mercoledì 16 maggio 2012

La TV che vorrei


Rido da ieri per tutto questo parlare del programma di Fazio e Saviano in onda su La sette.
Rido perché in tanti, pur giudicandolo pieno zeppo di luoghi comuni, e prevedibile, credono che un prodotto del genere sia comunque valido, comunque meglio di certa robaccia che passano oggi in tivù che sia pubblica oppure no.
E la mia riflessione nasce proprio da questo, dagli spettatori 2.0 che anche quando non hanno voce in capitolo la alzano, e che sdoganano qualsiasi “dato di fatto” con un “mi piace” che nulla ha a che vedere con la realtà oggettiva. Ed è perciò che tutti quei mestieri che lasciano al gusto personale la facoltà di decidere se un’opera sia buona oppure no, stanno morendo.
Dove la “vendibilità” ha tolto di mezzo “le capacità”, troviamo solo storie banali o attorucoli, che per sembrare credibili, sussurrano battute e berciano come tacchini, senza lasciare, nella nostra memoria, alcuna traccia di sé.
Ma se non si hanno termini di paragone, un attore che non è granché o una trasmissione così e così, vanno bene comunque.
Per non incorrere nel rischio di vedere la trasmissione in questione, ho comprato, in offerta Feltrinelli a 9.90, un vecchio sceneggiato RAI, “Il Mulino del Po”. 
Diretto da Sandro Bolchi nel 1963 diede il via alla sua lunga carriera –parola ormai in disuso- con lavori del calibro de “I demoni” i “Fratelli Karamazov”, “Anna Karenina”, “Morte di un commesso viaggiatore” o “I promessi sposi”, che entravano nelle case di tutti gli italiani, in prima serata, e senza tanto chiasso.


Un tempo, non troppo lontano, il giudizio era oggettivo perché si mangiava pane e buon teatro. Chi non aveva voglia o capacità di leggere, poteva essere comunque spettatore, e non aveva scelta, di interpretazioni storiche e narrazioni di grandi scrittori.
Ma non solo.
A una produzione di quel tipo, allora, ci lavoravano centinaia di persone, dai macchinisti, agli attrezzisti, dalle sarte agli scenografi, dai ragazzi di bottega agli orchestrali e anche loro diventavano spettatori di un'arte persa per sempre.
Parliamo di un’epoca in cui la RAI bandiva concorsi pubblici, non lavorava in outsourcing e non comprava a peso d’oro programmi dove un solo individuo guadagna ciò che un tempo serviva a dar da mangiare a cento famiglie. Era il 1960.
Ma in mezzo, c’è stato un omicidio.
L’uccisione della professionalità e della competenza da parte dell’ignoranza e del pressapochismo.


Prima, il cuore della produzione, non erano il “nome” o la facile fama “da gossip” del protagonista, ma la sua bravura.
Il motore della produzione erano la professionalità degli attrezzisti, dei costumisti, dei direttori della fotografia, l’abilità e precisione dei montatori, che all’epoca lavoravano di taglierino e a cui l’errore, era fatale né più né meno che al chirurgo.
Girato tutto in studio, la pellicola non fa affidamento su effetti speciali ma alle parole di Bacchelli, autore della trilogia, e alle facce, alle espressioni e ai gesti.
Il lavoro di Bolchi è tutto in presa diretta e gli errori, dagli impercettibili inciampi nella recitazione, agli “occhi di bue” ben visibili in campo lungo -come nella prima carrellata della campagna di Russia-, ci regalano la possibilità di vederla la finzione, di sentire l’odore delle quinte appena dipinte, delle cantinelle e dei trucioli lasciati dagli scenografi. E certe ingenuità che lasciano trasparire il lavoro dell’uomo e la sua possibilità di fallire danno, a mio avviso, un’emozione ben più forte che qualsiasi effetto speciale, perfetto ma sempre uguale.
Certi “birignao” e appoggiature, e i melismi attoriali, che possono apparire eccessivi a un orecchio abituato al “doppiaggese”, ci insegnano quale sia stata, e fino a pochi anni fa, la tanto decantata “tecnica dell’attore”.

Gli interpreti di quelle produzioni, venivano presi a prestito dal teatro e non il contrario.
Allora, i protagonisti della TV di stato erano bestie da palcoscenico del calibro di Valeria Moriconi, Mariano Rigillo, Salvo Randone, Gastone Moschin, Elisabetta Pozzi, Ilaria Occhini, Ottavia Piccolo, Anna Proclemer, Giogio Albertazzi, Ave Ninchi, Lilla Brignone e mi scuso con gli altri che non cito perché sono veramente numerosi.
E a guardarli oggi sembrano proprio scesi da un altro pianeta, invece no, sono a un passo da noi, ma il guaio è che non li ricordiamo più, che il gusto si è fatto cattivo e non li si riconosce più.

Perché la vera recitazione vuole l’urlo, i colpi di glottide, la dizione perfetta, un’appoggiatura da cantanti lirici, sennò non si sente, non rende.
E non è una questione di gusto: se non ti sento, vuol dire che non sei un bravo attore, e basta. Se non capisco ciò che il personaggio era e diventerà, come Vallone che di episodio in episodio cambia pelle, muta espressione, sguardo, intenzione e non abito, allora sei un cane, e devi fare un altro lavoro.
Perché il teatro è fatto per ingigantire il gesto, renderlo unico e irripetibile, perché il gesto è la firma di chi  lo compie e vuole farsi ricordare, non è solo un’azione ripetuta perché così vuole la regia. Il teatro è ricerca e amplificazione dell’humus del personaggio, sennò passa sotto silenzio, non mette né toglie nulla a ciò che lo spettatore già sapeva e sentiva.
E il bello è, che certe forzature non vanno al discapito del realismo del personaggio, perché la nostra lingua, di fatto, è musicale, come insegnava Ronconi, le nostre appoggiature, nella realtà, danno significato alla parola e sono sorprendenti.
Basta chiudere gli occhi e ascoltare.
Nessuno nella realtà parla come gli interpreti dei telefilm, nessuno parla il cosiddetto “doppiaggese”. La voce contiene infinite sfumature e tonalità, e a parte chi studia Public Speaking, nessuno parla o gesticola sempre allo stesso modo.
La parola e il gesto scaturiscono da uno stato d’animo, dal clima, dallo stato di salute, dal tempo che c’è fuori e quindi dalla lettura e dall’analisi del testo. E tutti questi meravigliosi artigiani del tempo che fu, non avevano bisogno che la sceneggiatura li supportasse con interventi didascalici per farci capire chi interpretavano, bastava la postura, come Carraro, nella prima inquadratura. Lui è già il perfido Raguseo e anche se sulla porta è semi nascosto e in ombra, sappiamo bene cosa combinerà. 
A chi aveva “mestiere” bastava trovare una voce più o meno acuta, il profilo da porgere alla cinepresa, il ghigno, tenuto a volte per un’intera inquadratura, come Vallone quando in un attimo di follia uccide, o crede di uccidere, e rimane con lo sguardo fermo e immobile sul Po –che noi non vediamo- e per più di venti secondi, senza muovere un muscolo, senza variare di un millimetro l’espressione, indietreggia, con passo incerto, sorpreso da se stesso e spaventato.

Ed è sul mestiere perduto che mi preme porre l’accento, e sulla televisione, allora incline a premiare personalità attoriali e talenti musicali che crescevano e si formavano a forza di fatiche, di memoria, di buoni esempi, di prove estenuanti con registi perfezionisti e isterici, di battute ripetute all’infinito per un piano sequenza che durava dieci minuti. Come nella scena in cui Vallone e Carraro, si sfidano a braccio di ferro, magistrale sequenza in cui vincono la perfezione dei movimenti, pochi e ben studiati, il ritmo delle battute sulla musica, l’espressione tenuta, equilibrata, mai eccessiva né scarsa.
Ed è di fronte alla pienezza di quelle “prove d’attore”, che anche i più applauditi attori d’oggi impallidiscono miseramente, quando ci offrono personaggi scoloriti e poco incisivi, tragicamente generici e mortalmente noiosi.

In attesa di trovare il secondo Volume di questa meravigliosa produzione RAI, farò sicuramente a meno della TV a discapito dello share e a favore della mia capacità di giudizio, affinché io non debba mai ripiegare su ciò che è “meno peggio”.


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