mercoledì 2 maggio 2012

Diario di Lola, sedicesimo giorno, il risveglio

Foto di: Brooke Shaden


No, ti prego, non lasciarmi qui da sola.
Mi sono persa, ora lo so, e non troverò mai l’uscita senza la tua voce che mi parla.
Aspetta, ti prego. Lascia che ti dica ancora. Prima di alzarti e andartene da qualche parte, aiutami a ricordare ancora. Sei tu che tieni il filo che può condurmi fuori dal labirinto, solo le tue continue domande, il tuo –non addormentarti Lola- che da giorni, da settimane o forse mesi mi rimbomba nella testa, può aiutarmi a riaprire gli occhi veramente e uscire da questo stato di morte presunta.
Perché forse è così, non è vero?
Sento che può essere anche così, perché a questo punto è possibile tutto.


Comunque, stavo sulla porta, in silenzio, pietrificata. Non potevo far altro che guardarlo mentre finiva di raccogliere le sue cose, come qualunque uomo sazio dopo l’appuntamento clandestino.
La giacca, le sigarette, le chiavi dell’auto. E come qualsiasi uomo sazio mi guardava e non mi guardava, spiandomi per vedere quanto attaccamento ci fosse già in me, e quanto seccante sarebbe stato il prossimo abbandono.
E anche io, in quel momento non potevo che rifugiarmi in una presunta normalità e rimuovere le continue domande, lecite, che mi venivano in mente. Ma come fossi stata appena tradita, come avevo visto fare a mio padre, dovevo rimuovere quel pungolo dolente e fingere che tutto fosse come sempre, normale. Non potevo che fingere,  finché potevo, che io e Lalama, non fossimo che amanti sul punto di lasciarci con un “a presto” dei più naturali.
La mia educazione, la mia cultura, la ragione, non ci potevano stare a quella regia così demenziale. E il tempo scorreva fuori, muovendosi all’interno del quadrante della pendola ma dentro, mi stava addosso come un magma.
Anche i rumori erano densi. Era come se assieme ai rumori consueti se ne fossero aggiunti altri, alcuni più acuti e altri gravi, un basso continuo di onde sonore che m’impedivano di mettere in fila le idee.
Non sapevo bene neanche da dove cominciare a fargli domande.
E poi mi pareva tutto soltanto assurdo, no, grottesco. Come l’idea che a quel punto, potessi risalire in macchina, sistemare la gonna e la borsetta sulle ginocchia, per ritornare con lui verso casa, toccandogli magari, di tanto in tanto, la mano o il ginocchio con l’aria complice e un po’ colpevole che ha ogni amante.
Due fantasmi in auto. Due morti su una vecchia auto cigolante che curvano dolcemente assieme all’Aurelia, guardandosi di tanto in tanto negli occhi.
Cosa diavolo significava che ero morta?
Adesso, secondo Lalama, avrei dovuto credere di essere semplicemente... invisibile. Io, Lola, non ero nient’altro che quel che si dice un fantasma, un’anima che vaga tra qui e l’altrove.
E perché allora salire in auto?, continuavo a ripetermi. Perché mettermi a viaggiare entro il limite di velocità consentito dalla legge anziché volare, smaterializzarmi e ritrovarmi a casa, o al cimitero.
No, la mia razionalità non mi consentiva di credergli. Eppure tutto gli dava ragione. Ogni singolo tassello trovava finalmente il suo posto. Tutto ciò che fino a quel momento mi era parso fuori luogo, ora aveva una ragione: Max che non mi parla, piange e beve, Milena che non mi saluta, il portinaio, mia suocera che vuole mettere via i miei abiti...
Sì, era tutto giusto.
E tu?
Tu chi sei? E perché sei l’unico che riesco a sentire al di là di questo respiro affannoso che sento attorno, il solo che vedo come un raggio di luce trapassare questo grigio plumbeo e immobile che mi avvolge.
E Vince?
Vince è forse un Caronte moderno?, un’anima delegata a traghettare i più deboli, quelli che rimangono attaccati a questa terra e che da tutto questo vivere disperato non riescono proprio a distaccarsi?
Continuavo a ostinarmi a piangere lacrime asciutte mentre Lalama, seduto sugli scalini, mi guardava con aria di commiserazione. Mi sembrava di stare lì da ore ma sapevo che anche la nozione del tempo era sballata.
Il cielo era livido da sempre, da quando la prima volta mi ero risvegliata con il fiato corto, nel letto, accanto a Max, qualche giorno prima della vigilia di Natale.
Ora che ci penso non c’è mai più stato il giorno e la notte. Il mio tempo è stato scandito dal tempo di Max e dei vivi che si muovono accanto a me senza vedermi.

Parlami almeno, dimmi qualcosa!, ho detto a Lalama guardando i miei piedi nelle calze smagliate e macchiate di sangue e nelle scarpe sciupate e sporche -solo in quell’istante mi accorgevo di quei particolari, come se la realtà oggettiva si fosse palesata assieme alla consapevolezza. Anche la fibbia della scarpa destra era rotta, e il cinturino, spezzato.
Forse ho avuto un incidente, pensavo, forse sono rimasta appesa alle corde, attaccata al soffitto, durante una sessione, forse è stato lo stesso Max a picchiarmi selvaggiamente dopo aver scoperto chissà che cosa, ho domandato.
Vince continuava a emettere volute di fumo e a tossire nervosamente, poi si alzato per venirmi accanto.
Non posso dirti più nulla. Ho già parlato troppo. Più di quanto mi è stato consentito. Ha fatto una lunga pausa e mi ha guardato con profonda dolcezza.
Devi venire con me Lola. E basta. Devi soltanto abbandonare tutto e lasciarti andare.
Ma andare dove?, gli ho chiesto, Lasciarmi andare come?, ho insistito.
Non è più importante nemmeno che tu ricordi, Lola. Adesso che sai tutto devi solo seguirmi.
Gli ho detto che no, che volevo capire com’era successo, che dovevo rivedere Max e Olimpia...
Olimpia?, ha detto a quel punto, furente, interrompendo quel mio breve attimo di lucidità.
A cosa ti serve rivedere Olimpia?, ha continuato cercando di assumere un tono più calmo. Non ti è bastato tutto ciò che ha già combinato? Non è stato sufficiente rivedere la tua vita disastrata?, le scelte sbagliate? Le deviazioni obbligate che quella donna maledetta ti ha costretta a fare?
Lalama la conosce.
Chi sei Vince?, gli ho domandato, E perché mi pare di conoscerti già?
Vince adesso mi dava le spalle e sembrava più interessato all’architettura liberty della casa piuttosto che alle mie domande inquisitorie.
Ha lasciato che la mia furia si sfogasse contro un vaso, che naturalmente, e nonostante i colpi, rimaneva immobile sul sottile tre piedi di bambù e osso, come se le mie mani, adesso, non avessero più capacità di presa sul mondo.
Adesso andiamo via, mi ha detto prendendomi per il braccio mentre cercavo di capire come mai, soltanto adesso, anche gli oggetti si rifiutavano di obbedirmi.
Come un padre con una ragazzina testarda e capricciosa, Lalama ha cominciato a trascinarmi fuori prendendomi per un braccio.
E come una bambina nel negozio di giocattoli, io provavo a restare attaccata alla ringhiera, ma le sue mani sembravano aver ripreso una forza umana, e anche il suo sguardo non aveva niente di rassicurante.
Mi ha infilata in auto e ha chiuso lo sportello con violenza.
Per strada si è fermato a fare benzina.
Non potevo pensare a quell’assurdità e non ridere.
Poteva essere solo un incubo, pansavo, e provavo a rassicurarmi ripetendomi che di lì a poco mi sarei svegliata nel mio letto, accanto a Max e al suo respiro calmo quando vidi che l’uomo che ci serviva alla pompa di benzina, aveva uno squarcio nel petto. Del sangue, una linea perfetta di sangue nerastro, seguiva il taglio al centro della camicia, sul petto: si pugnala da sotto in su, se si vuole uccidere sul serio, mi sono sorpresa a pensare.
Allora esiste un mondo parallelo fatto di anime morte?, pensavo scuotendo la testa. E per giunta è un mondo in cui le anime sono condannate per l’eternità a fare la stessa vita di sempre.
Non potevo non ridere. Ridere sonoramente come alla fine di una buona barzelletta.
No... tutta questa storia è peggio di un incubo, peggio di qualsiasi splatter. Questa roba che sto vivendo è peggio di qualsiasi stramaledetta idea ci si possa fare dell’al di là.
Allora sono scesa dall’auto per entrare in autogrill.

Guardavo le persone mangiare in piedi qualcosa e guardare vagamente gli scaffali attorno. Le automobiline e le bambole, quelle che tante volte anch’io mi ero soffermata a guardare con una certa nostalgia, o soltanto così, per perdere tempo e sgranchirsi le gambe. Mi avvicinavo alla gente fin quasi a sentirne il respiro: allora qualcuno si scuoteva in un brivido leggero, qualcun altro cambiava espressione, come raggelato da un antico e brutto ricordo.
Solo un bimbo, nella carrozzina, ha cominciato a sorridermi e quando anch’io ho iniziato a fare gesti e facce buffe, mi ha indicato con il dito paffuto, davanti alla mamma che guardava verso di me e non vedeva che il vuoto.
La tizia che stava alla cassa, una bionda alta che avrà avuto vent’anni sembrava ignorarmi. Mi sono passate davanti almeno dieci persone finché un uomo mi ha sorriso garbatamente da dietro il bancone. Aveva un buco sulla fronte, esattamente al centro della fronte ampia. I capelli, erano ancora pieni di sangue raggrumato. Mi ha sorriso chiedendomi se avessi bisogno di qualcosa, se per caso mi fossi persa.
Ero quasi felice di poter parlare con qualcuno che non fosse Vince, ma quando ho provato a domandargli cosa gli fosse successo e come si usciva da lì, ha cantilenato la stessa domanda, con la stessa identica intonazione: ha bisogno di qualcosa? Per caso si è persa?
Sembrava uno di quei maledetti aggeggi elettronici che ripetono all’infinito canzoncine di Natale.
Lalama mi ha riportata in auto.
Mi sono risvegliata, sì, ma questo è l’inferno.

2 commenti:

  1. Direi che la tua scrittura mi lascia sempre senza fiato. Direi anche che tutto questo e'degno di nota. No:lo dico, lo affermo, lo asserisco.

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  2. MI sto divertendo. la storia mi prende ed è la prima volta che entro in certe sfere. non so se è sogno, non so nulla. vado, assieme a Lola. Grazie Ale, grazie.

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