domenica 18 marzo 2012

Diario di LOLA, dodicesimo giorno, automobili e nastri


Foto di: Eugene Recuenco

Lalama è passato a prendermi di buon’ora stamattina.
Non ho detto nulla a Max, che d’altra parte non sembra neppure accorgersi della mia esistenza. Non mi lascia neanche fare le commissioni che da sempre sono un mio compito, quelle meno impegnative e di minore responsabilità, come pagare bollette o ritirare camicie in lavanderia. 
Non decido nemmeno quale sarà il menù, e da alcuni giorni è mia suocera che porta la spesa a casa e mi passa davanti dimenticandosi persino di darmi il buongiorno.
Sembra che ormai sia Milena la regina della casa.
Una tortura psicologica? Che cosa sarà mai questa punizione, questo embargo sentimentale cui da alcune settimane, tutti qui, mi sottopongono.
Mi hai chiesto di dirti tutto, di raccontarti ogni cosa, ma come vedi c’è poco da dire e sapere, e al di là di questa improvvisa indifferenza collettiva, e dei loro sguardi algidi, ci sono io, che scavo tra i rottami del passato, e scarto l’inutile per riesaminare ciò che credevo rimosso.
Però, la storia di queste ultime ore devi saperla, anche se preferirei metterle su tela queste lunghe ore passate assieme a Vince per dipingerle di azzurro e oro, e bianco.
Alle nove lui era sotto casa. Alle otto e cinquantacinque io ero già per le scale: anche l’ascensore non risponde quando lo chiamo.
Il cielo era grigio come se sugli occhi portassi vetro brunito con cui guardare le eclissi di sole, un grigio minaccioso che faceva brillare il rosso delle case e il giallo, e il travertino di scale e davanzali.
Vince mi aspettava appoggiato a una BMW vecchio modello un po’ scalcinata, dal muso un tempo aggressivo ma ora innocuo come quello di uno squalo imbalsamato e appeso alla parete.
Subito mi sono passati per la testa tallonamenti e fughe improvvise, sparatorie e agguati con Vince sempre in prima linea, eroico e forte come il protagonista di un action movie di serie C. La canna della pistola fumante e un “ci penso io”  deciso e sempre in primo piano.
Portava calze viola stavolta. Vince ha uno strano gusto nello scegliere i calzini. O forse è stata la moglie, ho pensato, e già che c’ero gli ho affibbiato come consorte una massaia dai lombi pesanti e ormai priva di qualsiasi attrattiva.
Olimpia mi raccomandava di lasciarli aspettare sempre un po’ i maschi, e così l’ho guardato farsi impaziente nascosta dalla guardiola, emozionata e livida. Erano giorni che il pensiero di Vince mi tendeva subdoli agguati, e sentirlo era come sintonizzarmi sulla frequenza giusta per ascoltare buona musica.
Tratteneva il fumo della sigaretta giusto il tempo di passarsi rapidamente la mano tra i capelli un paio di volte.
Nella mia vita fatta di silenzi, oltre a leggere il labiale, ho imparato a guardare il rovescio delle cose prima che il dritto. La forma che diamo al movimento, l’atteggiamento che assumiamo e il nostro corpo, sono carte stradali su cui è tracciata una vita intera.
Le mie mani, per esempio, sono nervose ma perfette. Al di là del palmo un po’ troppo largo, che personalmente trovo in disarmonia col resto, sono mani perfette, come quelle di un manichino o di una bambola, o di una morta che hanno appena vestito per accomodare nella bara di lusso. Queste, la sola parte di me che posso osservare da ogni punto di vista e di continuo, sono mani che hanno sempre pensato di afferrare qualcosa senza però farlo mai.
Quelle di Max, carezzano soldi e stringono altre mani o si sfregano tra loro di continuo, e sono lisce, profumate di sapone, quasi mai inerti, sono mani che seguono i picchi dei guadagni in borsa.
Quelle di Olimpia, disegnavano crome e semiminime come per riempire l’aria di canzonette dalla melodia prevedibile e il significato banale. Ora, sono magre e nodose, piene di livore verso la vita, che passandole addosso l’ha stropicciata.
Le mani di Vince rispondono agli ordini. Si animano per fare qualcosa e poi rimangono inerti, esattamente dove lui le ha lasciate.
A guardarlo dalla cima delle scale sembrava un personaggio di altri tempi, del tutto fuori sinc rispetto al resto del mondo, come me, che da qualche settimana mi muovo in un rallenty senza fine.
Tutto ciò che mi vive accanto, mi sfiora appena e vola via.
Anche i rumori sono ovattati, sento più forte il ronzio delle mie arterie che il traffico lì fuori e il brulichio della vita, che rapida gli si muove dentro e attorno.
Nemmeno il portinaio ha risposto al mio saluto.
Lo dirò a Max, quando si degnerà, almeno lui, di guardarmi negli occhi.
Uscita dal portone, Vince si era già sporto in avanti per stringermi la mano.
La vecchia BMW aveva lo stesso odore dell’auto di mio zio, uno dei tanti zii che si avvicendavano in casa nostra, quando bisognava essere amico del marito per farsi la moglie, e i copri sedili di paglia erano identici a quelli che papà metteva su in primavera, quando i lunghi viaggi lo tenevano alla guida sotto il sole.
È roba che credevo non esistesse nemmeno più, così abituata ai cambi d’auto di Max, che crede fermamente che il prolungamento del proprio organo riproduttivo avvenga attraverso l’acquisto semestrale di auto di lusso, e che io, invece, distinguo sì e no dal colore.
Mi domando se Vince sia un amante del vintage o semplicemente uno povero in canna. In entrambi i casi, e al momento, la cosa non mi riguarda. 
Mi sono allacciata la cintura di sicurezza e lui ha girato la chiave, poi mi ha sorriso.
Mi ha fatto uno strano effetto stare lì con lui e a quell’ora del mattino, come quando facevo sega a scuola e magari andavo al mare con lo zio di turno, che poi mi regalava un po’ di soldi domandandomi di stare zitta. Anche l’aria era la stessa di quelle mattine madide di brina e di senso di colpa –tanto nessuno mi avrebbe creduta-, l’aria frizzante che appena varcata la soglia del cancello della scuola, e nonostante quello strano dolore, mi faceva sentire libera.
Vince ha cominciato a dirmi di sé, e con l’inflessione morbida del sud mi ha raccontato che fa l’investigatore da una vita e che per questo ha lasciato sua moglie, che non ha figli e che non gli è mai dispiaciuto troppo, che non esagera con gli alcolici e ama i frutti di mare.
Vuole portarmi a mangiare zuppa di pesce, una di queste sere, ha detto, quando sarà caldo.
Nella vecchia autoradio ha infilato una cassetta, una compilation di musica italiana.  Le cassette le tiene, in ordine alfabetico, in una di quelle custodie di plastica colorata dove dentro ci finiva qualunque cosa tranne quella cassetta, l’unica che volevo ascoltare. E dentro, Vince ci tiene anche una matita, per riavvolgere nella bobina il nastro impazzito.
B, come Bazar, e in un clank clank è partita la canzone e il primo bacio dato a quel tizio di seconda effe del commerciale, quello di fronte alla scuola media, la mia, dove dal secondo banco e dal secondo piano, cercavo d’individuare, vagando con lo sguardo fuori dalla finestra, la sua testa, appoggiata pigramente da qualche parte, l’unica bionda e riccia.
C, come Cocciante, e Serena, e le lunghe chiacchierate sulle scale della palestra vuota che rimbombava di risate e pianti, i suoi. Serena, che alla fine del ginnasio pesava niente per quanta fame e rabbia aveva messo assieme.
D, come Dalla, mentre un lui di cui non ricordavo il nome, sul sedile posteriore di una Dianne verde pistacchio, m’infilava grosse dita nelle mutande.
F, come Fossati, che mettevo in attesa che arrivasse anche di un solo bacio sottinteso dal Professore di chimica dal colletto stropicciato, le dita gialle di nicotina e l’espressione da maschio adulto inappagato, e di cui era necessario m’innamorassi per non perdere i sensi dalla noia durante le lezioni.
G, come Guccini e il primo “cazzo in culo” autorizzato cantato a squarciagola attorno al fuoco tra salsiccia e vino rosso a fiumi, e la duna lì in fondo, e i suoi jeans durissimi che sbattevano contro il mio pube finché era necessario dire basta e farlo entrare -anche se non voglio, anche se non è ancora il momento: purché si faccia e basta.
L, come Lolli e la borsa con su scritte frasi ideologiche, e i quaderni e le frasi di Marx che in pochi avevamo letto e di cui tutti si riempivano la bocca. E le assemblee plenarie, il momento migliore per pomiciare in pace, ma mai con il più figo, perché il leader è sempre sul palco, ma magari con il suo secondo, quello meno bello, meno genio ma con una buona lingua.
M, come Mina, e Olimpia che ballava raccontandomi di sé e delle sue storie d’amore e io che stavo lì a guardarla, immobile, indecisa se dirle che mi faceva schifo oppure che l’amavo da morire, e io lì, seduta sullo sgabello del solito pianoforte con un giro di do tra le mani, che tanto andava sempre bene.
O, come Oxa e il trucco azzurro forte sugli occhi, i mezzi guanti neri di pelle rubati al mercatino e l’aria da ragazza ribelle, così ribelle che al sud i maschi ci diventavano matti per i miei occhi e i miei sedici anni, e avevano paura, e mi stavano alla larga, anche se ogni notte ancora mi vogliono.
P, come Paoli, e le onde del mare sui sassi, e il sale e la sabbia, e la calma apparente e papà, che per fare il romantico le regala una conchiglia e lei, che per fare la stronza la lascia lì in spiaggia.
T, come Tenco e i primissimi assaggi di una cosa che non prevedevo mi avrebbe tenuta in ostaggio per sempre: l’amore di cui ancora non afferro il senso e che mi porta sempre meno felicità e più dolore. T, come Tenco e sapere che anche un uomo così bello può morire, mentre il sole pallido mi guardava dalla finestra e il giradischi bianco s’incantava sempre sul più bello: ho capito che ti a... che ti a... che ti amo.
Attorno a noi le auto si affannavano in cerca di vie d’uscita e strade vuote, mentre io e Vince andavamo a passo d’uomo verso il sole e l’autostrada.
Mi sentivo in colpa, ma solo a momenti.
L’avevo guardato a lungo mentre ancora in pigiama e chino sul piano di noce della grande scrivania, sottolineava qualcosa sul libro, lasciando tutto il resto fuori, persino il cellulare, che vibrando furiosamente era finito in terra, e che accolto morbidamente dal tappeto aveva continuato a rantolare. Le sopracciglia un po’ aggrottate di Max si erano distese solo per un attimo, dopo aver dato una rapida occhiata verso la mia foto e i lilium.
Poi è ritornato su di sé e io sono uscita senza dirgli niente, nemmeno ciao.
Ero già oltre la soglia quando mi è arrivato alle spalle, si è voltato verso il corridoio, sorpreso, poi ha dato un’occhiata sul pianerottolo e di nuovo ha fatto qualche passo verso la stanza da letto, meravigliato, per ritornare verso di me, e chiudermi infine la porta in faccia.
Se la storia deve andare così perché stare a dargli spiegazioni?, perché dirgli che sto per mettermi nelle mani di qualcun altro, ai suoi piedi, in ginocchio.
Questo ha intenzione di fare la donna dopo un’ora buona di toilette, dopo che per tutta la notte non ha fatto che pensare a quale abito indossare, e ha deciso per lo stesso, quello del peccato originale, delle mutandine infilate in bocca e della corsa sotto la pioggia: quello del peccato, quello giallo ocra di cui sembra non riesca a fare a meno e che mi sta incollato addosso.
Le sue mani parlano chiaro.
Vince è un uomo che non ha nessun bisogno di alzarle, le mani. Né in segno di resa né di vittoria, né per dare un comando né per eseguirlo.
Sapevo già, varcando la soglia di casa, che su di lui avrei sperimentato entrambe le mie nature, quelle ereditate dal soccombente, mio padre, e dalla dominante, Olimpia. E lì, in auto, le sue mani si muovevano con tatto, come le parole, poche ed essenziali, e la voce, morbida e maschile.
Lì, con attorno il traffico cittadino e le imprecazioni, i manifesti volgari e le facce impaurite e stanche, le mie mani riposavano, come inanimate calle bianche, sul mio grembo magro e sterile.
Lì, in quel lento scorrere del tempo, ancora non immaginavo quali segreti, di lì a poco,  Vince mi avrebbe svelato. 

2 commenti:

  1. Molto bello. Molto ben scritto. Molto armonico. Molto brava.
    Gale8fu

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  2. Molto contenta di questo tuo commento, molte grazie.

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