sabato 23 marzo 2013

Amici per la pelle




(Foto di: Elena Oganesyan)

Mentre si preparava a quell’insolita uscita infrasettimanale, pensava che non ci sarebbe stato nulla di strano se li avesse incontrati tutti e due, assieme. Se, insomma, a quel benedetto appuntamento al buio ci fossero andati entrambi.
Anche attraverso i pixel era evidente che i due uomini avevano un legame speciale.
In realtà a lei piaceva l’avvocato ma era stato il commercialista a braccarla a ogni singolo tuit. Era anche evidente che poi, uno l’aveva ceduta all’altro: più timido, meno brillante, meno bello. Forse gli aveva fatto leggere anche le sue mail più hot mostrandogli, magari per convincerlo, e forse commentandole ridendo, le foto più che sconce che nel lungo periodo di frequentazione lei gli aveva inviato. Due mesi di messaggi costanti sono quasi un matrimonio, si disse la donna ripensando a quelle immagini hard.
Provò un senso di vergogna.
Ripensò a un’estate rovente, alla grande comitiva che frequentava lì al mare, ai ragazzi che si passavano voce su quella che ci stava, raccontandosi nel dettaglio fin dove la tizia si era spinta, affibbiando a ognuna di loro inequivocabili nomignoli.
Brutta razza, pensò, e scosse la testa augurandosi che fosse almeno in via d’estinzione.
Seduta sul letto e avvolta nel telo da bagno, si mise a formulare ipotesi, e guardando il cassetto pieno di biancheria di classe, pensò di evitare qualunque accoppiata vincente. Niente reggicalze, nessuna culottes particolarmente trasparente. Non era nemmeno andata dall’estetista.
La realtà era negli ultimi mesi aveva preso soltanto molte buche: quello che ha la moglie gelosa, quello che si scopre improvvisamente fedele, quello che alla fine si nega, e basta.
Ogni volta per lei si trattava di fare mille manovre pericolose: fuga dall’ufficio almeno un’ora prima, corsa dal parrucchiere e depilazione dolorosa, e infine la lunga preparazione davanti allo specchio per ingraziarsi gli dei.
Rise gettandosi all’indietro sul grande letto rifatto con cura e tra i suoi amati peluche, una quantità enorme di peluche che raccoglievano da sempre le sue confidenze più intime, ascoltavano i suoi sospiri più amari e asciugavano una buona quantità di lacrime.

Ma sì. Erano due anni che al termine di mesi e mesi di messaggi e mezze scopate su skype, era costretta a sorbirsi cene noiose e dopo cena imbarazzanti. Quasi tutti, e non ne aveva incontrati pochi, credevano che il racconto particolareggiato delle proprie frustrazioni lavorative e amorose, potesse servire a creare il giusto pathos per un dopocena spumeggiante e che, ovviamente, naufragava ogni volta in un nulla di fatto. Alcuni rimandavano l’assalto adolescenziale fin dopo la mezzanotte, quando arrivavano sotto il suo portone, tanto per non doversi nemmeno scomodare a prenotare un albergo o l’appartamentino dell’amico single. Gli altri, la maggior parte, chiudevano con un “ci vediamo” e scomparivano nel nulla.
Che cosa cercavano?
In fondo era una di quelle donne che in molti si voltavano a guardare con interesse quando di sabato pomeriggio andava a far spese o in giro per Musei. Una quarantenne elegante, autonoma, priva di pregiudizi: aperta.
Per evitare equivoci la sua disponibilità non era così evidente on line: nickname e foto professionali e mai una battuta sopra le righe.  Erano sempre loro che si spingevano oltre la reply, che entravano in confidenza con DM che trasudavano passione.
Mezza nuda sul letto, aveva voglia d’inventarla lei una buona scusa: emicrania improvvisa causa maltempo. Oppure... mia madre mi ha fatto un’improvvisata, perdonami.

I due maschi liquidi, che di lì a due ore avrebbe incontrato in carne e ossa, erano cresciuti assieme. Stesso palazzo, padri colleghi di lavoro, feste comandate e settimane bianche in condivisione così come le vacanze nel grande camper e i fine settimana nelle città d’arte.
Solo la scelta dell’università li aveva divisi per unirli poi nel lavoro: uno si occupava di diritto aziendale e l’altro aveva ereditato lo studio di commercialista dal padre. 
Donne e abiti, invece, se li scambiavano volentieri. Così almeno le avevano fatto capire. Era forse per questo motivo che alla soglia dei cinquanta nessuno dei due aveva ancora messo su famiglia nonostante le rimostranze dei padri, entrambi anziani, entrambi vedovi, entrambi tifosi della Roma con abbonamento annuale nel portafogli, entrambi legati alla vecchia destra “missina”.
Dovevano formare un quadretto davvero insolito la domenica a pranzo o al club, dove avevano il doppio a tennis con campo prenotato per le quattro.
Era convinta parlassero anche all’unisono, come gemelli.

Sì, nessuno le toglieva dalla mente l’idea che si era fatta della situazione cui andava incontro giuliva come un’oca: l’avrebbero accolta in due, e in due, a casa di uno o dell’altro e, dopo un paio di bicchieri l’avrebbero coinvolta in giochetti sporchi.
Ci avrebbe scommesso metà del suo stipendio.
Certo che guardare la faccenda da lì, da quel letto e al termine di quella una grigia e noiosa, non ci sarebbe stato proprio nulla di male.
A quando risaliva l’ultima volta in cui aveva sperimentato quel genere di menage? Forse doveva tornare con la mente fino al periodo del liceo, rimandare il nastro indietro fino a sentire i Talking Heads batterle nelle vene, per trovare serate veramente divertenti, storie vissute in totale spensieratezza, prive della presenza ingombrante di tutti quei “come” e soprattutto dei “perché” che oggi, invece, metteva tristemente in fila come se fossero determinanti per la riuscita di una relazione.
Perché è single, perché ha un buon lavoro, perché ha una casa.
Calcoli e strategie che alla fine portavano a pessimi risultati, a incontri con maschi capaci solo di perdersi in un bicchier d’acqua o di portarne a secchiate al proprio mulino con risultati mediocri.
Nevrosi, tic, paure, mani messe avanti, storie passate così maledettamente presenti da infilarsi tra loro ancor prima di un bacio passionale o di un petting un po’ più adulto in un vicolo buio.
Ogni volta che incontrava qualcuno on line, ci costruiva così tanti sogni sopra per poi lasciarli frantumare in un colpo solo al solo vederli lisciati come scolaretti il primo giorno di scuola. Perché di un altro è l’energia che ci colpisce, ciò che traspare è l’humus interiore. L’altro ci deve incuriosire come la copertina un libro, che quando poi lo prendi in mano e lo soppesi si mostra consistente eppure leggero, e se lo apri, è soffice e così profumato che lo devi comprare a tutti i costi. Invece, i suoi incontri erano sempre stati orribili raccolte di fascicoli, volumi rilegati alla meglio, pieni di pagine mancanti -se non interi argomenti. Pesanti e scomodi.

La donna si rimise su per guardarsi nello specchio, prese i capelli tra le mani e li legò in una coda bassa, infilò un paio di jeans e un maglione a collo alto. Un filo di trucco. Niente scarpe nuove comprate augurandosi in un incontro veramente gustoso. Le scarpe da ginnastica, invece, erano perfette per una fuga in piena notte per il centro di Milano, casomai i due avessero assaltato la fortezza senza il dovuto rispetto.
Eppure, anche adesso, per strada e nel traffico serale del mercoledì, la donna immaginava qualcosa di veramente hard core: due maschi fisicamente simili e abbastanza virili la palpavano senza sosta nell’ingresso dell’appartamento in questione. Denti forti mordevano e labbra succhiavano, barbe incolte graffiavano, mani potenti -quattro e sicuramente grandi- stringevano e accarezzavano su e giù solo per rallegrare fino all’alba il suo animo triste di single.
Cosa poteva domandare di più?, pensava camminando a passo veloce per le strade deserte, attraversando le piazze, tra i palazzi ottocento illuminati, e silenziosi di quiete ottobrina. Voleva forse un matrimonio? Voleva una relazione stabile con un tizio che di lì a poche settimane avrebbe certamente abbandonato abiti e calzini per il suo lungo e ordinatissimo corridoio da single? Voleva un uomo ogni sera sotto casa sua, e alle otto in punto, che domandava un piatto di pasta? Uno che le propinasse ogni benedetto giorno noiosi problemi d’ufficio? Un tizio con cui organizzare le vacanze e che magari odiava il mare e le avrebbe propinato la montagna durante l’unica settimana in cui piove a dirotto? Voleva dover abbandonare le pomeridiane al Piccolo Teatro a favore di psichedelici action movie in 3D e con popcorn?
Voleva solo una serata diversa e divertente da passare con due sconosciuti, maschi e adulti.
Così pensava camminando sotto i portici quando il cellulare vibrò.
“Preso in contropiede da una riunione di lavoro, stanotte ti racconto per mail”.
Alzò lo sguardo dal cellulare e guardò il nulla, poi si diresse a passi lunghi verso il Pub all’angolo: magari, tra i vivi, avrebbe incontrato qualcuno.

1 commento:

  1. Siamo veramente animali strani. Mi piace il tuo scrivere. Zacc

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