sabato 31 marzo 2012

Diario di LOLA, tredicesimo giorno, vetri



Foto di: Brooke Shaden


Non so nemmeno perché rimango seduta qui a scriverti anziché saltare per tutta casa e ridere. Perché mai metto in fila parole invece di alzare il volume della musica e ballare, fare capriole, infilarmi in un bagno caldo e canticchiare qualcosa -e solo perché il tempo passi in fretta e arrivi domani-.
Vince mi ha detto che torneremo in villa, a Santa Marinella. Ecco perché sono felice.
Dice che lì mi verranno in mente altre cose, particolari importanti che mi aiuteranno a uscire da questo stato di perenne grigiore e dall’ingiusta asincronia che mi separa dal mondo, e da Max. Dice che è importante che io riveda episodi e rapporti in sospeso, che metta fine a diatribe antiche e antichi livori.
Perché il problema sta tutto lì, dice Vince, in qualcosa che non riesco a ricordare.
Ecco, sì, oggi sono vorace.
Sapere che da questa malattia si può guarire mi ha ridato gioia e fame, come quando, dodicenne, mangiai ventitré cannoli siciliani.
Nemmeno a scuola vollero credermi quando tornai, pallida da far paura e completamente impreparata su verbi e storia, dopo una settimana di crisi acetonimiche.
Anche quella volta si trattò di una guarigione. Una guarigione che attraversava il dolore, una linea sottile superata, quella della ragione, che in certi momenti non si riesce più a vedere.
Era un venerdì sera quando Olimpia –sì, l’ho sempre chiamata per nome-, andò via all’improvviso.
Le sue fughe, quelle che preludevano alla lunga assenza e al ritorno amaro, avvenivano in silenzio, di solito a metà mattinata, quando mio padre era al lavoro, io a scuola e Maria a fare la spesa. Figlia della media borghesia del sud, non si sarebbe mai sognata di dare spettacolo sbattendo la porta all’ora di cena, con il rischio che il ritmo dei suoi tacchi e la preghiera di mio padre si propagassero per le scale, e il giorno dopo per tutto il quartiere. E poi quel venerdì tornava dopo un mese di assenza, e il copione, sempre quello da anni , non poteva cambiare.
Olimpia era maestra nel dosare gioia e dolore. Andava via finché il suo profumo non spariva del tutto per materializzarsi nel sole pomeridiano quando eravamo di nuovo in forze, certa così che non ci saremmo mai scordati di lei.
In quelle settimane, quelle della pace fatta e del pentimento, era così “in parte, che io e papà, ci lasciavamo andare alle sue carezze e certi dell’imminente abbandono.
Era una storia che si ripeteva da anni in cui lei spariva durante il secondo atto per tornare, pallida come un’eroina ottocentesca, per il monologo finale da applauso a scena aperta.
Ma quel venerdì d’inizio autunno, Olimpia mancò la battuta e prese a interpretare la pièce un po’ a modo suo.
Istruita da mio padre alla sorveglianza del portone secondario, stavo di vedetta su in terrazza. Guardavo le nuvole abbassarsi e ingiallire l’aria pesante e calcolavo i passi che ancora mi separavano da lei. Sapevo, lo sentivo, che da un momento all’altro l’avrei vista scendere da un taxi o da un’auto –sempre diversa e sempre di lusso- o sbucare dal vicolo di fronte, o da quello laterale.
Riconoscevo a distanza il suo incedere rapido e sicuro, potevo anche vederle le caviglie nervose e bianchissime che lo ritmavano, sempre velate da calze sottili o da un filo di abbronzatura.
È da lei che ho imparato a imprimere la giusta forza nel passo e a spegnere sigarette torturandole con il tacco sino a renderle poltiglia, come se al posto di quel tubicino di carta lì ci fosse la mano di qualcuno.
Quando la vidi, lanciai un fischio lungo a papà che si chiuse in studio, e poi mi lanciai giù per le scale, ripromettendomi di tenerle il muso almeno per un’ora.
Da quel momento in poi sarebbe stato un continuum di felicità e di pianti a dirotto in cui lei ripeteva - senza crederci neanche un istante -che sì, era una stupida perché tutto ciò che contava stava lì proprio davanti ai suoi occhi, che la felicità era lì a portata di mano e tutte quelle cose che servivano come incipit alla nuova finzione.
Ma tutti e tre ci volevamo credere.
Ci credeva anche Maria che pur di non arrossire dalla vergogna e salvarsi il posto, aveva abdicato alla sua morale contadina e cattolica. Era così, lo sapevamo tutti e quattro come sarebbero andate le cose.
Fuga, ritorno e nuova fuga, così da anni e così per sempre.
Il primo mea culpa in scaletta si consumava nel rito dei regali.
Per la più ostile, io, riservava sempre i pacchi più grandi. Preziose e rare o ipertecnologiche, quelle bambole erano così profumate di nuovo che già nello scatolo, protette dal cellophane e legate come martiri alla scatola da mille fili di ferro, mi rendevano felice e iperattiva.
A Papà, il cornuto, spettavano rari pezzi da collezione: bilancini di precisione, barattoli di vetro smerigliato di vecchie farmacie galeniche, contenitori di latta. E anche a Maria, che stava lì sulla porta ogni volta con la stessa espressione stupita, spettava un regalo.
Festa, diventava subito festa quando Olimpia tornava a casa.
Sembrava un circo con Maria che saltava sullo sgabello a prendere in ghiacciaia il manzo e papà che andava su e giù dalla cucina in cantina, e canticchiava parlando tra sé e ridendo come un cretino. Anch’io ridevo a vederlo girare per casa senza direzione, come un ubriaco, come se quella presenza gli avesse già dato alla testa, o la luce si fosse riaccesa di colpo dopo un lungo buio, come la nostra vita.
In quelle occasioni papà organizzava feste, gite fuori porta, viaggi. Come due anni prima, quando cullati da un vagon lit, in una notte di mezza estate, arrivammo a Parigi. Di lei e di quella volta lì ricordo mani danzanti tra il pulviscolo secolare del palazzo reale, di lui parole mormorate tra denti bianchissimi, storie di Re, Regine e pietre preziose. Olimpia in una nuvola di seta verde smeraldo si muove danzando, i capelli lunghi e neri raccolti in un fermaglio di tartaruga e minuscole perline. Papà in un maglione rosso rubino cerca nella luce triste del tramonto, tra gli specchi delle stanze di Re Sole, di afferrarle la mano. Io, e l’emozione in gola, speravo in un non ritorno a casa e una non fine dell’avventura.
E quel venerdì sera, la casa era finalmente rumorosa e viva come un luna Park, e le avrei potuto dire, finalmente, di quelle protuberanze dolorose che mi crescevano sul petto e non mi davano pace, e della pelle, che tirava come si volesse staccare dal corpo, come per liberare un’altra Lola, che chissà da quanto aspettava lì dentro in silenzio.
E anche se sarebbe stato difficile attirare la sua attenzione, ripassavo lo storyboard di sempre, lasciando scivolare le dita tra i ricami floreali del divano.
Senza accorgersi di me che la guardavo, seduta sullo sgabello del pianoforte e oscillavo tra la voglia d’intervenire con qualche accordo e il desiderio che mi credesse altrove, Olimpia avrebbe passato in rassegna le orchidee per nebulizzarle cantando qualcosa.
Poi si sarebbe immersa nella vasca bollente, nel grande bagno della torretta, e riflessa in minuscoli specchi, e illuminata da ogni lato, avrebbe affermato il suo “io” superdotato. Lì in fondo, opacizzata dal vapore acqueo, io sarei rimasta muta, incerta se lasciare che mi credesse altrove o offrirmi umilmente di lavarle la schiena.
Poi la sua voce da contralto ci avrebbe chiamati a rapporto per sapere di papà e gli affari, di Maria e le faccende di casa, di me e la scuola. Vederla lì in cucina, struccata e in vestaglia, era un “tutti insieme appassionatamente” da lacrime agli occhi.
Poi ci avrebbe dispensato la medicina più dolce: lei al centro del salone che volteggiava ridendo sull’ultima hit in voga, noi, che ci lasciavo contagiare dalla sua allegria un po’ sopra le righe, comunque felici, comunque già grati.
Solo dopo il brindisi e la tensione si sarebbe dispersa in un abbraccio potente, e io, ferita dagli intarsi della sedia che si conficcavano nella carne, mi sarei liquefatta al suo tocco e al piacere doloroso, che la sua presenza mi lasciava addosso. Lasciando la sua guancia contro la mia, Olimpia, avrebbero scandito, in breve e con un filo di voce, il destino che aveva deciso per me durante quell’assenza.
E poi la guardavo trasformarsi ancora quando, avvicinandosi a lui che emozionato non sapeva che fare se non torcere il tovagliolo tra le mani, lo teneva al guinzaglio con lo sguardo, in un “fermo lì” da fargli tremare i baffi.
Ma quello non era un ritorno normale e quel venerdì tutto si stava svolgendo in un modo inconsueto.
Olimpia non aveva disfatto le valige né era salita in camera. Mi aveva baciata distrattamente e non aveva lanciato solo uno sguardo alle orchidee. Maria, chiusa la ghiacciaia, era saltata in fretta giù dallo sgabello per segnare, con la sua goffa scrittura da semianalfabeta, tutte le commissioni che lei le urlava.
Nessun regalo né abbracci, niente bagno caldo e ballo al centro della sala. Chiamò mio padre e si chiuse con lui in studio. Io, rimasi lì dietro la porta un bel po’a far finta di torturarmi capelli e unghie e intrecciare passamanerie.
Vidi lui masticare affannati “non andare via” e lei che raccattava roba a passo svelto. Vidi lei spalancare la porta e lasciarsi inghiottire dal buio. Rimase l’eco del suo passo per le scale e un deciso “no” che mi martellava le tempie. E ancora nel vicolo, e sullo stradone, e sulla banchina deserta della stazione, lei disse no.
Poi, come se solo una corsa sfrenata potesse interrompere quel silenzio pieno di stupore, mi lanciai contro la finestra. Sentii l’urlo di Maria e il passo di mio padre, il confortante calore del sangue e un filo di odio che dalla ferita entrava nel petto.
Quando riaprii gli occhi vidi zio Bruno su di me, il suo sguardo che cercava parole severe e i lembi della mia carne da ricucire.
Mio padre, sulla porta, impaziente, era diventato virile, come se il mio gesto estremo gli avesse restituito la responsabilità del suo ruolo. Maria, in corridoio, illuminata da un cono di luce, si teneva ancora le mani sopra la bocca, come se un urlo silenzioso continuasse a domandare di essere ascoltato.
Eppure, quel dolore aveva sopito l’altro, per sempre. E quelle cicatrici sarebbero stati il promemoria della mia adolescenza.
Anche papà quella sera mise da parte il lamento e mandò Maria a prendere qualcosa in pasticceria.
Morire mangiando cannoli, però, non mi fu possibile.







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