giovedì 9 agosto 2012

Il Principe, il cavallo e il calice avvelenato.


Riflessione sulla realtà e l'immaginazione.



Speravo di sentirlo svanire nella foresta nera, e per sempre, il nitrire e il calciare festoso del suo cavallo bianco.
Invece sta sempre lì che continua a dirmi: ci sono, esisto, sei tu che non mi vedi, tu che non mi hai incontrato.
Parlo dell’idea del principe azzurro e del suo coraggio.
Della definitiva salvezza dai bucati, dal disordine, dalla spesa e i tre per due, dalla ricerca di un lavoro e di un domani meno incerto, dalla minima e vitale realizzazione di un’idea che coviamo sin da bambine.
Parlo di quello che mi fa dimenticare per un attimo la rata del mutuo e quella di Equitalia, della lavatrice e del condominio, le bollette e il dentista, e soprattutto di lui, il marito, fidanzato o amico che ogni volta, a tavola, al cinema o a letto, si aggrappa alle mie poche certezze per strapparmele di dosso.
No, non ce la farò mai.
Soprattutto non sono una donna forte, e se anche lo fossi, non vorrei mai che per questo m’infilassero tra le gambe certi attributi maschili antiestetici e notevolmente pelosi, come unico segno distintivo di coraggio e valore.
Non so se sia mai esistito un tipo di uomo come quello che alla fine del film sale di corsa le scale anti incendio con in mano un mazzo di fiori, un grande sorriso sulle labbra e una vita miliardaria piena d’amore. Almeno io e le mie amiche non l’abbiamo mai incontrato. E mai abbiamo raccattato per strada o in un ristorante chic, quello che compra la casa editrice dove lavoro e solo per proteggermi e occuparsi di me, nonostante io voglia, o finga con tutta me stessa, di voler conquistare la mia sacrosanta autonomia e farmi un gran culo per fare carriera.

So benissimo che questo post farà sbottare anche i miei lettori -e lettrici- più gentili e dal giudizio pacato, ma sono abituata all’insulto e preferisco evitare di nascondermi dietro un dito e risolvere un problema che mi affligge sin dalla nascita.
È che nonostante la storia, la mia e quella di intere generazioni, abbia affermato il contrario, continuo a essere perseguitata da un’idea di un uomo che non c’è.
E non lo faccio apposta.
Perché ancora oggi, nel 2012, l’editoria (e scusate se giro il coltello nella piaga), il cinema, e i giornali si ostinano a propormi, come un piatto di peperoni che va su e giù e proprio non posso digerire, l’idea di questo benedetto maschio forte, onesto, sincero, fedele e soprattutto, maledettamente ricco.
E se in tante vogliono ancora concedersi un sogno, e i numeri delle vendite di certi best seller lo dimostrano, io vorrei invece delle storie oneste.
Perché è terribile il contrasto tra la realtà, la mia e di tantissime care amiche, e quella di certe storie.

È inutile che le femministe più agguerrite tuonino –per il nostro bene- di abbandonare certe idee. Per quanto ci si provi e per quanto la realtà confermi ogni giorno che il nostro destino sarà quello di farci carico del doppio delle responsabilità, lavoro, famiglia ed equilibrio psico fisico del maschio in perenne crisi d’identità, o di mezza età, lo scalpitare degli zoccoli del suo cavallo non si allontanerà mai.
Oggi i Principi sono diversi da quelli in tutina azzurra delle fiabe. Li hanno costruiti meno belli di Richard Gere, non sono ufficiali che si fanno carico delle proprie responsabilità, sono magari più anziani, hanno il “culo moscio” e sono più che liftati, ma rappresentano comunque un’idea di generosità e romanticismo che fa sì che ci si ritrovi, senza aver fatto nulla di più di quanto già facciamo, ad avere un vitalizio e le prime pagine dei giornali.
Sono magari intellettuali, direttori di famose testate giornalistiche o parlamentari, che potrebbero cambiare la nostra esistenza con un solo clic e la telefonata giusta.

Questo succede perché non siamo mai riuscite a ottenere pieni poteri, perché siamo ancora smembrate tra un’indole maledettamente servile (i numeri sul sadomaso lo confermano) e un sacrosanto desiderio di comando. Tra una falsa generosità verso le nostre simili e un’invidia che ci si mangia se solo sono più belle o creative o più sagaci di noi.
Perché non ho mai visto su FB uomini che si auto ritraggono ogni giorno e in mille atteggiamenti ammiccanti, pochissimi quelli che aspettano la nave di Ulisse per cantare ammalianti il proprio desiderio disatteso, la delusione di un sogno perennemente infranto, la stanchezza di dover preparare menù diversi ogni giorno e di inviare curriculum che non trovano risposta.
Ho la sensazione nettissima, a giudicare da ciò che vedo, che siamo ancora tutte lì con la canna da pesca e la rete in mano a lanciare esche in cerca del pesce più grosso (scusate la metafora).
È come se si trattasse di un dna immutabile, di un atteggiamento animalesco, di un comportamento spontaneo che disattende tutti i nostri migliori propositi, e che in un attimo distrugge le mille parole dette e scritte sulla nostra beneamata autonomia e sul nostro indiscutibile valore, e che mai e poi mai ammetteremo di avere anche tra le gambe e di usarlo al meglio e in ogni occasione possibile. Come la realtà, di fatto, conferma.


Ammettiamo pure che non ci siamo spostate un attimo da lì, che corriamo contro il tempo e le prime rughe, che siamo incazzate nere e che vorremmo qualcosa di più.
Per farne uno buono ce ne vogliono tre; Il mio uomo si chiama Ansiolin; Pensavo mi risolvesse la vita e invece mi sono trovata a lavorare il doppio; Quando ti sembra il migliore nasconde sempre una sorpresa, eccetera eccetera.
Ma allora chi è il responsabile di questo sfacelo.
Noi che paghiamo un Gigolò mille e passa euro e che nemmeno abbiamo il coraggio di ordinargli di farsi trovare in bagno e con i calzoni alle caviglie o loro, che fanno finta di poterci regalare il mondo intero e che poi nascondono le proprie debolezze –tante, naturali e giuste per carità- nel cesto dei panni sporchi?
Si finge.
Continuiamo a recitare sempre la stessa fiaba.
Scendiamo in Piazza a gridare “se non ora quando” ma poi, se anche la matematica non è un’opinione, corriamo in libreria per versar lacrime su una storiella tra le più prevedibili e romantiche.
Dirigiamo giornali, aziende, siamo in politica e pubblichiamo romanzi ma quasi sempre grazie a qualcuno, un uomo, quello che il potere ce l’ha. Che sia il padre, il fratello, il marito o l’amante non importa, è importante ammettere che non ci siamo mai spostate da lì.
Sarebbe quindi onesto e di gran lunga più costruttivo respirare a fondo, allargare le braccia, riprendere i nostri pesantissimi pacchi della spesa e dirci che siamo incazzate più che un po’ per averci creduto, e per esserci lasciate convincere che l’intelligenza seduce più di un push up.


7 commenti:

  1. molto bello.Per me l'uomo è sempre quello che ti protegge,non mi vergogno a dirlo.

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  2. sono felice. perché talvolta mi sento la sola anima fragile in cerca di un principe e l'unica sempre delusa. Grazie Laura.

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  3. Condivido questo post, fino ad un certo punto. E' vero che moltissime donne vorrebbero il principe azzurro, ma è anche vero che molte donne lo trovano. La divaricazione tra realtà e immaginazione non è poi così drammatica. Ho conossciuto, e mi è capitato di vedere in altre coppie, ménage nei quali c'era amore, rispetto e fiducia, anche passione, devozione, certo periodi di stanchezza e litigi, ma nel fondo un sentimento forte e invidiabile. Non so se per queste donne, coinvolte in questi ménage, il compagno sia un principe azzurro. So però che sono contente, che non avrebbero desiderato altro, e se a volte si lagnano è perché è normale lagnarsi. Queste donne - e parlo anche di me, in alcune fasi della vita - erano single, e quando erano single si imbattevano anche in maschi mediocri, che poi non erano mediocri di per sé, semplicemente non erano innamorati né onesti, ed è durissima pretendere amore e onestà da chi non vuole darteli. Quindi si tratta di incontri, di fortuna, di lasciare che le cose accadano. I romanzi rosa e le favole cinematografiche sono sicuramente consolatori ed edulcorano la realtà, e sbagliano su un punto solo: il principe azzurro non è tale immediatamente, ma dopo un lungo percorso. Un percorso che dobbiamo fare anche noi. Perché a volte pretendiamo che il percorso lo debbano sempre fare gli altri, mentre rimaniamo fermi a verificare come stanno le cose. Non è proprio così. Che dici?

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  4. Sottoscrivo tutto. Ma abbiamo un'attenuante: il fisiologico e atavico istinto di procurarci un uomo che garantisca benessere e sicurezza ai figli. Siamo animali, non dimentichiamolo. Se teniamo a mente che siamo animali non possiamo che avere vantaggi: consapevolezza, zero ipocrisia, niente illusioni, niente sovrastrutture.. Nel regno animale si fa perché è utile; e quello che si fa non etichetta, si esaurisce nel gesto e non significa nient'altro. E così una femmina può competere per il maschio più forte, ma poi va anche a caccia di cibo, vive sola se non ha cuccioli, se non è legata da profondo affetto lo picchia pure il maschio, e lo scaccia, finché il calore non la renderà di nuovo docile e seducente.
    Da che mondo è mondo, è la femmina che detiene il potere. Solo le donne umane sono riuscite a consegnarlo ai maschi e ad allevare uomini che non hanno nessuna intenzione di condividerlo.

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  5. come ho scritto cerco di chiarirmi un dubbio. Non sono io che ho mai domandato che il mio uomo si trasformasse in un Principe, anzi, come dici giustamente tu, Laura, Principe lo diventa con il tempo. Ciò che mi spaventa però è ciò che in molte credono o vogliono credere di volere da un uomo. e direi, Diletta, che mi sono stancata di stare "dietro" a un grande uomo.

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  6. Splendido pezzo. Sarebbe molto più gratificante e sfidante anche per noi uomini confrontarci con donne che credono più nell'intelligenza che nei push-up. Ancora nella maggior parte dei casi non è così, ma sono ottimista, la strada è tracciata, ci vorranno decenni forse ancora secoli, ma ci si arriverà.

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  7. Per me Lisa, mia moglie, è sempre stata la "condicio sine qua non" delle scelte di vita e ne abbiamo fatte di coraggiose. Ultima ma non ultima, quella che ci ha visto vivere in Cina per quasi 3 lustri e li far nascere e crescere i nostri cuccioli.
    Lei il prodotto di una famiglia agiata, giornalista, figlia unica e cresciuta a pane burro marmellata e baci. Io orfano, figlio della strada che pero' d'un tratto, un giorno, ha capito che al "gabbio", luogo che presto o tardi mi avrebbe accolto, non ci volevo finire. Volevo solo essere migliore, ero stanco, non riesco a spiegarmi molto bene (non sono nemmeno italiano)ma vedevo la fine.
    Non solo non è finito nulla ma è cominciata la nostra vita ed è stata Lisa il drive delle nostre scelte, giuste o sbagliate che fossero, e lo sponsor numero 1 della mia volontà di cambiamento.
    Adesso io sono lontano e ci vediamo poco purtroppo ma quando siamo insieme (tutti e 5) è festa, festa totale. rendo l'idea?
    Senza la mia donna io non voglio decidere.

    Scrivi delle cose fantastiche Elena, un po' alla volta leggero' tutto di te perchè proprio mi piace!

    Thomas


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