mercoledì 22 agosto 2012

Intermezzo romantico di un’urgenza pomeridiana


Appuntamento a Fiumicino
(Racconto)
Foto di: DANIELE DEBERNARDI 

Quella sarebbe stata la quarta partenza in un mese.
Marina, pur di levarsi di mente quell’ipotesi orrenda, da tempo portava gli abiti del marito in lavanderia. Il terrore che nel controllare le tasche, un biglietto ben ripiegato, un post it colore pastello con grafia post adolescenziale potesse finire nelle sue mani, vinceva ogni resistenza razionale.
Era la sua furia incontrollata che la sorprendeva ogni volta, quel fingere sempre che non fosse vero niente e invece serrare i pugni per lanciarsi piena di rabbia su quella bestia di uomo.
Solo quando riusciva a metterselo sotto i piedi quel narcisismo maschile incontrollato, stava meglio. E lo umiliava, tirando fuori l’unico argomento in grado di privarlo, appena un po’, di quella virilità che andava distribuendo in giro da anni: la sua forza economica, il potere sociale di suo padre e il suo nome.
Con il “chi cazzo sei senza di me” di chiusura, Marina si sentiva più leggera, ma solo dopo le scuse rinnovate, il pianto e l’abbraccio, il ridere assieme convulso tra lacrime e senso di colpa e al termine di un orgasmo doloroso e sempre più breve, la donna riusciva a calmarsi veramente.
Tutte le volte lo lasciava nel letto e andava a farsi un bagno caldo.
Era felice di sentirlo di là e immobile, di non vederlo trafficare nemmeno con il portatile e quel maledetto I Pad, per un po’ lontano dai social media pieni di occasioni del cazzo.
Le trovava quasi tutte lì.
Disponibili anche per week end non impegnativi.
Se fosse mai riuscita a violare le password del marito, sarebbe morta di dolore prima di saltargli al collo.

In quel bagno perfettamente alla moda e perfettamente lucido, Marina scioglieva il nodo della cintura facendo scivolare via la vestaglia sottile. Ogni volta guardava il suo corpo infantile e troppo magro e si diceva che l’indomani avrebbe prenotato dei massaggi: l’unica opportunità che qualcuno la accarezzasse a lungo e con cura.
Poi, nell’acqua profumata di sali dai nomi esotici, tracciava una linea perfetta e metteva in fila i pro e i contro. Razionalmente, come le avevano insegnato madre e nonna, quando bambina ascoltava le loro conversazioni sulle arti magiche di riprendersi un uomo.
Ci aveva sempre creduto nel suo matrimonio bello e importante.
Mostrarlo alle amiche –che Matteo seduceva ogni volta - alle zie, alle colleghe.
Organizzare cene e costruirgli la carriera, dargli consigli su gusti e modi che un ex cantante rock di periferia proprio non conosceva.
Suo marito era bello, era perfetto per la sua vita e per la casa discografica di suo padre.
Sempre politicamente in linea con tutti, mai sfacciato e pieno di guizzi creativi e buone maniere.
Marina amava la gentilezza che scaturiva dal cuore e non dall’obbligo, e forse era stato proprio il suo atteggiamento attento verso l’umanità che l’aveva sempre piegata al perdono. L’altra faccia della propensione al tradimento.
Sarebbe partito per Londra il giorno dopo.
Come da rito decennale l’avrebbe accompagnato lei spostando appuntamenti di lavoro e saltando palestra e psicoterapia.
Anche se quel breve viaggio in aeroporto era una consuetudine che non si poteva interrompere così, senza una vera ragione, Marina avrebbe tanto voluto evitarlo.
Aveva una premonizione, uno strano brivido interiore.
O forse è la solita paura irrazionale, provò a pensare prima di finire di preparare la valigia e andare a cena.


Le mani larghe di Franco stringevano il volante. Di tanto in tanto lanciava occhiate eloquenti alla nuova compagna.
Nuova e passionale, Sonia l’aveva conosciuta durante un inutile Meeting sulla Comunicazione. L’intesa era stata magnifica e l’intenzione di approfondire quella relazione superava la paura del solito risveglio nell’incubo della consuetudine.
A cinquant’anni e con una carriera di quel tipo poteva anche permettersi di rilassarsi un po’. E poi non ne poteva più delle recriminazioni di sua madre e dello sguardo nostalgico che lanciava alla vista di ogni bambino che vedeva per strada o in televisione.
Sonia gli sembrava una ragazza per bene.
Così la voleva, senza troppi grilli per la testa e normale. Le donne troppo intelligenti o troppo ricche o troppo qualunque cosa non gli erano mai piaciute se non per fine settimana intensi per locali e a letto.
Era concentrato prima di tutto su se stesso, avere accanto chi mettesse in dubbio punti fermi e di arrivo era una possibilità scartata da sempre.
Sonia era giusta.
Anche quella gonnellina pieghettata a fiori, appena sopra al ginocchio, i capelli lisci e ordinati, la fronte ampia sullo sguardo mansueto. Anche le unghie corte e mai dipinte di colori accesi, come rossetto e trucco.
Gentile, mediamente colta, silenziosa.
Una donna perfetta da esibire senza dover tenere gli occhi troppo aperti.
E poi piaceva a sua madre e tanto bastava. Ne aveva fin sopra i capelli -pochi- di storie complicate che non lo facevano dormire, di donne passionali e poco lucide, di disquisizioni insopportabili sul senso della relazione.
Si sarebbero sposati entro l’anno.
Rassicurante e rassicurato, le passò una mano sulla coscia. Lei sorrise.
Sarebbe stato bello andare a Londra assieme ma assai più salutare qualche giorno di distacco.


L’aeroporto faceva sempre lo stesso effetto a Marina.
Le metteva addosso la tristezza di quando bambina lasciava la mano del padre rassegnata alle giornate di inquietudine e a quel prepararsi di sua madre al solito ritorno caotico e violento.
Si chiama coazione a ripetere, confermò a se stessa lanciando uno sguardo al tabellone delle partenze e all’orologio da uomo che teneva al polso destro.
Attraverso i tradimenti di Matteo provava a giustificare tutto il dolore che i suoi occhi bambini avevano guardato. Così le aveva detto l’analista.
Rassegnata alla condanna, lasciò la mano di Matteo e rimase a guardare una coppia pochi metri più in là.
Lei era leziosa in modo insopportabile. Anche il modo di guardare il suo uomo le sembrava fasullo. Una del genere “santa appesa alla parete” in cerca di un buon partito.
E ce n’erano. Eccome. Tra le sue amiche almeno una decina.
La falsità di quella ragazza si esprimeva nel cambio repentino di espressione di cui lui, però, non sembrava accorgersi.
Si conoscevano da poco. Lo capiva dalle braccia conserte dell’uomo e dal gesticolare dimostrativo di lei che faceva tintinnare braccialetti e collane.

«Ti penserò»
«Anch’io, tanto. Tieni il telefono vicino, nel caso avessi paura».
Franco si eccitava fisicamente a quella fragilità infantile. L’abbraccio forte durò più di qualche istante e così il bacio sulla bocca. Attese finché lei, e i suoi sonagli, e la gonna fiorita non scomparvero nel grigio aeroportuale.

«Matteo, cerca di non spegnere quel cazzo di coso».
Matteo si passò una mano sulla fronte ma evitò di dirle ciò che gli premeva: le solite bugie.
«Guarda che c’è anche Bonifazi. Evita di portarti le troiette alle cene ufficiali perché tempo tre minuti lo saprò anch’io».
Sospirò e strinse le labbra «Se proprio ti scappa, pagala» e si mise ben dritta sulle gambe, felice di quell’arrivederci crudelmente pragmatico.
Lui le passò il braccio sulle spalle, le sfiorò le labbra, e a passo svelto andò verso il Gate.

«Stronzo!»
«Dice a me?» si sorprese Franco in un misto di colpevolezza e risentimento.
«No, mi scusi... » Marina rise debolmente e scosse la testa. «Il caldo, la confusione, certe storie... sa... posso offrirle un caffè?».
«Non c’è bisogno... ma... beh, sì, ne prenderei uno volentieri».
Franco le cedette il passo e si avviarono alle scale mobili.

L’urgenza di piangere travolse Marina alla vista di quel petto ampio su cui appoggiare la testa. Franco pensò subito alle tracce di trucco che vi sarebbero rimaste impresse, ma ricordandosi del cambio che da sempre teneva in ufficio, incoraggiò la sconosciuta accarezzandole la testa riccia.
Camminarono un po’ senza direzione. Le lacrime di lei nei grandi occhi chiari si confondevano a parole e storie che sembravano non esaurirsi mai. Ma pazienza, pensava Franco, non aveva appuntamenti.
Dopo il caffè e ancora un lungo e quieto parlare, e lo scusarsi e il raccontarsi ancora, si diressero al parcheggio.

«Che ne dice di un fuori programma al mare».
Marina gli dedicò un sorriso spontaneo e infantile.
«Però dammi del tu» aggiunse salendo sull’auto di lui.

Si scambiarono pietanze, brindarono a tutto il meglio che da lì in poi avrebbero goduto e al deserto che li circondava. Il sole autunnale si avviava al tramonto.
Erano soli.
Il vecchio cameriere dalla “r” francese e i modi gentili faceva la settimana enigmistica tre tavoli più in là e il giovane, del tutto distante dalla realtà, si dava da fare con un gioco elettronico e guardava Maria De Filippi in tivvù.

Marina e Franco non parlavano più.
Adesso lei sapeva che la premonizione irrazionale era quell’incontro.
Lui conosceva bene l’urgenza che adesso aveva nei pantaloni.
Un rivolo di vino rosso solcò il suo mento ruvido di barba pomeridiana.
Marina si alzò, lentamente fece il giro del tavolo, si chinò e saziò la sua sete passandogli la lingua sul mento sino alle labbra forti.
Franco non pensò nemmeno un attimo a Sonia e al cellulare che squillava. Pagò il conto che già gli tremavano le gambe.
Uscirono dal ristorante tenendosi per mano.


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