martedì 19 ottobre 2010

Singola e singolare


LA COLPA è sempre nostra.
Passano gli anni, passano le mode, cadono i governi, muoiono speranze eppure le donne rimangono colpevoli.
Siamo noi le sgualdrine se suo marito ha perso la testa -o ha fatto finta- solo per fare un giro nel nostro letto, nostra la colpa per le sue svariate defaillances sessuali se invece siamo noi le mogli poco sexy, annoiate dai suoi continui brontolii e dal raccogliere calzini spaiati in tutta casa.
Premetto che in questo ritaglio di vita sono stata moglie pluri cornuta e amante discreta.
Quando adolescente saltavo da un letto a un altro di cinquantenni cattolici e compunti, invece di punire il maschio più che maggiorenne per avere approfittato di una ragazzina vivace e un pochino labile, gli adulti accusavano me, stretta in un angolo, di averlo sedotto.
Giovane sposa passionale usavo un radar speciale per individuare ovunque, donne che potessero piacere al mio sposo e anticipavo ogni suo sguardo con il tipico -ti piace quella?- mostrandogliela io stessa per evitargli così anche quella fatica.
In realtà controlli incrociati e pedinamenti a poco sono serviti.
Mi sono sempre domandata cosa sarebbe accaduto se avessi scoperto mio marito alle prese con un'altra e come karma vuole, tutto ciò che temevo si è infine avverato.
In quel momento però, al momento della scoperta infamante, non mi sono rivolta con la bava alla bocca a lei, alla concubina ma a lui, e al suo cattivo gusto, non le ho messo le mani addosso e non l'ho buttata giù per le scale, ma ho sibilato all'indirizzo di mio marito un -vattene bastardo- degno di un oscar al buon senso e alla ragione.
Sono diventata una donna autonoma dopo aver scoperto quanto il maschio sia in grado di togliermi in termini spazio, tempo e a volte, troppo spesso, autostima, e da allora, da quando ho dovuto con fatica riempire la voragine che aveva lasciato in me la sua improvvisa assenza di maschio bulimico, non permetto più a nessuno di dormire nel mio stesso letto, di domandarmi un favore mentre lavoro, mentre leggo o faccio del mio tempo ciò che più mi pare.
Mi piace viaggiare in solitaria, alle manifestazioni, in giro per Mostre o al ristorante amo stare in compagnia di me stessa, ma ultimamente noto quanto il mio essere singola risulti troppo spesso agli occhi degli altri, un fatto singolare.
Rido nel vederle occupate a seguire gli sguardi del consorte, che appena le vede distratte lancia al mio indirizzo occhiate da pesce lesso, mi vergogno per loro quando aiutandole a indossare il soprabito continuano a inviarmi messaggi incomprensibili, sono ridicoli quando nel fare il bagno al mare con il bebè, stirano la loro muscolatura abbassando gli occhiali da sole per darmi la certezza che è proprio me che vogliono.
Ma perché?
Forse perché sono sola significa che io sia anche disponibile?
Pensano forse che la presenza di un uomo sia così necessaria accanto al mio corpo da volersi immolare loro stessi al sacrificio?
Ma invece di guardare me con diffidenza e solo perché sono singola, le signore farebbero bene a guardare il loro maschio che non fa che esplorare altrove, verso orizzonti più ampi, in cerca di una libertà alla quale oggi, non sente più di voler rinunciare. Una libertà che gli sembra così irraggiungibile solo perché negata, una libertà che dopo solo due mesi di cibi freddi e di noia mortale accanto a se stesso, gli parrà la più acerrima nemica.
Quest'estate ne avrei presi a schiaffi almeno una dozzina e spesso ho pensato di farlo: sotto il sole a picco immaginavo di avanzare verso di loro e mollargli un ceffone lì, davanti a tutti, non per me ma per le loro donne, e se ho rinunciato è stato solo perché sapevo che la colpa sarebbe ricaduta ancora una volta su di me.
Per poter leggere in spiaggia il mio quotidiano preferito, ho rinunciato a perizoma e topless.
Per evitare occhiate d'odio ho sepolto sotto la sabbia mia innata curiosità, costretto lo sguardo in basso e rinunciato al mio desiderio di comunicare e conoscere.
L'ho fatto perché frequento una spiaggia piena di "famiglie", perché questa società mi costringe ancora una volta a sentirmi colpevole e a sentirmi una sgualdrina solo perché ho un corpo che evidentemente si fa guardare: singolo e singolare.

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