venerdì 15 marzo 2013

Deriva #22 Chincaglieria

Ci sono due modi per presentarsi alla festa su nell’attico di via dei Condotti, sempre ammesso che ci si voglia andare, nessuno è obbligato e ognuno può rimanere legato alle proprie abitudini, cattive o buone che siano. Comunque, se vi arrivasse l’invito a un Party ai piani alti, potrete scegliere di spendere tutto il vostro stipendio (ammesso che l’abbiate e sperando che basti) per comprare a saldo un abitino firmato e fare la questua tra i parenti per mettere assieme più oro possibile, oppure, affidandovi al vostro buon gusto, potreste decidere di andare per negozi dell’usato in cerca di capi originali.
Parliamo quindi di autoreferenzialità e di ego smisurato. È ovvio che la strada meno rischiosa sarebbe di omologarsi al jeans firmato e alla camicetta nude look, se mi vesto con uno Chanel anni sessanta, invece, rischio che qualcuno dei camerieri in livrea mi sbatta la porta in faccia.
Alla fine cosa conta veramente? Che io mi senta a mio agio quando il signore inglese dalle scarpe inglesi e dall’inglese incomprensibile mi si avvicinerà per presentarsi o che, specchiandomi in uno dei sobri pendagli di platino della padrona di casa, mi sorprenda boccheggiante come un pesce fuor d’acqua? Tra una biografia forzatamente divertente, che stride con una quantità sorprendente di "buongiorno", e un semplice e grigiastro uomo qualunque, io scelgo sicuramente il secondo: essere consapevoli della propria normalità è già una vittoria rispetto a fingersi qualcun altro. (E per quanto riguarda la questione “normalità e giudizi” vi consiglio la #deriva 18).
Quando, recalcitrante verso la mondanità, mi sono dovuta presentare davanti alla porta blindata dell’attico, sapevo già che non avrei potuto competere con acque marine grandi quanto delle noci grandi e tempestate di diamanti purissimi, e anziché mettere al collo tutto l’oro che avevo in casa, ho scelto una parure fantasia Made in Dior di mia nonna: unica e originale.
Cerchiamo di essere sempre noi stessi.
Se qualcuno non ti segue, è perché non gli piaci abbastanza o perché gli piaci troppo.

Ci sono diversi generi di tuitteri. Tanti, sono quelli che s’iscrivono per attrarre un buon numero di “follouer”, e sono blogger, scrittori, fotografi, Aziende, case Editrici eccetera, altri desiderano fare nuove amicizie e confrontarsi sulla nostra ridicola attualità. Ma non solo: alla fine si parla sempre di tuitter, e una buona percentuale di utenti non fa che spettegolare sulle abitudini altrui, come d’altra parte faccio io con queste #derive.
Un paio di giorni fa mi sono scontrata con una tizia che parlava di “leccaculo”a proposito di chi fa complimenti alle tuitstar per ottenere rituit.
Personalmente, e al contrario di ciò che molti hanno dichiarato sulla mia TL, non credo che avere molti o pochi follouer sia un dato secondario. Fosse così, non leggerei anatemi quotidiani sui defollou inaspettati, brindisi per il raggiungimento dei tremila inseguitori o la tristissima conta giornaliera di chi ci ha seguiti e chi no. Non lanceremmo decine di accuse al vetriolo verso chi si rituitta vicendevolmente, o su chi cancella dalla TL interazioni sgradevoli o critiche aspre -a proposto io, sono una di quelli. Se, come tanti dichiarano, fosse così indifferente il numero di persone che ci seguono, non scorrerei decine e decine di tuit che raccontano di comportamenti “mafiosi” che mirano solo all’accumulo di follouer, di #FF sottobanco e Blogger che pubblicizzano altri Blogger.
Non facciamo i bambini: twitter è un gioco e in un gioco i punti sono importanti!
Suona stonato al mio orecchio sensibile e diffido da chi tuona digitando: assolutamente no, non sono qui per avere più follouer. Eh, no, non ti credo visto che poco tempo fa mi hai fatto notare che eravamo arrivati a mille follouer contemporaneamente e che tu, adesso, ne hai circa quattromila.
Ciò che desideriamo, sia che si metta in primo piano il lato B o delle labbra carnose, è soltanto l’approvazione degli altri, del pubblico, e il pubblico, si sa, applaude solo se si è credibili.

È vero che le interazioni creano maggiore collante tra i profili, e anche credibilità (io mi rapporto direttamente con qualcuno per sapere chi è) ma è anche vero che un’affettività esagerata, certi “tvb” e milioni di baci, tante dichiarazioni di stima e mielosi complimenti, cadono nel nulla se non suffragati dalla costanza, dal famoso rituit e possibilmente da più di un incontro off line. E al di là del fatto che l’amicizia si misura concretamente nei momenti di gioia o di bisogno e fuori dal web, credo che la “cyberempatia” sia un sentimento del tutto unidirezionale: siamo noi che cerchiamo amore e lo riversiamo su chiunque ci mostri simpatia.
Ho un elenco lunghissimo di persone che per mesi mi hanno menzionata e applaudita e, lautamente ricambiate, sono poi sparite nel nulla: olè.
Ma non solo, ho avuto contatti con profili che hanno finto pubblicamente di volersi prodigare per me, domandandomi anche il curriculum da far visionare a chissà chi per poi defollouarmi al primo diverbio in TL. Allora dico: attenzione, dietro ogni Picture c’è un essere umano e una vita vera. C’è qualche imbecille, come la sottoscritta, che se fosse stata meno sensibile, oggi non sarebbe nemmeno disoccupata.
Cerchiamo di non essere così emotivamente coinvolti dalle storie che leggiamo e, prima di dichiararci affettivamente coinvolti, misuriamo con attenzione l’oggetto del nostro amore, magari, come succede nel 90% dei casi, non è che un fuoco fatuo e chincaglieria senza valore.

Perché quindi accusare gli altri di essere “accumulatori compulsivi” di consenso e con tanto accanimento? Facciamo come le donnette che segnano a dito la più bella del paese? A parte l’uso del termine “compulsivo” che in termini di usura fa il paio con “bipolare”, mi domando perché prima di tuittare disprezzo, non guardiamo come siamo messi noi “in fondo in fondo”? Io lo faccio, e riesco anche a dirmi che sono un’inguaribile invidiosa. Se l’accusa di voler accumulare follouer mi arriva da una pseudo tuitstar (il profilo che ha maggiore scarto numerico tra follouing e follouer) mi viene semplicemente da ridere.
Perché nascondere la vera finalità di questa giornaliera perdita di tempo e dichiarare che siamo qui soltanto per conoscere belle anime? E inoltre, se sono su un social network dove la stragrande maggioranza dei profili è anonima, che genere di conoscenza posso avere dell’altro se non conosco neppure il suo nome.
Tuitter è un mezzo potente per comunicare ma è anche un portatore sano di perdite di tempo, amori usa e getta, dichiarazioni d’amicizia sopra le righe e troppe personalità da manuale che tuittano banalità. Proviamo almeno a usarlo con la massima onestà e con le migliori intenzioni, magari, evitando tutta questa ipocrisia.


2 commenti:

  1. Ci sono alcuni punti deboli nel tuo ragionamento, comunque rispettabilissimo.

    Intanto il sempre gettonatissimo: "Dietro ogni account ci sono persone vere". No, o almeno, non sempre. Molti accounts hanno dietro bot. Molti accounts hanno dietro più di una persona (e quindi, emotivamente parlando, nessuna persona perché la somma di tali addendi risulta in zero). Una sola persona, al contrario, può nascondersi dietro più accounts, in certi casi (molto ben noti sulla TL italiana) addirittura decine di account che si seguono e si retwittano vicendevolmente per potenziarsi, un po' come masturbarsi con due mani a turno per illudersi di avere due partners contemporaneamente. In privato, se vuoi, ti informerò su chi siano queste persone.

    Quanto alla tua affermazione: "Twitter è un gioco e i punti sono importanti", la condivido. Totalmente. Ma c'è, a mio parere, un distinguo importante da operare; se è un gioco è sacrosanto che lo si debba giocare seriamente, con abbandono, all'ultimo sangue e secondo le regole. Sorge però la domanda: quanto è importante, per me, questo gioco? Ecco il punto.

    Per qualcuno è vitale: si tratta spesso di persone insoddisfatte della propria vita sentimentale, professionale, economica o sociale che si lasciano prendere la mano da un Role-Playing incontrollato di cui finiscono per trovarsi schiave attribuendo ad esso carichi emotivi potenzialmente distruttivi. Sono le persone che nei Role-Playing Games cadono in depressione se il loro personaggio muore. Sono quelli che negli MMORPG chiamano i loro compagni, quando li incontrano, con il nome del personaggio. Ho conosciuto una coppia che affermava di far sesso chiamandosi l'uno con l'altro con i nomi di personaggio. Sono quelli che preferiscono twittare assieme al proprio compagno/a anziché scoparci e, quando lo fanno, lo annunciano o lo lasciano capire ai "Propri" followers.

    Poi ci sono quelli come me: quelli che sanno benissimo che le regole psicologiche di questo ambiente possono essere manipolate, rifiutate e riscritte per controllarle. Eric Berne non è una mia invenzione e la Psicologia Transazionale ha preconizzato questi ambienti molto tempo prima che venissero creati. Sono coloro che sanno creare un personaggio a tavolino, anche perché hanno fatto RPG per decenni e scritto campagne ed avventure, e lo sanno controllare come una marionetta anziché farsi controllare da esso. Che sogghignano quando qualcuno sembra credere che quello che agisce su Twitter sia il loro vero Sé: non è quasi mai così.

    Sono quelli che non dicono "Posso cancellarmi quando voglio", riecheggiando le parole di chi sia soggetto a una forma di dipendenza. Sono, invece, quelli che non cancellano il proprio account proprio perché averlo o non averlo, nell'economia della loro vita, è esattamente lo stesso. E che rifiutano le perverse dinamiche alla base di antipatie, simpatie, gruppuscoli, cricche e ricatti più o meno ramificati perché la loro vita è altrove. Non si nega Twitter ma lo si considera quello che è: un film, una storia, una vicenda fittizia. E che, dopo qualche minuto o ora, resta nel lettore di DVD mentre io spengo il televisore.

    Certo, si prova, forse, qualche malinconica nostalgia nel farlo, non dissimile a quella che si prova quando si chiude un libro e si dice addio (per il momento) ai personaggi che vi sono contenuti. Ma questa malinconia, se la si vive in modo sano, è lieve e dura poco tempo.

    E, come mi rispondesti una volta, sei libera di obiettare un "Non prendermi per il culo" che sarebbe rispettabilissimo (anche perché qui sono a casa tua e tu sei la padrona e io l'ospite) ma pensa: quando mai mi hai letto esprimere una sola delle dinamiche cui accenni?

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  2. caro L. U. Questa disamina la compio settimanalmente sulle mie derive e tu lo sai. Sulla dipendenza da social media ho scritto un gan numero di articoli e che ti piaccia o no ci siamo tutti dentro. tutti siamo qui per troppe ore al giorno e tu dovresti saperlo bene. Nascondersi dietro un dito mi pare una follia. Grazie per le indicazioni sui "bot".

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