venerdì 27 aprile 2012

Diario di Lola, quindicesimo giorno, rivelazioni


Foto: Eugene Recuenco

Devo partire dal principio.
Posso provare a raccontarti queste ultime ore solo come se non riguardassero me -per non inorridire ancora e non ricominciare a tremare.
Facciamo che questa è la trama di un film, un horror ben scritto e dalla regia superba, possibilmente pieno di sottotrame e implicazioni psicoanalitiche. Sì, diciamo che questa storia non riguarda me ma un’altra, un personaggio dai tratti un po’ folli. Questa trama è qualcosa d’incredibile e che non appartiene più solo a questo mondo.
E tu. Tu, in tutta questa vicenda, sei la sola connessione con il reale- sapessi almeno qual è il reale, poiché l’incipit si trova in un pomeriggio di circa tre mesi fa che ancora non riesco a ricordare, soffocato da una coltre pesante di sensi di colpa e rimorsi.
Ricominciamo da dove ho lasciato, e mentre fermo la paura che ho ancora nelle gambe, provo a riflettere un po’.
Perché sai, una storia come questa va oltre l’algolagnia, l’animal play, l’abrasione o il pissing, tutta roba comune a guardarla da qui, anche se a parlarne con il salumaio sotto casa, mi farebbe rinchiudere in una buona casa di cura.
Ti prego però, non fermarti alle apparenze come tutti, non guardare in alto, non sbuffare e non scuotere la testa pensando anche tu che io abbia solo bisogno di un buon dottore.
Non siamo ancora alla fine.

Io e Vince ci siamo fermati per un po’ in spiaggia dove ho raccolto dettagli sul mio primo incontro con Max mentre lui, guardando l’orizzonte, ha fumato un paio di sigarette forti. Poi gli ho domandato di condurmi lì.
Il cancello della villa era aperto.
Giovanni, il giardiniere, nemmeno mi ha salutata. E pensare che quando io e Max ci andavamo nei fine settimana, mi faceva trovare iris e bocche di leone in ogni stanza, e arrossiva sempre quando m’incontrava in giardino.
Quando sono scesa dall’auto, sulla mia testa non c’era il glicine in fiore ma il suo scheletro ritorto, addormentato e grinzoso. La fontana era silenziosa e il vento di scirocco faceva cantare le foglie che si sollevavano danzandole intorno. Tutto era tramonto. Anche gli occhi di Vince che mi hanno tenuta al guinzaglio sino alla porta.
Arrivata in cima alle scale, ho guardato in su per cercare il viso della donna e della bambina, esattamente come la prima volta, tanti anni fa.
Lalama ha aperto il portone senza bussare. Conosce già la strada, ho pensato, conosce la casa, sa dove teniamo nascosta la chiave, sotto il quarto vaso di gerani, sulla destra, il terzo dal basso sulla scala di pietra.
Mi hanno accolta buio e polvere. Mi ha accolta una stretta potente alla nuca e subito il marmo gelido sotto le ginocchia.
Non potevo chiudere gli occhi: perdermi il suo sguardo sarebbe stato un delitto. Vince, sopra di me mi toglieva tempo e respiro.
È stata una tortura lenta e struggente, come se non ci fosse nient’altro da dire, quasi ci fossimo accordati prima sul da farsi, per non perdere tempo, per non avanzare stupide scuse  che tanto non servono a niente.
Quando ha finito, mi sono accorta che il mio viso non era bagnato e neanche il tailleur. Eppure l’avevo sentito tremare a lungo e mormorare a mezza bocca qualcosa, forse il mio nome.
Ma non era ancora sazio, mi ha detto.
Io indietreggiavo mentre lui si teneva allacciato al mio sguardo, come nel preludio di un tango.
Ci hanno accolti il grande tavolo di legno che tintinnava di coltelli e pentole, il marmo freddo del lavello, la cantina buia dal sapore d’insaccati e sughero. La scalinata, su cui erano stati abbandonati lenzuoli bianchi e vecchie tende, è stata per un po’ la nostra alcova dorata. Poi il grande bagno, dalle cui imposte sconnesse filtravano lame di luce impolverate, ci ha guardati giocare a chi resiste di più, in bilico, uno nell’altro, sfiniti, quasi alla resa.
Vince si è allontanato di scatto ed è scomparso nel buio.
Ho sentito l’odore della benzina dello zippo e il suo aspirare profondo.
Qui potremmo vederci quando vogliamo, ho detto rialzandomi dal marmo opaco e massaggiando le ginocchia un po’ livide. Max ormai non ci viene più, ho aggiunto dalle scale.
No, ha risposto lui, dal piano di sotto. Sembrava seccato.
L’ho raggiunto unendomi di nuovo a lui in un abbraccio felice.
Si è allontanato. Ha aspettato alcuni secondi, assaporava il tabacco.
Poi, ha attaccato uno dei suoi sermoni sul fatto che prima devo ricordare, che non posso rimanere in questo limbo quieto, che quest’esistenza che non è né qui né altrove deve finire.
Aveva già indosso i suoi pantaloni dalla piega perfetta e cercava il resto della sua roba, scartando con malagrazia i miei indumenti e tutto quanto gli capitava a portata di piedi.
In salone ha acceso la lampada a stelo, quella vicino al divano. Con calma, durante una pausa che a me serviva per ragionare, si è seduto, mostrandomi dei bei piedi lunghi e ossuti, come quelli di un cristo in croce, abbastanza larghi per immaginarli puntellati da chiodi.
Nel silenzio ho sentito la sua bocca emettere volute di fumo.
Vieni con me Lola, mi ha detto alzandosi e prendendomi le spalle poi, di fronte alla mia espressione sorpresa si è allontanato di qualche passo ed è rimasto di schiena, come se quella fosse una rivelazione grave più che una richiesta assurda.
Non ho risposto.
Sempre da lì e con un tono ancora più grave, ha dettato le sue regole. Non devi più scrivergli, ha detto, né devi restare legata a questa casa e a Max. E me l’ha ripetuto lentamente e più volte perché lo tenessi bene a mente. Cambiava spesso intonazione fin quasi a cantarle le parole, con il suo caldo accento che sa di mare.
Basta Lola, mi ha detto, non devi più dare ascolto a quel tizio che continua a chiederti di parlargli, ti fa solo del male. Questo mi ha detto. Testuali parole.
Avrei ceduto, stavo per dirgli di sì, stavo per dargli la mia parola.
Tu lo sai, forse lo hai capito ormai, che è questa l’unica condizione che mi fa sentire viva.
A me non importa nulla dell’autonomia, non l’ho mai voluta né cercata. Forse sarebbe stato tutto diverso se al posto di Olimpia avessi avuto una madre grassa e calda a rimboccarmi le coperte ogni sera. Ma questi sono elementi che conosci bene, dettagli, cause profonde che il mio analista e io abbiamo analizzato fino alla noia.
Ma la cicatrice resta e io, il caldo lo sento solo così: legata.
Inutile ritornarci sopra perché non ha più molto senso.
Vieni con me, mi ha ripetuto Lalama guardandomi con occhi tristi.
Per un attimo mi sono detta che sì, che in fondo Max nemmeno mi vede più. L’avevo lasciato che dormiva riverso sulla scrivania con una bottiglia accanto, il portatile ancora acceso e la stilografica e il quadernetto nero sotto la mano.
Sono mesi che gli parlo e lui si volta altrove, lo sai, che piange per un nonnulla, che a tavola nemmeno mi domanda di passargli il pane, che non sente le mie chiamate, che non mi saluta quando esco, che permette a sua madre di fare la spesa e cucinare al posto mio.
Come ho fatto a non capirlo prima... avevo proprio bisogno che qualcuno mi ci mettesse la faccia sopra perché tutta questa storia orribile trovasse un senso. Ma certe cose si rimuovono. È istinto, sopravvivenza.
Allora sono corsa da Vince e l’ho abbracciato a lungo, ed è stato così che mi sono accorta che un gelo potente lo teneva assieme.
Mi sono allontanata da quel corpo in preda al terrore: era come se un cadavere, scivolato via da una bara, mi fosse caduto addosso all’improvviso.
Avanzando verso di me, Lalama continuava a ripetermi supplichevoli vieni qua bambina, non fuggire via, non avere paura. E il suo viso, sempre più pallido, aveva un sorriso che non mi convinceva per niente, e le mani, più ossute e diafane, sembravano aver perso la forza di pochi minuti prima.
Correvo, e lui dietro di me, ma le stanze non rimbombavano dei nostri passi e i tacchi sembravano non toccare terra e anche le pareti adesso molli, si aprivano al mio passaggio per ricomporsi un attimo dopo.
Come se entrambi non fossimo che cupe essenze di una non vita, abbiamo continuato ad andare da una stanza all’altra in preda al panico.
Poi si è messo a giocare, allegro come un bambino, con una risata infausta sulla bocca.
Tra me e Lalama, si sono messi la dormeuse con drappo e poi il grande letto e il grande orologio e il letto piccino, e il pianoforte muto.
Quando mi ha raggiunta, ero quasi alla porta.
Tanto nessuno può sentirti, Lola. Mi tratteneva per il braccio. Lo capisci Lola? Stringeva, ma non sentivo dolore.
Io sono morto, Lola. E anche tu.

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