lunedì 3 febbraio 2014

Deriva #48 derivaditwitter: Scimmia da Social

... La strada è come la vita, fatta di doss...
Queste le ultime parole digitate da M. tre giorni fa, prima della distrazione fatale, esattamente in prossimità di una curva. Non avesse digitato nulla sarebbe successo lo stesso, magari mentre dava un’occhiata ai retweet e al numero di follouer, la sua mini dose oraria di gratificazione sociale giornaliera che, sommata a quella settimanale e mensile, era diventata ossessione.

Glielo dicevano tutti che aveva superato il segno, che era troppo, che così non poteva andare avanti, che nonostante le dieci regole imposte, non riusciva a stare lontano dal suo smartphone per più di tre minuti. Che anche fare sesso ornai gli costava fatica e che, comunque, controllarlo subito dopo il coito, era più urgente che accendersi una sigaretta.
Con quelle tra l’altro aveva smesso di fumare.
Perché M. odiava le dipendenze.
Anche quando andava al mare, le sue nuotate duravano il tempo di arrivare al primo scoglio anziché alla terza boa, come faceva un tempo. Averlo avuto subacqueo sarebbe stato meglio si diceva ogni volta: sono a pranzo con gli squali!, Guardate che meraviglia!, Questo è relax puro! Informazioni di cui il mondo intero non avrebbe potuto fare a meno, comunicazioni così vitali da accrescere a dismisura la propria autostima.
M. trascorreva gran parte del suo tempo libero in palestra, scegliendo con cura gli attrezzi meno affollati dove poter controllare i social senza l’ossessione di sguardi indiscreti, finalmente lontano da sua moglie che con i suoi “gioca con i bambini”, “dammi una mano”, “guardiamo un film” gli rendeva la vita un inferno. Anche al supermercato era libero di scorrere la TL facendo finta di controllare l’elenco della spesa.
Non fosse stato più possibile fotografare e postare la propria straordinaria vita da cittadino, avrebbe rinunciato anche al voto.
Perché tutto, sui social, diventa eccezionale.

Non andava più nemmeno al cinema, in fondo una passione adolescenziale, dove incontrava sempre qualche imbecille cui dava fastidio la luce del display, o dove comunque era costretto a portare la moglie e la sua intolleranza a quel passatempo così innocente.
Sono anni che non restiamo a parlare per più di dieci minuti senza che tu debba lanciare uno sguardo al numero di follouer!, gli rinfacciava. Che non sei in grado di seguire una trasmissione senza tuittare una battuta!, gli rammentava. Che non leggi un libro senza sottolineare le frasi da tuittare, che non parli con qualcuno senza chiedergli se sta su Feisbuc!, gli rimproverava.
Queste le accuse senza senso che si era sentito rivolgere, mentre agganciando gli sci domandava ansioso quanto fosse lungo il tempo di percorrenza della pista, o se lassù al rifugio ci fosse campo.
Maledizione.
Il suo account era la sua vita vera. Lì, dietro quel nickname benedetto, poteva finalmente essere un Guru.
Un Guru dello sport, pur avendone praticati solo due e male, della politica, pur non leggendo nemmeno un giornale, dell’omeopatia ma anche della medicina tradizionale.
Nessuna contraddizione. Si seguono i #TT e si tuittano sacrosante verità ben copiate.
“Che tanto la vita vera è fuori da qui” lo scriveva anche lui, magari dopo essersi trattenuto dal digitare per due intere giornate, perché anche non esserci fa parte del personaggio, se poi ci sei lo stesso, poco importa, basta che non si sappia.
Non fosse arrivato a ventimila follouer entro metà del 2014 li avrebbe comprati. Giurò bellicoso.
Ormai lo fanno tutti e i più ci cascano. Nessuno sarebbe andato a controllare. Aveva trovato già chi gliene avrebbe venduti di buoni, come da ragazzino con il fumo, nessuna testa di ovetto e qualche tuit ogni tanto.
Che peccato!
Non ha mai comprato follouer #scriveretesullamialapide
Non ho mai copiato un tuit #scriveretesullamialapide

In tutto quel far suoi gli aforismi di Flaiano, cambiando termini e ordine agli aggettivi (tanto il significato è lo stesso), M. si era perso il primo tuffo dal trampolino di suo figlio, la prima battuta di sua figlia alla recita, la prima parola della piccolina, la prima parolaccia del tredicenne, il primo schiaffo di sua moglie, il primo medio alzato del ragazzo in risposta alla madre.
Digitava il suo amore per i figli e dimenticava di passare a prenderli, o se ne ricordava dopo, al semaforo, mentre tuittava su di loro e la pace interiore che gli dava guardarli.
Una vita diversa, una vita da superuomo.
Secondo le stagioni e l’account, secondo il tempo e l’umore, secondo come tira il vento.
Destra e sinistra, abbasso i malfattori!
Destra e sinistra, proteggiamo le istituzioni!
Secondo il turnover dei fan.
E poi vallo a ripescare il tuit dove ho scritto il contrario!, ripeteva.
Se va di moda il Governo, ma chi se ne frega del Presidente del Consiglio!, si diceva.
Pensare con la propria testa è must!, digitava M, gugolando seduto in treno, in metro, in ufficio, in fila alla posta, all’ufficio delle entrate, in sala d’attesa dal medico.
La vita, le persone e il mondo intero erano nella sua mano, nella tasca interna della giacca o nel marsupio.
Una vita alla ricerca dell’autenticità, della rettitudine a parole, della morale a grandi linee.
La sigaretta serve ad accompagnare degnamente una birra.
La cultura?, a digitare qualcosa d’interessante.

Casomai v’interessasse sapere com’è andata a finire, tranquillizzatevi, M. è fuori pericolo. È in ospedale da dove tuitta serenamente le sue prognosi, e posta foto delle sue fratture multiple.
Il problema semmai è il mio, che durante la stesura di questa breve #derivaditwitter ho controllato tre volte la posta di Google, due quella di Libero, cinque volte la Home di Feisbùc e a ogni conclusione del periodo ho dato un’occhiata alla mia TL.

2 commenti:

  1. Sorrido pensando alla compulsività che ci avvolge.

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  2. Ciao Elena. Sono reduce da una 36 ore di distacco assoluto dalla rete. Mi ostino a NON voler avere cellulari che offrano più funzioni oltre al telefonare ed al mandar sms. So che esistono altri modi ma la rete, quando sono raggiungibile, mi prende, quindi mi rendo ogni tanto volutamente irreperibile. Ed allora leggo di più, esco di più, vedo persone e penso a cose che potrei magari scrivere e che sento mie. Poi mi capita di entrare in un luogo storico, di parlare con una persona colta che svolge anche funzioni di “guardiana” e “guida” di quell’edificio e in seguito, come ispirato, rientrato nei ranghi di ogni connesso che si rispetti, vado a verificare i miei contatti su Facebook e la vedo. È lei. Ci siamo parlati, mi ha dato una brevissima lezione di storia e di umanità, e non ci siamo riconosciuti. Un vero incontro “senza rete”, come si facevano una volta. Ed ho veramente scoperto quella persona, ora ho una nuova prova che è una donna in gamba, che ha entusiasmo nella vita e per la vita, e so che tutto questo può arrivare anche su un social.
    Le ho poi scritto, su Facebook, sulla sua pagina, e mi ha confermato che è lei.
    Quando ero giovane si telefonava raramente. Io ad esempio, se andavo in viaggio, mi mettevo in contatto con la mia famiglia un paio di volte in settimana, ed era già tanto. Ora tutto il nuovo continua ad affascinarmi, è innegabile, ma voglio pure il mio tempo, e perderlo come facevo una volta… ciao. Silvano 0.0

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