mercoledì 9 novembre 2011

Teresa e la crisi di maggioranza

Ieri è rimasta a bocca aperta e con la bottiglia di champagne in mano.
Sperava si dimettesse subito quella specie di capo nano.
Invece no, lui resterà per varare la legge di stabilità.
Ha un grande senso del dovere o forse vede sparire all’orizzonte il miraggio del processo breve... ma no, ma che dico, ci proverà comunque Alfano a salvare il nostro amato sultano.

Ma Terry non si fida e non vuole andare ad elezioni senza che prima si possa varare una nuova legge elettorale, le coalizioni non devono aver modo di mettere in poltrona la solita amica bona, ad elezioni si andrà quando saremo sicuri di poter sperare in un buon governo che duri.

In fondo non c’è nulla di male a metter su un governo istituzionale, per me rimangon quelli i più trasparenti della nostra storia, forse perché non hanno proprio il tempo di fottersi i cinque denari per far baldoria, troppo controllati e transitori i “tecnici” parlamentari dallo sguardo acuto e gran signori.

Terry fa i tarocchi e legge il fondo delle tazze di caffè, vuole capire anticipatamente cosa il signore di Arcore ha in mente per sé.
Che nella legge di stabilità ci sia già un codicillo piccolino che lo salvi anche stavolta dall’inevitabile declino?
Di lui Terry non si può proprio fidare e in tutto questo rimandare ci vede un brutto affare.


È un mago nel tirar fuori soluzioni dal cappello, è un genio a salvarsi il culo all’ultimo momento.
Ormai a vedere dai suoi sopratacchi in nostri sogni frantumati, siamo fin troppo abituati.
Terry è così arrabbiata che ha fatto impazzir la maionese: le è bastato sentir parlare la Gelmini dell’impossibilità di un governo di larghe intese.


Lui se ne dovrebbe andare e far sì che siano subito altri a governare, che sia chi ha veramente a cuore le sorti del paese a capire come fare per dividere le spese, come tirarci su dal baratro senza fine in cui la Marcegaglia dice che stiamo per finire.

“Per carità di Dio dimettiti” è il mantra generale di questi giorni.
Lui sorride meno anzi per niente, dà pacche sulle spalle ai suoi ministri che lo guardano con facce tristi e con meno ammirazione, ora che stanno perdendo in un colpo solo poltrona e pensione.

“Per carità dimettiti ora” è la preghiera accorata del paese: ci stai mandando alla rovina e saremo sempre noi a farne le spese.
A questo punto e nell’ansia del solito colpo di mano, Teresa passerà la giornata in cucina: ci sono i torroni da preparare, tra poco arriva Natale, sfogherà così il suo carattere ribelle, prendendo a martellate noci e nocelle.

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