giovedì 8 maggio 2014

La retorica del buonismo a tutti i costi

«Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere... è la sopravvivenza che le rende tali... perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro».
Questo è uno dei brani più citati de “Il danno” di Josephine Hart.  Il danno della protagonista è la perdita, avvenuta durante l’adolescenza, del fratello che lei amava e a sua volta la amava, morto suicida proprio per amor suo, per paura che il rapporto che li legava potesse danneggiarla. Ma non basta. Perché Anna, la protagonista, porterà al paradosso e quindi al suicidio anche il fidanzato e suo padre.
Anna ha subito un danno e vive di una passione sfrenata che la porta a condizionare in negativo la vita di tutti quelli che la circondano.
Per sofferenza e danno non posso quindi prendere in considerazione la storiella andata male con il fidanzato del liceo. Quella ha un altro nome.
E credo che, iniziando a chiamare le cose con il nome più giusto, potremmo già cominciare a intenderci.

Sui social leggo spesso che chi ha sofferto è di norma una persona solare, generosa, ridanciana.
Io dico che questa è una versione dei fatti, ed è sicuramente una versione della realtà inutilmente edulcorata. Perché nella vita e sui social oggi vince la retorica del buonismo a tutti i costi, quella che premia i sorrisi anziché i cazzotti che, a mio avviso, oggi, sarebbero più indicati.
Perché in questa italietta dall’apparire, quanto e più di ieri, conta solo l’immagine, che sia del “vincente” o del “buono” fa lo stesso ma purché non sia quella del frustrato, dell’alcolista e del drogato.
Come se la frustrazione in una società dove per vincere devi conoscere qualcuno non fosse una condizione normale per la maggior parte di noi.

Affermare che chi ha sofferto sia a tutti i costi generoso e amabile è a mio avviso un paradosso da romanzo rosa.
Le considerazioni filosofiche, oggi come ieri, vanno fatte non sulla base di ciò che si pensa ma su ciò che si vede. Soltanto quello che è riscontrabile in natura, risponde a verità. Anche perché gli umani il più delle volte sono bugiardi.
Se mi brucio col fuoco, potrei arrivare ad avere paura della luce stessa.
Se una volta sono stato per annegare proverò ansia anche davanti a una pozzanghera.
Troppo cibo ingrassa. Troppo amore ammorbidisce. La sofferenza indurisce.

Al contrario di tanti altri, io ho sempre riconosciuto chi ha sofferto perché il più stronzo della compagnia.
Per stronzo intendo una persona che abbia costruito attorno a sé una corazza di modi tali da tenere a distanza chiunque. Una persona brusca è tutto fuorché affabile. Il che non significa che non sia la più generosa e fragile. Ma sicuramente non è quello riconoscibile dal sorriso.

Le biografie dei grandi attori, ma anche ciò che truccatori e attrezzisti mi hanno raccontato in tanti anni di teatro, sono ricche di episodi di vera crudeltà perpetrati da artisti di grande talento e fama, quelli cui non era certo bastato avere la tessera di un partito per dimorare nell’olimpo di Cinecittà, a danno di colleghi o amici.
Difficilmente si sentono storie di bontà gratuita.
Di solidarietà, sì. Ma la solidarietà è tradizione ed è fatta in gruppo, essere solidali tra attori significa assicurarsi un futuro. Nessun attore lascerà mai un altro attore morire di fame. E se ad alcuni è successo, ed è successo, è stato perché non hanno chiesto aiuto o lo hanno chiesto a persone sbagliate.

È raro sentire di talent scout che hanno aiutato giovani senza chiedere nulla in cambio. I vecchi attori hanno sempre schiavizzato e spremuto come limoni gli attori giovani, è quasi un’usanza, fa parte della gavetta, e credo sia anche giusto così.
La Palma d’oro della crudeltà, e parlo soltanto di attori storici di casa nostra, pare l’abbiano avuta celebrità come Eduardo, Anna Magnani, Paolo Stoppa, Arnoldo Foà. E questa è storia, non sono invenzioni a effetto.

Eduardo stesso diceva che “chiunque ha un carattere ha un cattivo carattere” proprio per giustificare il suo essere naturalmente brusco, l’accoglienza che riservava ai nuovi arrivati, il modo di correggere gli errori dei tecnici luce.
Chi ha sofferto sarà sicuramente una persona che valuta il presente con grande serietà ma che usa i sentimenti con enorme parsimonia.
Forse sì, chi ha subito un danno sarà il più generoso tra gli uomini ma mi pare eccessivo pubblicizzarlo come un beota dall’espressione felice.
Chi ha sofferto veramente ha ancora la paura nello sguardo e paga un analista per riuscire ad attraversare la strada da solo.
Sono un po’ stanca della retorica del buonismo da social network e talk show. La frustrazione non è un male e la cattiveria neanche, quando abbiamo subito un danno vediamo la realtà per quella che è, impietosa e ostile.

In caso contrario non è la vita che abbiamo vissuto o non è un danno che abbiamo subito.

2 commenti:

  1. molto bello. siamo tutti coinvolti in una vita che ci rende volenti o no convolti nel dolore e nella sofferenza, ma anche la sofferenza ha stadi di gravità differenti, e di sopportazione differenti. Personalmente me la porto e ho imparato come dici tu a metter le mani avanti, per difendermi. Ma quanto è difficile difendersi dalla sofferenza.
    Brava Elena.

    RispondiElimina
  2. mi arrendo... condivido, semplicemente. Silvano.

    RispondiElimina