sabato 28 gennaio 2012

Diario di LOLA, settimo giorno, fotografie

Foto di: Alva Bernardine

Scivolata fuori dal supermercato con la busta della spesa piena di luoghi comuni e frasi, fatte lì per lì al bancone del pane, mi sono incamminata verso fiume.
Sull’asfalto ho misurato i miei passi e la distanza da Max, che al sicuro da ogni mio sguardo digitava frasi oscene a una qualunque, una che non avesse il mio nome magari, almeno non quello di una cabarettista che arrampicata su uno sgabello con in mano un bicchiere di roba forte e il trucco sfatto, riannoda i fili della calza smagliata –non della sua vita-, in attesa di riprendere il secondo set.
Per evitare di svoltare a destra, verso l’insegna spenta del commissariato, ho vagato un po’ senza entusiasmo.
Ho cercato a lungo il passato di alcune facce rinchiuse in cornici fuori moda, e che appoggiate lì da anni, forse dal giorno dell’inaugurazione, mi guardavano come malati gravi in attesa di visite, dagli scaffali di un vecchio negozio per stampe fotografiche.
Mi sono domandata chi è che li aveva lasciati lì. Se qualcuno aveva un giorno acconsentito perché quel pezzo di vita fosse messo bene in vista o se il negoziante, per questioni di gusto personale - o di semplice odio verso l’umanità intera-, avesse condannato quegli attimi a rimanere lì a vita, fino ad assumere un’aria triste e scolorita, fino a opacizzarsi come una pietra tombale che nessuno va mai a ripulire.
Mi sono chiesta che fine avesse fatto quella lì che allora sposa bambina e impettita nell’abito bianco della prima comunione aspettava l’attimo solenne. E chissà se anche lei si era sentita investita di una missione speciale quel giorno o se aveva pianto, come feci io, mentre salivo i tre scalini di pietra che mi separavano dal Don, prima di prendere tra le labbra, per infilarlo subito sotto la lingua, quel corpo e quel sangue così speciali.
Che cosa pensavano in quel momento gli adulti è stato per anni un tormento. Quali guai dovevano gravare sulle loro teste, mentre in ginocchio e con le sopracciglia aggrottate si ostinavano a sussurrare tra le labbra quel dolore, me lo sono domandato ogni domenica della mia infanzia.
Ma quel giorno mi sollevai delusa dalle ginocchia, in chiesa, e lo fui ancora di più quando tornai a casa, nel mio letto, nel constatare quanto dentro il buio della stanza, che mi faceva ancora più paura, non ci fosse alcuna traccia di santità: nessuna luce apparsa dal buio a incorniciare una faccia d’angelo dal collo lungo.
E chissà se quella donna, che immobile dal giorno delle sue nozze d’argento sorrideva, aveva già scoperto i vizi capitali dal marito o le sue stesse voglie, che riposte da qualche parte assieme ai bicchieri del corredo buono, avrebbero atteso in eterno un domani più propizio al il piacere.
C’era un uomo che si portava negli occhi già una traccia di al di là ma che forse, a chi lo guardava allora, doveva sembrare indifferenza e cinismo.
Pensai di entrare nel negozio con la scusa di comprare qualcosa, un album fotografico appartenuto ad altri, a quegli umani che camminano sul filo ad altezze vertiginose, ma ancora non lo sanno, o fanno finta, come se ci fosse un domani eterno e un poi, ancora tutto da definire.
Cercavo un album di giornate limpide al parco, di corse sulla spiaggia con il costume pieno di sabbia e l’inconfondibile macchia di catrame sul di dietro, proprio lì dove non dovrebbe stare.
Magari un reportage completo di un matrimonio, con le gerarchie familiari che banchettano, la sazietà che gonfia i sorrisi e i piedi che urlano pietà e si ribellano alle scarpe nuove, i capelli costretti in acconciature ridicole, la speranza di divertirsi un po’ negata già dall’antipasto, perché il marito sbronzo è da tenere sotto controllo così come la cugina, che ha tanto insistito per esserci, ma parla male della sposa e dice parolacce.
Volevo comprare un album di gite fuori porta, con la bambina che piange e nonna che dorme, stipata come un vecchio baule sul sedile di dietro, in fondo, i gambaletti color carne di due tinte più scuri nelle ciabatte da casa, rassegnata a quel domenicale essere riposta sotto l’ombrellone al solo scopo di elargire bibite e panini.
Volevo facce da riempire di senso, di un passato da ricostruire a forza di pietas e amore, volevo occhi appagati e fieri.
Album di vite cui restituire la parola e il libero arbitrio e non una speranza sempre disattesa, non un cammino vano, non un chissà e un forse.
Nonostante il campanello avesse annunciato il mio ingresso, nel negozio sembrava che non ci fosse anima viva.
Ho provato a chiamare con un timido –c’è nessuno- e visto che la risposta tardava, sono tornata sui miei passi.
Mi dica, mi ha ripetuto un paio di volte con un che di sbrigativo una voce maschile e dall’accento meridionale che doveva essere apparsa alle mie spalle.
Mi dica, ha ripetuto mentre mi voltavo.
Cercavo un album!, sono riuscita a dirgli.
Sono un amico del fotografo, ma dica pure a me, magari posso fare qualcosa, ha detto, e si è passato la mano sulla spalla, come se gli fosse rimasta attaccata una ragnatela, come se anche lui, assieme a quelle foto, fosse appena uscito da un al di là opaco.
Il collo largo e un’evidente scoliosi, la faccia, resa ancora più irregolare dal setto nasale vistosamente deviato, l’uomo aveva quel che di arrogante che mi faceva cercare disperatamente un buon motivo per uscire in fretta da lì.
Per caso si è persa?
Sì, volevo rispondergli.
Sì, sono ferma da un bel po’ a questo incrocio dai semafori guasti e dalle luci lampeggianti. Sa, ero lì che aspettavo l’occasione più giusta quando la luce si è spenta e non ho visto più la strada. Mi sembra di aver sbagliato qualcosa, sì, e che se lei potesse aiutarmi, ora, stamattina, gliene sarei grata per sempre, stavo per dirgli
No, ho detto, invece, soffermandomi sull’unghia perfetta della mia mano che seguiva una piega del tailleur giallo ocra.
Da quel piano americano che lo incorniciava, potevo vedere bene il taglio dell’abito antiquato ma ben tenuto, elegante, quasi un completo della festa addosso a lui e alla sua pelle scura, increspata dal sole come chi zappa la terra o trapana l’asfalto.
Guardi, piove, ha detto avvicinandosi a me e alla vetrina o più probabilmente alla vetrina e a me.
Era più alto di me, il che è raro.
Solo Max fino ad ora è risultato positivo alla prova del tacco.
Aveva addosso un buon odore, un misto di saponetta lux e camicia stirata.
Quando ho capito che da lì non sarei uscita mai più, e che –non so per quale magia- quel negozio sarebbe sparito nel nulla e che di me non sarebbe rimasta più traccia, ho fatto un paio di passi verso la porta.
Ha detto: non esca con questa pioggia, signora.
Ho risposto: sì, ha ragione.
Lalama, ha detto stavolta sorridendo e porgendomi la destra ampia –come dev’essere in un uomo dal collo forte e dal setto nasale deviato-.
Lalama, sì, esattamente quella che taglia, ha continuato senza staccare gli occhi dalla pioggia, o forse dalla polvere che stava in vetrina.
Lola, ho risposto alzando il tono della voce come in una specie di contentezza insensata.
Il mio cognome non è sugli elenchi, ma sicuramente lo conoscono tutti, almeno quelli che Max ha condannato a morte con un click, con un “no” ben marcato incasellato su un modulo di una richiesta di mutuo.

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