venerdì 6 gennaio 2012

Diario di LOLA, quinto giorno, il sogno

Ho provato a chiamarti ma stavolta avevi il cellulare spento.
Colpa delle feste.
Colpa di tua moglie, che ti sta sempre attorno carica di premure coniugali e di “tesoro” infiocchettati come i regali che di nascosto -e piena di infantile emozione- ha lasciato scivolare sotto l’albero la notte dell’antivigilia o nel pomeriggio, quando ti ha mandato di corsa, e con una scusa, a comprare qualcosa all’ultimo momento, prima dell’arrivo degli ospiti, ancora caldo per la lunga doccia e fresco di colonia.
Il cielo è stato grigio come di rado nei giorni di festa, e stamattina ho indagato un po’ sulla donna che dal palazzo di fronte annuisce e mi sorride.
Anche il mio portinaio sostiene che quell’appartamento, proprietà indivisibile fra tre fratelli litigiosi, è sfitto da anni e che da anni nessuno ci mette piede. Ho provato con il salumaio di zona, quello da cui ci serviamo sempre, e che preso dall'euforia dei guadagni e bardato da Babbo natale alzava le spalle e annuiva e poi negava – felice di approfittare della mia distrazione per rubare sul peso-.
Pazienza.
Aspetterò che passino le feste per capire. La stessa cosa mi sono detta passeggiando per il centro, pazienza, e l’ho pensato anche quando mi sono vista, pallida e troppo magra, riflessa negli specchi delle boutique affollate.
Pensavo ad altro, alla donna misteriosa e al sogno di stanotte, a Max, e anche mentre toccavo tutto ciò che mi stava a portata di mano ripensavo alle stille di sangue che sui miei piedi, e poi attorno alle caviglie, sembravano rubini di un sandalo gioiello. Pensavo all’uomo seduto in poltrona e che in un primo momento credevo fosse Max, ai calzini verde petrolio che intravedevo nel buio, al filo di fumo giallastro che usciva dalle sue labbra e produceva un curioso rumore. Sentivo anche il mare a un passo da me, nel sogno, e devo aver confuso il bagliore di un lampione per il gelido chiarore lunare.
Era l’alba quando svegliandomi mi sono accorta che Max non c’era.
Sono anni che mi sveglio di soprassalto al centro esatto del buio, e sempre alla stessa ora, e Max è sempre stato lì con il suo respiro calmo, come quello di un bambino senza colpa e non ha ancora provato il dolore. Max è sempre stato lì, immobile, a lasciarsi guardare.
Ma stavolta non c’era e così mi sono alzata per cercarlo. Volevo dirgli di quell’incubo e della donna che solo io riesco a vedere. Volevo dirgli di non lasciarmi andare e di abbracciarmi un attimo, anche solo quando capita, o quando proprio non ha niente da fare.
Ho camminato al buio e ho seguito le trame del morbido tappeto -quello che ci regalò Anna per il nostro matrimonio- poi ho sfiorato il legno caldo e le sue sfumate imperfezioni e poi l’altro tappeto –quello comprato in Giappone, quando Max mi teneva ancora per mano- poi, il ancora il legno dell’ingresso. Ho anche urtato contro l’anta dell’armadio a muro, che devo aver lasciato aperto, e dopo altri tre passi sono entrata in salone.
È lì che nel sogno c’era l’uomo che sembrava Max e che fumava, lui, invece, era in studio a elaborare eccellenti strategie finanziarie. Secondo me era lì a chattare.
Era un sacco di tempo non sentivo la sua voce. Max mi invia emoticon per e mail o sms anziché parlare.
L’ultima volta è stato un mese fa, mi pare, quando a tavola mi ha domandato di passargli del pane. Anzi, ora che ricordo ha pronunciato solo la parola pane, come un bambino appena svezzato e che ancora non sa domandare. L’ha fatto solo perché io avevo gli occhi appoggiati sul giornale, e chissà da quanto tempo stava lì a gesticolare inutilmente, e chissà perché non si era alzato a prenderlo da sé, a tre passi da lui, sul carrello liberty di cristallo e ottone, che più di una volta sono stata sul punto di rompere: un regalo di sua madre.
Comunque, quando Max mi ha vista sulla porta –una sagoma scura-, e dopo essersi spostato i capelli dagli occhi con il suo solito gesto breve, mi ha detto: vieni da me bambina.
Ho saltellato fino a lui come un cane fedele e mi sono seduta sulle sue gambe lunghe e muscolose.
So com’è fatto quel corpo.
Le ho misurate in lungo e in largo le fasce muscolari che in sintonia con il suo fare sicuro lo sollevano di continuo per accompagnarlo altrove.
Saprei disegnare anche al buio l’ovale perfetto del suo viso e la curva del suo setto nasale, la fossetta sul mento sempre un po’ ispida, il collo sottile come quello di una donna. Posso anche raccontare nei minimi particolari la sua arroganza e il suo fare sbrigativo quando decide di restarmi vicino invece di andare a mercanteggiare e fare quattrini.
Qualunque altro uomo mi scodinzolerebbe dietro come il più servile dei cani mentre Max non mi degna neanche di un fischio, come tua moglie, che si sarebbe venduta un rene pur di farsi toccare da te la notte della vigilia di Natale.
Poi, Max deve aver sentito il mio peso perché sollevandomi dai fianchi mi ha domandato cosa ci facessi sveglia a quell’ora ma quando mi sono decisa a dirgli di quello strano sogno e della donna misteriosa, già esultava per un rialzo di capitale.
L’uomo del sogno che sedeva con le gambe allungate sulla poltrona di Max, e che fumava facendo rumore, sembrava un po’ il tizio che ho visto assieme a mio padre confabulare qualcosa e che ho lasciato tanti anni fa, a fumare appoggiato al bancone di un bar del centro.
Indagherò sulla donna scomparsa e su quell’appartamento.
Non può essere scomparsa nel nulla una che da due anni vedo passare davanti alla finestra sempre indaffarata con qualcosa: trasporta una sedia, svolge una lunga corda o prende appunti su un piccolo quaderno color acquamarina.
L’ho vista fino a ieri e ogni giorno davanti alla larga finestra al secondo piano qui di fronte spostarsi dietro anonime tendine di finto lino e finto pizzo.
Non può essere andata lontano.
Forse il portinaio non ha capito, e così il salumiere.
L’ho vista anche dalla strada oltre che dalle mie finestre. In realtà mi pare di averla vista anche entrare nel portone.
È piccola di statura, e i capelli sono tinti di un nero intenso. Il viso è rotondo e le guance ancora piene. Le sopracciglia sono tatuate e gli occhi chiari e opachi. Le mani sembrano le zampe adunche di un rapace: ha l’artrite.
Sì, ho preso il binocolo da teatro un giorno di qualche mese fa.
Sono anche riuscita a vedere un tappeto blu notte dove poggiano le gambe del tavolo, una credenza dal marmo leggermente opaco e le gambe di una sedia in stile sicuramente foderata di tessuto lucido e rosa decisamente dozzinale.
La sedia che trascina da una parte all’altra del salone, invece, è di legno, forse la usa in cucina dove sicuramente pranza e cena, da sola. La corda che porta sull’avambraccio destro, come i manici di una borsetta, è spessa, come quella che Max portava sulla spalla quel giorno in villa e che sogno possa stringersi un giorno attorno al mio collo, ai miei polsi, tra le mie gambe e infine alle caviglie.
Max vuole dormire tranquillo.
Max pensa che certe cose è meglio guardarle fare da altri e altrove, magari di là di quel maledetto monitor formato gigante che lo tiene in ostaggio da anni.
Allora ho pensato di lasciarlo ai suoi numeri e sono tornata di nuovo a letto, e di nuovo ho attraversato il buio.
Stavolta però non ho sbattuto contro l’anta dell’armadio, mi sono tenuta al centro allungando le braccia sui lati, come un’acrobata poi, mi sono preparata a calpestare il marmo gelido.
Nel letto ancora caldo ho provato a sentire l’odore di Max. Pensavo che con l’idea di un lui accanto mi sarei addormentata.
Voglio solo sapere chi è che si nasconde nell’appartamento di fronte. Credo che non potrò dormire finché non saprò che cosa vuole da me quella donna.
Sto uscendo per andare al commissariato.
Non è così distante, mi basta attraversare il ponte.
Foto di Alva Bernardine

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