domenica 15 gennaio 2012

Diario di LOLA, sesto giorno, la scrivania

(Foto di Julien Pacaud)
Vero, è un po’ di giorni che non mi faccio sentire. Non voglio tenerti sulle spine no, è che è tutto molto strano, troppo, così volevo capirci io qualcosa prima di raccontarti com’è andata. E ancora non so come sta la faccenda.
L’altro giorno - una di quelle mattinate in cui nel cielo ci vorresti nuotare per quanto è limpido - avevo deciso di attraversare il ponte per arrivare al Commissariato a un paio di isolati più in là del fiume, ma quando sono andata in salone per cambiare l’acqua ai lilium ho visto di nuovo la donna. Stavolta mi guardava e basta. Non annuiva come fa di solito per poi finire quella pantomima in un sorriso no, se ne stava con il naso all’insù e guardava verso di me, e sembrava anche ce l’avesse con me. Le sopracciglia, tatuate, si erano abbassate sugli occhi, e lo sguardo era stranamente scuro. Allora mi sono allontanata in cerca della macchina fotografica ma quando sono tornata di lei non c’era traccia e le persiane dell’appartamento erano chiuse.
Ho avuto paura e mi sono diretta subito in studio anzi no, per la verità mi sono messa a correre, e con le braccia protese in avanti, come una bambina, per bloccarmi di colpo sulla soglia e alla sua porta sempre aperta.
Max stava con lo sguardo perso nel solito altrove e tamburellava con ritmo pacato sulla scrivania. La scrivania di suo padre e del nonno, robusta e troppo impegnativa, troppo grande, come una donna cannone tra acrobati sottili e ballerine.
Quella scrivania messa così divora tutto il resto.
Lì sulla destra ho sistemato le mensole di ferro battuto prese a Parigi. Volevo così la nostra casa, piena di punte e spigoli, piena di vuoti. Anche le cornici, che occupano l’intera parete a sinistra, sono vuote, e le piante di orchidee e aunthourium vicine alla finestra stanno su tre piedi lunghi e sottili, immobili sotto il sole come gru nella palude.
Ci penso ogni giorno a come liberarmi di quella maledetta scrivania.
Ho lasciato Max sognare il centuplicarsi del suo danaro e l’ho immaginato sguazzarci dentro per un po’ e solo quando gli sono andata più vicino ho visto il suo lungo indice ordinare alle finestre di google di nascondersi in fretta.
Che c’è?, mi ha domandato con lo sguardo.
Non poteva capire tutta quella storia -la donna misteriosa, la mia angoscia... - e tornando verso il corridoio gli ho detto che volevo solo avvisarlo che più tardi sarei uscita.
Ha sorriso e basta senza badare nemmeno al tailleur che avevo addosso, un vecchio pezzo da museo color ocra che avevo voluto comprare a tutti i costi a Firenze, in un negozio di roba vintage, in un pomeriggio di pioggia che sapeva di cioccolata calda e di lenzuola stropicciate e umide in un tempo che mi pare ancora immobile.
Lo odia quel tailleur perché gli ricorda la sua prima volta, perché lo costrinsi a uscire per correre in tassì alla ricerca del negozio nascosto in una traversa buia. Lo odia perché volli tornare a piedi, di corsa, sotto la pioggia battente e perché una volta in Hotel m’infilai vestita sotto la doccia bollente.
Esci, mi disse, esci subito di là e preparati per la cena, mi disse senza guardarmi, e infilando nel taschino carta di credito e occhiali aggiunse un conclusivo -Fai presto- prima di scomparire risucchiato dal lungo corridoio e nell’ascensore.
Dal bagno, era passata un’ora, lo sentii armeggiare nella cabina armadio con delle buste, era rientrato, mi aveva perdonata. Quando alzai lo sguardo stava dietro di me.
Ero sempre lì a guardarla da bambino, mi disse, mia madre, disse ancora, mia madre, ripeté prima di cambiare sguardo e addolcirlo così come la voce.
Infilale in bocca, e mi porse un paio di minuscoli slip che teneva in un pugno, e scendi subito, aggiunse. Mangerai domattina, e si voltò verso la porta, se lo riterrò opportuno, concluse dandomi le spalle, in piedi e al centro esatto della stanza e del mio passato.
Mi aspettava alla luce calda del salotto con un bicchiere tra le mani e quando mi vide si alzò aggiustandosi con abilità la piega dei pantaloni per porgermi la mano.
Muta, lo guardai mangiare e parlarmi di sé e di me, del tempo che avremmo vissuto, di quello passato a cercarmi, della noia che prima di me aveva divorato le sue ore e i minuti senza senso, dei giorni pallidi fatti di scadenze da rispettare e tappe obbligate.
Muta, lo seguii in un tassì e muta lasciai fare alle sue mani mentre il tassista guardava la scena dallo specchietto retrovisore e nei miei occhi pieni di lacrime sottili.
Ma ora il mio Max passato e dimenticato in quella stanza luminosa al secondo piano di una via chiusa al traffico, se ne stava di là in studio a fare quattrini, mentre io scendevo in strada vestita color ocra.
Perché ti racconto di me e lui?
Tu non sei Max, tu non sei nessuno e dici di volermi aiutare. Quella donna io non so chi sia, così come la gente che per strada mi guarda. Sono loro la mia ossessione assieme a tutto questo silenzio e a questo tempo che non va più da nessuna parte.

Quando cammino la gente mi guarda. Anche quando parlo, chiedo un giornale o prendo un caffè la gente mi guarda.
Io no, perché io la gente la spio.
Esco da casa e vado in cerca di vite su cui indagare, personalità che fanno rumore e che si domandano perché si vive e perché si muore, che non lasciano a Dio o a chi per lui l’onore di vincere la mano e di avere sempre ragione.
E per le mie indagini il supermercato è un posto perfetto.
Lì tra gli scaffali gli umani parlano spesso da soli e tra loro si scambiano inutili battute, come animali nel branco. In quei posti dove cattiva musica a tutto volume rende difficile concentrarsi, questi esseri senzienti non vedono al di là del proprio naso e della lista della spesa.
L’uomo grasso si rosicchia le unghie e riempie il carrello di vino e birre, patatine e cibi precotti, la mamma indaffarata litiga con se stessa incapace di fare una scelta tra qualità e prezzo, la tizia nevrotica e insicura prepara una cena per due e non bada ai capelli dalla ricrescita bianca –la sola cosa su cui lui concentrerà lo sguardo-. Il vecchio, cerca un modo qualunque per attaccare discorso, il bambino, una buona scusa per frignare.
Quando cammino porto occhiali scuri. È che non mi va di incontrarmi in un riflesso e non riconoscermi più in questa nuova veste: non so più chi sono. È come se l’incrocio dai semafori rotti dove mi trovo anche adesso mi tenesse in ostaggio da sempre.
Quando mi sono fermata qui?
Quand’è che ho cominciato a cercare un altrove più definito?
Ma voglio ritornare alla storia, anzi, scusa per la divagazione.

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