venerdì 8 marzo 2013

8 Marzo. L'assenso.


Foto di: H. Cartier Bresson

Stava sempre in attesa di un ordine. Così, anche quel mattino grigio scuro nel cielo, si era voltata verso di lui alla ricerca del solito assenso. Lui la guardò appena e le diede un colpetto secco e doloroso sulla mano piccola, accompagnato da un “cammina” e un successivo “muoviti” tra i più umilianti. Poi ridacchiò andando in cerca di uno sguardo complice, ma anche l’impiegato che gli stava davanti fece finta di niente.

«Cammina» fece di nuovo il maschio alfa strappandole di mano il modulo di richiesta di prelievo appena firmato.
«Cretina» disse infine a quella mezza femmina, come la chiamava davanti a tutti, davanti ad amici e parenti, suoi e di lei. Come l’aveva chiamata dal giorno del matrimonio quando lei, ballando, gli pestò un piede.
L’impiegato contò il denaro e lo passò attraverso la feritoia senza mai alzare dal desk lo sguardo imbarazzato.
Il marito infilò la mano all’interno del cappotto elegante per estrarre il portafogli che un po’ gli assomigliava, lucido e gonfio che pareva potesse scoppiare da un istante all’altro. Ci infilò dentro la spessa mazzetta, tenendo tra due dita un paio di banconote che mise poi nella mano della moglie e, senza mai rivolgerle lo sguardo, fece la stessa cosa con alcuni spiccioli tirati via dalle tasche.
«Cammina, vai a casa», le disse dopo aver sorriso al cassiere, accompagnandola verso l’uscita.

Vide il marito scomparire dietro l’angolo e pensò che con un cielo così grigio poteva lasciarsi morire anche all’istante, e rimase sul marciapiede senza sapere quale direzione prendere.
Con quei cento euro poteva andare dal parrucchiere o per saldi sul Corso.
Ma aveva voglia di camminare, andare lontano, dove nessuno la conosceva, dove nessuno potesse segnare a dito la sua sfortuna: povera donna.
I lividi però non li aveva in faccia, non li aveva sulle gambe o sulla schiena. Non aveva lividi sul collo magro, attorno agli occhi grandi e chiarissimi.
E come si raccontano certe cose? Come fai a fartele periziare certe ferite che stanno altrove? Che non si vedono?, si diceva attraversando la strada con passo distratto, quello di chi mentre mette un piede avanti all’altro sperando che un camion in corsa la investa per toglierle anche la preoccupazione di cosa fare in quell’ora di libertà.
Come poteva dirlo a sua madre. A che pro raccontarle tutta la malinconia che tingeva di grigio anche le giornate più belle.
È la vita, sono le difficoltà. È l’abitudine che diventa tedio. Il ripetersi giornalmente che domani...che tra un po’, che...
Tanto tra un anno sarà ancora lì. Ancora più magra e scontenta. La bocca rassegnata alla smorfia di disgusto che non va più via. 
Perché le premesse sono sempre diverse e forse, lo sono per entrambi, si disse per giustificare, come al solito, tutto quel “non amore” che pareva essere quasi il collante della loro unione.

Adesso che attraversava il grande Parco e viste le mimose in fiore, si ricordò che era l’otto marzo.
Certo, doveva andare a fare la spesa, preparare il pranzo e andare a prendere i ragazzi. Ma un’ora poteva anche ricavarla e magari, per fare più in fretta, più tardi avrebbe cercato un taxi.
Prese al volo il primo autobus che andava verso il centro del Parco e verso la collina.
Già dopo quella breve corsa si sentì sollevata. Voleva andare al Parco dei divertimenti dove da bambina l’accompagnava il padre- perché c’è sempre un padre amatissimo dietro scelte avventate o troppo caute.
Guardò ancora il cielo. Stava per piovere, sì, ma aveva l’ombrello, pensò standosene in piedi vicino alla porta automatica dell’autobus semideserto e tutta rossa in viso per quella breve corsa.
Scese a una fermata prima per affacciarsi al belvedere. Abitava lì da sempre ma erano almeno dieci anni che non ci andava più né sola né in compagnia.
Le amiche a un certo punto si fanno distanti.
Quando la conversazione diventa un monologo di tormento si comincia evitare qualunque incontro.

Suo padre la prendeva in braccio per farla sporgere. Lei rideva ogni volta indicandogli le colline e i paesi che credeva di riconoscere e dove abitavano amichette o lontani parenti. Rideva anche quando lui giocava al tiro a l bersaglio e non faceva mai centro. E anche quando mangiavano lo zucchero filato, rideva. Era felice, e basta.
Anche adesso, stretta nel cappotto verde petrolio e con il cappello di lana calcato sulla testa, rideva.
E non diede nemmeno un’occhiata all’orologio.
Calciando pietruzze si avviò verso l’alta cancellata del Luna Park, sulla strada sterrata, tra i cespugli di lavanda e i noccioli, tra gli allori umidi di pioggia. I passi assennati nelle scarpe basse evitavano pozzanghere e gli occhi incontravano di tanto in tanto il grigio fumo del cielo. C’era silenzio. Ognuno era immerso in un’occupazione e altrove, e lei, da sola e senza meta.
Le passò un motivetto per la testa e si mise a cantare, un breve accenno che si disperse nell’aria. Glielo dicevano tutti che aveva una bella voce.
Tanto ce l’avrebbe fatta andando un po’ di corsa, tra un po’, si disse, guardando sbadatamente l’ora.
Appena mezz’ora soltanto. Pensava. E si avventurò oltre il cancello, su un vialetto ancora più stretto e fangoso e sino alla piccola discesa.
Da quel punto vedeva già l’ottovolante rosso e la grande ruota, quella del primo bacio, il solito, quello da copione. Il bacio con l’adolescente peggiore, quello con gli ormoni a duemila e le mani che andavano dappertutto.
Come da copione. Appunto.

La sua vita era stata prevedibile come quella di tante, come un film commovente, come un fotoromanzo, quelli che da bambina leggeva di nascosto dalla madre dopo averli sottratti alla donna a servizio. Lei, la ragazza a servizio intero si chiamava Amelia, si sposò che era quasi una ragazzina: tornata al paesello per una vacanza più lunga fu messa incinta dal solito cugino di un cugino lontano. Anche lui violento e ubriacone. Come il padre e come il nonno. Come suo marito, il tizio che le aveva promesso paradisi perduti e che oltre quaranta chili aveva messo su sogni megalomani e un’aria da play boy. Lui.
E la donna rise di nuovo e stavolta fino a piegarsi in due, rise con gli allori e i noccioli di tutto quel sacrificio inutile, delle parole mai pronunciate e di quel sacrosanto e mai scritto “vado via e fottiti”, da lasciargli stavolta su un biglietto, in bella mostra sul tavolino dell'ingresso.
Perché alla fine ci si rassegna, e basta.
Perché il lavoro non c’è, perché ci sono i figli, la famiglia e le eredità, le convenzioni, l’affetto, la compassione, la comprensione.
Vai via e fottiti, pensò. E solo a sentirsela ronzare per la testa quella frase le sembrò inadeguata, ridicola nella sua bocca che aveva sempre taciuto ogni umiliazione. 
Perché alla fine i tradimenti hanno mille nomi. E la galera è una casetta lucida e senza sbarre alle finestre.
Ma quello era il giorno perfetto perché le giostre, normalmente ferme a quell’ora, si mettessero a girare solo per lei.  Un 8 marzo grigio per festeggiare la sua esistenza eroica e sconosciuta a tutti.


6 commenti:

  1. andrea cremonini25 marzo 2013 16:08

    c'è una macchina rossa in fondo al viale ... (cit.Stadio)
    avrei voluto almeno un giro in giostra, uno soltanto.
    ciao

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  2. quello lo farà quando ce ne saremo andati.

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  3. bello..e triste, come tante cose belle purtroppo...

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  4. Oggi con questo scritto mi hai messo un po di tristezza. Lucky

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