venerdì 23 marzo 2012

Salve, sono un'alcolista e non bevo da sette anni.

Pronunciare questa frase anni fa mi sarebbe parso impensabile.
Credo di aver desiderato di smettere nel momento stesso in cui ho capito che da quella spirale non ne sarei più uscita così facilmente. A vedermi così minuta, poi, sembrava incredibile a chiunque che potessi riempirmi di così tanti litri di “bumba”, ma così era, e lo reggevo da dio.
Perché non sempre un alcolista è riconoscibile, si diventa abili, a un certo punto, a coprire quella che, almeno io, consideravo una vergogna, il fondo che è sempre preferibile non toccare.
Mi portavo a casa una tale quantità di alcolici da dover fare la spesa in più supermercati per non farmi additare da tutti. Allargavo gli anelli per quanto le dita si erano gonfiate e i miei occhi si erano fatti piccini e opachi.
Dimenticavo strade, nomi e storie, trame dei film, persone con cui avevo parlato per delle ore e solo la sera prima, dimenticavo appuntamenti e cose da fare. Dimenticavo ogni cosa assieme alla paura da scacciare e che, guarda caso, nemmeno ricordavo più a che proposito mi era venuta.
Ma bere fa parte della nostra tradizione.
Bere è festa, baccanale, locale, sabato sera. Bere è trovare il coraggio per dire “mi piaci”, per buttare giù l’amarezza, per parare i colpi, i debiti, per dire in faccia a qualcuno ciò che si pensa –il più delle volte con parole e tempi sbagliati-.
Bere è Natale, Pasqua e Capodanno. Bere è compleanno, è spensieratezza, è luogo comune.
Bere è monopolio di Stato.
La lente deformante dell’alcolismo rende anche la festa più noiosa divertente come un Luna Park, l’uomo più inadatto il migliore, la notte buia la più luminosa, lo so, è per questo che non se ne può proprio fare a meno.
Non sono mai stata una bevitrice occasionale, la scimmia mi è salita sulla schiena che ero ancora adolescente e da allora, con pause più o meno lunghe, ci sono ricaduta fino al punto che credevo del non ritorno.
Prima è solo di sabato, poi si aggiunge il venerdì –che è pre festivo- poi la domenica –così si affronta meglio la settimana- poi è il senso di colpa e il disgusto per se stessi a fare il resto.
Ma la nausea per quell’azione indispensabile, gli occhi gonfi, l’alito pesante e amaro, i segni che il fegato restituisce alla pelle non bastano a smettere: con un po’ di trucco si cancellano borse e occhiaie e alle sette si ricomincia daccapo.
Basta un po’ di trucco, e alle sette, in vineria o al bar, quel senso d’impotenza sparisce del tutto.
Non sono sufficienti le morti del sabato sera, i giovani felici e così fuori di testa da non vedere il guard rail o la curva. Non bastano le donne ammazzate un giorno sì e l’altro pure –perché i dati parlano chiaro- le quarantamila morti l’anno tra cirrosi epatiche e altri danni legati all’assunzione di alcol.
Alcol è monopolio di Stato.
Lo vediamo dalla pubblicità quanto lo Stato abbia a cuore il nostro fegato.
Musica fantastica e donne strafighe cercano proprio te, che come un imbecille te ne stai da solo al bancone del Pub a buttar giù la terza rossa in attesa che qualcosa accada.
L’alcolista lo riconosco a distanza. Lo riconosco dall’aria triste, dalla fermentazione che gli sale su dai pori, dal gonfiore diffuso e dal colore della pelle.
L’alcolista è poco loquace, almeno prima della dose giornaliera, quando guarda tutto con distacco, come se l’esistenza, la propria e quella degli altri, non fosse mai sufficientemente nitida. L’alcolista inizia a ragionare verso le diciotto, quando già avanza nel tunnel, barcollando, con in mano un bicchiere di qualcosa.
Difficile dire quale sia la linea di demarcazione tra il bevitore occasionale e quello abituale. È difficile perché bere fa parte della nostra tradizione. E se da uno solo, i bicchieri diventano tre, nessuno ci bada.
In Inghilterra, la polizia raccoglie dal marciapiede, durante i fine settimana, decine di ragazzi e ragazze in preda a coma etilico. Diciottenni che scopriranno a trent’anni di essere ormai sterili, tanto per cominciare.
Eppure in Inghilterra le leggi sono severe.
Allora il problema è altrove. È nella prevenzione del male, nella causa che cerca quell’effetto, nel bisogno, a tutti i costi, di apparire più forti, più fighi e più divertenti.
Ma quando si beve è veramente difficile essere forti, fighi e divertenti: è solo una percezione alterata di se stessi.
Già alle ventitré, la ragazza con il trucco sfatto e l’alito di un cammello va in cerca con lo sguardo appannato di qualcuno che si faccia con lei il bicchiere della staffa. Alle ventiquattro, il tizio che si è portata a casa, e che conosce da appena un’ora, barcolla visibilmente mentre va al frigo per prenderne un altro paio –per trovare il coraggio di provarci-. Al mattino si sono scordati persino il nome di chi gli dorme accanto, se l’abbiano fatto oppure no, con preservativo oppure no, diventa un fatto secondario rispetto alle arterie che martellano le tempie.
Io, quella sera di Settembre di sette anni fa stavo per farmi la quarta Ceres quando il ragazzo che aveva deciso di passare con me la notte bianca mi disse no, grazie, sono un alcolista e non bevo da quattro anni. Provai un moto d’invidia incredibile, poi accesi la seconda sigaretta del secondo pacchetto e buttai giù quella birra tutta di un fiato: fresca e pastosa, doppio malto, profumata e forte.
Ma se ne esce.
Non siamo in un film americano davanti a una partita di football nella nostra bifamiliare dal frigo pieno. Non siamo in un racconto di Carver che a un certo punto chiudi e riponi sullo scaffale.
Devi fare il primo passo, con o senza aiuto. Devi restare pulito per un giorno e provarci per due, poi per tre e così via.
Il desiderio si farà sentire ancora, magari al supermercato, quando pensi che i prezzi pare si siano abbassati e che con dieci euro potresti svoltare la serata ma tiri dritto. Poi la voglia ti assalirà magari all’imbrunire, all'improvviso, quando l’aria frizzante varrebbe proprio la pena di bagnarla con qualcosa perché sia indimenticabile. Poi ti verrà voglia quando la tristezza si farà avanti per un motivo o per un altro.
Poi, la tristezza non ti assalirà più.

15 commenti:

  1. semplicemente bello Elena, brava!

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  2. Bere è festa, baccanale, locale, sabato sera. Bere è trovare il coraggio per dire “mi piaci”, per buttare giù l’amarezza, per parare i colpi, i debiti, per dire in faccia a qualcuno ciò che si pensa –il più delle volte con parole e tempi sbagliati-.
    Bere è Natale, Pasqua e Capodanno. Bere è compleanno, è spensieratezza, è luogo comune.
    Bere è monopolio di Stato.

    Bravissima!

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  3. Bellissimo post. Sei riuscita a esprimere perfettamente ciò che noi astemi non riusciamo a farvi vedere.

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  4. Post a prima vista tristissimo, in quanto descrive situazioni ben note a molti di noi - a chi ha un parente, un amico, il compagno o la compagna alcolista, a chi alcolista lo è lui stesso - in termini assolutamente laici, senza gli abbellimenti che fanno parte della cultura dell'alcol e della tradizione genuinamente italiana, che vede e fa vedere il bere - "responsabilmente" - come attività positiva, socialmente accettata, ed anzi incoraggiata. La verità è ovviamente invece quella, scomoda e peggio, orribile, che mostri tu e che nessuno nei piani alti ha interesse a far vedere. L'alcol è una droga, punto.
    Ma l'alcolismo non è solo monopolio di Stato: è un male reale, uno dei peggiori e più insidiosi, appunto perché nella percezione comune di amici, parenti, persino dello stesso alcolista, non viene quai mai riconosciuto come tale: il bevitore ha quasi sempre lo stigma sociale di vizioso, non di sofferente.
    La descrizione che fai del craving (la sindrome da "bar aperto") che assale nel pomeriggio è da brividi. E'verissimo: "l’alcolista inizia a ragionare verso le diciotto". E dopo è una caporetto di ogni singola cosa che si sia pensata, che ci si sia ripromessa prima: lucidità, buoni propositi, dignità vanno tutti a farsi benedire, ognuno affogato in quel caldo, attraente bicchiere che il bevitore ha davanti, in una girandola che parte lenta ma arriva presto ad una velocità folle, quella ruota di piacere e dolore (perché un fondo di rimorso c'è sempre, basta vincerlo con il prossimo bicchiere) che si spera non si debba fermare mai. E che di fatto non si arresta se non con il sonno pesante, cupo, privo di sogni, che spegne l'alcolista sino al mattino dopo, quando - sfatto, tenuto in qualche modo a bada quel malessere per i propri eccessi cui giorno dopo giorno diviene sempre più facile abituarsi - sa che sarà pronto a ricominciare daccapo. Tra un po'. Nonostante tutto, tutti.
    Ma non è un post interamente privo di speranza: se la protagonista di questo post, che sia tu in carne ed ossa o un personaggio di tua creazione, è riuscita a rimanere astemia per così tanti anni, c'è forse ancora una possibilità per ogni bevitore, per ogni alcolista che ancora non ha trovato il coraggio di iniziare ad essere sobrio. L'importante non è ragionare, né aspettare domani. L'importante è iniziare oggi: un futuro un po' migliore, forse migliore e basta, è appena ad un passo. Tu lo testimoni.
    Brava, e coraggiosa.

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  5. ...spero solo che non sia così bello perché scritto sotto botta! E' toccante.

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  6. Gentile Anonimo. Io scrivo. Se lei vuole intendere questa come una "confessione" personale faccia pure, in ogni cosa che scrivo c'è verità, diversamente non serve a molto. Comunque no, sono mai sotto botta, nemmeno a Capodanno. Grazie per avermi letta, grazie a tutti per la sensibilità dimostrata.

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  7. Ghiga D'Addabbo5 aprile 2012 00:42

    Caspita, che viaggio! Duro da leggere , duro da vivere , duro combattere se stessi e le proprie debolezze..

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  8. Grazie per la condivisione. Non ci sono abbastanza parole per descrivere il viaggio all'inferno che è l'alcolismo. Non ci sono abbastanza parole per far capire che non si sceglie di essere alcolisti...che lo si subisce come un cancro lento progressivo e mortale. Ma che c'è anche una via di ritorno, da quell'inferno. Non è un "one way". Un giorno alla volta, 24 ore alla volta, un giorno dopo l'altro inizia una nuova vita e le ossessioni svaniscono, le paure si disfano, la tristezza talora resta, ma che importa. Sono vivo. Grazie ancora per la sensibilità. Namastè

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  9. Grazie a te Namastè, grazie di cuore. No, non è one way. si è alcolisti per sempre. fa parte del dna, a volte, è come un terrorista silente che si sveglia di colpo e ammazza. Grazie a te.

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  10. Ti ringrazio Elena.
    No, io non sono un'alcolista. La mia battuta preferita è "Perchè prima ho incontrato la Nutella".
    Conosco molto bene il problema e le situazioni: amici e amiche cari, persone che ho amato molto, hanno pagato duramente la non consapevolezza del potenziale di questo 'terrorista silente', come lo chiami tu.
    Averli amati e aver desiderato fortemente che lo affrontassero e lo superassero, mi ha indotto a pormi un'infinità di domande, e a scoprire che la mia dipendenza non era l'alcool, ma che altre sostanze, persone e situazioni mi rendevano simile a loro.
    E' stata una delle scoperte più sensazionali della mia vita. Un profondo cambiamento da parte mia è incominciato da lì. Ho camminato mano nella mano con persone meravigliose che mi hanno fatta crescere di chilometri.
    Non avrei potuto trovare parole migliori delle tue: grazie ancora.

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  11. Dio mio che voglia di abbracciarti e di essere abbracciata, vera o fittizia che sia questa narrazione

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  12. CIAO MISS BIBOLOTTY MIO MARITO E' DA APPENA 9 MESI CHE NON BEVE UN GOCCIO DI ALCOL ED E' CAMBIATA TUTTA LA NS VITA ASSIEME ALLE NS DUE STELLINE DI 12 E 8 ANNI. SONO D'ACCORDISSIMO SUL FATTO CHE CHI BEVE RIESCE NASCONDERLO BENE. LUI E' SEMPRE ANDATO A LAVORO NON USCIVA MAI ALLA SERA PERCHE' ERA DIVENTATO DEMOTIVATO DI TUTTO ANCHE DI NOI TRE CHE GLI VOGLIAMO UN BENE DELL'ANIMA ED E' PROPRIO STATO QUESTO CHE LO HA CONVINTO A SMETTERE E POI A FREQUENTARE CON ME IL CLUB ALCOLOGICO TERRITORIALE DEL NS PAESE. ORA IL PROBLEMA LO STIAMO AFFRONTANDO E QUELLO CHE MI STA A CUORE E' DI INFORMARE IL PIU' POSSIBILE I GIOVANI PERCHE' IN GIRO C'E' IL DISASTRO E MOLTA E' LA COLPA DEI GENITORI CHE SONO I PRIMI AD OFFRIRE ALCOL AI PROPRI FIGLI. E' VERO NOI VENETI SOPRATUTTO ABBIAMO UNA CULTURA RADICATA DEL BERE "L'OBRA" MA ORA E' TROPPO NON C'E' PIU' CONTROLLO SU NIENTE...I GIOVANI BEVONO PER NOIA PER MODA ...
    SPERO CHE NEL MIO PICCOLO DI RIUSCIRE A FARE QUALCOSA MA NELLA MIA FAMIGLIA E' L'OMBRA SE NE' ANDATA E ORA SCALDA IL SOLE!!! CIAO E GRAZIE DELLA TUA BELLA TESTIMONIANZA.
    CRISTY

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  13. Ho letto e mi sono soffermato appena per riflettere.(il Post lo merita).Se non fosse stato per la curiosità di leggere qualche commento non mi sarei prolungato oltre.NO! non sono un'ipocrita e perciò dico con onestà che:ha poca importanza che ci sia o meno una quota autobiografica.Il Post è scritto bene nella forma letterale e nella sostanza del tema(spinoso perché umano).Non commento la descrizione dei sintomi e degli effetti(non ho titoli per farlo) tu lo hai fatto in modo preciso e puntiglioso e senza rinunziare alla forma avvincente del raccontare.Ma una cosa mi preme qui evidenziare e senza la quale non avrebbe senso il mio commento:ma veramente in questo Paese dove comandano le TV di Stato insieme alle private, giornali e giornalisti,commentatori opinionisti etc etc:per trovare un poco di sentimento condivisione e informazione una persona debba capitare per caso a scorrere la TL di Twitter. Ps scusa per il tu non è confidenziale. eliodoro

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    1. Esaurita la curiosità la folla si disperse immemore di quanto visto e udito.
      Questo è il primo pensiero che mi viene in mente e questo scrivo.
      E' trascorso appena un anno tra la pubblicazione del primo post (In Italia è proibito bere) Giugno 2011 e il secondo sullo stesso tema(Salve, sono un'alcolista e non bevo da sette anni)Marzo 2012 e il “messaggio”raccontato con forte intensità: si percepisce tuttora,
      sembra essere scivolato in
      quell'ambito del già letto e sentito. --Esaurita la curiosità etc.--Ma non è che l'argomento suscitò interesse solo perché a scriverlo fu una persona molto conosciuta e per giunta una donna giovane?.
      Se così fosse a mio giudizio, la parte più interessante e degna di riflessioni, sarebbe stata vanificata.
      Non mi riferisco assolutamente ai commenti,sto pensando a quelli come me che in primo momento hanno letto e passato oltre e poi magari ci sono ritornati:perché?.Io personalmente sono tornato a rileggere il post più recente, perché ignoravo l'altro,che ugualmente intenso,trattava e introduceva al post che sarebbe venuto dopo. In un commento mio su questa pagina, mostravo meraviglia che ci si potesse imbattere in argomenti così impegnativi e umani semplicemente scorrendo la TL di twitter.
      Non serve spiegare la mia sorpresa quando mi sono imbattuto quasi per caso nel post dell'anno prima. A questo punto mi tocca essere ancora più sincero (con me stesso) mi sono convinto che il tuo lavoro non è stato vano,non sarà disperso ci sarà ancora qualcuno come me che leggerà e rifletterà e magari ci ritornerà poiché quello che è stato detto e scritto spendendoti, mettendoti in gioco in prima persona è servito a me e servirà ad altri fosse anche un altro soltanto.

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