martedì 19 ottobre 2010

Nessun dolore


Alle sette del mattino la sua faccia ha un che di apocalittico.
L’espressione, trasfigurata dal dolore è quella di chi non ci crede, di chi, certo di aver portato l’ombrello, si trova invece sul lungotevere sotto un acquazzone.
Si butta ancora sul letto, di traverso, come per confermare, e con forza, l’ultima decisione presa.
I muscoli tesi, doloranti di chi ha fatto a lungo l’amore; la bocca tumefatta e l'occhio nero di chi è tornato da una battaglia.

Solo l’ossessivo ripetersi che “è troppo” accompagna il ticchettio della sveglia, mentre gli occhi, gonfi, cercano di evitare distrattamente il pianto che sfugge.
Si guarda intorno e fa la consueta conta di feriti e perdite.
Stavolta non ha risparmiato neppure l’acquasantiera di nonna Lia, quella presa a un’asta, quella che ama tanto.

Allunga il braccio sottile, e insieme al buio si sente divorare da un senso di vuoto, una vertigine, un’agitazione simile a quella che percorre le vene di chi fa uso continuo di anfetamine.
Si sorprende per quello strano senso di vitalità ed emozione che ogni volta l’abbraccia stretta.
Rimane così immobile per alcune ore aspettando pazientemente il giorno.
Lui è già andato.

Fugge sempre, dopo.
Prima di sera non torna ma la chiamerà più volte, ossessivamente e solo per riagganciare, per controllare, trovare il tempo di pensare, cercare parole e scuse più convincenti dell'altra volta, che apoi è stato solo una settimana fa, sì sabato scorso.

Nello specchio rivede incise sulla pelle le parole di lui, in alcuni punti più in profondità, come un marchio a fuoco nella carne.
-Puttana... sei una maledetta puttana-
Una, due, tre volte, e le vede sulle braccia quelle parole cattive, brucianti e livide, senza senso, infami e  dolorose.
Va come sempre. Va come ogni maledetta volta.

Dopo l’ultimo bicchiere appoggiato con poco garbo sul tavolino di cristallo e deciso come iniziare la tortura, aveva sottolineato con la sua “r” francese, che l’alcool enfatizza sempre un po’, il nome di uno dei commensali e insinuato con un che di sarcastico sulla presunta relazione e sullo sguardo del puttaniere che secondo lui andava a cascare sempre lì.
Quel tizio, ieri a cena, l’aveva guardata  un paio di volte e forse solo per passarle qualcosa, l’olio o il sale, o magari  un po’ di vino, adesso non lo ricordava.

Ma per lui forse era stato troppo anche quella volta, come sempre quando oltrepassava il confine, quando il tarlo cominciava a scavare e il dubbio si faceva prepotente.
Così prepotente che stavolta non si era fermato nemmeno vedendola a terra, e dopo la rabbia con cui l’aveva fatta cadere insieme al suo equilibrio già precario, le aveva assestato una buona dose di calci sulla schiena e anche in pancia, prima di andare via sbattendo la porta, senza nemmeno assicurarsi che fosse ancora viva.

Guarda gli abiti ancora a terra dilaniati da quella furia.
Il vestito l’aveva scelto proprio lui e nonostante la scollatura profonda e certe trasparenze aveva insistito: cazzo, compralo, ti sta da incanto. Anzi, te lo prendo io.
Sì, quel giorno a Londra gli era parso un abito perfetto. Quel giorno tutto quell’amore era sembrato perfetto anche a lei, incorruttibile quasi.

Nonostante la calura Cecilia cerca qualcosa che la copra per bene, qualcosa di elegante comunque e a maniche lunghe. Anche la gonna deve coprire la gambe, così come il trucco pesante e gli occhiali da sole, i più scuri.
Per un attimo ripensa alla sua ultima decisione, alla promessa fatta a se stessa, la stessa fatta a sua madre che ogni volta che la vede piange e si sente mancare.

La prima mossa da fare è sempre quella, ripassata più volte e mandata a memoria: deve salire le scale di un Pronto Soccorso e domandare una perizia, saranno i medici stessi e il personale a domandare se vuole firmare e denunciare.
Saranno loro a guardarla con comprensione, con un affetto che non è familiare ma umano e basta e che ogni volta le dice: fallo, ti prego fallo.

La donna seduta sul letto sfatto aspetta ancora un attimo e seleziona il numero.
«Oggi resto a casa, Lucilla, cancelli ogni mio impegno... sì sono caduta, mi sono solo fatta male... no no, niente di grave, nessun dolore, massimo tre giorni e torno a lavorare».

6 commenti:

  1. il tuo breve racconto e' talmente vivo che provoca sgomento e tristezza ...AA

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  2. Ma non si potrebbe fare un finale dove il carnefice muore ammazzato? Troppo scontato?

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  3. Di racconti ne ho scritti molti e in "Tangenziale" postato 3 giorni fa sì, lei va via e lo lascia ed è anche sicura che senza di lei lui morirà. qui si tratta di una violenza scambiata per passione, un altro genere di violenza... poi, comunque, occhio per occhio a casa mia non vale. Grazie.

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