mercoledì 27 ottobre 2010

PORTRAIT- CLAUDIA POLAROID n°2: PAUL VALERY


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Gli scriveva.
Veramente gli aveva scritto almeno una ventina di e mail per poi cancellarle subito. Non pensava nemmeno di rivederle, correggerle, Claudia le metteva nel cestino svuotandolo rapida, e in modalità sicura.
Il bracciale che aveva comprato contravvenendo ai suoi ordini, un bracciale pieno di pendagli che aveva voluto proprio perché così infantile, batteva in controtempo alle sue dita forti, un po’ maschili, che correvano rapide sulla tastiera, come sul pianoforte.
E gli rivolse un'occhiata colpevole, come a un vecchio amico che non incontri da tempo e non avevi più richiamato; lì a pochi passi da lei chiuso e sempre ben spolverato, in attesa da anni.
Un rigo dopo l’altro stirava ogni piega nascosta o falsa di quell’amore così ampio e ordinato.
Un matrimonio che aveva attraversato buona parte della sua vita fra passioni, nascite e morti, malattie e indecisioni, egoismi tanti, ma anche con tutte le cose belle che si possono chiedere. Insomma un matrimonio come tanti.
D'improvviso le venne in mente Alessandro e quel giorno di afa. Alessandro, il suo casuale amante perfetto.
Per un caso, come quasi sempre avviene, così disorientata dal caldo da non riuscire nemmeno a capire la direzione indicata dal satellitare, l’aveva visto venirle incontro che sorrideva fra sé, lo sguardo aperto verso chissà quale considerazione o idea.

Istintivamente guardò il marito catturato da anni in quella cornice, e si pentì, si pentì di ogni cosa, quasi che da lì avesse potuto udire i suoi pensieri. In bianco e nero su quel cavallo scuro, sembrava proprio un attore di cinema. E subito si mise più dritta sulla schiena, e compose rapida i capelli in uno chignon elegante.
Aprì un altro file. Il bianco luminoso della pagina si rifletteva nei suoi occhi sottili, confondendosi nell'azzurro chiaro di quello sguardo sempre attento e riflessivo.
Le mani erano in tensione ma decisero infine di zuccherare il tè anziché scrivere: da troppi minuti giaceva lì iridato, nell'elegante tazza del servizio inglese, quello di nonna Lilia che giocando a tennis in eleganti completini chiari, faceva perdere la testa a nobili e fascisti.
La nonna le avrebbe quindi suggerito di non confessare nulla, che non ce n'era bisogno, e le avrebbe mostrato, sorridendo, le lettere del nonno alle sue amanti! -Aria nuova figlia mia! Ogni tanto c'è bisogno di un po’ di trasgressione!- e avrebbe anche concluso raccontandole una delle sue storie, magari la più scabrosa, e solo per essere più incisiva ancora!
Sorseggiava il tè lentamente.
Claudia guardava altrove, la preziosa tazza abbracciata alle sue mani, la schiena magra dritta in un sottile abito di garza scura, guardava oltre il balcone fiorito, oltre Porta San Giovanni, fra quelle piccole villette liberty dove tre anni prima, aveva affittato un delizioso pied a terre.
E aveva sistemato il letto proprio al centro della torretta, così che nessuno potesse affermare che i loro amplessi non si consumassero sempre alla luce del sole.
Andava lì tutte le volte che voleva essere quella parte di sé che per anni aveva occultato abilmente ma che, evidentemente, faceva parte del suo dna, alla quale non poteva fuggire.
Aveva arredato quella piccola casa come mai avrebbe potuto in quella del suo matrimonio, e le pareti piene di specchi, cornici vuote e vetri colorati la rendevano sempre luminosa, anche nei giorni di pioggia. Piante ovunque, che in quella casa inondata dal sole, crescevano come all'equatore.
E in quella serra improvvisata, custodiva segreti di ogni natura: la sua parte indolente e sciatta, struccata e spontanea, quella infantile e allegra. Claudia correva lì per disegnare, fare braccialetti di perline al telaio, guardare le foto di famiglia e le sue da ragazza.
Così diversa, pensò liberando di nuovo i capelli da quella stretta prigione e sorridendo di nuovo.
E lo sguardo chiaro tornò alla scrivania pregiata del nonno libertino, che anche lui la guardava da una cornice, mentre fiero l'aiutava a scendere da cavallo. Ma come per un richiamo improvviso, Claudia spostò lo sguardo attento dalla faccia divertita del nonno alla ventiquattrore del marito, che giaceva di fronte a lei incustodita e aperta.
Si alzò con grazia e leggerezza e andò verso la poltrona da dove la piccola valigia in pelle scura la guardava ma si fermò a meno di un metro da lì. Attese stringendosi a sé, abbracciandosi un po’, consolandosi per quella mancanza di coraggio e di forza.
Non riusciva a decidersi. E sembrò tremare per un istante, gli occhi si muovevano fra emozioni diverse, il viso tagliato dai chiaroscuri del tardo pomeriggio estivo, i piedi lunghi che nudi, ossuti, danzavano nell'incertezza sul legno pregiato di quel parquet a mosaico.
Prese il cellulare dall'ampia borsa e inviò l'ultima chiamata. Mentre aspettava ritornò alla ventiquattrore e ci restò sopra fino all'affettuoso e sempre uguale saluto di routine.
Il marito sarebbe rimasto fuori anche quella notte e la sua ventiquattrore e il prezioso portatile le avrebbero tenuto compagnia.
Per quella sera Claudia aveva fatto preparare di magro: pesce e tortino di asparagi.
Guardò il nonno e gli sorrise.
La password era sicuramente quella: paulvalery.
Bastava decidere e digitarla.

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