sempre senza mai distogliere il pensiero, la parola e l’azione dall’amato coniuge.
La mia è solo invidia, scusate, chiedo venia.
Comunque, chi volesse può anche provare ad avventurarsi con me in certi ragionamenti e cercare di capire il mio punto di vista.

Tranquillizzati i perbenisti “duepuntozero” –alcuni dei quali scrivono DM sconvenienti alle signorine-, ribadisco che per me sarebbe un vero incubo la frequentazione così assidua di un uomo. Solo un punto di vista, per carità, che poi i dati sul divorzio rafforzino la mia teoria, non ha nessuna importanza.
Penso che, nonostante una vita fatta di rapine, gioielli favolosi, lingotti d’oro, rubini grossi quanto prugne, ville favolose in costa azzurra, trappole e inseguimenti mozzafiato sulla splendida Jaguar e-Type, l’avrei già lasciato.
Non potrei mai amare un uomo solo e per così tanti anni, uno di cui, tra l’altro, nemmeno conosco il nome di battesimo e che nemmeno mi garantirà un mantenimento equo se dovesse innamorarsi della cameriera moldava ventenne.
Visto che non credo proprio siano sposati. O se l’hanno fatto, giusto perché le Giussani dovevano rimediare a un problema di censura, si sono uniti sotto pseudonimo nella chiesetta del paese, e quindi, se anche fossero a posto davanti a Dio, finirà che la povera Eva si troverà a settant’anni senza nemmeno la possibilità di avere accanto a sé una badante.

E come lo chiama lei, nel momento dell’amore?
Ma al di là di questo dubbio un po' infantile, ciò che veramente m’impensierisce è la noia cui i due sfuggono da anni, dato che poi, la maggior parte dei giochi da tavolo, almeno quelli più divertenti, sono per un minimo di quattro persone.
Mettendomi nei loro panni credo che, terminato il ragionevole periodo di passione, e che forse, visti i pericoli cui vanno incontro a ogni uscita in edicola, sarà durato un paio di anni in più che per noi comuni mortali, credo che al primo calo di desiderio si siano accontentati di comuni maschere.
Decidevano di incontrarsi in un locale pubblico, magari in un negozio di dischi o in supermercato, e di sorprendersi al banco della carne o della frutta con indosso facce diverse, abbigliamento e un modo di fare completamente distante da quello solito.

Lei, di nobili natali, ha avuto anche fantasie un po’ trucide.
Forse, “Lui”, si è travestito da idraulico, da uomo di fatica, da carbonaio, camionista e militare, presentandosi alla porta di casa con le scuse più fantasiose.
Forse, gli ha anche domandato di travestirsi da poliziotto per fare certa roba più hard con manette, una volta ogni tanto, è chiaro, anche solo per ricordare il rapporto di sottomissione che li legava all’inizio, quando lui era il Re del terrore e lei eseguiva alla lettera ogni suo ordine.
È possibile che abbiano discusso a lungo quando lei lo pregava, nell’intimità della villetta di Clerville, di travestirsi da Ginko per incontrarsi poi nel locale più trandy del paese, lì davanti a tutti. Anche perché due così, che nonostante siano pieni di soldi continuano a fare rapine tra botole mortali, fiamme esplosive, aghi narcotizzanti e gas soporiferi, hanno qualcosa che non va.
Di certo, per accendersi, cercano il brivido intenso. Almeno a giudicare da ciò che le sorelle non ci hanno mai mostrato e che accade sicuramente dopo il bacio dell’ultima striscia, una volta chiuso il fumetto e riposto in libreria.

Qualche volta, e sarà successo, credetemi, Diab si è infilato una maschera da supefigo per andare a caccia da solo. Anche perché il marchio da fedifrago già ce l’ha, visto che per sole tre uscite, è stato fidanzato con una tale Elisabeth Gay.
Lo stesso avrà fatto Eva, che d’altra parte ha dalla sua un’immagine bella trasgressiva, quando lui andava in trasferta per studiare il colpo.
Suvvia, non scherziamo!
Non si può bastare a se stessi per tanti anni.
Un’esistenza ha pur bisogno di confronti, di novità, di una boccata d’ossigeno ogni tanto! E che c’è di male in qualche digressione innocente...

Allora credo che l’unica sia stato il ricorso allo scambio di coppia.
Perché a leggere articoli e interviste, pare che le coppie di scambisti sono quelle che, proprio perché scelgono la condivisione totale dei desideri erotici, non si lasciano mai.
Chi rinuncerebbe a un partner che ci asseconda in tutto e con il quale si va d’accordo in tutto?
Questa è una teoria che, non gli fosse venuta in mente, potrebbe anche essere una svolta per il loro rapporto, casomai mi leggessero girando per Blog tanto per ammazzare il tempo tra un tweet e l’altro.
Perché cos’altro possono fare due fumetti condannati a vivere assieme e amarsi per l’eternità?

giovedì 8 novembre 2012

#Sonounadellepocheragazzeche...


Confessarsi è sempre sano, mostrarsi in tutta la propria nudità emotiva è un bene, dichiarare a tutti e a nessuno debolezze e punti di forza– casomai passasse da qui il mio “idolo”, quello che proprio non mi segue- sembra la cosa migliore, almeno vista da qui, mentre vado a scuola, seduta ancora sulle scale o in bagno, prima della lezione di latino.

Mostrarsi tra questa folla, è tutto ciò che rimane a noi ragazze per venir fuori in questa confusione, da questo bla bla bla fastidioso, attraverso PIC che mostrano solo il nostro lato migliore, quello senza occhiaie da studio o da ciclo mestruale.
Lo so che non sono una ragazza, ma che c’entra, certa roba rimane addosso come il gesso e la paura della lavagna, di non sapere, lì davanti a tutti e nella minigonna nuova, come risolvere quella maledetta equazione.
Anche qui, porca puttana, sono una di quelle che si dimentica l’apostrofo... ma chi se ne frega. È il contenuto che conta, vero?, se detto da una bella bocca, poi, anche la sintassi scorretta può calzare a pennello, come un neo sulla guancia, al posto giusto.

Su questa TL c'è di tutto, ci sono le maestrine petulanti, quelle ragazze che, un po’ vecchiotte, dichiarano la totale mancanza di originalità delle altre e la loro capacità, straordinaria, di distinguersi: perché dall’omologazione non si viene fuori.
Ci sono #Quellepocheragazzeche, tante e troppe, inseguono, vogliono, amano un idolo che però non le ricambia, le deboli e le anonime, le bruttine, quelle che si sentono di troppo, grasse o troppo troppo magre, sofferenti e tristi come se questo maledetto retweet fosse il marchio distintivo per un futuro qualunque, che se anche da qui non lo vediamo, sembra comunque perfetto (e per fortuna).

Le ragazze che si fanno del male e lo scrivono, che sentono il bisogno di mostrare a tutti i propri tagli, quelle che non sono originali perché ci sono sempre state, e che a un certo punto grazie dio smettono,  perché non serve a niente, è solo un’abitudine fin troppo reclamizzata da non destare più alcuna meraviglia. Le ragazze che ancora non sanno ancora che poi, da grandi, le cicatrici rimarranno per sempre a ricordarci quanto siamo state imbecilli: e metti via quella cazzo di lametta che è meglio.
Ci sono vampiresse e licantrope, le solitarie e le bugiarde.
Ragazze fatali e dozzinali con la spalla magra di fuori, che devono dirlo proprio a tutti quanto essere cattive è bello, un marchio di fabbrica che vale più del diploma.

Ci sono #Quellepocheragazzeche preferiscono un CD al maquillage.
Perché semplice è bello -lo dice anche nonna- è bello come le scarpe da ginnastica e non avere un ragazzo.
Ah, e non fumare.
Sì, sì, dico a te, proprio a te che stai di sotto alla mia PIC e mostri la gamba come fosse una reliquia. Che di spalle, con capelli biondi da invidia, racconti di avere amato per la prima volta a undici anni. Ma valà, ma chi vuoi che ci creda, giusto qualcuno in là con gli anni e che per un po’ si prenderà gioco di te e del tuo minorenne entusiasmo domandandoti poi, di cancellare tutti i DM.

E poi un tuit dopo l’altro digiti la tua paura a dimostrare amore, a farti notare, ecco, appunto, ancora, maledizione: la tua ansia di voler essere diversa e originale. Perché sei una delle poche ragazze che non sa vedersi bella né riesce a migliorare, come avessi lì davanti agli occhi un modello ben preciso da seguire. Come quella di pochi tuit avanti, che legge miliardi di libri dice che scrive romanzi ma poi sbaglia accenti ed elisioni.

C’è una delle tante che non studia libri interi, perché li taglia a metà, forse, credo.
Quella che fa la scema quando è triste e quella che si pavoneggia per i suoi Master e che si sente arrivata, non la solita sfigata.
C’è quella quella che nasconde il sorriso, quella che usa un altro nome.
#Sonounadiquelleragazzeche sta sempre in libreria, non come quella che usa tremila pronomi personali per evitare di perdersi, perché quel verbo, non venga attribuito, per sbaglio, a nessun altra.

C’è la svampita e la santarellina, quella che se ne frega della dieta e che preferisce la nutella, la famiglia al locale, e che nella PIC ci mostra il suo mito, pardòn, il suo idolo: uno sbarbatello che forse durerà ancora due anni in una hit –se tutto va bene- prima del tramonto.
E poi lacrime, rancori, e ancora acuti dolori adolescenziali, quelli che chiusa nell’armadio e abbracciata al rotellone bianco con prolunga, raccontavo alla mia amica del cuore, in un tempo analogico lontano, così felice di essere unica, sola e originale.
Poi, abbiamo acceso la luce e ci siamo contate, siamo in troppe, sì, e tutte uguali.

martedì 6 novembre 2012

ODDIO no! Stamattina siamo “inseguiti e inseguitori”.


Sempre più #derivaditwitter

Al di là dell'incubo notturno, colpa di “The walking dead” e della mia passione per i morti viventi e dell'averci incluso anche il mio ex maestro di editoria, Alberto Castelvecchi –che se mai mi leggesse, abbraccio-, e che mi salvava dai mostri per mordermi però selvaggiamente all’ultimo istante, mi sveglio con l’orrenda sorpresa di un tuitter mezzo tradotto in italiano.

Ma che orrore!
Avrei quindi un tot di persone che io seguirei e 900 e passa “follower" che al ritorno dalla mia corsa sul mare potrei ritrovare come “inseguitori”.
Beh, suggerirei a questo punto la terza categoria, quelle dei FAN, così completiamo l’orrore.
Anche perché, essendo oggi tutto ridotto a un domandare e un leccare il culo –per lavoro, amore, denaro-, se lo facessimo in modo palese, per noi "massa di Choosy" l’umiliazione sarebbe completa.

No, non sono arrabbiata. Anzi, mi sono svegliata stranamente felice.
Ma è sempre così, quando un'idea arriva “alla strada”, cioè alla portata di tutti, i marketing Manager la semplificano all’estremo affinché diventi un "prodotto" di cui chiunque possa fruire liberamente. E perché tutti possano tenerlo tra le mani, "il prodotto" -compresa la nonnetta di Avellino di centosei anni che dio la benedica- esso va semplificato.
Che lo strumento di potere rivoluzionario arrivi a tutti, sì, ma svuotato della forza d’impatto iniziale, è come dotare il combattente di armi giocattolo.
Per cui siamo alla fine, alla frutta, alla deriva già paventata da me mesi fa.

È stato così anche con i movimenti degli anni settanta e il punk negli ottanta. Basta mettere in vetrina jeans borchiati che il "movimento" può dirsi bello che finito.
E non si tratta di "fantapolitica", questa è storia. 
È ovvio che il potere voglia impadronirsi anche di tuitter.

Qualunque strumento di comunicazione efficace deve deregolarsi, svuotarsi di segni e codici, e arrivare alla portata della massa affinché lo renda del tutto privo di senso, fascino e ambiguità.
Tra miliardi di persone e tuttatori di “Buongiorno”, infatti, sarà sempre più difficile che le idee più cool, i libri più trend e le foto più hot, abbiano rituit e arrivino a tutti, anche perché la corsa ad acquisire follouer, tra i neofiti, è lo stesso che addobbare l’albero il ventitré di dicembre: per la fretta e per l'ansia si dimentica tutto il resto. Soprattutto, ci si scorda di leggere i tuit degli altri.
Perché come avevo previsto cuoricini e soliti bla bla bla, di cui mi sono anche rotta di parlare – e certamente anche voi di leggere- hanno preso il posto di rassegne stampa argute e di doppi sensi così criptici da poter essere inseriti in un libro di Koan

Dunque, la semplificazione come strumento di potere.
Proviamo a vederla così, in negativo.
Come il metodo più subdolo per spuntare le nostre idee e renderle orribilmente innocue.
Il meccanismo di semplificazione e controllo, infatti, è identico a quello perpetrato dell'editoria e da certe sette religiose, quelle di stampo orientale, quelle dove ti dicono che se ripeti il famoso mantra –anche cambiando il pannolino al bebè o girando il sugo, o stirando qualcosa o facendo sesso con l’amante- trovi il famoso parcheggio, il lavoro, l'amore.
Anche lì le regole sono state tutte semplificate, i Sutra accorciati, smembrati, tradotti in formulette da baci Perugina, affinché TUTTI possano accedervi, sì, ma soprattutto perché i loro prodotti da banco vengano venduti (incensi, rosari e riviste) e infine, perché non vi sia mai spazio per una teorizzazione un po’ più personale.

Infatti, perché venga escluso il ragionamento logico, che porta alla confutazione della teoria e quindi a un pensiero indipendente, bisogna semplificare.
Pazienza se parliamo di popoli che da secoli basano la propria filosofia sul principio che il contenuto è anche la forma. Non ha importanza se tu reciti il Sutra con il giusto ritmo e che non conosca nemmeno il significato di ciò vai blaterando: l’importante è farlo, impossessarti di qualcosa, esserci.
Il mistico non è controllabile, così viene tradotto e reso innocuo. 
Non che Tuitter sia uno strumento “mistico” ma di crescita, e di democrazia partecipativa, probabilmente, sì.


lunedì 5 novembre 2012

THE RED LIST #Marina


Prima o poi scoprirai di essere nella RED list di Marina, o di una sua amica.

Non sempre un amore liquido nasce on line. E Marina non vuole sorprese. Non beve, non fuma ed è vegana.
È razionale, single e usa il tempo, il suo e di sua figlia tredicenne, con la stessa serietà con cui gestisce l’agenda del Manager per il quale lavora da otto anni, e che ama, non ricambiata, dal giorno del primo colloquio.
Ambisce a posizioni hot sulla scrivania o sotto e le ripassa ogni sera prima di addormentarsi, poco male se al mattino si trova a tu per tu solo con fax, fotocopiatrice e PC.

Ha avuto diversi alias con cui negli anni è riuscita a entrare nella hot list di Franco, lui, ha numerosi account con cui si diverte nel tempo libero.
Perché Franco non è fedele a sua moglie, e nemmeno a Marina.
Marina colleziona le password di Franco e anche i suoi post it, preziosi feticci che ripone ogni sera in una scatola di legno e avorio gelosamente custodita nell’ultimo cassetto della sua ordinatissima scrivania.
Colleziona anche i capelli di Franco, che raccattati dal pavimento del bagno o dal lavello, porta una volta al mese, mettendo da parte qualsiasi pudore, da un’amica sedicente maga nella speranza che il filtro d’amore prima o poi abbia effetto.
Marina è convinta che lei e Franco siano fatti l’uno per l’altra. Il perché lui non abbia mai osato andare oltre un formale “come sei elegante oggi” non la sfiora né la induce ad alcuna conclusione logica, l’unica: il sacrosanto terrore di avere per amante una segretaria quarantenne mamma/single e in attesa di un amore possibilmente “eterno”, per esempio.

 “Submissive-72”, “incatenatapersempre” e “genuflessa” sono alcuni dei nickname di Marina.
Anni fa, su MSN, lei e Franco erano arrivati al dunque.
Dopo sei mesi di chat notturna come “incatenatapersempre” e dopo aver scoperto i suoi gusti –ovvi- in fatto di sesso aveva fatto breccia nel suo cuore di Master del sabato sera.
Gli scambi di foto furono il momento clou della relazione.
Marina aveva molto obiettivi: andare dal parrucchiere tre volte a settimana, iscriversi in palestra per eliminare quegli ostinati cinque chili di troppo e imparare tutto su Giappone e bondage.
Pronta a lasciarsi legare e appendere dal sesto piano del palazzo specchiato, in cui ancora oggi lavora, aveva deciso di accettare il suo invito in un locale Privé sulla costiera romagnola declinando poi l’impegno a causa di una colica epatica da stress.

Ridotta a collezionare anche le ricevute dei taxi del suo amato manager, oltre a scontrini e biglietti da visita da lui cestinati, e condannata a un profilo FB autentico, Marina ha cercato di mostrare a Franco il suo lato migliore: madre amorevole, ballerina, sportiva, amante del jazz e improbabile alpinista -ma con un paio di short mozzafiato.
Dal suo profilo, lancia frasi sibilline che Franco proprio non coglie: sono il battito del tuo cuore, sono nata quando ti ho visto, fammi sognare.
Intorno alle 23.00 quando la figlia dorme e i piatti sono già impilati e asciutti nella cucina lucida e ordinatissima, Marina medita, e il cuore, sgorga stille di sangue.


Secondo l’andamento della giornata, le frasi sono da rialzo di glicemia, odio compresso, odio a morte.
Lei è una di quelle in posa ammiccante che scorrono sulla TL, e che urla al mondo intero, ma affinché uno sola l’ascolti, la passione bruciante coltivata nella solitudine del proprio Id number.
Tutto il suo amore, declinato in seconda persona singolare, è alla mercé di chiunque tranne di chi dovrebbe leggerla.
Quando è furiosa per questo amore liquido così insensato da non riuscire a confidarlo nemmeno alla sua amica del cuore –otto anni è un tempo eccessivo anche per una stalker-, si dà all’acquisto compulsivo.
Franco, amante di tutte le “sfumature di grigio”, da buon cultore di sado maso “soft” (genere inesistente in natura ma creato dai marketing manager), ama la donna in abito attillato e in perfetta forma.
La speranza che lo spacco si apra mentre è chinata a raccogliere qualcosa, fa sì che Marina indossi scomodissimi reggicalze che poi sfila con rabbia, una volta in auto, per sostituirli con comodi collant.

Passa le giornate on line a monitorare i movimenti del suo capo e quando lo vede in chat irrompe in ufficio con le scuse più diverse.
La frustrazione più grande è che su twitter Franco non la segue.
L’ha defollowato circa settanta volte per rifollowarlo un minuto dopo.
Perché lui si accorga di quanto i loro gusti sono simili, lascia libri e manuali di Feng Shui e massaggi sulla sua scrivania, accanto a una splendida orchidea che nebulizza con accanimento.

Pensa a lui lasciando le mani fuori dalle lenzuola e i suoi sogni erotici non vanno più in là di un’abatjour rigorosamente spenta e di un Franco sempre dolcissimo nonostante quel certo amore per la legatura.
Franco l’uomo che vede ogni giorno, ha tutti i capelli in testa e usa dopobarba nauseanti che le ricordano il suo papà. Ma forse, ci fosse stato uno più basso e anche un po’ stempiato, sarebbe andato bene uguale.
Alla proposta sensata di sua figlia di andare da un buon analista o di cercarsi un fidanzato Marina risponde: intanto sto benissimo, e poi, l’uomo ce l’ho già.