giovedì 7 novembre 2013

Deriva#39 #derivaditwitter:Twitto meno più che posso

Non mi piace competere. Faccio il tifo per l’ambizione non per l’arrivismo. Gli spiriti liberi qui sembrano tanti ma poi, fuori, non sono mai abbastanza. Per non parlare dei romanticismi, dei silenzi eloquenti e delle attese snervanti, esibizioni di animi affranti, assai servizievoli e già in ginocchio.
Valuto attentamente chi seguire, leggo bio, TL e Blog. Sono per il piccante e il pepato, per i frutti aspri e le olive amare.

Sono un po’ di giorni che tuitto meno e leggo molto.
Certo, nessuno mi obbliga a stare qui tutto il giorno, si può anche scegliere di tuittare ogni tanto, di vivere questo social con l’atteggiamento e il distacco di chi, affacciato alla finestra, guardi la processione del santo passare di sotto.
Ma non è così, scorrete la vostra TL: l’ansia da rendimento ci toglie tempo, privandoci della nostra preziosa libertà.
La conta dei follouer e il paragone con l’altro, quotidiano o casuale, sono linfa vitale per la labile autostima generale che, considerando le incredibili biografie, non stento a credere sia piuttosto sofferente.
Che Twitter rosicchi gli attimi di ognuno in modo che, sommandosi, diventino ore e giornate intere è un dato di fatto. Che per ottenere follouer e visibilità –da molti chiamata “amicizia”- sottraiamo alle nostre quotidiane meditazioni una quantità di minuti preziosi, è provato, anche se continuiamo a negarlo.

Twitter è diventato per molti, nativi digitali e non, un termine di paragone e uno specchio.
Ma non si possono misurare le proprie qualità in base ai numeri, quantificare un talento è da imbecilli, da VIP televisivi, non da talent scout. Il talento si nasconde nella roccia, come il diamante. Così come non si misura il fascino o l’effetto di un nuovo abito al riscontro di un passante, del primo, e solo perché si volta a guardarci.
Non mi va di domandarmi perché la tizia con il medio alzato e la biografia che pare un Nobel abbia più follouer di me. Devo rassegnarmi all’idea che le banalità –comprese le mie- siano le più rituittate.
Ha ragione @AzzetaZeta è tutto già codificato, è tutto già deciso, anche il meccanismo che ci mette gli uni contro gli altri per un nonnulla.
È ormai risaputo, è “alla strada” come diceva la mia snobissima nonna, che la discussione su twitter faccia audience, conosco persone che hanno ottenuto migliaia di follouer in pochi mesi attaccando e rintuzzando personaggi più o meno noti.
È perfino calcolabile il punto di rottura, che qui si verifica facilmente per come il mezzo è strutturato, tra due follouer che nemmeno si piacciono granché. Causa l’incapacità di molti a non andare oltre il consentito, di evitare, ogni stramaledetta volta, di digitare ciò che si pensa realmente, di volere essere sempre più incisivi spingendosi ben oltre le proprie reali capacità e competenze.
Voglio mantenere la calma, ho troppe cose da fare!, mi dico quando un’interazione mi da noia, alla famosa ed evitabile “chiosa” del tutto fuori posto mi guarda, sotto il mio bel tuit a lungo pensato, sentito, lanciato nella rete perché venga condiviso e non necessariamente commentato.

Cerchiamo tutti l’apprezzamento, la mancanza di biasimo da parte degli altri che è come il cielo azzurro di una fredda mattinata invernale.
Che cosa c’è di male nel cercare incoraggiamento e sostegno? Lo facciamo tutti, che si postino autoscatti o frasi filosofiche, articoli di economia o gatti.
Siamo tutti in cerca di un “like”.
Perché continuare ad avvolgerci nell’ansia da umiltà, quando calpestiamo da anni un palcoscenico digitale, illuminati dall’occhio di bue che gli altri, quanti più possibile, ci puntano addosso.
Abbiamo bisogno di condividere e abbiamo lo strumento per farlo, eppure continuiamo a precisare che l’autoreferenzialità è da condannare e che l’ego del vicino è sempre più grande.
Il centro della vita è ciò che gli altri pensano di noi, ed è l’approvazione degli altri che crea dipendenza, così come l’illusione di sapere che qualcuno la pensa proprio come me, e che se ci sarà una rivoluzione saremo tantissimi. A parole, ognuno al chiuso della propria gabbia. A “spot”, e che vinca il migliore.

Più rituit ottieni più sarai rituittato.
È una nuova droga. Carezze virtuali in un mondo che ci considera numeri. La panacea che contrasta la solitudine globale di un mondo che è tanto qui e sempre meno off line, di persone cui diciamo di voler bene e che forse non incontreremo mai o con le quali prestissimo litigheremo: per niente, a causa di centoquaranta caratteri troppo ironci, sfrontati o critici. (Per quella volta che hai tuittato una battuta su qualcuno senza menzionarlo e ti ha pubblicamente smascherata).
Tuitta @AlbertHofman72 “Certe volte mi stupisco di quello che scrivo qui. Io che non do mai confidenza a nessuno. Io che scrivo la mia vita a degli sconosciuti”.
L’approvazione degli altri è troppo importante in un mondo che rispetta sempre meno l’individuo e le diversità, in una società dove il lavoro è perfino inutile cercarlo visto che nessuno risponde nemmeno con una mail di default.

Essere anonimi con migliaia di follouer è la rivincita possibile sul mondo ottuso e crudele, sul marito stronzo e tutto ciò che c’è e non basta mai. Avere un dove recarsi, un chi, probabilmente on line e disponibile a chattare, è il modo migliore per non trovarsi a tu per tu con i propri mostri. Avere referenti che non conoscono le nostre reali sconfitte e tutti quei “non sarai mai all’altezza” che ci hanno piegato, è pura felicità.
È il cuore che batte.
Lontani dai fallimenti che stanno a un passo da noi, e che riusciamo a tenere distanti con la breve gioia di aver catturato l’attenzione dell’altro -di uno qualsiasi anche solo per un breve istante-, ci rassereniamo.

Se abbiamo la scimmia da social sappiamo che nasconderci tra i pixel non serve a niente. Alla fine si torna sempre a dove eravamo rimasti: alla cena sul fuoco, ai soldi da trovare, alla tizia che ci toglie il sonno, ai silenzi imbarazzanti e veramente eloquenti che dicono: è finita.
Per affrancarsi dal giudizio e dall’approvazione degli altri però, è sempre meglio cominciare con l’affrancarsi dal proprio giudizio, o rassegnarsi ad affrontarlo.
Tuitto meno finché ci riesco.
Tuitto meno più che posso.

4 commenti:

  1. Sottoscrivo ogni parola che hai scritto, tranne che twitto meno...non ci sono ancora arrivata!

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  2. sottoscrivo ma la cosa più giusta sarebbe avere consapevolezza di tutto quello che hai scritto e tuittare come più ci pare e piace, scevri da questi innegabili meccanismi. Riuscirci certo non è facile.

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  3. Sono uscito da Twitter - il mio account era @Franc_Roma - ma ho avuto in precedenza anche un altro account con il mio nome e cognome vero, credo di essere combattuto se non affetto da qualche particolare forma di schizofrenia che mi spinge ad avere un rapporto di amore ed odio per ciò che concerne l'utilizzo di questo strumento. Da una parte penso che sia uno mezzo perverso se non diabolico, in quanto credo che sia orchestrato per creare, anche contro la nostra apparente volontà, una forma di dipendenza, il mio carattere mi costringe sempre ad avere gesti estremi per liberarmi da tutto ciò che porta ad una deviazione della mia volontà e personalità, d'altro canto ho conosciuto artisti e scrittori, anche se solo virtualmente, degni di ogni mia considerazione- e non è una sviolinata se dico che tra questi artisti ci sei sicuramente tu Elena-. Continuerò a leggerti, con più profondità e con quell'attenzione e calma tanto osteggiata dal Signor Twitter ma tanto cercata e lodata da chi, come me, vuole assorbire conoscenza non farsi assorbire dalla demenza del web 2.0.

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  4. stesso discorso per gli altri social. ad alcune/i la sbornia prende bene, ad altri fa lievitare spropositatamente la vis egotica ed esibizionista. mi chiedo quanta consolazione necessitino le vite e relative socialità fuori dall'etere. cioè quanto corrisponda l'immagine che danno qui con quella che vivono - in realtà - extravirtualmente.

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